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Vecchio 21-10-09, 10:30   #1 (permalink)
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Il volo della finanza sul nido del cuculo

Il volo della finanza sul nido del cuculo

di Martin Wolf

Un anno fa, all'apice del panico, il mondo desiderava ardentemente un settore finanziario redditizio e sicuro di sé. Ora ce l'ha, ma non è per niente contento. Con la disoccupazione che sale alle stelle e milioni di persone che vedono frustrate le proprie speranze, i superstiti della finanza prosperano allegramente. Perfino i bonus sono tornati. Le autorità hanno fatto un patto faustiano. Il successo ha il sapore del fallimento. Ma successo è stato. La capitalizzazione di mercato delle banche si è ripresa alla grande, e questo non è solamente il segnale di una fiducia nel futuro delle banche, rende anche loro più facile raccogliere capitali, specialmente, afferma il Global financial stability report dell'Fmi, nella zona euro.

Questa ripresa non è un caso. Nel momento in cui il denaro delle banche centrali è praticamente gratuito, i prezzi degli asset a rischio sono in ripresa e la concorrenza è sparita o indebolita, fare soldi è relativamente semplice per i solidi superstiti. Con gli utili che ripartono, si può forse sperare che non ripartano anche i bonus? Ahimé, no. Secondo una recente nota del londinese Centre for economics and business research, le gratifiche nella City quest'anno aumenteranno del 50%, anche se rimarranno del 40% al di sotto rispetto al 2007.

Eppure pochi sono desiderosi di prendersi il merito di questo successo. Le autorità sono restie a dichiarare che grazie ai loro sforzi i banchieri superstiti potranno comprarsi delle regge, mentre il cittadino comune teme di perdere casa e lavoro e ha davanti a sé decenni di cinghia tirata. Guardare ai finanzieri, che hanno goduto del salvataggio pubblico più generoso di tutti i tempi, tornare ai vecchi metodi provoca non tanto invidia, quanto un risentimento astioso. Perché, si chiedono in molti, i rigori del mercato colpiscono più brutalmente chi non ha nessuna colpa in questa catastrofe? Secondo il Fondo monetario internazionale, la somma che le economie avanzate hanno sborsato in iniezioni di capitale, acquisto di attività, garanzie e fornitura di liquidità equivale al 30% del prodotto interno lordo.

Inoltre, quasi tutte le entità finanziarie - sia quelle forti che quelle deboli - hanno beneficiato di questa munificenza. Come ha osservato il governatore della Banca d'Inghilterra Mervyn King, «per parafrasare un grande leader dei tempi della guerra, mai nel campo della finanza così poche persone devono così tanto denaro a così tante persone. E, si potrebbe aggiungere, fino a questo momento con pochissime riforme reali».

Rimango del parere che l'unica cosa peggiore di salvare il sistema sarebbe stato non farlo. Anche due critici temibili come Peter Boone, della London school of economics, e Simon Johnson, del Massachusetts institute of technology, concordano, in un articolo uscito recentemente su The new republic, che quella era una decisione che «dovevamo prendere». Ma un simile esercizio di potere sovrano a beneficio di un unico settore ha le sue conseguenze. Una di queste è giurare «non lo rifaremo una seconda volta». A dire il vero, per molti governi rifarlo una seconda volta potrebbe essere impossibile, perché sarebbe a rischio l'affidabilità creditizia. Come sottolinea Lawrence Summers, il principale consulente economico di Barack Obama, le premesse c'erano tutte. Summers ha osservato la settimana scorsa che «più o meno ogni tre anni, nel corso dell'ultima generazione, un sistema finanziario pensato per gestire, distribuire e controllare il rischio è stato in realtà la fonte del rischio, con conseguenze devastanti per lavoratori, consumatori e contribuenti».

Com'era prevedibile, nel settore sono in molti a opporsi con tutte le loro forze alla regolamentazione. In un'intervista al Financial Times, Marcus Agius, presidente di Barclays, indica alla perfezione con cosa devono fare i conti i fautori della regolamentazione. Comincia insistendo su «condizioni uguali per tutti» nei vari paesi. Critica anche la fissazione di requisiti patrimoniali eccessivi, perché «la prossima volta che il sistema bancario cercherà capitali, non li otterrà se i potenziali nuovi investitori non vedranno la convenienza». Inoltre, «una delle altre conseguenze sarà che il credito diventerà più costoso, e questo non favorisce un ritorno alla crescita globale». Agius insiste anche sul fatto che «le banche non devono essere denigrate perché si assumono dei rischi».

