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Data registrazione: Oct 2008
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Delocalizzazione, risparmio, investimenti in ottica internazionale
Per parlare di qualcosa di serio
, prendo spunto da due commenti apparsi su Chicago blog:http://www.chicago-blog.it/2009/11/3...enti-ai-porti/Un grazie a 2909 che ha portato la questione alla mia attenzione: http://2909.splinder.com/post/217976...nomia+Austriac. Mi piacerebbe comprendere e capire di più le dinamiche che producono questa incredibile convenienza economica a produrre ovunque tranne che qui, questa convenienza economica a sbaraccare tutto quanto mentre altrove è conveniente il contrario. Tutta roba che sta, di fatto, aiutando la nostra distruzione, e che viene solitamente spacciata come "mercato", "globalizzazione", e compagnia bella. Le teorie austriache "classiche" latitano un pochettino dal punto di vista economia internazionale, per cui mi piacerebbe, sulle medesime basi, riuscire ad espandere la cosa. Per capire meglio come funziona il mondo intero, e non solo la bolla immobiliare spagnola. Riporto integralmente i due commenti (mi è impossibile rintracciare meglio l'autore, tale "Pietro M."), che ho trovato molto interessanti e che sono sicuro guardino nella giusta direzione. 1) il boom insostenibile degli ultimi dieci anni ha prodotto capacità in eccesso in diversi settori, come l’immobiliare e la finanza. Sono abbastanza convinto che anche il settore del commercio internazionale, e quindi anche dei container, sia malinvestito in senso austriaco. Questa è la giustificazione teorica. (1) Assumiamo che il boom americano comporti un eccesso di consumi per gli americani. (2) Assumiamo che questo eccesso di consumi sia finanziato da debito estero, cioè dia luogo ad un deficit commerciale. (3) Assumiamo che il creditore estero del consumatore americano (ma anche dell’azienda americana che non trova sul mercato creditizio interno le risorse per via dell’insufficienza dei risparmi) sia disponibile ad una tale follia. Allora, siccome la domanda nazionale in un’economia aperta è Y=C+S+T+M (consumi, investimenti, spesa pubblica e importazioni) e l’offerta nazionale è Y=C+I+G+X (consumi, risparmi, tasse ed esportazioni), si ha l’identità contabile: I = S+(T-G)+(M-X), che dice che gli investimenti interni sono finanziati o dal deficit commerciale (M-X) o dai risparmi interni (S) o dal risparmio pubblico (T-G), che però è quasi sempre negativo. Di conseguenza, un difetto di S che non comporti un crollo di I, al di là della dinamica di T-G che mi sembra irrilevante, è possibile solo se una parte cospicua della produzione è fatta all’estero e non internamente. Di conseguenza, occorre produrre all’estero e quindi trasportare i beni a livello globale. Questo provoca due boom di tipo insostenibile (nel senso che sono la conseguenza diretta del boom insostenibile iniziale, quello del cosnumo americano, e che vivranno e moriranno con esso): 1. boom della redditività degli investimenti in produzioni estere (detto anche “crescita economica cinese”) 2. boom della redditività degli investimenti in trasporto internazionale (detto anche “sovracapacità dei container”) Ne risulta che il ripristino dell’equilibrio macroeconomico deve implicare una riduzione della crescita cinese (che si sta industrializzando a spese degli USA, guadagnando capacità industriale accumulando titoli finanziari in dollari) e un crollo del commercio internazionale e quindi degli investimenti collegati. In poche parole, la globalizzazione è in parte frutto della divisione internazionale del lavoro e quindi è buona. In parte è frutto delle politiche di Greenspan e Bernanke, e questa componente è insostenibile nel lungo termine. La relativa importanza dei due fattori non è determinabile teoricamente, però il fatto che ci sia stato un tracollo del commercio internazionale milita a favore di una rilevanza del secondo fattore. D’altra parte, il tracollo potrebbe anche avere altre origini, come un undershooting del commercio legato non a fenomeni austriaci di insosnteibilità strutturale, ma a fenomeni keynesiani di rigidità di breve termine che riducono eccessivamente la domanda aggregata. Non sapremo mai quale tesi è giusta perché le autorità