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Vecchio 20-11-09, 09:46   #1 (permalink)
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intermezzo parafilosofico

Molte volte su queste pagine, insieme a pochi altri, ho tentato di spiegare il vero significato di liberalismo, le sue basi umane necessariamente etiche, la sua attenzione per il singolo individuo fonte di corretta socialità, la sua rivoluzionaria tensione fattuale verso la piena emancipazione dell'Uomo nel nome di libertà e di responsabilità e di giustizia.
Ossia il suo contenuto filosofico e insieme molto molto terreno, concreto, antiutopico, pienamente realizzabile.
Il più delle volte, o quasi costantemente, senza essere capito, di certo per la limitatezza della mia capacità descrittiva, anzi tacciato, quale liberista, di essere tra i conniventi della malaeconomia che ci ha condotti ad una crisi di proporzoni inimmaginabili.

Oggi vorrei condividere con voi una pagina di Oscar Giannino che trovo straordinaria nella sua chiarezza e completezza. Avrei voluto scriverla io, anche perché la sua stanchezza di incompreso e di incolpevole è anche la mia.

..................

Noi, l’Altro, Levinas, Marx: la crisi e la stanchezza

di Oscar Giannino

Mi hanno chiesto di indirizzare qualche parola all’assemblea della Cdo, domenica prossima. E’ dedicata a un tema essenziale, per noi marginalisti. Al ruolo che l’Altro ha nelle nostre scelte economiche. E mi sono venuti in mente spunti messi da parte leggendo “Denaro e comunità”, del nostro ottimo Carlo Lottieri.
Scelgo dunque le parole di Emmanuel Levinas, colui che più di molti altri nel terribile Novecento, forgiato nell’esperienza di un campo di concentramento nazista dal quale fu l’unico della sua famiglia a sopravvivere, ispirò l’intera sua riflessione partendo dalla Bibbia alla comprensione e all’esperienza dell’Altro.

Per lui la filosofia stessa era conoscenza dell’amore e non amore per la conoscenza, e l’etica stessa era esperienza della conoscenza dell’Altro. Scriveva Levinas: “nell’avvenimento dello scambio – nel quale il denaro si inserisce e comincia a svolgere quel ruolo di mediatore al quale non smette poi di riferirsi – l’uomo fa ricorso all’altro uomo nell’incontro, che non è semplice giustapposizione di individuo e individuo, né violenza di una conquista o percezione di un oggetto che si offra alla sua verità, ma un faccia-a-faccia con l’altro uomo che, già silenziosamente, in modo preciso l’interpella e al quale dà risposta: dichiarazione di pace nello shalom o saluto augurale nel buongiorno”.
“Nel denaro – proseguiva – non può essere dimenticata questa prossimità interumana, trascendenza e socialità che già l’attraversa, da unico a unico, da straniero a straniero, transazione da cui ogni denaro procede e ogni denaro rianima”.

Levinas scriveva queste parole nel suo L’Argent, proprio nei mesi in cui vent’anni fa cadeva il Muro di Berlino, e il mondo diventava “uno” nella globalizzazione. Mi ha sempre molto colpito, la modalità limpida e tagliente con la quale il grande filosofo ebreo affronta il problema essenziale per me liberista e marginalista austriaco, il problema dell’individuo come attore economico: anche per Levinas esso rappresenta il problema centrale. Ma nel senso che innanzitutto esso chiede costantemente una conversione. Per questo secondo Levinas l’etica vanta un primato sull’ontologia, e quest’ultima non è autorizzata a imporsi quale dimensione totalizzante.

A distanza di un anno mezzo dai primi segni della crisi finanziaria che ci ha portato poi alla più grave crisi dell’economia reale nel secondo dopoguerra, mentre siamo alle prese con la dimensione totalmente irrisolta della finanziarizzazione dell’economia e della spersonalizzazione cogente in cui la finanza per la finanza si risolve, mi sembra per tanti versi che Levinas costituisca un buon punto dal quale ripartire.

