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Data registrazione: May 2009
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Oggi scrivevo ad un mio amico...
La Cina sta vivendo una enorme bolla della sua economia, bolla nel senso di situazione di sviluppo incredibile creato artificiosamente in una maniera che non può continuare all'infinito.
Il mantenimento dello yuan debole è la madre di tutte le bolle in cina, crea una bolla dell'export con conseguente spostamento di impianti produttivi in cina e sviluppo in cina di moltissimi settori. Da questo sviluppo economico anche una bolla immobiliare in cina: nonostante la manipolazione dello yuan, cosa che dovrebbe mantenere in cina prezzi bassi un po' su tutto quanto non è importato, le case in alcune città, in particolare lungo la costa hanno ormai prezzi da metropoli occidentali. C'è anche da chiedersi quanto i bilanci delle banche cinesi sono puliti...sarebbe utile sapere se e quanto le banche cinesi salvano aziende acquistandole o con prestiti di fatto inesigibili. Tuttavia la cina potrebbe crescere ancora a lungo prima di dover fare seriamente i conti con seri problemi economici. La manipolazione dello yuan e la conseguente bolla dell'export prima o poi finiranno, dato che sono mantenute in piedi stampando moneta cinese o col debito pubblico. Il debito pubblico cinese è poco oltre il 30% del pil...un pil che cresce e crescerà rapidamente...potrebbero passare ancora molti anni prima che la cina sia costretta a rivedere decisamente le sue politiche economiche a causa di crisi finanziarie/inflazione/debito pubblico. Per ora la cina continua a tutta forza nella direzione della manipolazione valutaria per favorire il suo export. Certamente (o no?) gli economisti cinesi sanno in che direzione stanno andando e non è per nulla detto che la cina arrivi impreparata a crisi devastanti, anzi, io non lo credo. In questi anni la cina sta sviluppando le forze armate e le tecnologie militari forse più di qualsiasi altro paese al mondo...non è detto che una crisi economica causerà la fine dell'impero cinese (che ancora non esiste)...forse semplicemente vivremo nei prossimi decenni la fine di un certo tipo di equilibri... |
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Data registrazione: May 2009
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IDEE / Se Tokyo sbaglia Pechino impara
di Martin Wolf 13 gennaio 2010 Vent'anni fa, era opinione comune che il Giappone fosse il caso di maggior successo fra i paesi ad alto reddito. Pochi potevano prevedere che cosa si stesse preparando. Oggi è opinione comune che il Giappone sia vittima di un lungo declino. Che cos'è che è andato storto? Che cosa dovrebbe fare il nuovo governo giapponese? Che insegnamenti possiamo trarre dall'esperienza del paese asiatico? Certo, bisogna contestualizzare. Guardando alla qualità del sistema ferroviario e alla qualità della cucina, ad esempio, un visitatore europeo si renderebbe conto di venire da un paese indiscutibilmente arretrato. Se questo è declino, la maggior parte delle persone ci metterebbe la firma. Ma che sia declino, non c'è dubbio. Negli ultimi vent'anni, l'economia è cresciuta al ritmo annuo medio dell'1,1 per cento. Secondo lo storico dell'economia Angus Maddison, il Prodotto interno lordo pro capite del Giappone (a parità di potere d'acquisto) tra il 1950 e il 1991 è passato dal 20 all'85% rispetto al livello degli Stati Uniti. Nel 2006 era ridisceso al 72 per cento. In termini reali, il valore dell'indice di borsa Nikkei è un quarto di quello che era due decenni fa. Ma la cosa forse più inquietante è che il debito pubblico complessivo, netto e lordo, è schizzato dal 13% e 68% del Pil nel 1991 a livelli che per il 2010 sono stimati rispettivamente al 115% e 227 per cento. Che cos'è andato storto? Richard Koo, della Nomura Research, punta il dito sulla deflazione. Secondo Koo, un'economia dove chi è troppo indebitato dedica i propri sforzi a saldare il debito ha le seguenti tre caratteristiche: l'offerta di credito e di liquidità bancaria cessa di crescere, non perché le banche non siano disposte a prestare, ma perché le aziende e le famiglie non vogliono prendere soldi in prestito; la politica monetaria convenzionale è in gran parte inefficace; e il desiderio del settore privato di migliorare la propria situazione patrimoniale fa emergere lo stato come prestatore di ultima istanza. E' proprio questo uno trai logici sviluppi delle economie