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Vecchio 10-02-10, 20:37   #1 (permalink)
the micro one
 
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Lo Stato asociale e l’industria della povertà

Lo Stato sociale è comunemente inteso come la maggiore conquista delle moderne democrazie occidentali: l'offrire a tutti i cittadini indistintamente servizi qualificati quali l'assistenza sanitaria e l'istruzione, oppure un supporto certo all'indigenza e alla disoccupazione, è entrato nella nostra basilare consuetudine di accezione di aggregato nazionale.
In pratica concretizzando la base ideologica socialista della redistribuzione di quanto prodotto dai cittadini su base impositiva centralizzata anziché la spontanea solidarietà – la fraternité - propria della società liberale.

Se il principio ha una sua logica naturale, considerando la popolazione di una Nazione come un'unica famiglia allargata, le applicazioni e i risultati che possiamo riscontrare sul campo, in tutto il mondo occidentale, rivelano l'insostenibilità della gestione di tale modello affidata alla politica, ossia a terzi interessati unicamente al consenso.
I motivi per ritenere strutturalmente fallimentare il welfare state così come lo conosciamo sono sostanzialmente due: il primo aritmetico, di puntuale abuso/spreco di risorse, e il secondo, molto più incidente negli effetti a medio e lungo termine, di livello formativo.

La politica intesa come la rappresentanza eletta dai cittadini ha dimostrato a ogni latitudine e tempo che finisce inevitabilmente, anche solo per motivi elettorali, di non essere all'altezza di un serio e lungimirante utilizzo delle risorse disponibili provocando cronici deficit di bilancio quindi un progressivo aumento, fino all'esplosione, dell'indebitamento. La corresponsabilità è ovviamente di chi li elegge, ma tant'è.

Già questo aspetto sarebbe sufficiente per rivedere dalle radici le correnti formule di welfare, ma il secondo motivo cui accennavo è ancora più importante: l'estensione generalizzata di servizi e sovvenzioni porta i beneficiari all'ignavia, alla deresponsabilizzazione, alla povertà morale e potenzialmente ad essere ancor più indifesi se il sistema per qualsiasi motivo mutasse. Il che è psicologicamente comprensibile e logico, umano, senza dover darsi da fare, senza stimoli di sorta per autonoma sopravvivenza in quanto mantenuto gratuitamente dalla collettività, l'individuo perde orizzonti, tensione, capacità, sogni.

La società non è altro che una somma di persone, di individui unici che vivono una volta sola, che hanno il diritto di scegliersi il percorso esistenziale che desiderano e che di queste scelte siano in ogni caso direttamente responsabili. Trattarli da bimbi deficienti, perdipiù lasciando il debito creato dal loro mantenimento a figli e nipoti è una assoluta assurdità.
Soprattutto controproducente. Continuando così è stracerto che si finisce tutti nel baratro.
Chi non comprenda un concetto così semplice - sottolineato a fuoco dalla presente crisi - dimostra problemi di lettura oppure, tesi più appropriata, egoistica connivenza con lo sfruttamento a termine del welfare state.

In calce incollo un articoletto di Giovanni Boggero, grande conoscitore della realtà tedesca - tratto dal Chicago blog - che ci racconta come il welfare sia insostenibile nella grande e virtuosa Germania. Figurarsi in Paesi come il nostro, molto meno grande e molto meno virtuoso.


....................

Lo Stato asociale e l’industria della povertà

Nell’immaginario collettivo di tanti italiani la Germania è il paese che per eccellenza funziona bene. C’è un bello Stato sociale, un’economia florida, nessuno evade il fisco e sentendosi parte di una comunità tutti vivono felici e contenti. Un simile quadretto idilliaco è spesso e volentieri conseguenza della barriera virtuale che si erge tra noi e una realtà straniera. A dire il vero non basta nemmeno conoscere la lingua per poter comprendere la diversa realtà che ci circonda, bisogna in qualche modo divenirne culturalmente parte. Solo così si incominceranno ad intravedere le falle del sistema, al di là di ogni feticismo dei dati e delle statistiche. Solo in tal modo, magari, eviteremo ancora di parlare della Repubblica federale come un esempio virtuoso in termini di spesa sociale.