Sicuramente non è così per coloro che continuano nei grandi intermediari finanziari a realizzare il più dei loro utili da attività frenetiche di trading book, invece che dalle ordinarie attività di banca commerciale, attraverso l’implementazione di software e algoritmi matematici gestiti in automatico, sempre più raffinati e capaci di realizzare miliardi di utili in un trimestre con decine di migliaia di ordini di acquisto e vendita nella dimensione temporale di qualche millisecondo (si chiama high frequency trading, Goldman Sachs a onor del suo conto economico vi fa più ricorso oggi che prima del fallimento di Lehman).
Ma proprio perché a distanza di tanto tempo e dopo migliaia di convegni sul ritorno a una finanza per l’economia reale in realtà non è cambiato assolutamente niente nelle regole e nei princìpi, né Oltreoceano né qui da noi, a maggior ragione non ci dobbiamo tirare indietro dal coraggio e dall’esempio di una testimonianza diversa.

Personalmente non ho avuto molto successo, nel battere l’Italia in decine e decine di assemblee di imprenditori, chiamando aziende e banche a condividere insieme una diversa teoria dello sconto finanziario, basata anche sul capitale umano invece che sui soli rating patrimoniali.
Dopo gli applausi di rito, nessuno o quasi che io sappia ci ha provato per davvero, a elaborare attivi patrimoniali condivisi per filiera nei quali il capitale umano giocasse un ruolo centrale, sui quali incardinare una diversa richiesta di capitale di rischio per ripatrimonializzarsi (vedremo tra poco lo schema su cui sta lavorando Tremonti con le banche, io non lo conosco), di capitale debito per aver garanzia di continuità nel conto economico, di capacità impositiva per un consolidato fiscale capace di divenire – coi tempi che corrono, e il rischio di discontinuità aziendale che molti correranno col bilancio 2009 – un vero e proprio concordato fiscale.

Eppure, per chi ha studiato economia, è dai tempi di Simmel e della sua Filosofia del denaro – 109 anni fa! – che sappiamo come il rischio da cui guardarsi sia esattamente quello di una modernità caratterizzata dal trionfo dello strumentalismo e dal venir meno di ogni scopo.
Il successo del denaro significherebbe proprio lo smarrimento di ogni significato e obiettivo.
“Mentre il denaro è privo di ogni valore e di ogni senso, mentre non è che un mezzo in vista dello scambio e della compensazione dei valori, esso è diventato per la maggior parte degli uomini il fine di tutti i fini”, scriveva Simmel.
Egli dava torto a Marx che, nel suo scritto “Sulla questione ebraica” del 1844, assseriva che “nell’economia capitalistica il denaro è il valore universale, per sé costituito, di tutte le cose. Esso ha perciò spogliato il mondo intero, il mondo dell’uomo e della natura, del loro valore peculiare”. Di qui, il profeta del comunismo collettivista che ancor oggi in tanti elogiano deduceva orrendamente che “il Dio degli Ebrei si è mondanizzato, è divenuto un Dio mondano”. Naturalmente, Marx usava le minuscole.

Per una volta, non ho preferito parlare di economia, ma di filosofia. Prendetela se volete anche come una manifestazione di stanchezza, dopo che ogni giorno da un anno e mezzo tento di difendere ciò che mi sta a cuore dall’accusa di aver provocato la crisi.
No. Noi che crediamo nella persona e non nello Stato come attore essenziale dell’economia, del lavoro e dello scambio, noi non siamo responsabili né delle scelte errate del regolatore monetario americano, né della cattura del regolatore finanziario americano da parte del big business.
Noi non siamo responsabili di ciò da cui è derivata la crisi che ci colpisce tanto duramente.
Ed è invece a noi che tocca, coi fatti e non solo con la filosofia, dimostrare che un’altra economia è possibile. Non statalista, e contemporanemante in nulla simile al persistere asintotico dell’asimmetria informativa e del sostegno unilaterale alle grandi banche in cui sembra risolversi per molti la grande paura del 2008-2009.

Centinaia di milioni di esseri umani attendono ancora di essere strappati alla mera sussistenza, e possono avere dalle nostre opere la chiave per entrare in un mondo fatto di maggior benessere e dignità. Tuttavia, ammetto l’impazienza. A volte vorrei rotture più profonde su questi valori, nel nostro Paese e in tutto l’Occidente. Meno finte convergenze di maniera, più denunce di chi continua esattamente come prima.
L’Uomo che ci sta a cuore deve vivere nella grandezza di ciò a cui dobbiamo sentirci ogni giorno chiamati.
microalfa non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 20-11-09, 12:30   #2 (permalink)
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Ossia il suo contenuto filosofico e insieme molto molto terreno, concreto, antiutopico, pienamente realizzabile.
Il più delle volte, o quasi costantemente, senza essere capito, di certo per la limitatezza della mia capacità descrittiva, anzi tacciato, quale liberista, di essere tra i conniventi della malaeconomia che ci ha condotti ad una crisi di proporzoni inimmaginabili.