capitaliste. Il nostro sistema ha bisogno di qualcosa che lo "traini", l'espansione del capitalismo in nuovi mercati, lo sviluppo tecnologico con conseguente nascita di nuovi prodotti/business sono sul lungo periodo i principali stimoli alla crescita economica. A questi elementi si sovrappone il nostro sistema monetario, un sistema in cui quasi tutto il denaro circola perchè prestato dalle banche. E' quindi necessario che ci siano delle entità (persone/enti/aziende...) che vogliano indebitarsi chiedendo alle banche denaro in prestito al fine di investirlo. Chiaramente se le banche chiedono un 10% d'interesse annuo sarà necessario che l'imprenditore faccia rendere oltre il 10% quel denaro. Ecco che in periodi di crisi il taglio dei tassi è un elemento di stimolo all'economia. Potremmo dire che oltre all'espansione in nuovi mercati e allo sviluppo tecnologico anche il progressivo taglio dei tassi nelle economie è stato uno dei motori dello sviluppo economico. Io credo che siamo proprio arrivati ad un periodo di scarsa espansione del capitalismo in nuovi mercati (i mercati, il mondo non sono infiniti), ad un periodo di scarso sviluppo di tecnologie (è secondo me improbabile che nei prossimi 3-4 decenni si assista alla nascita di nuove tecnologie che sappiano trainare l'economia come han fatto elettronica e informatica negli ultimi decenni). Anche la possibilità di tagliare i tassi è agli sgoccioli in molti paesi, i tassi sono prossimi allo zero in tutto il mondo più sviluppato. In passato la deflazione, la scarsa circolazione del denaro, la scarsità di entità che nutrano il desiderio di indebitarsi non erano problemi, bastava tagliare i tassi. Il giappone è la prima (?) economia sviluppata ad aver vissuto questo problema: la trappola di liquidità. Le famiglie, le aziende giapponesi, in una situazione di agiatezza e con prospettive di rendimento del denaro sempre inferiori, hanno smesso di indebitarsi per investire e/o spendere. Questo è proprio secondo me uno dei logici punti d'arrivo delle economie: si taglaino progressivamente i tassi fino allo zero e a quel punto non si sa più che fare per favorire la circolazione monetaria, per favorire l'uscita del denaro dalle banche. Se investire in attività imprenditoriali rende l'1% l'anno quale imprenditore può voler investire? Eppure la circolazione monetaria non può arrestarsi, il denaro non può restare nelel banche, pena la deflazione e fallimenti di aziende di ogni genere. Il giappone ha vissuto proprio questo tipo di crisi a partire dagli anni 90. Proprio il fatto di essere il primo paese sviluppato ad avere problemi di questo genere è stato probabilmente uno svantaggio: gli interventi per fronteggiare la crisi sono arrivati in ritardo e forse non sono stati neppure i migliori possibili. Se i privati non vogliono indebitarsi e far ripartire la circolazione monetaria, è lo stato a farlo. E' essenzialmente questa la risposta giapponese a questo tipo di crisi: spesa pubblica. Il debito pubblico giapponese ha così raggiunto livelli stratosferici, oltre il 200% del pil. Il surplus di bilancia commerciale giapponese ha negli ultimi decenni causato il problema della dell'apprezzamento valuta giapponese...problema perchè il calo dell'export giapponese potrebbe causare gravi problemi a molte aziedne giapponesi. Il giappone ha a tratti attuato politiche di svalutazione dello yen, certo non quanto la cina...però anche il giappone ha accumulato dollari e debito usa e mi chiedo anche se la banca centrale giapponese ha venduto yen direttamentesul mercato valutario. Proprio la giapponesizzazione dell'economia (un'economia in perenne trappola di liquidità e di rischio deflazione, un'economia che si regge in piedi perchè la circolazione monetaria è garantita dalla spesa pubblica) era uno dei timori all'inizio di questa crisi. Fortunatamente la crisi giapponese è stata di esempio. La deflazione è una situazione da cui è difficile uscire una volta entrati, se le banche, nonostante i tassi a zero non alimentano la circolazione monetaria perchè mancano le richieste di prestiti sufficientemente sicuri, la circolazione monetaria deve esser mantenuta in altra maniera: con spesa pubblica e quantitative easing. Un'inflazione al 2% sarebbe l'ideale per le nostre economie e se nonostante i tassi a zero un livello minimo di inflazione non è garantito da richieste a banche di prestiti sufficientemente sicuri, è necessario che la deflazione venga evitata con la spesa pubblica