economiche non vogliono che il mercato torni all’equilibrio. ---------------------------------- 2) Non ho detto nulla di sociologico: la realtà odierna si capisce bene con due soli strumenti concettuali, la teoria economica e la public choice, e nel commento ho usato la prima (declinata in senso austriaco, perché parlare di equilibrio generale e coordinazione perfetta nel mondo attuale è assurdo). (1) Per equilibrio intendo l’equilibrio tra risparmi e investimenti, il cosiddetto equilibrio della produzione. In seconda battuta intendo anche l’equilibrio finanziario, che non è un concetto austriaco ma viene naturale consideralo come sua estensione. Faccio un esempio doppio. Supponiamo che io voglia consumare più di quanto il mio reddito consenta, perché ritengo permanente il mio reddito che in realtà è eccessivo, perché la mia ricchezza finanziaria è sottovalutata, perché mi sto indebitando a dismisura e penso di poter pagare il debito col mio reddito/patrimonio futuro, perché sto sottoinvestendo in capacità produttiva (da cui viene il mio reddito) e quindi posso permettermi di spendere più per consumi, sottovalutando la necessità dei risparmi. Se io commetto tutti questi errori, avrò un impoverimento della struttura produttiva (una sorta di deindustrializzazione) e contemporaneamente un’esplosione delle mie passività (come il debito commerciale). Se io mi rendo conto di questo errore, devo ridurre i consumi, aumentare i ripsarmi, pagare i debiti, ricominciare ad accumulare capitale, spostare risorse produttive dai settori sovraespansi (navi container, gru edilizie, intermediari finanziari, industrie automobilistiche) a quelli sottovalutati. Allora si ha una recessione, e anche grave, data l’entità delle distorsioni. Allora che fa lo stato? cercherà di mantenere l’economia al di fuori dell’equilibrio economico, cioè di impedire ai cittadini di rendersi conto dei propri errori e quindi permettere loro di perpetuare un boom fittizio. Il problema è che non si può consumare ciò che non si produce, e non ci si può indebitare senza un creditore disposto a fornire capitali, quindi un tale boom deve necessariamente finire, e nessuna quantità di stimoli monetari o fiscali potrà perpetuare ciò che è insostenibile*. Per autorità intendevo quelle politiche, ovviamente. I desideri delle autorità politiche sono sempre quelli di aumentare il proprio potere, ma al di là di ciò le loro decisioni vanno viste alla luce della teoria delle scelte pubbliche. E’ impossibile o quasi che i politici si prendano delle responsabilità o decidano di far pagare il costo a tutti e subito, quando possono nascondelo e farlo pagare dopo. Di conseguenza, le autorità politiche sono sempre miopi, tendenti a ingannare i cittadini, e inefficienti nel prendere decisioni di politica economica. Le crisi, anche e soprattutto quelle di origine politica come questa, sono per l’elite al potere l’occasione di accumularne ancora di più, e infatti lo stanno facendo. Questo perché le perosne sono spaventate dalla crisi e perché il mercato non può funzionare nel contesto istituzionale sopra descritto. La soluzione è togliere tutti gli strumenti di politica ecnomica dalle mani dei governi, cioè ripristinare il gold standard e imporre l’equilibrio fiscale anno per anno, senza mai fare bailout, senza mai assicurare o finanziare o dare privilegi alle imprese. Questa soluzione però non verrà mai implementata, perché la classe politica perderebbe il potere. Purtroppo si tratta di un problema creato dalla politica, e i problmi politici sono irrisolvibili: la democrazia non è certo la soluzione, visto che ha infiniti problemi interni, e la sovranità popolare è una truffa. Non c’è comunque nulla di nuovo in tutto ciò: la politica è esmpre stata così. * L’innovazione economica può posticipare un tale evento. Prima o poi il redde rationem però arriva. E’ però vero storicamente che i boom che avvengono contemporaneamente all’innovazione durano di più. |
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Data registrazione: Mar 2008
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Tutti i luoghi del mondo hanno la stessa identica "convenienza". Questa è la base dell'economia internazionale. Stop. |
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Data registrazione: May 2009