Oggi vorrei condividere con voi una pagina di Oscar Giannino che trovo straordinaria nella sua chiarezza e completezza. Avrei voluto scriverla io, anche perché la sua stanchezza di incompreso e di incolpevole è anche la mia.

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Noi, l’Altro, Levinas, Marx: la crisi e la stanchezza

di Oscar Giannino

Mi hanno chiesto di indirizzare qualche parola all’assemblea della Cdo, domenica prossima. E’ dedicata a un tema essenziale, per noi marginalisti. Al ruolo che l’Altro ha nelle nostre scelte economiche. E mi sono venuti in mente spunti messi da parte leggendo “Denaro e comunità”, del nostro ottimo Carlo Lottieri.
Scelgo dunque le parole di Emmanuel Levinas, colui che più di molti altri nel terribile Novecento, forgiato nell’esperienza di un campo di concentramento nazista dal quale fu l’unico della sua famiglia a sopravvivere, ispirò l’intera sua riflessione partendo dalla Bibbia alla comprensione e all’esperienza dell’Altro.

Per lui la filosofia stessa era conoscenza dell’amore e non amore per la conoscenza, e l’etica stessa era esperienza della conoscenza dell’Altro. Scriveva Levinas: “nell’avvenimento dello scambio – nel quale il denaro si inserisce e comincia a svolgere quel ruolo di mediatore al quale non smette poi di riferirsi – l’uomo fa ricorso all’altro uomo nell’incontro, che non è semplice giustapposizione di individuo e individuo, né violenza di una conquista o percezione di un oggetto che si offra alla sua verità, ma un faccia-a-faccia con l’altro uomo che, già silenziosamente, in modo preciso l’interpella e al quale dà risposta: dichiarazione di pace nello shalom o saluto augurale nel buongiorno”.
“Nel denaro – proseguiva – non può essere dimenticata questa prossimità interumana, trascendenza e socialità che già l’attraversa, da unico a unico, da straniero a straniero, transazione da cui ogni denaro procede e ogni denaro rianima”.

Levinas scriveva queste parole nel suo L’Argent, proprio nei mesi in cui vent’anni fa cadeva il Muro di Berlino, e il mondo diventava “uno” nella globalizzazione. Mi ha sempre molto colpito, la modalità limpida e tagliente con la quale il grande filosofo ebreo affronta il problema essenziale per me liberista e marginalista austriaco, il problema dell’individuo come attore economico: anche per Levinas esso rappresenta il problema centrale. Ma nel senso che innanzitutto esso chiede costantemente una conversione. Per questo secondo Levinas l’etica vanta un primato sull’ontologia, e quest’ultima non è autorizzata a imporsi quale dimensione totalizzante.

A distanza di un anno mezzo dai primi segni della crisi finanziaria che ci ha portato poi alla più grave crisi dell’economia reale nel secondo dopoguerra, mentre siamo alle prese con la dimensione totalmente irrisolta della finanziarizzazione dell’economia e della spersonalizzazione cogente in cui la finanza per la finanza si risolve, mi sembra per tanti versi che Levinas costituisca un buon punto dal quale ripartire.

Sicuramente non è così per coloro che continuano nei grandi intermediari finanziari a realizzare il più dei loro utili da attività frenetiche di trading book, invece che dalle ordinarie attività di banca commerciale, attraverso l’implementazione di software e algoritmi matematici gestiti in automatico, sempre più raffinati e capaci di realizzare miliardi di utili in un trimestre con decine di migliaia di ordini di acquisto e vendita nella dimensione temporale di qualche millisecondo (si chiama high frequency trading, Goldman Sachs a onor del suo conto economico vi fa più ricorso oggi che prima del fallimento di Lehman).
Ma proprio perché a distanza di tanto tempo e dopo migliaia di convegni sul ritorno a una finanza per l’economia reale in realtà non è cambiato assolutamente niente nelle regole e nei princìpi, né Oltreoceano né qui da noi, a maggior ragione non ci dobbiamo tirare indietro dal coraggio e dall’esempio di una testimonianza diversa.

