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Vecchio 14-11-09, 06:50   #1 (permalink)
the micro one
 
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Basi di politica monetaria

Irrationality clustering

Sono andato al Mises Seminar di Sestri Levante e sul treno ho incontrato un signore molto simpatico ma eccessivamente loquace. Nell'ordine, questo signore credeva:

- Che il debito pubblico è tutto in mano ai massoni
- Che la banca centrale è in mano ai massoni
- Che il potere politico è in mano ai massoni
- Che c'è un percorso di meditazione orientale che permette di liberarsi dai condizionamenti sociali e trovare l'illuminazione interiore
- Che si possono curare le malattie con la manipolazione dei piedi o con l'omeopatia

Probabilmente avrei potuto continuare per ore e scoprire che il signore in questione era un abbracciatore di alberi, un astrologo, un hippy che cercava la gnosi nell'acido lisergico, un fedele seguace di Tremonti, un cristiano rinato e un complottista dell'11/9. Forse tutte queste cose assieme.

La prima cosa che ho pensato è che c'è una tendenza probabilmente tipicamente umana, ma certamente più forte in certi individui che in altri, a prestar fede a credenze indimostrabili (come la religione) o palesemente irrazionali (come il signoraggio) per creare ordine nel proprio mondo, per dare senso alla propria esistenza, per capire gli eventi storici, per darsi uno scopo nella vita.

Questo bisogno psicologico è in grado di influenzare le capacità intellettive attraverso non sequitur, reazioni emotive, certezze infondate, metodologie indifendibili, e più in generale una certa obnubilazione delle capacità critiche (la cosa non si riferisce specificamente al signore di cui sopra, che anzi è stato molto educato nonostante alcune mie espressioni iniziali piuttosto aggressive).

Nelle persone in cui questo bisogno va ad interferire con i normali processi cognitivi questo processo porta alla formazione di intere Weltanschauung campate per aria, di cui il mondo è pieno (anche il mondo libertarian). Il risultato è che le credenze irrazionali (o irragionevoli, per chi come me non crede molto al potere della ragione) tendono a concentrarsi in gran numero nelle menti di certi individui (questo è l'irrationality clustering).

Sono convinto che Popper avesse ragione nel sottolineare l'importanza del metodo nel preservare un minimo di ragionevolezza nell'osservare il mondo.


....................

Questo divertente pezzo tratto dal blog libertarian “Ventinove settembre” - dell'amico Murray se non sbaglio - mi ha fatto considerare quante strane idee percorrano spesso e volentieri il nostro forum, quante persone vi esprimano talvolta radicazioni prive di qualsivoglia fondamento, sia logico che fattuale, in una chiusura mentale che si trasforma inevitabilmente, nel dialogo, in inflessibile autodifesa.

Bene, se parliamo di macroeconomia, non si può che partire dall'avere le idee chiare, molto chiare, sulla moneta e la derivante politica monetaria - sfatando magari qualche personale immotivato sfogo sull'avidità del nostro droghiere che continua ad aumentare i prezzi del prosciutto - con l'aiuto di Gerardo Coco, tratto da IBL.

................


Banche, governi e fallimento delle economie

Mentre la stampa generalista degli Stati Uniti rassicura sulla ripresa dell’economia, il dibattito fra gli specialisti oscilla tra due opposti scenari: inflazione e deflazione. Per capire le conseguenze che questi fenomeni possono avere sull’economia bisogna avere una concezione chiara del significato del loro termine e della loro genesi.

