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Vecchio 08-02-10, 09:53   #1 (permalink)
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L'università ritorna un lusso per pochi

L'università ritorna un lusso per pochi
Crollano le iscrizioni tra i ragazzi usciti dalla maturità. Ma sono soprattutto i figli delle classi più deboli a rinunciare
ANDREA ROSSI
TORINO

È stata una sbornia d’inizio millennio, drogata dall’esplosione delle lauree brevi e dal proliferare degli atenei sotto casa. È durata poco. E adesso il mito delle «élite per merito» sembra destinato a restare tale. Altro che avvicinarci alla media Ocse per tasso di universitari e laureati; abbiamo ricominciato a distanziarci. E l’Università sta diventando affare per pochi. Sempre meno e sempre più ricchi. E l’alta formazione di massa? Si sta lentamente affievolendo, stritolata tra disillusione, crisi economica e tagli ai finanziamenti.

La tendenza sembra consolidarsi da qualche anno, quando - dopo il boom a cavallo del 2000 - le immatricolazioni hanno inesorabilmente cominciato a scendere. In cinque anni abbiamo perso 40 mila matricole: erano 324 mila del 2005; 286 mila a ottobre 2009. Il calo demografico, si dirà. E invece no. O, almeno, non solo. Cinque anni fa 56 ragazzi di 19 anni su cento (il 73 per cento dei diplomati) si iscrivevano all’università. Oggi siamo sprofondati in basso: all’ultimo anno accademico si sono iscritti il 47 per cento dei ragazzi dei 19enni e nemmeno il 60 per cento di chi ha superato l’esame di maturità.

«La riforma del 3+2 ha prodotto un’ondata di entusiasmo. Qualcuno ha creduto che l’Università, diventando più corta, fosse diventata più facile», spiega Daniele Checchi, docente di Economia politica alla Statale di Milano. Quando si è capito che così non era la corsa agli atenei si è arrestata, ma a farne le spese non sono stati tutti: nel 2000 un neoiscritto su cinque era figlio di persone con al massimo la quinta elementare; nel 2005 la percentuale è scesa al 15 per cento. Poi ancora giù, quasi un punto all’anno: 14 per cento nel 2006, 13 nel 2007. Ora siamo al 12. Di anno in anno le matricole scendono, portandosi appresso i giovani delle classi sociali più deboli. Gli altri - quelli con genitori laureati - crescono poco alla volta. I figli della classe media - genitori diplomati - tengono botta. «Forse sono cambiate le aspettative sul valore dei titoli di studio», dice il professor Piero Cipollone. Per anni, in Banca d’Italia, ha studiato i costi del sistema formativo, oggi presiede l’Istituto per la valutazione del sistema dell’istruzione e dice che «la laurea non offre più un consistente valore aggiunto: un laureato spesso guadagna poco più di un diplomato, a volte addirittura meno. Non mi meraviglia la fuga dei figli delle classi sociali meno abbienti: l’università oggi è un costo, ma non sempre il risultato vale l’investimento».

La crisi economica dell’ultimo anno e mezzo ha pesato, e non poco. Molti hanno battuto in ritirata. Chi ha tenuto duro fa gli straordinari: l’80 per cento di chi ha alle spalle una famiglia a basso reddito prova a laurearsi lavorando, e una buona parte rientra sotto la voce «lavoratori-studenti». Otto ore al giorno cercano di guadagnarsi da vivere; nel tempo che rimane provano ad agguantare una laurea.

L’austerity imposta dal governo agli atenei ha fatto il resto. «Molte università hanno pensato bene di controbilanciare il taglio dei finanziamenti ministeriali aumentando le tasse d’iscrizione», racconta Diego Celli, presidente del Consiglio nazionale degli studenti universitari. Di questo passo - è il timore del professor Checchi, che da tempo si occupa delle disuguaglianze sociali nell’accesso all’istruzione - «il rischio è che il divario si allarghi ulteriormente, anche se sarei cauto nel dire che i figli delle classi medio-basse stanno fuggendo dagli atenei».