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IL debito estero consente maggiori investimenti, va bene, però nessuno obbliga a consumare di più grazie al debito estero, ma è difficile che questo non accada. E' chiaro che se un paese chiede in prestito ad un altro paese avrà più denaro da investire. Ed è chiaro che quel paese a cui si chiede il prestito dovrà aver accumulato in qualche maniera (bilancia commerciale in attivo) quel denaro che presta. In realtà capita che gli usa importano dalla cina più di quanto esportano, poi la cina utilizza quei dollari per acquistare debito usa e così il denaro torna negli usa e sembrerebbe tutto denaro in più disponibile per investimenti. Se quel denaro restasse all'estero non sarebbero possibili maggiori investimenti negli usa. Quindi secondo me non è del tutto giusto giusto dire che per investire di più bisogna delocalizzare e avere deficit di bilancia commerciale. Per investire di più è possibile chieder prestiti alla cina e gli usa lo han fatto con un sistema che passa attraverso il dedificit commerciale e aumento dei consumi americani. Però secondo me in un sistema in cui grazie a quei prestiti si fanno aumentare i consumi, non si può ragionare a pari consumi. Bisognerebbe vedere come cambierebebro i consumi e i risparmi al variare di (M-X). Senza questo sistema i prezzi dei prodotti negli usa sarebbero maggiori e tendenzialmente ci sarebbe maggior propensione al risparmio (+investimenti) perchè il benessere acquistabile con 1000 euro sarebbe inferiore. Inoltre tutto questo sistema alimenta il deficit statale perchè i privati acquistano prodotti cinesi e lo stato usa incassa vendendo titoli alla cina...incassa e poi spende. In ogni caso è chiaro che a pari altre variabili se gli usa chiedono un prestito alla cina, gli usa hanno più soldi da investire (ma anche più debiti!). Andrebbe però verificato se poi accade proprio questo perchè quelle equazioni non considerano il tempo e danno relazioni valide istantaneamente, in realtà, dato che le transazioni non sono istantanee (prima gli usa acquistano dalla cian, poi la cina acquista debito usa, poi lo stato utilizza quei soldi) forse sarebbe meglio individuare un intervallo di tempo e verificare cosa succede, lo stato usa potrebbe anche decidere di non investire nulla, ma di utilizzare quel denaro che ha incassato vendendo titoli alla cina direttamente per acquistare altri prodotti dalla cina, nessuno è obbligato ad investire. Non mi sembra probabile che quelle equazioni che non considerano il tempo siano sufficienti per spiegare bene la realtà. Io credo però che proprio questo periodo appena cominciato potrà limitare l'efficacia di queste scelte degli usa, se si va verso una condizione di crisi di liquidità, di eccesso di liquidità, sarà poco vantaggioso disporre di maggiori capitali da investire perchè il problema sarà non la scarsità di capitali, ma come investirli in maniera redditizia e sufficientemente sicura. invece i problemi legati al debito estero restano e saranno sempre maggiori se la cina non "rimandasse" negli usa i dollari acquistando debito usa, non ci sarebbe nessuna maggior disponibilità per gli investimenti negli usa...scenderebbero i risparmi e/o la disponibilità di denaro pubblico usa. ...spero di non aver sbagliato troppe cose |
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Data registrazione: Nov 2005
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Kasparek ti consiglio di leggere il capitolo sul mercantilismo
(import. export, bilance commerciali ecc.ecc.) del libro 'capitalism' di George Reisman(scaricabile da internet) C'è una risposta ai tutti tuoi quesiti. |
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the micro one
Data registrazione: Sep 2000