L’inflazione è l’aumento della quantità monetaria in relazione alla quantità dei beni prodotti. Per una lunga tradizione teorica che ha trovato in Milton Friedman il suo più recente e prestigioso interprete, l’inflazione è sempre e dovunque un fenomeno monetario.
Se l’offerta di denaro aumenta le persone hanno più denaro da spendere in beni e servizi, ma se l’offerta di questi ultimi non accresce nella stessa misura dell’aumento della quantità di denaro, i prezzi* aumentano e l’unità monetaria si svaluta.
L’aumento generale dei prezzi e la perdita del potere d’acquisto sono dunque la conseguenza dell’inflazione.
Tuttavia quest’ultima viene definita dai banchieri, dai politici e dalla stampa come aumento generale dei prezzi, cioè in modo tautologico. Questa nozione è fuorviante perché, separando o volendo separare la causa del fenomeno (l’aumento dell’offerta di moneta) dai suoi effetti (l’aumento dei prezzi dei beni) crea la convinzione che l’inflazione sia conseguenza di fenomeni operanti per proprio esclusivo conto come la speculazione, l’irrazionalità del mercato, l’aumento del costo di alcuni prodotti che devono essere contrastati da misure di stabilizzazione e di controllo.
Il governatore della Banca Centrale Americana (Fed), Ben Bernanke in un famoso discorso definiva l’inflazione, appunto, come l’evidente inesorabile aumento dell’aumento dei prezzi dei beni e dei servizi. Ma, successivamente, smentiva questa definizione affermando che, per* prevenire una depressione, un governo, in un regime di moneta cartacea, può sempre generare una spesa più elevata e di conseguenza, causare* una esplicita inflazione… perché... il governo dispone di* una tecnologia, chiamata stampa ... per produrre* tutti i dollari di cui ha bisogno praticamente a costo zero.
Si può definire l’inflazione con parole più chiare e nello stesso tempo più sfrontate di queste? Bernanke ammetteva che lo Stato ha il potere assoluto e illimitato di contraffare legalmente il denaro.

Per contro, la deflazione è il fenomeno monetario opposto all’inflazione, cioè un processo di contrazione monetaria.
Essa è la conseguenza di una precedente orgia inflazionistica e di un eccesso di indebitamento nell’economia. Ma arriva sempre il momento in cui i debiti si devono pagare e gli inevitabili aggiustamenti comportano la liquidazione degli investimenti sbagliati che danno origine, appunto, alla deflazione. Se il processo di aggiustamento dell’economia ritarda, gli effetti della deflazione si trasformano in depressione.
La deflazione è la purga “naturale” che l’economia dovrebbe patire dopo un periodo di intossicazione per essere in grado di ripartire da posizioni più sane. La deflazione si traduce in una contrazione della domanda e della spesa provocando una diminuzione del livello generale dei prezzi.
Se si lasciasse libero corso a questo processo, esso agirebbe da antidoto alla deflazione permettendo all’economia di risollevarsi. Infatti, la diminuzione temporanea del livello di tutti i prezzi, compresi salari e stipendi, aumentando – al contrario dell’inflazione – il potere d’acquisto del denaro permetterebbe alla diminuita quantità monetaria di sostenere lo stesso livello di spesa della precedente quantità monetaria inflazionata.
Tuttavia, come è ben noto, ci sono formidabili ostacoli che si oppongono a questo processo di aggiustamento spontaneo. Non ultimo la fallace definizione della deflazione, intesa come diminuzione generale dei prezzi e dei salari e non, invece, come contrazione monetaria.
Infatti, come avviene per l’inflazione, anche nel caso della deflazione, banche centrali e governi confondono la causa con l’effetto. Se è vero che la diminuzione del livello generale dei prezzi è una conseguenza della deflazione cioè di una crisi, è anche vero che essa, di per sé, è indice di produttività e di prosperità economica.
La diminuzione dei prezzi è infatti la caratteristica naturale dello sviluppo economico: comportando continui aumenti di produttività, esso crea una maggiore offerta di beni associata a una riduzione di costi e prezzi.
Nel XX secolo è stata la diminuzione dei prezzi dei beni, cioè la produttività dell’economia, a permettere a masse crescenti di consumatori di avere accesso a una maggiore quantità di beni e a migliori standard di vita. Tuttavia, banche centrali e governi (identificando la deflazione con la diminuzione dei prezzi e ravvisando in quest’ultima il sintomo di una caduta della domanda e della spesa) la contrastano con politiche monetarie espansive “stabilizzatrici”, che hanno come conseguenza il rialzo dei prezzi, e cioè l’inflazione.
Questo è il circolo vizioso dell’interventismo che vanifica i benefici dello sviluppo economico trasformandolo in recessione.