Vero. Ma le barriere restano, anzi, sembrano sempre più massicce, e non solo in ingresso. «Gli steccati non sono stati superati», ammette Checchi. «Negli ultimi vent’anni l’ingresso forse è diventato più democratico, ma l’esito finale no. Le probabilità di abbandono pendono fortemente dalla parte di chi ha redditi bassi». Studi recenti di vari istituti, tra cui la Banca d’Italia, sembrano dargli ragione. In Italia il 45 per cento degli universitari non arriva alla laurea. La presenza in famiglia di un genitore laureato, non solo aumenta la probabilità di iscrizione all’università di oltre il 15 per cento rispetto a genitori con la licenza di scuola media, ma riduce allo stesso modo per cento le probabilità di abbandono.

Forse è l’effetto di decenni trascorsi a galleggiare senza una vera politica di sostegno all’istruzione. «Gli enti per il diritto allo studio funzionano su base regionale - racconta Checchi - assegnano le idoneità ma poi le finanziano finché ci sono i soldi. È una farsa: le graduatorie ci sono, i soldi no. Così tanti che avrebbero diritto a un aiuto non ricevono nemmeno un euro». E così, addio università. Quasi 200 mila studenti l’anno ottengono una borsa di studio, ma tra gli aventi diritto uno su quattro resta senza. Solo otto regioni riescono a sostenere tutti quelli che hanno i requisiti. In altre non si supera il 50 per cento. «Per di più anche dove sono garantite per tutti, le borse non tengono conto del reale costo della vita», attacca Diego Celli.


Prima avevamo troppi medici, adesso ne abbiamo già troppo pochi.
Ondina non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 08-02-10, 10:11   #2 (permalink)
che fatica..
 
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regaliamo le lauree nelle confezioni dei biscotti.

La media ocse? Gli altri sono tutti laureati, però mi sembra che dalla regia dicono che all'estero c'è più disoccupazione che in italia... eppure ci sono più laureati.. Non è tutto oro quello che luccica.

come la mettiamo?
havokiano non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 08-02-10, 10:34   #3 (permalink)
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regaliamo le lauree nelle confezioni dei biscotti.

La media ocse? Gli altri sono tutti laureati, però mi sembra che dalla regia dicono che all'estero c'è più disoccupazione che in italia... eppure ci sono più laureati.. Non è tutto oro quello che luccica.

come la mettiamo?
A me risulta che in Germania ci fossero meno laureati che in Italia qualche anno fa, non so adesso.
Comunque da un lato c'è disoccupazione, dall'altro ci sono qualificazioni che mancano, es. elettricisti.
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Vecchio 08-02-10, 11:04   #4 (permalink)
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basta che le aziende non richiedano laurea specialistica in ingegneria elettrica per fare l'elettricista (e mi sembra che sia questo il trend).
faccio notare un'altro articolo Si ai giovani, no agli over 45

questi 25-enni sono laureati o no? secondo me si.

poi in un altro articolo si dice anche che nel 2020 7 milioni di lavori hi-skill

vediamo chi li ricoprira' senza una laurea + esperienza significativa in azienda (cioe' in aziende che non ti fanno fare la stessa cosa come un operaio anche se hai la laurea)
Ryuzaki non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 08-02-10, 11:09   #5 (permalink)
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L'università ritorna un lusso per pochi
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ANDREA ROSSI
TORINO

È stata una sbornia d’inizio millennio, drogata dall’esplosione delle lauree brevi e dal proliferare degli atenei sotto casa. È durata poco. E adesso il mito delle «élite per merito» sembra destinato a restare tale. Altro che avvicinarci alla media Ocse per tasso di universitari e laureati; abbiamo ricominciato a distanziarci. E l’Università sta diventando affare per pochi. Sempre meno e sempre più ricchi. E l’alta formazione di massa? Si sta lentamente affievolendo, stritolata tra disillusione, crisi economica e tagli ai finanziamenti.

La tendenza sembra consolidarsi da qualche anno, quando - dopo il boom a cavallo del 2000 - le immatricolazioni hanno inesorabilmente cominciato a scendere. In cinque anni abbiamo perso 40 mila matricole: erano 324 mila del 2005; 286 mila a ottobre 2009. Il calo demografico, si dirà. E invece no. O, almeno, non solo. Cinque anni fa 56 ragazzi di 19 anni su cento (il 73 per cento dei diplomati) si iscrivevano all’università. Oggi siamo sprofondati in basso: all’ultimo anno accademico si sono iscritti il 47 per cento dei ragazzi dei 19enni e nemmeno il 60 per cento di chi ha superato l’esame di maturità.

