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the micro one
Data registrazione: Sep 2000
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Comparazione di politica economica: deficit spending vs. tax cuts
Tratto dal Chicago blog a firma di Piercamillo Falasca, il commento ad un editoriale di Greg Mankiw, professore di Harvard, pubblicato dal New York Times - “Tax cuts might accomplish what Spending hasn’t” - che mette in relazione gli effetti di una politica di spesa pubblica in deficit rispetto ad un corrispondente taglio delle imposte, attraverso una serie di studi comparati.
Mankiw parte dalla critica allo staff di economisti della Casa Bianca, che a gennaio accompagnarono e favorirono la decisione di Obama di dar vita al pacchetto di stimolo fiscale – tutta spesa pubblica pubblica in più – con un rapporto di matrice autenticamente keynesiana: per ogni dollaro di spesa, così scrissero nel rapporto, ci sarebbe stata una crescita del Pil di 1.57 dollari, mentre tagliare le tasse di un dollaro avrebbe fatto crescere il Pil di appena 99 centesimi. Guarda un po’, appena un centesimo in meno. http://www.nytimes.com/2009/12/13/bu...view.html?_r=1 Passa poi a Christina e David Romer che in uno studio per la University of California Berkeley, concludono che storicamene ogni dollaro di tax cuts ha prodotto una crescita del Pil di circa 3 dollari, più di tre volte le cifre del rapporto obamiano. http://www.econ.berkeley.edu/~dromer...erandRomer.pdf Meno di un anno fa, nel dicembre del 2008, Andrew Mountford della University of London e Harald Uhlig della University of Chicago hanno comparato gli effetti di tre tipologie di intervento sulla base di serie storiche statunitensi: deficit-financed spending (si spende di più in disavanzo), deficit-financed tax cuts (tagli di tasse non coperti da contestuali tagli di spesa, quindi in deficit) e tax-financed spending (maggiore spesa finanziata da maggiori tasse). Il secondo scenario, i tagli di spesa in deficit, è per i due economisti quello più performante in termini di crescita del Pil. http://sfb649.wiwi.hu-berlin.de/pape...DP2005-039.pdf Mankiw riporta infine lo studio di Alberto Alesina e Silvia Ardagna, con lui ad Harvard. I due economisti hanno osservato i cambiamenti occorsi nelle politiche fiscali di ventuno paesi Ocse, identificando 91 episodi di stimolo dal 1970 in poi. Quali stimoli hanno avuto successo e quali hanno sostanzialmente fallito? “I risultati sono impressionanti”, commenta Greg Mankiw. Le storie di successo sono sostanzialmente quelle basate su tagli alle imposte sulle imprese e sul reddito, mentre gli stimoli falliti sono quelli di marca più squisitamente keynesiana. http://www.economics.harvard.edu/fac...tober_2009.pdf A parte le legittime differenze di visione sociale, i dati forniti dall'esperienza storica non lasciano molti dubbi su quale politica dia i migliori frutti. Il taglio delle tasse si presenta sempre, tecnicamente, come la soluzione migliore. Per questo molto avversata da quasi tutte le oligarchie politiche al governo. Unico lieve vantaggio del deficit spending, credo, stia nella programmazione, ossia nei tempi di intervento presumibilmente più rapidi o almeno indicativi. |
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#2 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Oct 2008
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Interessante.
Il tam tam mediatico contaballe è talmente potente che si rischia sempre di dimenticarsi come stanno le cose in realtà. Fai bene a ricordarlo. Se posso aggiungere una riflessione, direi che questo fenomeno è frutto di un paio di errori keynesiani, e di un principio cardine del liberismo. 1) l'argomentazione principale utilizzata oggi sul deficit spending è che i soldi spesi in tal modo finiscono in consumi, mentre un taglio delle tasse finirebbe solo in parte in consumi, ed in parte in riduzione di debiti (e quindi "inutile"). Il problema è che bisogna uscire dalla concezione per cui il consumo è la cosa migliore per il sistema economico, sempre e comunque, anche contro le preferenze delle persone (se preferiscono ridurre i debiti anzichè passare il Natale alle Maldive, magari c'è sotto un motivo economico sensato; ma questo concetto sfugge all'economia keynesiana). 2) il secondo errore è che per i pianificatori socialistoidi keynesiani del deficit spending, spendere in una cosa utile od in una inutile è lo stesso. Non conta il risultato, ma solo la spesa. Errore generalmente e mostruosamente applicabile alla spesa pubblica. Solo che non è così, e solo il mercato, le singole persone, è in grado di allocare in modo efficiente e razionale le risorse. Nel piccolo, con ciascuno che persegue il proprio interesse. E non col grande pianificatore che getta manciate di soldi a caso, anche se con l'intenzione di fare l'interesse del popolo. PS: ora Piof non mi dire che questo è il mercato perchè nel mercato comanda chi vince e chi vince fa il proprio interesse spendendo i soldi in questo modo perchè ti scotenno.