La storia economica del XX secolo può essere vista come la storia di due forze contrapposte: l’inflazione monetaria, pianificata dalle banche centrali e dai governi che spinge al rialzo i prezzi distruggendo il potere d’acquisto, e la produttività dell’economia privata che, invece, abbassa costi e prezzi facendo aumentare il potere d’acquisto.

Pertanto ora si possono comprendere tre cose.
La prima è che la deflazione non esisterebbe se non ci fosse prima l’inflazione.
La seconda è che, con la fallace definizione dell’inflazione come aumento generale dei prezzi, banchieri e politici cercano di oscurare la sua vera causa: l’aumento artificiale della quantità monetaria, conseguenza del loro interventismo. Ammettere questa definizione sarebbe riconoscere la causa dell’inflazione e dunque essere costretti a rimuoverla. Ma questa decisione comporterebbe una semplice misura: bloccare le politiche monetarie espansive e la spesa pubblica che causano bolle speculative e cicli economici. La terza, meglio approfondita nel prossimo paragrafo, è che l’inflazione è la conseguenza di un processo di contraffazione del denaro.

L’origine dell’inflazione

L’inflazione proviene dall’espansione della base creditizia, che è la componente più importante dell’offerta monetaria, cioè dei mezzi di circolazione: depositi a vista e moneta corrente (banconote e moneta metallica).
La tecnica più usata per espandere la base creditizia è rappresentata dalle cosiddette operazioni sul mercato aperto, attraverso cui la Banca Centrale riacquista dalle banche commerciali titoli di Stato già in loro possesso. Lo scopo finale è aumentare la base creditizia per abbassare il tasso di interesse e incentivare gli investimenti.
Il controvalore dell’acquisto dei titoli versato sui conti delle banche crea la disponibilità di nuovi depositi a vista sulla cui base le banche possono effettuare nuovi prestiti. Nel momento in cui la banca effettua un nuovo prestito crea nuovo denaro.
Ma ogni singolo deposito non dà origine a un solo prestito, ma a un multiplo la cui grandezza dipende dalla frazione di deposito che la banca, per legge, deve trasformare in riserva al fine di far fronte a richieste di immediata liquidità dei depositanti. Ad esempio, se il deposito è 100 e il rapporto di riserva è pari al 10%, la banca può prestare 90 perché 10 vanno destinati a riserva.
Tuttavia poiché i soggetti economici spendono e depositano denaro in continuazione, il prestito originario di 90 dà origine ad un altro deposito e quindi ad un altro prestito di 81 che è 90 meno 10% di riserva. A propria volta, il deposito di 81 dà origine ad un nuovo prestito diminuito della riserva e così via fino ad esaurimento dei riprestati, il cui limite espansivo è 1000 e che si ottiene moltiplicando il deposito originario di 100 per il reciproco del coefficiente di riserva pari 1/0,10.
Il ciclo della crescita si completa appunto quando i depositi raggiungono 1000 rimanendo le riserve al 10%, cioè a 100. Un singolo deposito è dunque la base per decuplicare il denaro in circolazione.
Ma il denaro complessivamente creato è in realtà molto di più.
Infatti, il ciclo di deposti schematizzato nell’esempio va a sommarsi ad un altro identico ciclo, generato in precedenza dall’acquisto da parte della banca centrale del titolo originario di 100 emesso dallo Stato per finanziare la spesa pubblica e che poi è servito per effettuare l’operazione di mercato aperto.
Sommando i due cicli di depositi o ripresti, la massa monetaria è aumentata non di 10 ma di 20 volte, cioè il denaro creato è stato di 2000 a fronte di un singolo deposito di 100.
Questa metodologia di moltiplicazione del denaro si chiama sistema di riserva frazionaria, perché la crescita dei depositi è un multiplo della loro riserva. Se la banca centrale, invece di espandere, volesse ridurre il denaro in circolazione dovrebbe fare l’operazione opposta, cioè vendere titoli alle banche in cambio di denaro, riducendo così i loro depositi da destinare al prestito.
Questa è l’essenza della politica monetaria: espandere e contrarre la massa monetaria e, in corrispondenza, abbassare o alzare rispettivamente il tasso di interesse.