Personalmente non ho avuto molto successo, nel battere l’Italia in decine e decine di assemblee di imprenditori, chiamando aziende e banche a condividere insieme una diversa teoria dello sconto finanziario, basata anche sul capitale umano invece che sui soli rating patrimoniali.
Dopo gli applausi di rito, nessuno o quasi che io sappia ci ha provato per davvero, a elaborare attivi patrimoniali condivisi per filiera nei quali il capitale umano giocasse un ruolo centrale, sui quali incardinare una diversa richiesta di capitale di rischio per ripatrimonializzarsi (vedremo tra poco lo schema su cui sta lavorando Tremonti con le banche, io non lo conosco), di capitale debito per aver garanzia di continuità nel conto economico, di capacità impositiva per un consolidato fiscale capace di divenire – coi tempi che corrono, e il rischio di discontinuità aziendale che molti correranno col bilancio 2009 – un vero e proprio concordato fiscale.

Eppure, per chi ha studiato economia, è dai tempi di Simmel e della sua Filosofia del denaro – 109 anni fa! – che sappiamo come il rischio da cui guardarsi sia esattamente quello di una modernità caratterizzata dal trionfo dello strumentalismo e dal venir meno di ogni scopo.
Il successo del denaro significherebbe proprio lo smarrimento di ogni significato e obiettivo.
“Mentre il denaro è privo di ogni valore e di ogni senso, mentre non è che un mezzo in vista dello scambio e della compensazione dei valori, esso è diventato per la maggior parte degli uomini il fine di tutti i fini”, scriveva Simmel.
Egli dava torto a Marx che, nel suo scritto “Sulla questione ebraica” del 1844, assseriva che “nell’economia capitalistica il denaro è il valore universale, per sé costituito, di tutte le cose. Esso ha perciò spogliato il mondo intero, il mondo dell’uomo e della natura, del loro valore peculiare”. Di qui, il profeta del comunismo collettivista che ancor oggi in tanti elogiano deduceva orrendamente che “il Dio degli Ebrei si è mondanizzato, è divenuto un Dio mondano”. Naturalmente, Marx usava le minuscole.

Per una volta, non ho preferito parlare di economia, ma di filosofia. Prendetela se volete anche come una manifestazione di stanchezza, dopo che ogni giorno da un anno e mezzo tento di difendere ciò che mi sta a cuore dall’accusa di aver provocato la crisi.
No. Noi che crediamo nella persona e non nello Stato come attore essenziale dell’economia, del lavoro e dello scambio, noi non siamo responsabili né delle scelte errate del regolatore monetario americano, né della cattura del regolatore finanziario americano da parte del big business.
Noi non siamo responsabili di ciò da cui è derivata la crisi che ci colpisce tanto duramente.
Ed è invece a noi che tocca, coi fatti e non solo con la filosofia, dimostrare che un’altra economia è possibile. Non statalista, e contemporanemante in nulla simile al persistere asintotico dell’asimmetria informativa e del sostegno unilaterale alle grandi banche in cui sembra risolversi per molti la grande paura del 2008-2009.

Centinaia di milioni di esseri umani attendono ancora di essere strappati alla mera sussistenza, e possono avere dalle nostre opere la chiave per entrare in un mondo fatto di maggior benessere e dignità. Tuttavia, ammetto l’impazienza. A volte vorrei rotture più profonde su questi valori, nel nostro Paese e in tutto l’Occidente. Meno finte convergenze di maniera, più denunce di chi continua esattamente come prima.
L’Uomo che ci sta a cuore deve vivere nella grandezza di ciò a cui dobbiamo sentirci ogni giorno chiamati.
L'articolo è buono. Solo che ciò che è buono non è nuovo.
Non dice che sono stati i marxisti a creare la crisi finanziaria, come purtroppo mi è capitato di leggere spesso in questa sezione. E qui va bene.
Dice senza mezzi termini la verità, e cioè che il sistema è rimasto quello di prima. Ok.
E rivendica per la finanza il suo ruolo, la sua funzione originari, cioè finanziare la produzione di beni e servizi. D'accordo.
Però, alla fine non resiste alla tentazione di riproporre la solita grande balla
neoclassica, evidenziata in neretto.
Questa balla ha infinite declinazioni (un esempio di questi giorni: la fame nel mondo? colpa dei sussidi ai contadini europei) ma quello che a Giannino sembra sfuggire è che l'ideologia che ha portato alla crisi nasce proprio da quel pensiero neoclassico a cui alla fine lui stesso aderisce intimamente, cioè il rifiuto della storia e il ragionare per categorie così astratte (il Mercato, la Libertà, la Concorrenza...) che ogni discernimento diventa di fatto impossibile.
Nel mondo dei neoclassici tutto è equivale a tutto: su è giù, destra è sinistra, alto è basso...
San Siro non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 20-11-09, 13:21   #3 (permalink)
ridateci il cainano!
 