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Bella domanda, caro Kaspy. Quale casalinga di Voghera, non possiedo gli strumenti per risponderti scientificamente, dovrei del resto sposare con ciò una delle scuole economiche che si fronteggiano con torti e ragioni scambievoli, quindi sufficientemente ideologiche. Però posso dirti che a mio parere tutte le analisi che, come il tema della globalizzazione, tendano oggi a coinvolgere nell'esame l'intero complesso mondiale delle Nazioni come un corpo unico con occhi accademici sono destinate alla superficialità. Esattamente come l'opposto, ossia da pochi episodi ricavare la teoria generale di formule e numeri. Se guardiamo al livello storico di libertà degli scambi, possiamo dire che solo da un quarto di secolo o anche meno, proprio con l'estensione delle aperture WTO a grandi paesi emergenti, abbiamo una vera, corposa, sensibile internazionalizzazione dei commerci dovuta più dall'incremento di investimenti e produzioni esteri che alle pure merci. Vale a dire una forte rivoluzione macroeconomica in un tempo breve, un tempo incapace di mostrarci delle risultanze definitive ma solo dei riscontri intermedi. Con tutte le conseguenti paure e critiche che sorgono e si levano dalla parte ricca, ovviamente tendente al conservatorismo, del nostro mondo, ossia l'Occidente specie europeo. Se tale quadro è verosimile, più di tante formule bocconiane, occorrerebbe guardare “positivamente” al prossimo futuro, quindi non - come la maggior parte dei governi - per ostacolare o guidare il processo bensì come trarne i maggiori vantaggi possibili, dato che un mondo aperto scalza completamente le tradizionali formulette tipo il saldo commerciale nazionale. Anzi le rende obsolete nel momento che ben prima di una futura mondializzazione politica o di trust avviene, di fatto, quella economica con un unico grande mercato. Un processo così travolgente non può essere indolore, ma su scala maggiore ricrea in fondo quanto avviene normalmente nella sana concorrenza scrematrice di qualsiasi Paese, cambiano solo i numeri moltiplicati per enne volte, alcune strategie di base, necessariamente il marketing che si adatti a tradizioni diverse, la mentalità imprenditoriale che non potrà livellarsi culturalmente né al distretto del pecorino né al vecchio imperialismo di talune multinazionali, anch'esse destinate a perderlo. La speranza è che si perdano anche tutti i falsi sogni collettivisti del passato/presente: chi vorrà mantenerli, semplicemente morirà. Proprio in un articolo di oggi lo storico Niall Ferguson si interroga sugli economisti vincenti/perdenti del 2009. Sulla carta sembrerebbero vincenti Marx, Keynes, Polanyi e specialmente la distruzione creatrice di Shumpeter, e perdenti Smith, Hayek e Friedman. Finendo però con l'assegnare l'ipotetico Oscar a Darwin e alla naturale competizione della vita. Esattamente quello che ci aspetterà sempre più in futuro, da una economia multizonale ad una competizione globale. «Tutti gli esseri viventi sono esposti a una forte competizione» «Quanto più nascono individui in grado di sopravvivere, tanto più deve esserci una lotta per l'esistenza» «Ogni essere vivente deve lottare per la propria vita e sopportare una grave distruzione. I più forti, i più sani e i più felici sopravvivono e si moltiplicano». |
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Data registrazione: Oct 2008
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![]() Vedi Microalfa, molto di quello che dici è vero, ma c'è sempre qualcosa che non mi torna della situazione internazionale. C'è qualcosa che continua a sfuggirmi, qualche anomalia eccessiva. Qualche anno fa, totalmente digiuno di economia austriaca & c., vedevo i prezzi delle case salire, l'indebitamento salire, e via dicendo. A me sembrava innaturale. Ovviamente era pieno di giustificatori teorici di tali movimenti. Ed anche di tante persone che suggerivano di mettersi in gioco, di adeguarsi, di essere proattivi per sopravvivere, perchè il mondo era così. Tutto vero, per carità, ma ora possiamo dire con certezza che qualche "anomalia" c'era. Ce ne sono, secondo me, anche in parte dei processi di globalizzazione, e mi piacerebbe riuscire a scorgerle. Magari con le isolette di piof (non ti rispondo subito, ma arrivo). San Siro: parlo di convenienza economica. Fare qui costa 100, altrove costa 5. I prezzi segnalano qualcosa, non sono numeri random. La domanda è: cosa segnalano? Solo che ci sono un sacco di persone disposte a lavorare sodo per poco, od anche altro? |
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Data registrazione: Oct 2008
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Ramirez: ho scaricato il libro da qui: http://www.capitalism.net/Capitalism...M_Internet.pdf.