«La riforma del 3+2 ha prodotto un’ondata di entusiasmo. Qualcuno ha creduto che l’Università, diventando più corta, fosse diventata più facile», spiega Daniele Checchi, docente di Economia politica alla Statale di Milano. Quando si è capito che così non era la corsa agli atenei si è arrestata, ma a farne le spese non sono stati tutti: nel 2000 un neoiscritto su cinque era figlio di persone con al massimo la quinta elementare; nel 2005 la percentuale è scesa al 15 per cento. Poi ancora giù, quasi un punto all’anno: 14 per cento nel 2006, 13 nel 2007. Ora siamo al 12. Di anno in anno le matricole scendono, portandosi appresso i giovani delle classi sociali più deboli. Gli altri - quelli con genitori laureati - crescono poco alla volta. I figli della classe media - genitori diplomati - tengono botta. «Forse sono cambiate le aspettative sul valore dei titoli di studio», dice il professor Piero Cipollone. Per anni, in Banca d’Italia, ha studiato i costi del sistema formativo, oggi presiede l’Istituto per la valutazione del sistema dell’istruzione e dice che «la laurea non offre più un consistente valore aggiunto: un laureato spesso guadagna poco più di un diplomato, a volte addirittura meno. Non mi meraviglia la fuga dei figli delle classi sociali meno abbienti: l’università oggi è un costo, ma non sempre il risultato vale l’investimento».

La crisi economica dell’ultimo anno e mezzo ha pesato, e non poco. Molti hanno battuto in ritirata. Chi ha tenuto duro fa gli straordinari: l’80 per cento di chi ha alle spalle una famiglia a basso reddito prova a laurearsi lavorando, e una buona parte rientra sotto la voce «lavoratori-studenti». Otto ore al giorno cercano di guadagnarsi da vivere; nel tempo che rimane provano ad agguantare una laurea.

L’austerity imposta dal governo agli atenei ha fatto il resto. «Molte università hanno pensato bene di controbilanciare il taglio dei finanziamenti ministeriali aumentando le tasse d’iscrizione», racconta Diego Celli, presidente del Consiglio nazionale degli studenti universitari. Di questo passo - è il timore del professor Checchi, che da tempo si occupa delle disuguaglianze sociali nell’accesso all’istruzione - «il rischio è che il divario si allarghi ulteriormente, anche se sarei cauto nel dire che i figli delle classi medio-basse stanno fuggendo dagli atenei».

Vero. Ma le barriere restano, anzi, sembrano sempre più massicce, e non solo in ingresso. «Gli steccati non sono stati superati», ammette Checchi. «Negli ultimi vent’anni l’ingresso forse è diventato più democratico, ma l’esito finale no. Le probabilità di abbandono pendono fortemente dalla parte di chi ha redditi bassi». Studi recenti di vari istituti, tra cui la Banca d’Italia, sembrano dargli ragione. In Italia il 45 per cento degli universitari non arriva alla laurea. La presenza in famiglia di un genitore laureato, non solo aumenta la probabilità di iscrizione all’università di oltre il 15 per cento rispetto a genitori con la licenza di scuola media, ma riduce allo stesso modo per cento le probabilità di abbandono.

Forse è l’effetto di decenni trascorsi a galleggiare senza una vera politica di sostegno all’istruzione. «Gli enti per il diritto allo studio funzionano su base regionale - racconta Checchi - assegnano le idoneità ma poi le finanziano finché ci sono i soldi. È una farsa: le graduatorie ci sono, i soldi no. Così tanti che avrebbero diritto a un aiuto non ricevono nemmeno un euro». E così, addio università. Quasi 200 mila studenti l’anno ottengono una borsa di studio, ma tra gli aventi diritto uno su quattro resta senza. Solo otto regioni riescono a sostenere tutti quelli che hanno i requisiti. In altre non si supera il 50 per cento. «Per di più anche dove sono garantite per tutti, le borse non tengono conto del reale costo della vita», attacca Diego Celli.


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Vecchio 08-02-10, 11:10   #6 (permalink)
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faccio notare un'altro articolo Si ai giovani, no agli over 45

questi 25-enni sono laureati o no? secondo me si.

poi in un altro articolo si dice anche che nel 2020 7 milioni di lavori hi-skill

vediamo chi li ricoprira' senza una laurea + esperienza significativa in azienda (cioe' in aziende che non ti fanno fare la stessa cosa come un operaio anche se hai la laurea)
Elettricisti con diploma professionale trovano subito impiego. Mancano anche falegnami.
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Vecchio 08-02-10, 11:17   #7 (permalink)
Ex Giorgiob75
 
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D'altra parte perché perdere tempo dietro una laurea quando gli sbocchi professionali spesso sono miseri, in particolare se si resta in Italia ?