realizzata anche parzialmente con quantitative easing. La circolazione monetaria non può, non deve fermarsi nè rallentare troppo, pena la caduta in deflazione e la discesa nella stagnazione economica. E' auspicabile che queste politiche monetarie e la spesa pubblica siano solo passeggere e temporanee, si spera che in qualche modo l'economia si riprenda e che la circolazione monetaria non abbia in futuro bisogno dell'assistenza dello stato che bypassa le banche. Stampare e regalare soldi ai cittadini in un certo senso non è tanto diverso dal fare quantitative easing: c'è sempre qualcuno che stampa e spende bypassando le banche e il prestito. Proprio lo stampare e spendere causa aumento della domanda di beni/prodotti/servizi, è una scelta direttamente e indiscutibilmente sempre inflattiva, invece il taglio dei tassi non lo è, se la gente non si vuol indebitare c'è poco da fare... Ecco che all'espansione dei mercati e allo sviluppo tecnologico quali motivi decennali di sviluppo economico aggiungerei: il taglio dei tassi ma anche l'aumento del debito finita la possibilità di espandere i mercati, con uno sviluppo tecnologico che forse impatta meno che un tempo sull'economia, finita la possibilità di taglaire i tassi, non resta che affidarsi all'aumento del debito per evitare deflazione e crolli economici. E se i privati non vogliono/non possono più incrementare il loro debito ecco che interviene lo stato, sono gli stati a spendere ed indebitarsi. Proprio la domanda sorretta dai pagherò pubblici sorregge l'economia e rimanda deflazione e rallentamento della circolazione monetaria. Proprio la spesa pubblica, l'indebitamento pubblico rimandano ancora lo scoppio definitivo della bolla dell'economia mondiale. Bolla nel senso di sviluppo non sostenibile all'infinito perchè alcuni motivi dello sviluppo (espansione dei mercati e del debito, taglio dei tassi, non possono proseguire all'infinito). Nasce quindi un periodo di incremento degli squilibri, proprio alcuni squilibri che necessitano di debito o di creazione di moneta per esser mantenuti, evitano per ora che le nostre economie piombino nella deflazione e nella depressione-recessione duratura. Non restano molte altre armi per evitare il peggio, possiamo/dobbiamo incrementare gli squilibri, il debito pubblico e il deficit per gli usa, l'accumulo di dollari per la cina (=manipolazione dello yuan mantenuto debole) la strada scelta è questa, cercare politiche dello squilibrio che siano di stimolo artificiale all'economia. Sapremo solo nei prossimi decenni dove ci porta questa pericolosa strada che abbiamo intrapreso...i rischi non mancano...e non è detto che prima o poi non ci si debba pentire di queste scelte di stimolo ottenuto con l'incremento degli squilibri Ultima modifica di piof : 14-01-10 alle ore 14:23 |
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#3 (permalink) |
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Member
Data registrazione: May 2009
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l'articolo sul sole 24 ore continua:
Il risultato è che tutti gli sforzi di "normalizzare" la politica monetaria e di bilancio falliscono, fino a quando l'aggiustamento patrimoniale del settore privato non è completato. I saldi finanziari settoriali fra risparmi e investimenti (entrate e uscite) nell'economia giapponese sono la dimostrazione di che cosa stava e sta succedendo. Nel 1990, tutti i settori erano vicini all'equilibrio. Poi è arrivata la crisi. L'impatto sul lungo periodo è stato quello di determinare un surplus di larga portata nel settore privato giapponese. Se si considera che i risparmi delle famiglie erano in calo, la spiegazione principale per questo fenomeno è da ricercare nella quota persistentemente alta di risparmio d'impresa lordo in rapporto al Pil e nel calo del saggio degli investimenti, una volta che la crescita roboante dell'economia nipponica si è interrotta. La colossale eccedenza privata è stata assorbita, a sua volta, dai flussi di capitale in uscita e dai deficit di bilancio correnti. Secondo Koo, chi critica i disavanzi di bilancio è fuori strada. Senza questi disavanzi, il paese sarebbe precipitato in una depressione invece che in un periodo prolungato di domanda debole. L'alternativa sarebbe stata quella di tenere in piedi un surplus con l'estero più importante; ma per fare questo sarebbe stato necessario un cambio più debole: il Giappone avrebbe dovuto seguire le politiche di cambio della Cina, e