Ma la domanda a questo punto è: con quale denaro la banca centrale ha pagato originariamente allo Stato l’acquisto del suo titolo per permettergli di effettuare la spesa pubblica?
Il denaro proviene forse da risparmio, cioè da potere d’acquisto reale precedentemente creato nel corso di qualche processo produttivo?* No, la Banca lo crea arbitrariamente, iscrivendo simultaneamente nell’attivo del proprio bilancio l’acquisto del titolo e, nel passivo, il credito a favore dello Stato, che così può emettere assegni e spendendo può esercitare un potere d’acquisto extra e fittizio che diluisce tutto il potere d’acquisto preesistente a spese dei soggetti economici privati.
Così tutto il denaro che è stato creato è fittizio perché, sostanzialmente, la banca e lo Stato si scambiano pezzi di carta che avranno un tremendo impatto sull’economia: la costruzione “piramidale” dell’inflazione.
In generale, quando le banche prestano denaro ai privati o allo Stato, non riprestano denaro già esistente che la gente ha risparmiato facendo sacrifici, come si crede. Esse concedono prestiti creando all’istante i depositi sui loro conti correnti.
Quando si usa l’espressione stampare denaro ci si riferisce proprio a questo processo, che oggi con un termine propagandistico ed elegante come quantitative easing e altro non è che un gigantesco schema inflazionistico basato sulla contraffazione legale del denaro. Questa è la conseguenza del monopolio dell’emissione del denaro da parte delle Banche Centrali.
Essendo le politiche monetarie e economiche inseparabili, lo Stato e il sistema bancario hanno bisogno l’uno dell’altro per crescere e pertanto la conclamata indipendenza dall’istituto di emissione dal potere politico è una semplice finzione istituzionale.

Per quanto riguarda le misure strettamente monetarie, per evitare il fallimento delle banche la Fed ha scambiato i suoi titoli del Tesoro con i titoli tossici delle banche, riversandoli nell’attivo del proprio bilancio.
Il bilancio delle banche è migliorato, ma quello della Banca Centrale è peggiorato. Si osservi che se è solido il bilancio di una banca centrale è solido anche l’intero sistema finanziario così come la sua valuta.
Tutta la base monetaria di un paese è infatti inscritta al passivo del bilancio della banca centrale e se l’attivo si deteriora, si deteriora anche il potere d’acquisto della valuta tanto all’interno del Paese come all’esterno, rispetto alle altre valute.
Il primo problema della Fed è stato dunque come risanare il proprio bilancio senza privare di liquidità il sistema finanziario. All’insieme di questi tentativi è stato dato il nome di exit strategy. Fra questi tentativi, uno è stato estremamente grave: contravvenendo al suo statuto la Fed ha salvato anche istituzioni finanziarie non bancarie tecnicamente fallite, erogando loro prestiti sempre contro garanzia di titoli tossici, oppure rilevando azioni di aziende insolventi e perseguendo, insomma, una “politica industriale” senza precedenti.
Il Giappone, a partire dal 1990, fece lo stesso e condannò la propria economia a una stagnazione permanente.

Poiché la sola politica di acquisti di titoli e partecipazioni non era sufficiente a salvare il sistema bancario, la Fed si è inventata ulteriori programmi di credito, prestando denaro a istituzioni bancarie e non bancarie contro “carta commerciale”: praticamente cambiali senza garanzie reali e altri strumenti finanziari che ne hanno ulteriormente peggiorato il bilancio senza peraltro riattivare il mercato del credito.
Infatti, la politica di riduzione dei tassi di interesse praticamente a zero non incentiva le banche a offrire credito alla clientela privata. I depositi che le banche detengono presso la Fed, cioè le loro riserve (in sostanza, i prestiti non garantiti), sono ora retribuiti dalla stessa Fed con un interesse superiore a quello che le banche otterrebbero prestando denaro alla clientela e quindi rischiando qualcosa.
D’altra parte, tassi bassi non richiamano dall’estero credito sotto forma di capitale, né incentivano, all’interno, la formazione di capitale sotto forma di risparmio necessario a fare ripartire l’economia.