Qual'è la parte cui ti riferisci? Dunque piof: la politica monetaria crea una diminuzione dei risparmi e sovrainvestimento. In un'economia chiusa, tralasciando il settore pubblico, Y=C+I, ed Y=C+S, da cui S=I. Detto in parole povere, se produci 100, devi dividere quei 100 tra consumi e risparmi per investimenti (coerentemente con la saggezza ed il realismo della bisnonna). Se produci 100, consumi per 90 ed investi per 30, hai un 20 da tirare fuori dal cilindro. Perchè, consumando per 90, stai risparmiando per 10. Mentre, per mantenere S=I, dovresti o risparmiare per 30, od investire per 10. Quindi abbiamo sovrainvestimento e/o sovraconsumo per 20, a seconda di come vogliamo vedere la faccenda. Quei 20 sono (M-X), cioè deficit della bilancia commerciale, che credo possiamo dire, approssimando, essere i risparmi cinesi. E fin qui, in realtà, c'eravamo già arrivati. E' corretto immaginare che senza tale scollamento tra risparmi ed investimenti non ci sarebbe tale deficit della bilancia commerciale? Questo significherebbe, nel mondo reale, che non staremmo qui a grattarci mentre in Cina fanno di tutto di più, ma che compreremmo dalla Cina solo nella misura in cui esportiamo verso di loro. Non vivremmo, quindi, il problema della "delocalizzazione". O meglio, la avremmo solo nella misura in cui noi facciamo qualcos'altro qui: sarebbe un cambiamento, ma non uno sbaraccamento totale come succede oggi. Se così fosse, già potremmo dire che la causa di tutto questo è lo scollamento tra S ed I, cioè la politica monetaria. Brembo e simili se ne vanno in Cina perchè Trichet è troppo espansivo, in ultima analisi. Corretto, o sbaglio qualcosa? Quello che mi piacerebbe capire è come tutto ciò si traduce nel mondo reale: aumenta la domanda di questo, il prezzo di quell'altro, e via dicendo. Il bello delle teorie austriache è che non presentano alcuno scollamento tra aspetti micro e macro. Ti mostrano in modo coerente e logico come la variazione di una grandezza macro, come la moneta, influenzi le curve di domanda dei beni A e B: da una faccenda macro puoi visualizzare il palazzinaro con in mano quei soldi che si mette a costruire, che assume gente, che compra cemento. E puoi visualizzare l'impiegato che compra casa indebitandosi oltre misura grazie ai tassi molto bassi, e simili. Tutto in conseguenza della decisione macro presa a monte. Per poi vedere il prezzo della pasta che aumenta, l'impiegato che non ce la fa a pagare il mutuo, e via dicendo: tutto assieme in modo organico e coerente, da qualsiasi punto di vista, "piccolo" o "grande", generale o limitato, che sia. Mi piacerebbe visualizzare cose simili in ottica internazionale: l'imprenditore cinese che costruisce la fabbrica, assume gente, e soprattutto mi interessa trovare una relazione coi prezzi relativi alla costruzione di roba in Cina piuttosto che in occidente. Intendo dire: questo è ciò che mantiene l'equilibrio macro di cui sopra, ma vorrei capire in che modo si arrivi alla formazione di prezzi che consentano di prendere le scelte "micro" che vediamo, che a loro volta consentono di mantenere il suddetto equilibrio (precario) descritto inizialmente. |
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Data registrazione: Nov 2009
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Sarò ottusa, ma devo ancora capire perché tra chi riceve delle merci e chi ottiene in cambio dei pezzi di carta verde i cog***ni sarebbero i primi mentre gli altri starebbero per diventare la nuova potenza mondiale.
Da inesperta, mi sembra che affermare che per coprire il disavanzo commerciale gli americani DEVONO importare capitali, è come dire che il termometro che sale causa la febbre. Mi pare sia più corretto dire che per mantenere il surplus i cinesi DEVONO esportare capitali (altrimenti lo yuan schizza in su) http://www.federalreserve.gov/boardd...005/200503102/ |
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In pratica ora capita che chi esporta dalla cina negli usa e incassa dollari invece di cambiare quei dollari in yuan sul mercato delle valute, fa 2 cose: 1) accumula quei dollari in cassaforte 2) acquista titoli di stato usa rimandando quei dollari negli usa (equivale ad aver venduto beni a debito, però vende a privati americani e dà il denaro allo stato usa e alimenta il deficit di spesa pubblica del governo usa) così l'imprenditore evita di cambiare dollari in yuan e lo yuan resta debole fin qui mi sembra tutto chiaro, in realtà sappiamo che tutto questo non è fatto direttamente dagli imprenditori cinesi, ma da banche cinesi (giusto?). I dollari che tornano negli usa per l'acquisto