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#3 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Nov 2005
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Queste sono alcune righe scritte da un mio amico
![]() e non sto scherzando... che ne pensi ? We use the model to study the basic fiscal policy experiment just described. Surprisingly, we do not find that an expansionary short-run effect on output is bound to occur. Indeed, in the baseline version of our analysis, a fiscal expansion has no short-run effect on output different from its (relatively insignificant) long-run effect. In other words, it causes neither boom nor slump . . We have constructed a DGE model with staggered prices and overlapping generations, and have used it to study the macroeconomic effects of a one-off debt-financed tax cut. Surprisingly, given the lack of Ricardian Equivalence, we found that this does not cause a short-run boom i |
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#4 (permalink) |
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the micro one
Data registrazione: Sep 2000
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Dato che hai richiamato l'amico Piof, oggi mi va di esemplificare a suo modo.
E non gli pago nemmeno alcuna royalty. Esercizio di analisi logica C'è una isoletta sperduta in zona sub-equatoriale del grande Oceano Pacifico nella quale si ritrovano causa naufragio tre individui - Piero, Marco e Filippo - con scarse speranze di poter evadere in futuro da quei pochi metri quadri di terra tra i flutti. Soprassediamo per il momento, anzi tout court, al risaltante tema della continuità procreativa di tale mini-società nel tempo. Piero esprime, così a occhio, chiare capacità organizzative per cui l'individualista Marco e il più comunitario Filippo, entrambi maggiormente predisposti all'attività personale, decidono di buon grado di eleggere Piero a gestore dei beni presenti e da loro prodotti sull'isola, nonché loro rappresentante per quanto concerne i rapporti interni alla comunità. Passa un anno e Piero dimostra tangibilmente di non riuscire a combinare qualcosa di buono: spreca senza ritegno le già scarse risorse con pensate attraenti ma che si dimostrano inefficaci sul campo, non riesce a comporre con equità e lungimiranza i piccoli dissidi all'ordine del giorno in uno spazio così limitato, divide in maniera del tutto arbitraria il frutto del lavoro degli altri due, insomma mostra in modo inequivocabile di non essere all'altezza del compito di regolatore assegnatogli. A questo punto l'individualista Marco propone razionalmente al comunitario Filippo di cambiare, visti i risultati, il loro rappresentante, o almeno di prendere in considerazione altre due ipotesi, superando così le abitudini mentali assunte nella società evoluta ove erano vissuti in precedenza: o ridurre in maniera drastica le funzioni statutarie del rappresentante oppure decidere insieme una paginetta scarsa di regole cui attenersi tutti e tre abolendo del tutto la funzione esercitata in quel primo anno di convivenza da Piero. Ma Filippo si oppone con forza, afferma che una autorità è pur sempre indispensabile come figura istituzionale, che personalmente si sarebbe sentito psicologicamente indifeso senza tale figura protettiva, che è comprensibile quale fattore umano l'approfittarsi di Piero della sua autorità elettiva, che anzi a Piero dovrebbe essere destinata una maggiore autonomia, una quota parte ancor più sostanziosa dei beni prodotti, un maggiore rispetto nel non indagare più di tanto il suo operato. Come per la continuità procreativa sopracitata, tralasciamo la prevedibile reazione di Marco ponendo a questo punto tre quesiti: - vedete qualche attinenza tra la favoletta e il mondo reale dell'Italia attuale? - è possibile inquadrare le rispettive mentalità di Marco e Filippo in filoni culturali della attuale popolazione italiana? - vale pur sempre nella trattazione di temi sociologici l'analisi logica oppure il punto di arrivo della società moderna si regge su una inevitabile irrazionalità autolesionista? p.s. - per domande così banalmente lapalissiane, non è di certo previsto alcun premio. Solo castighi, e rilevanti, per i seguaci di Filippo nonché per l'intera società comunque composta che non si opponga a tanta illogicità. p.s.2 - il presente thread non costituisce in ogni caso istigazione di offerta pubblica per l'acquisto di strumenti intellettuali derivati corretti.