Questa, per sommi capi, è stata la politica della Fed: artifici contabili che farebbero approdare una normale banca in tribunale mentre la massa monetaria degli Stati Uniti è raddoppiata in meno di un anno, un fatto senza precedenti nella storia di questo paese.
Intanto l’economia è in declino. Speriamo che gli economisti capiscano, finalmente, che la moltiplicazione del denaro in un’economia non porta automaticamente alla moltiplicazione dei beni, ma alla loro eliminazione.
Alcuni commentatori sostengono che l’attuale ritrosia delle banche a erogare il credito creato ex nihilo dalla Fed potrebbe far riprendere la deflazione, la quale obbligherebbe i soggetti economici a svendere i propri attivi per fare cassa, licenziare o fallire, portando l’economia alla depressione.
Altri paventano il contrario: la Fed e il governo federale, considerata l’infruttuosità di tutti i tentativi finora compiuti, potrebbero varare altre misure di stimolo stampando e spendendo denaro senza limiti. Nel momento in cui le banche riprendessero a erogare credito si scatenerebbe una iperinflazione. Intanto la “produzione industriale” di dollari da parte della Fed viene comprata dai paesi in cambio di beni reali, come ad esempio fa la Cina, che ripresta questi stessi dollari al governo federale dopo che questi li traveste da titoli.
Ma fino a quando le economie potranno funzionare scambiando “carta” con prodotti? Fino a quando un’economia può indebitarsi più di quanto possa produrre?

Conclusione

La ripresa americana è un miraggio mentre sono stati creati tutti i presupposti per una depressione inflazionistica.
L’America del dilettante Obama e del Mefistofele dell’inflazione, Ben Bernanke, ha perseguito la politica di John Law, il finanziere scozzese del Settecento che, credendo bastasse stampare moneta fiduciaria (cioè cartacea) per dare una solida base finanziaria ai Paesi, distrusse l’economia francese.
Ironia della sorte, la Fed, il salvatore di ultima istanza, è tecnicamente fallita.
Se si verificasse un default, solo il governo federale potrebbe salvarla e cosi si compirebbe quel destino che Marx aveva auspicato nel Manifesto del Partito Comunista del 1848: l’accentramento del credito in mano dello Stato mediante una banca nazionale con capitale dello Stato e monopolio esclusivo.
Così si vedrebbero anche realizzate le dottrine di Oscar R. Lange, Abba Lerner e H.D. Dickinson, gli economisti socialisti che insegnavano economia negli Stati Uniti durante gli anni Trenta del secolo scorso e sostenevano che gli investimenti di capitale dovessero essere determinati da funzionari di Stato piuttosto che dal mercato.
Non è forse quello che sta già accadendo?
Con tutte le misure statali e bancarie l’America ha trasformato la sua economia e sta per cadere in ginocchio nell’inconsapevolezza generale.
C’è solo una vera e unica exit strategy da applicare prima che ciò accada. Restituire l’economia al suo legittimo proprietario: il mercato.
microalfa non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 14-11-09, 10:35   #2 (permalink)
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i libertarian sono un esempio lampante di irrationality clustering
Dunwich non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 14-11-09, 11:11   #3 (permalink)
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Lasciando perdere il siparietto che ho inserito come richiamo "leggero" a diffusi comportamenti locali, cosa mi sai dire a proposito dell'allegato saggio sulla attuale politica monetaria di Banche centrali e Governi?
microalfa non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 14-11-09, 11:12   #4 (permalink)
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Lasciando perdere il siparietto che ho inserito come richiamo "leggero" a diffusi comportamenti locali, cosa mi sai dire a proposito dell'allegato saggio sulla attuale politica monetaria di Banche centrali e Governi?
il solito pistolotto ideologico degli odiatori dello stato, dopo cinque minuti ho smesso di leggere

invece ho davvero apprezzato il siparietto.
Dunwich non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 14-11-09, 11:18   #5 (permalink)
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Ho capito, potevo risparmiarmi quel minimo sforzo di postare.

