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Vecchio 17-01-10, 00:58   #1 (permalink)
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Schiara has a reputation beyond reputeSchiara has a reputation beyond reputeSchiara has a reputation beyond reputeSchiara has a reputation beyond reputeSchiara has a reputation beyond reputeSchiara has a reputation beyond reputeSchiara has a reputation beyond reputeSchiara has a reputation beyond reputeSchiara has a reputation beyond reputeSchiara has a reputation beyond reputeSchiara has a reputation beyond repute
Il grande declino

A me quando mi dicono di non guardare il PIL perchè non rappresenta lo stato del paese mi viene da darci una occhiata, al PIL.
ma d'altra parte sono uno di quelli che se un tipo mi indica la luna, per prima cosa guardo il dito, poi la faccia di chi me la indica, poi mi guardo intorno a cercare i complici, poi controllo se mi hanno già portato via il portafoglio, poi ci metto una mano sopra ( al portafoglio, ma a volte anche al tipo ) poi con un occhio solo guardo la luna.

Fonte dati FMI

PIL a parità di potere d'acquisto... nel periodo 1995-1997 l'andamento sembra discostarsi dai partner europei che come dimensione e PIL sono più vicini all'italia, ma è dovuto al sorpasso della UK, la vera divergenza rispetto alla media dei partner emerge nel 2002.


L'andamento del debito ...


Variazioni annuali PIL a prezzi correnti in US$ per quelli che: "E' tutta colpa dell'euro"


Variazioni annuali PIL a prezzi costanti


Difficoltà a tenere il passo. Variazioni annuali PIL pro capite a parità di potere d'acquisto.

Ultima modifica di Schiara : 17-01-10 alle ore 01:28
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Vecchio 17-01-10, 09:43   #2 (permalink)
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Ma cosa dici, Schiara?

Certo che il Pil non conta nulla, esistono ben altri parametri per constatare il declino di un Paese. Rileggiamoci, tanto per fare un esempio, le famose parole di Robert Kennedy nel 1968 alla Kansas University:

Non troveremo mai un fine per la nazione né una nostra personale soddisfazione nel mero perseguimento del benessere economico, nell’ammassare senza fine beni terreni. Non possiamo misurare lo spirito nazionale sulla base dell’indice Dow-Jones, né i successi del paese sulla base del prodotto interno lordo. Il Pil comprende anche l’inquinamento dell’aria e la pubblicità delle sigarette, e le ambulanze per sgombrare le nostre autostrade dalle carneficine dei fine-settimana.
Il Pil mette nel conto le serrature speciali per le nostre porte di casa, e le prigioni per coloro che cercano di forzarle. Comprende programmi televisivi che valorizzano la violenza per vendere prodotti violenti ai nostri bambini. Cresce con la produzione di napalm, missili e testate nucleari, comprende anche la ricerca per migliorare la disseminazione della peste bubbonica, si accresce con gli equipaggiamenti che la polizia usa per sedare le rivolte, e non fa che aumentare quando sulle loro ceneri si ricostruiscono i bassifondi popolari.
Il Pil non tiene conto della salute delle nostre famiglie, della qualità della loro educazione o della gioia dei loro momenti di svago. Non comprende la bellezza della nostra poesia o la solidità dei valori familiari, l’intelligenza del nostro dibattere o l’onestà dei nostri pubblici dipendenti. Non tiene conto né della giustizia nei nostri tribunali, né dell’equità nei rapporti fra di noi.
Il Pil non misura né la nostra arguzia né il nostro coraggio, né la nostra saggezza né la nostra conoscenza, né la nostra compassione né la devozione al nostro paese. Misura tutto, in breve, eccetto ciò che rende la vita veramente degna di essere vissuta. Può dirci tutto sull’America, ma non se possiamo essere orgogliosi di essere americani.



Come vedi si parla di scuola, di salute, di tribunali, di conoscenza, di equità di rapporti, di onestà dei pubblici dipendenti, di saggezza e di coraggio.

Alla luce di tale lettura, caro Schiara, bisogna ammettere che il nostro declino è molto molto maggiore.

Mi aspetto ora il puntuale masochistico coro dei collettivisti keynesiani, tutti proni a novanta gradi, urlare: vogliamo più Stato, redistribuzione, egualitarismo, minore libertà!