di debito usa fanno sì che negli usa sia possibile investire maggiormente. La valuta cinese che resta debole porta delocalizzare in cina. I dollari accumulati in cassaforte in cina limitano l'inflazione negli usa. IL cuore di tutto è la mancanza della rivalutazione dello yuan che porta a continuare a trovare la produzione cinese molto conveniente. Con questo sistema basato sul consumo a debito e sulla manipolazione dell valore della valuta abbiamo: consumi usa maggiori e investimenti maggiori (ma questo come sempre nel caso in cui ci sia consumo a debito, il consumo a debito causa sempre bolle di consumi e quindi di produzione). La cina resta proprio uno stato con un costi artificiosamente bassi su tutto, anche se in cina la burocrazia, le tasse ecc fossero identiche a quelle negli usa, resterebbero però prezzi inferiori su tutto a causa della manipolazione della moneta cinese. Chiaramente tutto questo sistema non può continuare all'infinito perchè non è un sistema in equilibrio stabile: l'imprenditore cinese dà i dollari alla banca cinese e riceve yuan sarà la banca cinese ad accumulare dollari o ad acquistare titoli di stato usa la banca centrale cinese o stampa yuan per permettere di dare yuan all'imprenditore o chiede yuan in prestito facendo debito pubblico. Stampando si genera inflazione che causerebbe anche aumento dei costi di produzione, quindi per mantenere la valuta artificiosamente debole essenzilmente la cina fa debito pubblico e questo non può aumentare all'infinito. Quindi non è indifferente che sia direttamente l'esportatore cinese ad accumulare dollari o ad acquistare titoli usa che cambi quei dollari in yuan in una banca cinese che dovrà accumulare dollari o acquistare tds usa. Questa banca cinese in realtà potrebbe anche dare all'imprenditore yuan accumulando dollari senza che ci siano aumenti di debito pubblico cinese e senza che ci siano nuovi yuan stampati, non so se alle banche cinesi è consentito di utilizzare come riserva dollari anzichè yuan. Anche volendo sostituire tutte le riserve bancarie da yuan a dollari, poi di più non possono accumulare senza ridurre la quantità di yuan che le banche cinesi posson prestare. Citazione:
Brembo va in cina perchè in cina costa meno produrre e in cina costa meno produrre 1) per le differenti legislazioni/tassazioni/norme ecc 2) perchè la cina mantiene la sua valuta artificiosamente debole e con la sua valuta artificiosamente svalutata è un "mondo in piccolo" in cui tutto costa meno, anche gli stipendi. Se qui un operaio accetta di lavorare per potersi pagare 100 mq in affitto, 2 viaggi l'anno e un tot di uscite la sera e questo corrisponde a 1300 euro al mese; in una cina con la stessa identica burocrazia, legislazioni e tassazioni nostre, ma con una valuta manipolata e svalutata del 20%, l'operaio per acquistare lo stesso benessere, le stesse cose avrebbe bisogno di 1300-20% di 1300 Citazione:
Il sistema però va avanti finchè restano le manipolazioni che richiedono necessariamente un aumento di alcune di quelel cose di cui sopra (debito pubblico cinese, debito estero usa...) In pratica è sempre la solita storia: acquisti a debito che causano bolle di consumi e/o di prezzi e come tutte le bolle prima o poi rientrano spero di non aver scritto sciocchezze
Ultima modifica di piof : 03-12-09 alle ore 22:37 |
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Citazione:
A prima vista sembra indubbiamente più furbo chi riceve merci in cambio di pezzi di carta. Sta di fatto che chi riceve pezzetti di carta sta crescendo tumultuosamente, sta acquisendo know-how in maniera impressionante, mentre chi riceve le merci si sta rammollendo ed ha seri problemi. Quindi, secondo me, la "furbizia" dei primi non è tutta la verità. C'è un'altra parte della storiella da capire, prima di dire chi è il furbo e chi è il *****. Citazione:
Quello che si diceva è che c'è: -uno squilibrio tra I ed S -un deficit di bilancia commerciale -i cinesi che si comprano titoli di stato Usa. Con queste 3 cose assieme i conti tornano: stabilire chi causa cosa e perchè è un altro paio di maniche, e su questo gradirei vertesse la discussione. Partirei però da questo punto: lo squilibrio tra I ed S è dovuto alla politica monetaria che fomenta il consumo e gli investimenti ed ammazza il risparmio. Poi, per rendere sostenibile a lungo questo squilibrio, succede dell'altro in un modo che bisogna chiarire meglio. O tu pensi invece che lo squilibrio tra I ed S sia in qualche modo frutto, al contrario, di quello che succede fuori dagli Usa? Nel caso, perchè? |
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