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Originalmente inviato da microalfa Visualizza messaggio
...

Centinaia di milioni di esseri umani attendono ancora di essere strappati alla mera sussistenza, e possono avere dalle nostre opere la chiave per entrare in un mondo fatto di maggior benessere e dignità. ...
Anch'io non condivido affatto questa affermazione, ma per motivi molto diversi.

Questi milioni di esseri umani non sono in nulla responsabili della loro condizione? E neppure i loro padri, nonni, antenati?

Chi è il responsabile? Il caso? Oppure noi, quelli da cui si attendono le ... opere?
Non è forse più vero che ciascuno è responsabile delle proprie azioni e delle relative conseguenze?

La ragione può al massimo farci valutare la (ns) convenienza di eventuali opere in loro favore.

Solo la religione e altri motivi non razionali possono spingerci alle suddette opere.
Andrea4891 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 20-11-09, 14:19   #4 (permalink)
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visto che questo intermezzo è stato definito filosofico, sia pur para , l'articolo filosofico di Giannino non mi sembra un granché perchè non affronta il problema , ci gira attorno con non poca retorica.
catilina61 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 20-11-09, 14:54   #5 (permalink)
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Originalmente inviato da Andrea4891 Visualizza messaggio
.......
La ragione può al massimo farci valutare la (ns) convenienza di eventuali opere in loro favore.

Solo la religione e altri motivi non razionali possono spingerci alle suddette opere.

Andrea, fino a quando è un materialista dialettico come San Siro a criticare il substrato umanista del liberalismo, bollandolo tecnicamente non si sa perché di neo-classicismo, rientra in una normale - non per questo comprensibile - logica di disconoscimento sia dell'impulso liberale che di una più ampia visione della sequenza causa-effetto delle azioni umane.

Tu, però, non cadermi nell'errore di ideologizzare il contenuto assolutamente razionale di quanto il liberalismo definisca e produca come giusta - nel senso di utile - azione per ovviare a qualsiasi tipo di problema. Soprattutto di non vedere come astratto, ossia pregiudiziale, il pragmatismo liberale il quale, ben lungi dal dimenticare, nell'egoismo soggettivo, o mettere in secondo piano la realtà e complessità interdipendente delle relazioni sociali, offre al contrario un forte intrinseco stimolo alla collaborazione tra gli individui - la concorrenza è la massima espressione di collaborazione - nonché al doveroso aiuto per ovviare le sofferenze di chi sta peggio. Nell'ottica che il nostro benessere è sempre (anche) funzione del benessere generale.
Qui la storia dei padri del liberalismo mi è testimone.

Giannino dice anche, espressamente, che con la globalizzazione il mondo è diventato “uno”, ossia la nostra attenzione non ha più i limiti del giardinetto degli Stati nazionali, ma è ormai estesa a tutto il mondo. Amplificando sicuramente le difficoltà ma con l'esaltante indirizzo dell'abbattimento degli storici recinti e barriere, sempre forti limiti alla libertà.
Al di là dei singoli provvedimenti, l'unica regola è di usare solo l'esperienza di cosa funziona e di cosa al contrario non produce benefici a costituire per il liberalismo la strada da seguire, senza dottrine e pregiudizi, e qui sta la razionalità del processo, la supremazia su chi invece continua a costruire soluzioni che si verificano inconcludenti quando non controproducenti in base a ideologie vecchie e superate.

Vale a dire, in sostanza, che il liberalismo non è una religione, non ha dogmi o molok da soddisfare come tutte le altre forme di filosofia politica, cerca semplicemente di mettere in pratica quanto la sperimentazione renda ottimale - per questo è sempre "moderno" anticonservatore - e ciò vale soprattutto nel campo della difesa dei più deboli. Un imperativo morale razionale, non il solito “chiaggne e fotti” di coloro che dalla storia continuano a non ricavare alcuna esperienza.
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Vecchio 20-11-09, 15:05   #6 (permalink)
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Il liberalismo è una truffa. Non esiste nella realtà.