Meglio aprirsi un'attivitá. Imbianchino, tappezziere, idraulico, elettricista.

Lo dice uno che si é laureato lavorando e non ne ha tratto ALCUN beneficio.
Laurea con 105/110....quindi non proprio l'ultimo degli asini.

Fortunatamente mi sono laureato solo per soddisfazione personale e perché lo avevo promesso a mia nonna....ma se la mia azienda si fosse almeno degnata di mandarmi una lettera con scritto "Oh, s.t.r.o.n.z.o, abbiamo saputo che ti sei laureato lavorando. Complimenti. Con questo non aspettarti soldi o riconoscimenti da noi, prima ci sono gli amici degli amici da mandare avanti." avrei apprezzato...invece nemmeno questo.

Poi ci parlano di innovazione, delle persone che devono fare formazione continua ecc...

Ultima modifica di soros75 : 08-02-10 alle ore 11:22
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Vecchio 08-02-10, 11:41   #8 (permalink)
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brutta cosa l'economia.
Il conto (di scelte sbagliate) lo presenta ...alla generazione seguente ..
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Vecchio 08-02-10, 12:40   #9 (permalink)
Welfare Primo Nemico
 
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Mah, non sono d'accordo con l'articolo, soprattutto per ciò che concerne le cause individuate.
Probabilmente vivrò in una realtà felice, ma qui chi ha alle spalle un reddito basso ha tantissime agevolazioni, alloggio gratuito, mensa a costi risibili, sconti vari, e naturalmente di tasse se non paga proprio 0, arriva a cifre assolutamente "umane".

Però conta molto la meritocrazia, qui se non vali ti sbattono fuori al primo anno.
Non per niente è nella top 3 d'Italia.

Poi c'è un altro punto che occorre sottolineare. Non ci giriamo intorno: qui in Italia l'università è mediamente più difficile che all'estero. Non che questo corrisponda poi ad una preparazione migliore, anzi, è spesso il contrario: però resta un dato di fatto.
Possiamo certamente dividere ancora tra laurea di fanfalucca come le varie scienze dei panini, lauree non spendibili come lettere, filosofia e psicologia, e lauree grazie alle quali puoi tentare di diventare qualcuno, come quelle nel filone sanitario, ingegneristico, economico.

Altra falsità, l'aver detto che un laureato guadagna quasi come un diplomato: dai dati ISTAT lo stipendio medio netto di un laureato è 12000 euro più alto di quello di un diplomato.

Tiro ad indovinare: era un articolo di un giornale del gruppo De Benedetti?
Illuminato10 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 08-02-10, 12:57   #10 (permalink)
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Mah, non sono d'accordo con l'articolo, soprattutto per ciò che concerne le cause individuate.
Probabilmente vivrò in una realtà felice, ma qui chi ha alle spalle un reddito basso ha tantissime agevolazioni, alloggio gratuito, mensa a costi risibili, sconti vari, e naturalmente di tasse se non paga proprio 0, arriva a cifre assolutamente "umane".

Però conta molto la meritocrazia, qui se non vali ti sbattono fuori al primo anno.
Non per niente è nella top 3 d'Italia.

Poi c'è un altro punto che occorre sottolineare. Non ci giriamo intorno: qui in Italia l'università è mediamente più difficile che all'estero. Non che questo corrisponda poi ad una preparazione migliore, anzi, è spesso il contrario: però resta un dato di fatto.
Possiamo certamente dividere ancora tra laurea di fanfalucca come le varie scienze dei panini, lauree non spendibili come lettere, filosofia e psicologia, e lauree grazie alle quali puoi tentare di diventare qualcuno, come quelle nel filone sanitario, ingegneristico, economico.

Altra falsità, l'aver detto che un laureato guadagna quasi come un diplomato: dai dati ISTAT lo stipendio medio netto di un laureato è 12000 euro più alto di quello di un diplomato.

Tiro ad indovinare: era un articolo di un giornale del gruppo De Benedetti?
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