L’occasione per questo post ci viene dal recente dibattito scaturito qui in Germania dalla proposta del governatore democristiano del Land dell’Assia, Roland Koch, secondo il quale sarebbe possibile battere la piaga dei parassiti percettori di sussidi sociali, obbligandoli a svolgere una qualsiasi attività di cosiddetta “pubblica utilità”. Beninteso, il problema esiste. Si calcola che nella sola regione di Berlino (sì, quella che vive alle spalle degli altri, essendo tecnicamente in bancarotta da anni) il 60% ottenga il sussidio proditoriamente.

Così come è congegnato Hartz IV, erogato a disoccupati e a lavoratori con entrate molto basse, è d’altra parte un formidabile strumento di disincentivo al lavoro, tanto che l’ipotesi che l’entità dei contributi ad oggi in vigore venga tra qualche settimana aumentata ope iudicis dalla Corte Costituzionale di Karlsruhe è uno scenario da film dell’orrore. Come scriveva Frank Schäffler (FDP) qualche tempo fa sul blog della Initiative Neue Soziale Marktwirtschaft tale riforma degli ammortizzatori sociali voluta da Gerhard Schröder, pur partendo da obiettivi condivisibili, ossia la razionalizzazione del moloch welfaristico di stampo bismarckiano, ha prodotto un aumento delle uscite e non una sua diminuzione. E questo persino a fronte di un calo dei disoccupati nel biennio 2007-2008.

Tornando a Koch, la proposta in questione è tutto fuorché innovativa. Queste persone esistono già, sono un milione e seicentomila e ufficialmente non appaiono nelle statistiche quotidiane sul tasso di disoccupazione: nel gergo quotidiano si chiamano 1-Euro-Jobber. Al riguardo l’emittente televisiva ARD ha prodotto un eccellente reportage, dal titolo “Die Armutsindustrie”, l’industria della povertà. Per chi sa il tedesco qui il link alle tre parti (uno, due e tre).

In poche parole, dal momento che in passato troppe imprese tedesche hanno delocalizzato in Cina o nell’Est europeo e dal momento che lo Stato tedesco non si può politicamente permettere riforme che consentano una riduzione del costo del lavoro pena una guerra civile scatenata dai sindacati, si è deciso di utilizzare uno schema geniale. A pagare il conto è ovviamente colui che- per dirla con Bastiat- non si vede, ossia il contribuente. L’Agenzia federale per il lavoro manda il disoccupato da un’impresa convenzionata con lo Stato affinché costui possa compiere una sorta di attività di reinserimento o stage di formazione (sic) dai tre ad un massimo di dodici mesi, evitando così che rimanga con le mani in mano. Il disoccupato, già percettore di sussidio sociale, non instaura formalmente alcun rapporto di lavoro con l’impresa, ma di fatto è come se venisse assunto.

In questo modo migliaia di società possono godere di manodopera a buon mercato pagata dallo Stato. Solo l’anno scorso l’Agenzia federale per il lavoro ha sborsato circa 7 miliardi per il pagamento di tali minime indennità (tra parentesi: chi è che contribuisce al dumping dei salari?) da versare ai malcapitati. Malcapitati che, come vedrete nel servizio, realizzano perfettamente l’assoluto nonsense insito in questo sistema. Molti non riescono neppure a capacitarsi del motivo per cui, se si manda un normale curriculum con la richiesta di essere impiegati si riceve un due di picche, mentre se si procede attraverso l’Agenzia federale il medesimo datore di lavoro è pronto a farti entrare in azienda…ma come “praticante”.

Tutto ciò per dire che se questa è l’alternativa al tanto vituperato “modello mediterraneo”, ebbene no, noi davvero non ci stiamo.
microalfa non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 10-02-10, 21:05   #2 (permalink)
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Cos'altro aggiungere? Direi praticamente nulla, hai già detto tutto con il tuo post.
Se il modello di Welfare State social-democratico non funziona nemmeno in Germania - nazione che ritengo come la più sviluppata d'Europa - significa che un bel campanellino d'allarme deve suonare per tutti, anche per lo statalista più becero.