gli americani certamente non l'avrebbero presa bene. La tesi di Koo però ha un punto debole. Non spiega la ragione iniziale dell'emersione di questo debito colossale, e non spiega nemmeno perché il Giappone si sia rivelato tanto vulnerabile allo shock globale, ora che l'aggiustamento patrimoniale del settore aziendale è stato finalmente, in buona parte, completato. A mio parere, il problema strutturale di fondo è stato la combinazione fra un eccesso di risparmio d'impresa (utili non distribuiti) e una diminuzione delle opportunità di investimento, una volta che l'economia è arrivata al livello dei paesi più ricchi. Come osserva Andrew Smithers, della londinese Smithers & Co, gli investimenti fissi non residenziali in Giappone erano pari al 20% del Pil nel 1990, quasi il doppio rispetto agli Stati Uniti. Negli anni 2000, dopo un modesto recupero, sono calati al 13 per cento. Ma nessun declino comparabile si è verificato per quel che riguarda gli utili non distribuiti delle imprese. Negli anni 80, il problema di assorbire questi risparmi è stato affrontato con la politica monetaria, che ha spinto il costo del credito a zero e sostenuto investimenti dispendiosi. Negli anni 2000, il problema è stato affrontato con il boom delle esportazioni e degli investimenti, trainato in gran parte dagli scambi con la Cina. Poi è arrivata la crisi economica globale attualmente in corso, che ha colpito pesantemente le esportazioni e gli investimenti e ha generato una recessione colossale. Con una contrazione del Pil dell'8,6% fra il punto di picco e il punto di massimo calo, il Giappone, fra i paesi del G-7, è quello che ha subito la recessione più pesante. Nel 2009, secondo l'Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, il calo delle esportazioni nette avrebbe determinato da solo una riduzione del Pil dell'1,8 per cento. Il Giappone ora dovrebbe puntare a una crescita trainata dal mercato interno. L'esigenza più importante è quella di ridurre il risparmio d'impresa. Smithers sostiene che questo avverrà naturalmente, perché i risparmi sono in gran parte consumo di capitale, a sua volta il prodotto di una storia di investimenti in eccesso. Aggiungerei che se c'è un'economia che ha bisogno di un mercato per il controllo delle imprese, per togliere il denaro dalle mani di management sonnacchiosi, questa è quella giapponese. Non essendo vincolato all'establishment imprenditoriale, il nuovo governo, finalmente, dovrebbe adottare politiche mirate a modificare i comportamenti delle grandi aziende. È anche il momento di mettere un freno alla deflazione. Per raggiungere questo risultato, la Banca del Giappone deve collaborare col governo al fine di evitare un eccessivo rafforzamento del tasso di cambio. La forza recente dello yen avrebbe dovuto determinare politiche monetarie molto più aggressive. Una volta che il Giappone avrà finalmente un'inflazione significativa - il minimo indispensabile è il 2% - il paese avrebbe i tassi di interesse reali negativi di cui ancora ha bisogno. Nel frattempo, il resto del mondo deve domandarsi se sta facendo tesoro degli insegnamenti che offre il caso giapponese. Il declino economico del paese del Sol Levante segnala con forza che anche un disavanzo di bilancio sostenuto, tassi d'interesse a zero e politiche di espansione quantitativa non conducono a un'impennata dell'inflazione nelle economie del dopo-bolla afflitte da sovracapitalizzazione ed eccedenza patrimoniale, come gli Stati Uniti. E segnala anche che per invertire la rotta ci vorrà molto tempo. Ma l'esperienza giapponese può offrire un insegnamento anche per un'economia abbastanza diversa. Suggerisce che quando una crescita molto sostenuta comincia a rallentare, in un'economia che si è rimessa in pari con quelle più avanzate, con un risparmio d'impresa molto elevato e investimenti fissi relativamente alti, può rivelarsi estremamente difficile gestire la domanda. Questo è vero in particolare se la promozione deliberata dell'espansione del credito e le bolle dei prezzi delle attività fanno parte del meccanismo usato per sostenere la domanda. E chi è, in questo momento, che deve assolutamente fare tesoro di questo insegnamento fondamentale? La risposta è: la Cina. (Traduzione di Fabio Galimberti) 13 gennaio 2010 |
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Welfare Primo Nemico
Data registrazione: Aug 2009
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Non sono d'accordo sul declino Giapponese.