D'altronde è scientificamente provato che le masse seguono sempre e solo i geni, e il nostro John Maynard - eat, drink and be merry, for in the long-run are all dead - non poteva essere che un genio, non come quegli imbecìlli di Mises o Hayek, sprovveduti che andavano a sproloquiare di azioni individuali, di preferenze temporali, di utilità marginali.

Mi raccomando, signori collettivisti keynesiani, restate proni a novanta gradi, non raddrizzatevi, ché lo Stato-padrone potrebbe trovare qualche difficoltà a farvi il solito mestierino.
E voi, fedeli sudditi, non volete contrariare il padrone, vero?
microalfa non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 17-01-10, 10:30   #3 (permalink)
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Bel post. Bollino verde
Blu
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Vecchio 17-01-10, 10:35   #4 (permalink)
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Mi piacerebbe pensarla come Microalfa, nel senso che mi piacerebbe pensare che il PIL non sia l'indicatore principe da almeno 100 anni a questa parte.
Tuttavia, parafrasando un personaggio storico più grande di Kenney, Winston Churchill si può dire : "E' stato detto che il PIL è il peggior indicatore di benessere, ad eccezzione di tutti gli altri che si sono sperimentati"

Ogni sistema di riferimento ha i suoi indicatori chiave ed il PIL rimane L'INDICATORE del Capitalismo. E' possibile, come nel passato, che il paradigma sociale in cui si vive possa cambiare, anzi sicuramente un giorno cambierà, ma sino a quando vivremo nell'era del Capitalismo, il PIL rimane il miglior indicatore del benessere.

Utilizzando una frase stavolta di un grande italiano posso concludere:

"Così è se vi pare"
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Vecchio 17-01-10, 10:39   #5 (permalink)
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http://www.lavoce.info/articoli/pagina1001480.html


OLTRE IL PIL
di Andrea Garnero 04.01.2010
Il più contestato tra indicatori economici spesso messi in discussione è senz'altro il Pil. Per il quale da tempo gli economisti cercano un'alternativa. Proprio per questo in Francia si è messa all'opera una commissione presieduta da due premi Nobel. Con risultati però deludenti per chi si aspettava un nuovo indicatore sintetico che sostituisse completamente il prodotto interno lordo. Anche perché si continua a non rendere davvero espliciti gli obiettivi che si vogliono perseguire. Un contributo più originale potrebbe invece arrivare proprio dall'Italia.

Gli indicatori economici suscitano sempre molte discussioni: le cifre delle organizzazioni internazionali vengono interpretate puntualmente in maniera opposta da governo e opposizione, vedi recentemente il superindice Ocse o il presunto superamento del Pil italiano su quello inglese. Oppure ne vengono messi in discussione i criteri e i metodi di misura. L’indicatore più contestato è certamente il Pil, la misura economica per eccellenza. Da molto tempo gli economisti cercano un’alternativa.(1) Il dibattito ha fruttato una ricca letteratura economica e si è diffuso con l’arrivo dei movimenti no e new global a cavallo del 2000. Le proposte lanciate sono state molte. L’unica alternativa che ha avuto un vero successo è l’Indice di sviluppo umano (Isu o Hdi in inglese) che prende in considerazione la speranza di vita, l’educazione e il Pil e che viene calcolato annualmente dalle Nazioni Unite. Ciononostante, il Pil continua a godere di ottima salute, non avendo rivali veramente in grado di scalzarlo dal più alto gradino delle statistiche economiche, nonostante i difetti comunemente riconosciuti. (2) Queste critiche, condivise dalla maggior parte degli economisti e della classe politica, non hanno mai portato a un riesame delle statistiche nazionali.

