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#1 (permalink) |
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the micro one
Data registrazione: Sep 2000
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del diffuso masochismo
Io continuo a vedere - forse a torto - un mondo che viaggia al contrario di come razionalmente dovrebbe, mischiando analisi e letture della realtà sia giuste che sbagliate, e addivenendo alla fine a conseguenze operative prive di logica.
Con raro masochismo autoflagellante. Leggetevi la ricetta che ci offre per il futuro uno dei più famosi e seguiti premi Nobel per l'economia, Joseph Stiglitz, e ditemi se quanto sopra enunciato sia del tutto fantasioso. Con l'aggravante che Stiglitz è americano, non un figlio della nostra schizofrenica Italia, quindi nato e vissuto nel Paese delle libertà individuali, della scarsa presenza governativa, della modesta tassazione. La Patria del liberismo economico. In soldoni: capiamo che la mano pubblica ha posto le premesse della crisi in atto e attuato ex post una redistribuzione all'incontrario, ma contestualmente abbiamo ancor più bisogno della stessa mano pubblica visto che siamo tutti deficienti e non sappiamo vivere senza mamma-stato. Ma la colpa - come sempre - è del libero mercato cattivo e crudele. Ossia di un'utopia, del libero mercato che non c'é. .............. Oltre la crisi - Le cinque mosse contro lo stallo di Joseph E.Stiglitz La cosa migliore che si può dire del 2009 è che avrebbe potuto essere peggiore, che siamo riusciti a tirarci indietro dall'orlo del baratro sul quale sembravamo sospesi alla fine del 2008, e che il 2010 sarà quasi sicuramente migliore per la maggior parte dei paesi. Il mondo ha ricavato alcuni insegnamenti preziosi, anche se a caro prezzo per quel che concerne la prosperità presente e futura (inutilmente caro, visto che sono cose che avremmo già dovuto apprendere). Il primo insegnamento da trarre è che il mercato non si corregge da sé. Anzi, senza un'adeguata regolamentazione, è incline all'eccesso. Nel 2009, abbiamo visto ancora una volta per quale motivo la "mano invisibile" di Adam Smith spesso appare invisibile: perché non c'è. Il perseguimento del proprio interesse personale (della propria cupidigia) da parte dei banchieri non ha determinato il benessere della società; non ha giovato nemmeno ai loro azionisti e obbligazionisti. Di sicuro non ha fatto gli interessi di chi rischia di perdere la casa, di chi ha perso il lavoro, di chi ha visto svanire i propri fondi pensione o di chi, come contribuente, ha pagato centinaia di miliardi di dollari per salvare le banche. Sotto lo spauracchio del collasso dell'intero sistema, la rete di sicurezza – concepita per aiutare i meno fortunati ad affrontare le necessità della vita – è stata generosamente estesa alle banche commerciali, quindi alle banche d'affari, alle compagnie di assicurazioni, alle aziende automobilistiche, perfino agli autonoleggi. Mai prima d'ora così tante persone avevano trasferito così tanto denaro a così poche persone. Siamo abituati a pensare che il governo trasferisca denaro dai ricchi ai poveri. In questo caso sono stati i poveri e la classe media a trasferire denaro ai ricchi. I contribuenti, già gravati pesantemente dalle tasse hanno visto i loro soldi – che sarebbero dovuti servire ad aiutare le banche a erogare prestiti per favorire la ripresa economica – usati per pagare bonus e dividendi colossali. I dividendi dovrebbero essere in funzione dei profitti; in questo caso erano semplicemente in funzione della munificenza pubblica. La giustificazione era che soccorrere le banche, per quanto in maniera caotica, avrebbe consentito il rilancio del credito, cosa che non è avvenuta. È successo semplicemente che il contribuente medio ha regalato soldi a quegli stessi istituti che per anni l'hanno defraudato, con prestiti a tassi esorbitanti, tassi di interesse da usura sulle carte di credito e commissioni poco trasparenti. Il bailout (salvataggio) ha messo in luce la profonda ipocrisia diffusa. Quelli che in passato predicavano il rigore dei conti pubblici quando si trattava di finanziare i modesti programmi di assistenza per i poveri, ora chiedevano a gran voce il programma di assistenza più grande del mondo. Quelli che decantavano le virtù di "trasparenza" del libero mercato avevano finito per creare sistemi finanziari talmente poco trasparenti che le banche non riuscivano a raccapezzarsi neanche nel proprio bilancio. E poi anche il governo è stato indotto a impegnarsi in forme