Purtroppo sino a quando nella maggior parte dei nostri cervelletti sarà stampata, tramite la propaganda dei soliti noti, la concezione che una tassazione alta sia dovuta, per stemperare le tensioni sociali e rendere meno palesi le differenze di ricchezza, non cambieremo mai il sistema.
Un sistema che i socialisti amano: ma dimostratosi appunto eventualmente lecito soltanto nella teoria (personalmente non lo condivido assolutamente nemmeno a livello teorico), perchè gli intermediari (classe politica e affini) attuano una redistribuzione a loro unico vantaggio.

Tornando a noi un sistema per premiare in ogni caso il mediocre o colui che non si sforza per migliorare autonomamente le proprie condizioni, pensando che debba adempiere a ciò Babbo Stato: è questo il grosso limite del socialismo. Peggio ancora quello all'italiana.
Illuminato10 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 10-02-10, 22:01   #3 (permalink)
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ci sarebbe già tutto nella costituzione


Art. 4

La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
dizar non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 10-02-10, 22:13   #4 (permalink)
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La stessa Costituzione scritta dai catto-comunisti nell'Italia post fascista ed ormai stravecchia e superata? Dai.
Illuminato10 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 10-02-10, 22:21   #5 (permalink)
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Lungi da me elogiare l'Ancien Régime: volevo solo far notare che basterebbero regole semplici per far funzionare una comunità.
Il solito problema è farle rispettare.
Io sono un sostenitore delle autonomie locali con gestione diretta delle risorse.
Mi piacerebbe una forma federalista alla Svizzera: il problema è che poi le cose funzionerebbero !
dizar non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 10-02-10, 22:32   #6 (permalink)
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in Germania possono apportare correttivi, magari sarà anche facile perchè avranno Centri Impiego funzionanti e lavoro nero inesistente o quasi... comunque se erogano sussidi con questa facilità evidentemente le risorse ci sono, hanno inteso lo stato sociale come stato che premia i nullafacenti, magari fra qualche anno troveranno il modo di togliere il sussidio a chi fa il furbo

in Italia l'INPS paga a stento e per breve tempo un misero sussidio a gente che lavora come dipendente per almeno 52 settimane + 1 giorno lavorativo nel biennio precedente la richiesta, il sussidio di inoccupazione non esiste ed il sistema pensionistico è stato - di fatto - smantellato, sia introducendo il sistema contributivo, sia costringendo una intera generazione a lavorare con contratti atipici capestro che non danno diritto a contribuzione pensionistica; mi sembrano due mondi completamente diversi
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Vecchio 10-02-10, 22:59   #7 (permalink)
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Lo Stato sociale è comunemente inteso come la maggiore conquista delle moderne democrazie occidentali: l'offrire a tutti i cittadini indistintamente servizi qualificati quali l'assistenza sanitaria e l'istruzione, oppure un supporto certo all'indigenza e alla disoccupazione, è entrato nella nostra basilare consuetudine di accezione di aggregato nazionale.
In pratica concretizzando la base ideologica socialista della redistribuzione di quanto prodotto dai cittadini su base impositiva centralizzata anziché la spontanea solidarietà – la fraternité - propria della società liberale.

Se il principio ha una sua logica naturale, considerando la popolazione di una Nazione come un'unica famiglia allargata, le applicazioni e i risultati che possiamo riscontrare sul campo, in tutto il mondo occidentale, rivelano l'insostenibilità della gestione di tale modello affidata alla politica, ossia a terzi interessati unicamente al consenso.
I motivi per ritenere strutturalmente fallimentare il welfare state così come lo conosciamo sono sostanzialmente due: il primo aritmetico, di puntuale abuso/spreco di risorse, e il secondo, molto più incidente negli effetti a medio e lungo termine, di livello formativo.

La politica intesa come la rappresentanza eletta dai cittadini ha dimostrato a ogni latitudine e tempo che finisce inevitabilmente, anche solo per motivi elettorali, di non essere all'altezza di un serio e lungimirante utilizzo delle risorse disponibili provocando cronici deficit di bilancio quindi un progressivo aumento, fino all'esplosione, dell'indebitamento. La corresponsabilità è ovviamente di chi li elegge, ma tant'è.