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#5 (permalink) | |
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the micro one
Data registrazione: Sep 2000
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Citazione:
Se intendi un modello DSGE - Dynamic Stochastic General Equilibrium - ossia probabilistico, devi inserire il fattore tempo. Non sono esperto, ma credo che, come detto sopra e come commentato da Kasparek, la diminuzione fiscale non possa prevedere più di tanto i tempi di reazione del mercato e nemmeno la percentuale di risposta. |
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#6 (permalink) | |
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Member
Data registrazione: Nov 2005
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Citazione:
in giro) non sono sicuro che la domanda abbia un beneficio ? |
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#7 (permalink) | |
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the micro one
Data registrazione: Sep 2000
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Citazione:
Il tuo amico parla di short-run boom, ma nel breve periodo la risposta dell'individuo può essere diversa, ad esempio pagare i debiti piuttosto che aumentare i consumi come esemplificato da Kasparek, per cui ripeto che il fattore tempo - per avere il riscontro dei benefici certi della detassazione - è variabile, non esattamente programmabile. Per quel che ne so, almeno. |
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#8 (permalink) | |
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Member
Data registrazione: Nov 2005
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Citazione:
potrei non averlo mai. Se stiamo parlando di taglio di tasse e diamo x scontato che i Governi sono indebitati, ne consegue che quel taglio di tasse dovrà essere recuperato prima o poi con un aumento di tasse...che deprimerà la domanda. . Il mio amico (prof universitario con una lista di 'visite' a una decina di università in tutto il mondo nonchè BCE e FED) mi pare che concluda che è meglio agire sulla leva monetaria. Ma si riserva di approfondire l'argomento, perchè anche lui non sicurissimo dei risultati dei suoi studi) Lo studio di cui parlo è in Internet scaricabile in PDF |
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#9 (permalink) | |||
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Data registrazione: May 2009
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Citazione:
Ecco, questa è la prima (unica?) differenza a cui ho pensato a vantaggio della spesa pubblica. Citazione:
ma tante altre decisioni sbagliate vengono prese solo per ignoranza e per errori, già eliminando ignoranza ed errori ci sarebbero molti miglioramenti. A me sembra che tagli delle tasse siano però una possibilità che diventa sempre più complicata man mano che le finanze pubbliche peggiorano, dopo un eventuale taglio di tasse ci vuole tempo per raccogliere i frutti e in quel tempo lo stato deve sopravvivere. Senza tagliare gli sprechi pubblici mi sembra dura tagliare le tasse. Quindi forse l'alternativa non è tra fare deficit con spesa pubblica fare deficit tagliando le tasse ma è tra fare deficit con spesa pubblica o tagliare gli sprechi e le tasse Citazione:
Ultima modifica di piof : 14-12-09 alle ore 15:44 |
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#10 (permalink) | |
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FEDE + GLORIA
Data registrazione: Feb 2007
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Citazione:
una cosa che non ho mai capito dei fanatici del taglio delle tasse senza taglio delle spese (che i veri conservatori, probabilmente scomparsi tra il 1929 e il 1932, aborrirebbero) è come possano spiegarci in che modo questo ulteriore indebitamento vada a favorire il settore privato; mi spiego con questo esempio: se prima su 100 di PIL ho 40 di spesa pubblica e 37 di entrate (quindi disavanzo di 3), e voglio tagliare 4 di entrate (per passare a 40 spese 33 entrate con disavanzo di 7) quei 4 lo stato li deve pur prendere da qualche parte no? quindi non possono andare al settore privato, se anche io ho una riduzione delle tasse, "devo" spenderli per comprare titoli pubblici anziché azioni o altri titoli privati a meno di pensare che li compri la banca centrale, ma in tal caso abbiamo una semplice monetizzazione del debito (leggi, prima o poi, inflazione), che quantomeno i monetaristi (se non tutti i "conservatori" [?????]) non dovrebbero appoggiare o no? |
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