di salvataggio finanziario sempre meno trasparenti per nascondere le sue elargizioni alle banche. Quelli che esaltavano la "rendicontabilità" e la "responsabilità" ora chiedevano l'azzeramento del debito per il settore finanziario. Il secondo importante insegnamento da trarre riguarda il motivo per cui spesso i mercati non funzionano come ci si aspetterebbe. Sono molte le ragioni dei fallimenti del mercato. In questo caso le società finanziarie "troppo-grandi-per-fallire" avevano incentivi perversi: se le loro scommesse si rivelavano vincenti, si portavano a casa i profitti; se si rivelavano perdenti, pagavano i contribuenti. Inoltre,quando l'informazione è parziale, spesso il mercato non funziona bene, e nella finanza l'incompletezza delle informazioni gioca un ruolo cruciale. Le esternalità sono dilaganti: il fallimento di una banca ha imposto dei costi alle altre banche, e il fallimento del sistema finanziario ha riversato i suoi costi sui contribuenti e sui lavoratori di tutto il mondo. Il terzo insegnamento da trarre è che le politiche keynesiane funzionano. Quei paesi, come l'Australia, che hanno implementato per tempo programmi di stimolo all'economia intelligenti e ad ampio raggio sono usciti dalla crisi più in fretta. Altri paesi hanno ceduto alla vecchia ortodossia strombazzata dagli stregoni della finanza che ci hanno ficcato in questo pasticcio. Ogni volta che un'economia entra in recessione arriva il deficit, perché il gettito fiscale scende più in fretta della spesa. La vecchia ortodossia prevedeva che ridurre il disavanzo – aumentando le tasse o tagliando le spese – fosse necessario per "ripristinare la fiducia". Ma queste politiche hanno quasi sempre portato a una riduzione della domanda complessiva, spingendo l'economia verso una recessione più profonda e indebolendo ulteriormente la fiducia (l'ultimo esempio risale agli anni Novanta, quando il Fondo monetario internazionale insistette a portare avanti queste politiche nel Sudest asiatico). Il quarto insegnamento da trarre è che politica monetaria è qualcosa di più della semplice lotta all'inflazione. L'eccessiva attenzione all'inflazione denotava la scarsa conoscenza che alcune banche centrali avevano dei propri mercati finanziari. I costi di un'inflazione blanda sono minuscoli se paragonati ai costi provocati dalle bolle speculative che le banche centrali hanno lasciato crescere in maniera incontrollata. Il quinto insegnamento da trarre è che non tutte le innovazioni portano a un'economia più efficiente e produttiva (e tanto meno a una società migliore). Gli incentivi privati contano, e se non sono in linea con i risultati sociali si può determinare una situazione di eccessiva assunzione di rischio, comportamento eccessivamente miope e innovazione distorta. Ad esempio, mentre i vantaggi di molte delle innovazioni dell'ingegneria finanziaria degli ultimi anni sono difficilmente dimostrabili, e soprattutto quantificabili, i costi collegati – sia economici che sociali –sono evidenti ed enormi. In realtà, l'ingegneria finanziaria non ha creato prodotti che possano aiutare il comune cittadino a gestire il semplice rischio della proprietà di una casa, con il risultato che milioni di persone hanno perso la casa e altri milioni probabilmente faranno la stessa fine. Al contrario, l'innovazione ha mirato a perfezionare lo sfruttamento dei meno istruiti e ad aggirare i parametri di regolamentazione e di contabilità predisposti per rendere il mercato più efficiente e stabile. Di conseguenza, i mercati finanziari, che dovrebbero essere in grado di gestire il rischio e distribuire il capitale in maniera efficiente, hanno creato rischi e distribuito il capitale in modo disastroso. Presto scopriremo se abbiamo imparato le lezioni di questa crisi meglio di quello che avremmo dovuto fare in occasione delle crisi precedenti. Ma se gli Stati Uniti e gli altri paesi industrializzati avanzati nel 2010 non faranno progressi ben più consistenti sulle riforme del settore finanziario, potremmo avere un'altra occasione per impararle. |
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Data registrazione: Jul 2002
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" Presto scopriremo se abbiamo imparato le lezioni di questa crisi meglio di quello che avremmo dovuto fare in occasione delle crisi precedenti. Ma se gli Stati Uniti e gli altri paesi industrializzati avanzati nel 2010 non faranno progressi ben più consistenti sulle riforme del settore finanziario, potremmo avere un'altra occasione per impararle."