Tutto questo convince assai poco. Secondo l'Fmi, le svalutazioni contabili sugli asset bancari del Regno Unito ammonteranno a 604 miliardi di dollari, contro 814 miliardi per l'Eurozona e 1.025 miliardi per gli Stati Uniti. Eppure l'economia americana è sei volte quella britannica. I cuculi inglesi sono troppo grossi. La regolamentazione dovrà tener conto di queste differenze. Inoltre, l'argomento che le banche non riusciranno a raccogliere capitali se i rendimenti saranno bassi va contro la logica: la sola ragione per cui le banche devono raccogliere così tanto capitale è che si sono assunte rischi eccessivi per perseguire rendimenti insostenibilmente alti. Sì, il credito probabilmente diventerà più costoso, se si fisseranno requisiti patrimoniali più alti. Ma l'offerta di credito era eccessiva e andava limitata. Infine, come sottolinea King, non ci si può aspettare che le banche troppo grandi o importanti per fallire gestiscano il rischio con assennatezza. In un'economia di mercato, l'assunzione di rischi è disciplinata dalla bancarotta, non puntellata dai contribuenti.

Imporre una "tassa straordinaria" o limitazioni speciali ai bonus è una risposta politica comprensibile, con quello che sta succedendo. Ma dal momento che l'obiettivo della politica attuale è quello di trasferire denaro alle banche, che senso ha riprenderselo? È vero che istituti di credito sottocapitalizzati non dovrebbero pagare dividendi o bonus discrezionali fino a che non hanno raggiunto i loro target, ma siamo sicuri di volere limitazioni permanenti sui livelli retributivi? Il problema è se gli incentivi incoraggiano o no ad assumersi rischi eccessivi. È su questo punto che dovrebbe concentrarsi la regolamentazione.
Non dobbiamo farci distrarre dall'opposizione del settore finanziario o dalla rabbia populista. Dobbiamo concentrarci sulla questione centrale. Gli sforzi per rendere più sicuri i sistemi li hanno resi più rischiosi. Il risultato è che oggi non funziona né la disciplina di mercato né la regolamentazione. C'è dunque il pericolo che questo salvataggio porti a comportamenti ancora più rischiosi e prima o poi, in un futuro non troppo lontano, a una crisi ancora peggiore. O imponiamo una minaccia di bancarotta credibile, oppure rendiamo più sicure le banche che dobbiamo sostenere, o - ancora meglio - entrambe le cose. Proteggere dal fallimento a tempo indeterminato società scarsamente regolamentate che fanno complessi giochi d'azzardo è intollerabile.


(Traduzione di Fabio Galimberti)
© FINANCIAL TIMES
21 Ottobre 2009
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Vecchio 21-10-09, 10:57   #2 (permalink)
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C'è dunque il pericolo che questo salvataggio porti a comportamenti ancora più rischiosi e prima o poi, in un futuro non troppo lontano, a una crisi ancora peggiore.

La débacle dell'alta finanza mondiale pare non abbia insegnato niente. O, almeno, che le autorità monetarie non sappiano bene dove andare a parare tra la scelta di stabilità finanziaria e quella di stabilità monetaria.
Comunque, prescindendo dall'effetto grave sull'economia reale in indubbia sofferenza, i numeri di partenza dell'attuale crisi finanziaria esprimono sicuramente l'impossibilità che sia già superata, ridimensionata, entro e sotto controllo.
Vedremo, ma le paure sono ben supportate.

............................

Una bolla impossibile per Fed e Bce

di Wolfgang Münchau

Non abbiamo bisogno di aspettare che il Dow Jones tocchi quota 10mila. È evidente già da un po' che la bolla dei mercati azionari globali sta tornando a gonfiarsi.
Apparentemente come nel 2003 e nel 2004, quando cominciarono a gonfiarsi le precedenti bolle (immobiliare, del credito, delle materie prime e delle azioni), coadiuvate dai bassi tassi di interesse e dalla mancanza di inflazione.

C'è una grande differenza, però: questa volta la bolla scoppierà più in fretta.