Già questo aspetto sarebbe sufficiente per rivedere dalle radici le correnti formule di welfare, ma il secondo motivo cui accennavo è ancora più importante: l'estensione generalizzata di servizi e sovvenzioni porta i beneficiari all'ignavia, alla deresponsabilizzazione, alla povertà morale e potenzialmente ad essere ancor più indifesi se il sistema per qualsiasi motivo mutasse. Il che è psicologicamente comprensibile e logico, umano, senza dover darsi da fare, senza stimoli di sorta per autonoma sopravvivenza in quanto mantenuto gratuitamente dalla collettività, l'individuo perde orizzonti, tensione, capacità, sogni.

La società non è altro che una somma di persone, di individui unici che vivono una volta sola, che hanno il diritto di scegliersi il percorso esistenziale che desiderano e che di queste scelte siano in ogni caso direttamente responsabili. Trattarli da bimbi deficienti, perdipiù lasciando il debito creato dal loro mantenimento a figli e nipoti è una assoluta assurdità.
Soprattutto controproducente. Continuando così è stracerto che si finisce tutti nel baratro.
Chi non comprenda un concetto così semplice - sottolineato a fuoco dalla presente crisi - dimostra problemi di lettura oppure, tesi più appropriata, egoistica connivenza con lo sfruttamento a termine del welfare state.

In calce incollo un articoletto di Giovanni Boggero, grande conoscitore della realtà tedesca - tratto dal Chicago blog - che ci racconta come il welfare sia insostenibile nella grande e virtuosa Germania. Figurarsi in Paesi come il nostro, molto meno grande e molto meno virtuoso.

....................

Lo Stato asociale e l’industria della povertà

Nell’immaginario collettivo di tanti italiani la Germania è il paese che per eccellenza funziona bene. C’è un bello Stato sociale, un’economia florida, nessuno evade il fisco e sentendosi parte di una comunità tutti vivono felici e contenti. Un simile quadretto idilliaco è spesso e volentieri conseguenza della barriera virtuale che si erge tra noi e una realtà straniera. A dire il vero non basta nemmeno conoscere la lingua per poter comprendere la diversa realtà che ci circonda, bisogna in qualche modo divenirne culturalmente parte. Solo così si incominceranno ad intravedere le falle del sistema, al di là di ogni feticismo dei dati e delle statistiche. Solo in tal modo, magari, eviteremo ancora di parlare della Repubblica federale come un esempio virtuoso in termini di spesa sociale.

L’occasione per questo post ci viene dal recente dibattito scaturito qui in Germania dalla proposta del governatore democristiano del Land dell’Assia, Roland Koch, secondo il quale sarebbe possibile battere la piaga dei parassiti percettori di sussidi sociali, obbligandoli a svolgere una qualsiasi attività di cosiddetta “pubblica utilità”. Beninteso, il problema esiste. Si calcola che nella sola regione di Berlino (sì, quella che vive alle spalle degli altri, essendo tecnicamente in bancarotta da anni) il 60% ottenga il sussidio proditoriamente.

Così come è congegnato Hartz IV, erogato a disoccupati e a lavoratori con entrate molto basse, è d’altra parte un formidabile strumento di disincentivo al lavoro, tanto che l’ipotesi che l’entità dei contributi ad oggi in vigore venga tra qualche settimana aumentata ope iudicis dalla Corte Costituzionale di Karlsruhe è uno scenario da film dell’orrore. Come scriveva Frank Schäffler (FDP) qualche tempo fa sul blog della Initiative Neue Soziale Marktwirtschaft tale riforma degli ammortizzatori sociali voluta da Gerhard Schröder, pur partendo da obiettivi condivisibili, ossia la razionalizzazione del moloch welfaristico di stampo bismarckiano, ha prodotto un aumento delle uscite e non una sua diminuzione. E questo persino a fronte di un calo dei disoccupati nel biennio 2007-2008.