Abbiamo imparato ? direi proprio di no ... anzi per ora l'unica cosa che abbiamo imparato è che i too big to fail possono fare gli sboroni che la mano pubblica alla faccia nostra li aiuterà ogni volta ce ne sarà bisogno ... ad oggi 4 gennaio 2010 qs è il dato di fatto .. riforme e *******.te varie ? si solo per gli sboroni per aiutarli ad uscire dall'immensa me.rda che hanno creato e inondato il mkt .. quanto durerà sta storia ? ai posteri la sentenza |
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Data registrazione: Jul 2002
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toh ..
America's financial crisis is nowhere near over, according to top economists who largely contradicted the growing chorus of Wall Street bankers and government officials who say the worst has passed. da http://www.cnbc.com/id/34688471 tra 3 - 6 mesi vedremo chi ha ragione |
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Data registrazione: Oct 2008
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Perdonali, Microalfa, perchè non sanno quello che dicono.
Io ho l'impressione che manchi nei loro cervelli qualche collegamento neurale che permette di mettere assieme i diversi pezzi del puzzle. Così, ragionando a compartimenti stagni, è possibile continuare a contraddirsi: diciamo che seguono la "logica" di un mondo onirico, dove tutto è permesso e coerenza e logica non sono richieste. |
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Gamma Ray Burst
Data registrazione: Jul 2003
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Stiglitz...
![]() Joseph Stiglitz & Fannie Mae: la miopia degli economisti celebrati e le virtù della rete Nel 2002, l’economista Joseph Stiglitz – allora fresco vincitore del Premio Nobel – pubblicò (insieme a Jonathan Orszag and Peter Orszag) un articolo sui Fannie Mae Papers. Il paper riguardava proprio le due agenzie Fannie Mae e Freddie Mac (imprese finanziarie private, ma sorrette da una garanzia pubblica) impegnate nell’erogazione di mutui ipotecari, le quali saranno travolte dalla recente crisi finanziaria e quindi salvate dall’amministrazione americana nel luglio del 2008. A detta degli autori, però, entrambe queste realtà difficilmente avrebbero mai avuto bisogno di un “bailout” pubblico: i risultati del modello econometrico sviluppato nel testo suggerivano infatti che, sulla base dell’evidenza storica, il rischio di un crollo di queste “sponsored government enterprises” era sostanzialmente nullo. Nel lavoro vengono simulate “le condizioni economiche e finanziarie della Grande Depressione” e se ne conclude che “se una crisi durasse dieci anni, dati i livelli di capitale del 1990, sia Fannie Mae che Freddie Mac avrebbero capitale sufficiente per sopravvivere”. Il testo non è più disponibile nel sito di Fannie Mae, che dopo aver commissionato il lavoro forse non è ne più tanto soddisfatta. Anche nel sito personale di Stiglitz non c’è traccia dell’articolo, che pure analizza una questione non secondaria nella complessiva vicenda della crisi. La sensazione è che il paper manchi non tanto perché considerato irrilevante in virtù del tema trattato, ma semmai imbarazzante per le tesi sostenute. Specie alla luce di quanto è successo. Grazie alla rete, però, è facile andare a leggere cosa Stiglitz e i suoi colleghi scrivevano: ad esempio usando Google Scholar. L’economista libertario Pierre Lemieux, che ha segnalato la cosa, ha messo il paper “incriminato” nel suo stesso sito e quindi esso è direttamente scaricabile qui . In virtù della libertà delle rete, a ognuno è insomma possibile accedere a questo piccolo ma non insignificante episodio della storia del pensiero economico contemporaneo, e anche delle relazioni tra l’Accademia e il sistema finanziario collassato di recente. Carlo Lottieri |
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PADI DiveMaster
Data registrazione: Jun 2006
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Argomento infondato secondo l'equazione MV=PY. La massa e' aumentata ma e' diminuita V=velocity... Anzi, forse la BCE non ha allargato a sufficienza
Per le banche, non fornire liquidita' avrebbe ulteriormente contratto MS, e non salvarle avrebbe significato trasformare una crisi di liquidita' in una crisi debitoria. Ricordatevi che in un regime di riserva frazionata il moltiplicatore funziona anche quando si scende e non solo quando si sale.... |
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Member
Data registrazione: Oct 2008
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Prima, cioè nei 15 anni che hanno creato la crisi (e nei primi di 10 anni di vita dell'euro), questo ragionamento non vale. |
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Member
Data registrazione: Sep 2008
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