Hanno un export manifatturiero ancora spropositato, le industrie e l'organizzazione del lavoro sono ancora il modello per molti, i servizi sono di livello incredibile. E parlando di economia in senso stretto, il debito pubblico giapponese, nonostante sia mastodontico è in mano alle famiglie nipponiche stesse. Le stesse famiglie giapponesi che hanno un livello di ricchezza e di patrimonializzazione elevatissimo (solo Italia e Germania possono competere), la disoccupazione è la più bassa al mondo. Hanno avuto la deflazione, certo, ma per il popolo giapponese non è un problema grosso, visto che sono poco indebitati. Anzi, hanno visto "crescere", anno dopo anno, il loro potenziale patrimonio nei titoli di Stato. Il PIL come detto è una mezza farsa: la forza del popolo giapponese è il surplus manifatturiero. Se dovessi puntare su una tra USA e Giappone? Giappone tutta la vita. |
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Data registrazione: May 2009
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In effetti neppure a me piace molto parlare di declino giapponese, preferisco parlare di giapponesizzazione dell'economia. Il cuore dell'articolo non è il declino giapponese, ma è se vuoi l'evoluzione dell'economia giapponese, il taglio dei tassi, la trappola di liquidità, la necessità di intervento pubblico e il debito pubblico, la cristallizzazion e la staticità di un'economia, il rischio deflazione... Tutto questo contrapposto ad una altro tipo di economia in cui ad ogni valore di tassi della banca centrale corrisponde un'adeguata richiesta di denaro in prestito, un'economia in cui il rischio è l'inflazione e in cui in sostanza tutti vorrebbero denaro per investire e farlo rendere. In giappone tutti voglion risparmiare e l'economia non crolla grazie all'intervento pubblico e/o alle manipolazioni monetarie. (concedimi questa semplificazione) un'economia con troppe aziende così grosse da esser too big to fail E' questo il cuore dell'articolo, se poi non vuoi chiamar declino tutto questo, chiamala evoluzione. Però se vuoi confronta i dati di crescita del pil giapponese prima degli anni 90 e dopo gli anni 90... |
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Data registrazione: May 2009
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Avere bilancia commerciale in attivo significa accumulare valuta estera, in particolare dollari che farne quando se ne è pieni? si possono acquistare titoli di stato usa il giappone ha, come la cina, il problema di che fare con tutta la valuta estera accumulata. Mi sembra che per paesi come il giappone sia difficile parlare di surplus manifatturiero come attuale forza dell'economia, lo era in passato, ma ormai forse questa capacità produttiva è diventata una sovracapacità produttiva cronica alla quale si è risposto anche con interventi di manipolazione valutaria con lo scopo di evitare l'eccessivo rafforzamento della propria valuta che danneggerebbe troppo l'export di queste enormi aziende giapponesi. In pratica quello che tu chiami surplus manifatturiero è in realtà una sovracapacità produttiva (celata in parte dalla manipolazioni valutarie o dagli interventi statali)...è perlomeno parzialmente anche un problema, in passato era solo un elemento di forza dell'economia giapponese. |
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fed: game over
Data registrazione: May 2007
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e' un controsenso la giapponesizzazione della economia americana in quanto non sono risparmiatori, anzi direi il contrario e ora sono alla gola per i debiti e non solo pubblico (gli usa)
per quanto riguarda le bolle la cina ha quella della valuta che controlla come cambio ma europa e usa hanno il debito pubblico che prima o poi qualcuno dira' che non si paga diciamo pure che la cina ha portato il sistema capitalistico oltre il limite dove i capitalisti diventano comunisti e i comunisti forti capitalisti |
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#9 (permalink) | ||
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Welfare Primo Nemico
Data registrazione: Aug 2009
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Se vogliamo la crescita del PIL giapponese negli ultimi anni è avvenuta tramite spesa pubblica (però ricordo finanziata dai cittadini giapponesi stessi, che al posto di "consumare" hanno prestato grandi quantità di denaro allo Stato) ed export. I consumi interni stagnanti spingono giù l'inflazione, è perfettamente normale. Però al momento le famiglie giapponesi si ritrovano con una ricchezza elevatissima, ed un PIL stagnante, ma affrontano meglio la crisi avendo denaro da parte. Per fare un esempio banale, tu cosa preferisci...possedere 300.000 euro e guadagnare 20000 euro all'anno o guadagnarne 30000 o averne 50.000 da parte? Resta un modello di economia, in questo caso agli antipodi di quella americana, ed anche molto diversa da quella cinese. Al momento a loro la deflazione va bene, così come chi è superindebitato punta su un'inflazione a manetta. |
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