Tornando a Koch, la proposta in questione è tutto fuorché innovativa. Queste persone esistono già, sono un milione e seicentomila e ufficialmente non appaiono nelle statistiche quotidiane sul tasso di disoccupazione: nel gergo quotidiano si chiamano 1-Euro-Jobber. Al riguardo l’emittente televisiva ARD ha prodotto un eccellente reportage, dal titolo “Die Armutsindustrie”, l’industria della povertà. Per chi sa il tedesco qui il link alle tre parti (uno, due e tre).

In poche parole, dal momento che in passato troppe imprese tedesche hanno delocalizzato in Cina o nell’Est europeo e dal momento che lo Stato tedesco non si può politicamente permettere riforme che consentano una riduzione del costo del lavoro pena una guerra civile scatenata dai sindacati, si è deciso di utilizzare uno schema geniale. A pagare il conto è ovviamente colui che- per dirla con Bastiat- non si vede, ossia il contribuente. L’Agenzia federale per il lavoro manda il disoccupato da un’impresa convenzionata con lo Stato affinché costui possa compiere una sorta di attività di reinserimento o stage di formazione (sic) dai tre ad un massimo di dodici mesi, evitando così che rimanga con le mani in mano. Il disoccupato, già percettore di sussidio sociale, non instaura formalmente alcun rapporto di lavoro con l’impresa, ma di fatto è come se venisse assunto.

In questo modo migliaia di società possono godere di manodopera a buon mercato pagata dallo Stato. Solo l’anno scorso l’Agenzia federale per il lavoro ha sborsato circa 7 miliardi per il pagamento di tali minime indennità (tra parentesi: chi è che contribuisce al dumping dei salari?) da versare ai malcapitati. Malcapitati che, come vedrete nel servizio, realizzano perfettamente l’assoluto nonsense insito in questo sistema. Molti non riescono neppure a capacitarsi del motivo per cui, se si manda un normale curriculum con la richiesta di essere impiegati si riceve un due di picche, mentre se si procede attraverso l’Agenzia federale il medesimo datore di lavoro è pronto a farti entrare in azienda…ma come “praticante”.

Tutto ciò per dire che se questa è l’alternativa al tanto vituperato “modello mediterraneo”, ebbene no, noi davvero non ci stiamo.
Mi pare che Giovanni Boggero sia molto di parte, (difatti cita solo Koch e lo FDP) non la racconta tutta e neanche giusta, inoltre non spiega secondo lui quale sarebbe l'alternativa.

Alternativa al modello mediterraneo, non ci stiamo chi?Chi e' che non ci sta?
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Vecchio 11-02-10, 09:31   #8 (permalink)
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La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
il punto evidenziato è una
Ricorderete tutti quella povera ragazza che girava il mondo
vestita da nozze. La uccisero in Turchia.
Bene quella ragazza aveva scelto quella forma bizzarra
per concorrere al progresso materiale o spirituale della società.
Mi spiace ma a me quel sistema NON VA' BENE.
Quella concorreva solo alla sua ..chiamatela come volete.
ramirez non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 11-02-10, 09:37   #9 (permalink)
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La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto.

Ogni cittadino ha il dovere di svolgere, secondo le proprie possibilità e la propria scelta, un'attività o una funzione che concorra al progresso materiale o spirituale della società.
Come eravamo avanti, ci vorrebbe forse un'altra guerra e un pò di sangue versato, per far tacere quei chiacchieroni insolenti che predicano teorie del medioevo.
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Vecchio 11-02-10, 09:42   #10 (permalink)
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Ricorderete tutti quella povera ragazza che girava il mondo
vestita da nozze. La uccisero in Turchia.
Bene quella ragazza aveva scelto quella forma bizzarra
per concorrere al progresso materiale o spirituale della società.
Mi spiace ma a me quel sistema NON VA' BENE.
Quella concorreva solo alla sua ..chiamatela come volete.
mi dispiace, ma a me non va bene il tuo di sistema

se una ragazza vuole andare in giro a fare l'autostop vestita da sposa saranno zzi suoi, il problema è che è capitata in mezzo a dei barbari che ritengono doveroso trattare le donne come animali tutto qui

che poi possa sfiorare il ridicolo è un altro paio di maniche, ma da qui a censurare la libera espressione ne corre...
Mojito F.C. non  è collegato   Rispondi citando
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