E' come dire ghiaccio caldo o pioggia secca.
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Vecchio 20-11-09, 15:16   #7 (permalink)
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Il liberalismo è una truffa. Non esiste nella realtà.

E' come dire ghiaccio caldo o pioggia secca.


Con questa profonda, colta, articolata, esauriente analisi

possiamo anche terminare qui la discussione.

Vado a bermi un caffé, è meglio.
microalfa non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 20-11-09, 15:17   #8 (permalink)
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Vi ho evitato messaggi e messaggi superflui, permettendoti anche di guadagnare il tempo di un caffè.
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Vecchio 20-11-09, 15:50   #9 (permalink)
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Il liberalismo è una truffa. Non esiste nella realtà.

E' come dire ghiaccio caldo o pioggia secca.

in chiave filosofica potrebbe essere sostenibile dire che "non esiste" ma non che è una truffa.

"truffa" non è il liberalismo, sfaccettatura interna alla forma, questa si di portata filosofica, del Capitalismo, ma mistificarlo per quello che non è come mi sembra faccia Giannino.

però posso sbagliarmi e Giannino vuole dire altro.
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Vecchio 20-11-09, 16:02   #10 (permalink)
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Andrea, fino a quando è un materialista dialettico come San Siro a criticare il substrato umanista del liberalismo, bollandolo tecnicamente non si sa perché di neo-classicismo, rientra in una normale - non per questo comprensibile - logica di disconoscimento sia dell'impulso liberale che di una più ampia visione della sequenza causa-effetto delle azioni umane.

Tu, però, non cadermi nell'errore di ideologizzare il contenuto assolutamente razionale di quanto il liberalismo definisca e produca come giusta - nel senso di utile - azione per ovviare a qualsiasi tipo di problema. Soprattutto di non vedere come astratto, ossia pregiudiziale, il pragmatismo liberale il quale, ben lungi dal dimenticare, nell'egoismo soggettivo, o mettere in secondo piano la realtà e complessità interdipendente delle relazioni sociali, offre al contrario un forte intrinseco stimolo alla collaborazione tra gli individui - la concorrenza è la massima espressione di collaborazione - nonché al doveroso aiuto per ovviare le sofferenze di chi sta peggio. Nell'ottica che il nostro benessere è sempre (anche) funzione del benessere generale.
Qui la storia dei padri del liberalismo mi è testimone.

Giannino dice anche, espressamente, che con la globalizzazione il mondo è diventato “uno”, ossia la nostra attenzione non ha più i limiti del giardinetto degli Stati nazionali, ma è ormai estesa a tutto il mondo. Amplificando sicuramente le difficoltà ma con l'esaltante indirizzo dell'abbattimento degli storici recinti e barriere, sempre forti limiti alla libertà.
Al di là dei singoli provvedimenti, l'unica regola è di usare solo l'esperienza di cosa funziona e di cosa al contrario non produce benefici a costituire per il liberalismo la strada da seguire, senza dottrine e pregiudizi, e qui sta la razionalità del processo, la supremazia su chi invece continua a costruire soluzioni che si verificano inconcludenti quando non controproducenti in base a ideologie vecchie e superate.

Vale a dire, in sostanza, che il liberalismo non è una religione, non ha dogmi o molok da soddisfare come tutte le altre forme di filosofia politica, cerca semplicemente di mettere in pratica quanto la sperimentazione renda ottimale - per questo è sempre "moderno" anticonservatore - e ciò vale soprattutto nel campo della difesa dei più deboli. Un imperativo morale razionale, non il solito “chiaggne e fotti” di coloro che dalla storia continuano a non ricavare alcuna esperienza.
Se questo è liberalismo, è più di una religione.
Cosa ha da dire sulle popolazioni che vivevano di un'economia di sussistenza, funzionale ai propri bisogni e alla propria concezione del mondo, e sono state assrvite, impoverite, le loro economie e le loro culture distrutte e cancellate irrimediabilmente?
Nulla.
Se non negare che tali popolazioni e tali culture siano mai esistite.

Se non è una religione la tesi che il libero scambio e tutto l'armamentario dei neoclassici sono incardinati nell'essenza stessa dell'essere umano, e al di fuori di essi non c'è altro se con la perdizione, allora che cosa è una religione?
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