Probabilmente c'è un refuso: 5 secondi, non minuti.

Grazie lo stesso per l'attenzione.
microalfa non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 14-11-09, 11:29   #6 (permalink)
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nel tennis vige uno strano punteggio.
Così fu deciso dagli inglesi molto tempo fa.
SI potrebbe giocare a tennis con un punteggio simile
a quello di altri giochi ' Certo che si, basta mettersi d'accordo.
Ma i giocatori si sono adeguati a quel punteggio.
La FED ha stabilito un sistema di punteggio.
Tutti ci adeguiamo a quello.
SI può cambiare ? beh se ci fosse l'accordo dei 'giocatori'.
Ma i giocatori, per ora, si adeguano al tipo di punteggio
(leggi politiche monetarie) decise dalla FED.
Tutto è ok se tutti stiamo a quel tipo di punteggio.
.
troppo semplicistico ?
ramirez non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 14-11-09, 13:37   #7 (permalink)
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troppo semplicistico ?
No, non semplicistico ma organicamente differente.
Regole e punteggi non cambiano più di tanto l'essenza di uno sport - se al posto del quindici trenta metto uno due e al quattro (con + due) finisce il game cambia poco o nulla nell'evolversi del gioco - mentre l'immissione di maggiori o minori quantitativi di moneta sul mercato muta radicalmente, come effetti a cascata, tutto il panorama economico sottostante.

Piuttosto mi puoi dire che i fondamentali economici sono ancora legati a ideologie di scuole filosofiche, passando in tal modo da technicalities certe, studiabili e applicabili, a un miscuglio di tentativi e di pre/post spiegazioni che assomigliano ai riti voodoo.
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Vecchio 14-11-09, 13:56   #8 (permalink)
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...

Non ho ben capito il discorso dei titpoli di stato che raddoppiano la quantità di moneta...dovro' pensarci un po' su...

fonte della spiegazione?

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Tuttavia, banche centrali e governi (identificando la deflazione con la diminuzione dei prezzi e ravvisando in quest’ultima il sintomo di una caduta della domanda e della spesa) la contrastano con politiche monetarie espansive “stabilizzatrici”, che hanno come conseguenza il rialzo dei prezzi, e cioè l’inflazione.
Forse intervengono per difendere dal fallimento stati con rapporti debito/pil argentini...in deflazione il pil cala...
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Vecchio 14-11-09, 15:33   #9 (permalink)
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Non ho ben capito il discorso dei titoli di stato che raddoppiano la quantità di moneta...dovro' pensarci un po' su...

fonte della spiegazione?

......

Gerardo Coco, che è un imprenditore ex-bocconiano, lo spiega bene in questo passo:

Ma la domanda a questo punto è: con quale denaro la banca centrale ha pagato originariamente allo Stato l’acquisto del suo titolo per permettergli di effettuare la spesa pubblica?
Il denaro proviene forse da risparmio, cioè da potere d’acquisto reale precedentemente creato nel corso di qualche processo produttivo?
No, la Banca lo crea arbitrariamente, iscrivendo simultaneamente nell’attivo del proprio bilancio l’acquisto del titolo e, nel passivo, il credito a favore dello Stato, che così può emettere assegni e spendendo può esercitare un potere d’acquisto extra e fittizio che diluisce tutto il potere d’acquisto preesistente a spese dei soggetti economici privati.
Così tutto il denaro che è stato creato è fittizio perché, sostanzialmente, la banca e lo Stato si scambiano pezzi di carta che avranno un tremendo impatto sull’economia: la costruzione “piramidale” dell’inflazione.
In generale, quando le banche prestano denaro ai privati o allo Stato, non riprestano denaro già esistente che la gente ha risparmiato facendo sacrifici, come si crede. Esse concedono prestiti creando all’istante i depositi sui loro conti correnti.
Quando si usa l’espressione stampare denaro ci si riferisce proprio a questo processo, che oggi con un termine propagandistico ed elegante come quantitative easing e altro non è che un gigantesco schema inflazionistico basato sulla contraffazione legale del denaro. Questa è la conseguenza del monopolio dell’emissione del denaro da parte delle Banche Centrali.
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Gerardo Coco, che è un imprenditore ex-bocconiano, lo spiega bene in questo passo:

Ma la domanda a questo punto è: con quale denaro la banca centrale ha pagato originariamente allo Stato l’acquisto del suo titolo per permettergli di effettuare la spesa pubblica?
Il denaro proviene forse da risparmio, cioè da potere d’acquisto reale precedentemente creato nel corso di qualche processo produttivo?
No, la Banca lo crea arbitrariamente, iscrivendo simultaneamente nell’attivo del proprio bilancio l’acquisto del titolo e, nel passivo, il credito a favore dello Stato, che così può emettere assegni e spendendo può esercitare un potere d’acquisto extra e fittizio che diluisce tutto il potere d’acquisto preesistente a spese dei soggetti economici privati.
Così tutto il denaro che è stato creato è fittizio perché, sostanzialmente, la banca e lo Stato si scambiano pezzi di carta che avranno un tremendo impatto sull’economia: la costruzione “piramidale” dell’inflazione.
In generale, quando le banche prestano denaro ai privati o allo Stato, non riprestano denaro già esistente che la gente ha risparmiato facendo sacrifici, come si crede. Esse concedono prestiti creando all’istante i depositi sui loro conti correnti.
Quando si usa l’espressione stampare denaro ci si riferisce proprio a questo processo, che oggi con un termine propagandistico ed elegante come quantitative easing e altro non è che un gigantesco schema inflazionistico basato sulla contraffazione legale del denaro. Questa è la conseguenza del monopolio dell’emissione del denaro da parte delle Banche Centrali.
Quando sento parlare di "stampare denaro" mi vengono sempre i brividi.
Perchè la banca centrale fa in realtà il suo lavoro, e cioè "smobilizza" un paghero' trasformandolo in denaro contante. Il problema è capire l'effettiva validità del paghero'. Se lo stato emette debito pubblico e la banca centrale smobilizza i titoli emessi con del contante, lo stato ha indebitato i cittadini, sicuro (forse) di poter ricuperare quanto preso a prestito con le tasse. La banca centrale si fida della capacità dello stato di recuperare il denaro tramite tassazione, sperando un una tenuta dell'economia.

Fin qui nessun problema in teoria. Il problema si presenta nel momento in cui le aspettative di rimborso non potranno essere rispettate, allora si è immesso denaro non coperto da obbligazione, con i possibili risvolti inflazionistici. Il pratica la BC "forza" il sistema a prestare denaro, prendendosi carico dei titoli.

Che succede se questi titoli si rivelano poi Junk? Che a fronte della moneta emessa vi sarà a bilancio una obbligazione il cui valore sarà inferiore al valore di acquisto. La moneta quindi in realtà è svalutata. E' come se si fosse emesso denaro senza la copertura in oro.

Se invece le obbligazioni verranno rimborsate regolarmente, la moneta manterrà il valore.

Questo come umile pensiero di un apprendista.

Citazione:
In generale, quando le banche prestano denaro ai privati o allo Stato, non riprestano denaro già esistente che la gente ha risparmiato facendo sacrifici, come si crede. Esse concedono prestiti creando all’istante i depositi sui loro conti correnti.
Su questo non sono daccordo: le banche devono rispettare un rapporto prestiti/depositi e indici di patrimonializzazione.
E' vero che non prendono i soldi da un conto per passarli ad un altro, ma se non c'è raccolta non si presta denaro. Il fatto che virtualmente esistano entrambe le quantità di denaro è ininfluente. Se io prelevo il mio deposito, la banca in qualche modo dovrà compensare rientrando su qualche prestito.
Pietro da Trento non  è collegato   Rispondi citando
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