LA COMMISSIONE STIGLITZ-SEN-FITOUSSI

Nel gennaio 2008, però, il presidente francese Nicolas Sarkozy ha chiesto a una commissione composta da una trentina di economisti di rilevanza mondiale e presieduta dai premi Nobel Joe Stiglitz e Amartya Sen di studiare e proporre alternative al Pil. Il lungo rapporto conclusivo è stato presentato lo scorso settembre. (3)
Il risultato è deludente per coloro che si aspettavano un nuovo indicatore sintetico che sostituisse completamente il Pil. Le attese erano forse eccessive: ci si aspettava una nuova misura semplice e diretta come il Pil ma allo stesso tempo più complessa, per cogliere i tanti aspetti – prodotti e non prodotti – che influenzano il nostro benessere. La commissione ha, invece, dato dodici raccomandazioni piuttosto generali: il benessere materiale deve essere valutato al livello di nucleo familiare, tenendo in considerazione il reddito e il consumo e non tanto la produzione come accade ora con il Pil. Si deve dare una maggiore enfasi alla distribuzione del reddito, del consumo e della ricchezza: un aumento medio non corrisponde per forza a un aumento per tutti, come Trilussa già notava a inizio Novecento. La commissione chiede, inoltre, di estendere la misura ad attività non di mercato. Questo punto riguarda il calcolo delle attività e servizi in famiglia, per esempio la cura degli ammalati e degli anziani, un tema sempre più di attualità. Raccomanda, inoltre, di prendere in considerazione la multidimensionalità della misura del benessere che tocca le condizioni economiche ma anche l’educazione, la salute, la qualità della democrazia, le reti sociali, l’ambiente, la sicurezza. Una gran parte del rapporto si occupa poi delle questioni di sostenibilità ambientale per misurare la crescita al netto della distruzione di risorse e i rischi del cambiamento climatico.

LA STRADA È ANCORA LUNGA

Al di là dei comprensibili entusiasmi per i risultati di una commissione che per la prima volta ha portato a un livello politico di primissimo piano un tema dibattuto soprattutto in ambito accademico, la strada da fare è ancora molta. Mancano a oggi, metodi condivisi di misura delle variabili qualitative come reti sociali, qualità della democrazia e sicurezza. Non c’è, inoltre, accordo su come aggregare le diverse componenti. (4) La maggior parte degli economisti ritiene necessario proporre una serie d’indicatori per misurare lo sviluppo e non un semplice indice sintetico: dal punto di visto scientifico si tratta di una scelta indiscutibile, ma dal punto di vista politico e mediatico è una rinuncia pesante. Il Pil gode ancora di così buona salute proprio grazie alla sua semplicità ed è lo stesso motivo per cui l’Isu, poco amato dall’accademia, ha invece avuto un relativo successo. Rinunciare in partenza a trovare un indicatore sintetico rende impossibile un vero cambio di paradigma nella misura del progresso nella società.
Anche per questi nuovi indici il metodo utilizzato è sempre lo stesso: si disegna un quadro teorico e si cercano gli strumenti di misura, senza esplicitare veramente gli obiettivi che si vogliono perseguire. Misurare il progresso è la base per perseguirlo. Tuttavia, finora gli obiettivi sono di fatto stabiliti ex post, nascosti nella struttura dell’indicatore. Nel caso del Pil, si insegue la crescita continua senza veramente chiedersi se questo corrisponde agli obiettivi che ci prefiggiamo.
È più innovativo, anche se non per forza più facile da realizzare, quindi, quanto proposto da Salvatore Monni e Alessandro Spaventa alla conferenza Isae del maggio scorso: anziché affidare la scelta (implicita) delle priorità sociali ai tecnici che costruiscono gli indicatori, è più opportuno immaginare indici a partire da espliciti obiettivi politici dei paesi interessati. (5) Gli autori fanno un esempio a livello europeo partendo dall’agenda di Lisbona e costruendo un indice basato su competitività, coesione sociale e ambiente. Gli indicatori che immaginano Monni e Spaventa vengono ritagliati su misura, diventando strumenti per il perseguimento di alcuni obiettivi (più o meno) democraticamente stabiliti da un paese e non un fine in sé. Si tratta di un approccio nuovo e sicuramente più trasparente.
Il neo presidente dell’Istat Enrico Giovannini ha animato gli sforzi dell’Ocse per immaginare alternative al Pil ed è stato membro influente della commissione francese. Ora è a capo della sala macchine italiana di produzione dati. Chissà che una piccola rivoluzione non venga dal nostro paese questa volta.


(1) Già del 1973 William Nordhaus e il Nobel James Tobin si chiedevano se il Pil non fosse ormai obsoleto nel famoso articolo “Is growth obsolete?”. Nel 1934 lo stesso Simon Kuznets, ideatore dei conti nazionali e di conseguenza del Pil, ammoniva che il benessere di una nazione non poteva essere misurato semplicemente con il suo indice.
(2) È utile ricordare che il Pil è una misura di produzione in valore (i prezzi sono l’unità di misura) di beni e servizi finali (quindi non beni utilizzati per produrre altri beni, per evitare un doppio calcolo) prodotti all'interno di un certo paese in intervallo di tempo.
(3) Il rapporto finale e i documenti di lavoro della commissione Sen-Stiglitz-Fitoussi sono disponibili in inglese e francese sul sito www.stiglitz-sen-fitoussi.fr.
(4) Una delle critiche più forti all’Isu contesta proprio la media aritmetica che si usa per ponderare le tre componenti.
(5) In attesa della pubblicazione del working paper, si possono scaricare le slide della presentazione qui.


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cambon non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 17-01-10, 10:46   #6 (permalink)
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......

"Così è se vi pare"

Amartya, forse non hai colto appieno i toni ironici.

Il Pil conta, sicuramente, è un indicatore finale, un numero preciso,
però è solo l'effetto di un complesso comportamento nazionale.

La mia ironia puntava ovviamente alle cause di quel numeretto.
microalfa non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 17-01-10, 10:52   #7 (permalink)
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Amartya, forse non hai colto appieno i toni ironici.

Il Pil conta, sicuramente, è un indicatore finale, un numero preciso,
però è solo l'effetto di un complesso comportamento nazionale.

La mia ironia puntava ovviamente alle cause di quel numeretto.
Ok.
amartya78 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 17-01-10, 11:10   #8 (permalink)
da noi è uguale
 
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la tua macchina consuma tanto? bene! sale il PIL
la tua casa è di nuova costruzione? con terreni prima forestali? bene! soldi ai comuni, alle banche PIL su PIL di prestiti, debiti e cemento
arriva un terremoto? bene! (a bassa voce) si ricostruisce e il PIL si impenna
fai un incidente con la macchina? (bene, lo penso ma non lo dico) il PIL sale perchè cambi la macchina, di più se ti indebiti per comprarla, sale perchè ricevi cure mediche, non so se sperano che ci resti così i contributi previdenziali.. puff

cinismo e aberrazione
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Vecchio 17-01-10, 11:18   #9 (permalink)
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A settembre dello scorso anno, quando uscì il famoso Rapporto Sen-Stiglitz, ho aperto una discussione proprio dal titolo Il Pil come indicatore di benessere: studi a riguardo: ho citato vari studi, sito come LAVOCE, interviste su quotidiani e il rapporto stesso: se siete interessati potete leggere 4 pagine secondo me molto interessanti qui.
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Vecchio 17-01-10, 11:26   #10 (permalink)
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la tua macchina consuma tanto? bene! sale il PIL
la tua casa è di nuova costruzione? con terreni prima forestali? bene! soldi ai comuni, alle banche PIL su PIL di prestiti, debiti e cemento
arriva un terremoto? bene! (a bassa voce) si ricostruisce e il PIL si impenna
fai un incidente con la macchina? (bene, lo penso ma non lo dico) il PIL sale perchè cambi la macchina, di più se ti indebiti per comprarla, sale perchè ricevi cure mediche, non so se sperano che ci resti così i contributi previdenziali.. puff

cinismo e aberrazione
Scusami non te la prendere, ma ciò che dici è solo spazzatura raccolta su internet senza nessuna analisi sottostante che sia minimamente crdibile.

A dimostrazione di quanto dico ti citerò solo due aspetti
1) Il PIL è in generale maggiore laddove sono presenti in maggior misura le considerazioni sociali che tu citi, la Danimarca, la Svezia, la Germania, la Finlandia, la California (ma anche gli USA), il Canada, l'Australia, la Svizzera, l'Austria, la Norvegia sono i paesi (geograficamente rilevanti) che presentano il maggior reddito procapite al mondo e quelle dove le legislazioni ambientali e civili sono le più stringenti per la protezione dei cittadini.
I paesi poveri sono di solito quelli dove minori sono queste tutele.

Potresti dirmi perchè è così. E' così perchè la crescita del PIL è la cosa più difficile da realizzare da un contesto umano, in generale essa è legata alla conoscenza e maggiore è la conoscenza maggiori sono il rispetto, l'educazione, le tutele, la comprensione.
Cerca di riflettere senza pregiudizi sul mio ragionamento.

2) Il fatto che quando una persona si ammali fa crescere il PIL è esatto, ma fa crescere solo il PIL corrente attarverso il debito e che una posta che lo farà diminuire in futuro. Perchè per pagare quelle cure si dovranno aumentare le spese, quindi le tasse, quindi minor reddito, quindi minor PIL.

In internet circolano molte informazioni, ma la conoscenza te la da solo la scuola.
amartya78 non  è collegato   Rispondi citando
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