Come facciamo a sapere che è una bolla?
I miei indicatori preferiti, per la valutazione del mercato azionario, sono il Cape, che tiene conto del rapporto prezzi/utili corretto in base alla congiuntura, e il Q.
Il Cape è stato inventato da Robert Shiller, professore di economia e finanza a Yale, e calcola la media mobile decennale del rapporto prezzi/utili. Il Q calcola la capitalizzazione di mercato divisa per il patrimonio netto.
I dati sul Q, un concetto inventato dall'economista James Tobin, sono stati raccolti da Andrew Smithers (Wall Street Revalued: Imperfect Markets and Inept Central Bankers, Wiley 2009).

Cape e Q misurano cose diverse, ma quasi sempre giungono alle stesse conclusioni sul mispricing relativo del mercato. A metà settembre, tutti e due hanno segnalato che il mercato azionario Usa era sopravvalutato del 35-40 per cento. Da quel momento, i mercati sono saliti molto di più rispetto alla media mobile degli utili. Potete farvi i conti.

L'unica ragione per questa nuova bolla è il livello estremamente basso dei tassi di interesse nominali, che ha indotto la gente a trasferire gli investimenti su attività rischiose di ogni genere.
Perfino i prezzi delle case sono tornati a salire. Non sono mai scesi a livelli coerenti con il rapporto prezzo/affitto e prezzo/reddito di lungo termine, che sono indicatori affidabili della sopravvalutazione o sottovalutazione relativa del mercato immobiliare.

A differenza di cinque anni fa, le banche centrali devono oggi provvedere sia alla stabilità monetaria sia a quella finanziaria. Due obiettivi, come è stato sottolineato, che entrano facilmente in rotta di collisione.
In Europa, ad esempio, la Bce in circostanze normali avrebbe già cominciato ad alzare i tassi di interesse. Se non sta facendo nulla è perché vuole evitare di nuocere al sistema bancario europeo, affetto da sottocapitalizzazione cronica, che ancora dipende dalla Bce per la sua sopravvivenza.
Lo stesso vale, più o meno, anche altrove.

Anche io credo che nei prossimi 12 mesi non ci sarà nessuna prospettiva di un aumento significativo dell'inflazione, ma le chances aumentano considerevolmente dopo il 2010. Quando la percezione di un'inflazione in crescita sarà tornata in scena, le banche centrali potrebbero essere costrette a passare, in tempi relativamente rapidi (più rapidi rispetto al ciclo precedente) a una politica monetaria più aggressiva.

Un breve boom inflazionistico potrebbe essere seguito da un'altra recessione, un'altra crisi del sistema bancario e forse una deflazione.
Inflazione e deflazione non vanno visti come scenari alternativi, ma sequenziali.
Potremmo andare incontro a un periodo di estrema instabilità dei prezzi, verso l'alto e verso il basso, se le banche centrali perdono il controllo della situazione.

È esattamente quanto previsto dall'economista Hyman Minsky nella sua ipotesi dell'instabilità finanziaria (Stabilising an Unstable Economy). Minsky ipotizzava che un mondo con un grande settore finanziario e un'enfasi eccessiva sulla produzione di beni d'investimento crea instabilità sia sul piano della produzione sia su quello dei prezzi.
Se queste, secondo Minsky, sono le cause profonde dell'instabilità, il meccanismo che porta all'insorgere dell'instabilità è il modo in cui governi e banche centrali reagiscono alle crisi.

Lo stato ha strumenti potenti per mettere fine a una recessione, ma le misure che mette in campo creano le condizioni per la fase d'instabilità successiva.

Minsky si basò su dati prevalentemente degli anni 70 e dei primi 80, ma la sua teoria descrive ottimamente quel che è successo all'economia globale da allora, specialmente nell'ultimo decennio. Il mondo ha assistito a una proliferazione di bolle finanziarie e instabilità economica estrema, che nessuno dei modelli macroeconomici consolidati può spiegare.
Minsky è più o meno tutto quello che abbiamo.

Le sue conclusioni, quanto a misure da adottare, lasciano turbati, specialmente se le confrontiamo con quello che sta succedendo. Nella loro risposta alla crisi, i leader mondiali si sono concentrati sui bonus e altre questioni collaterali irrilevanti. Ma non hanno affrontato il problema delle dimensioni complessive del settore finanziario.
Se Minsky ha ragione, dunque, l'instabilità continuerà e peggiorerà.

La nostra situazione attuale può produrre due scenari o una combinazione di essi. Il primo è quello in cui le banche centrali avviano l'exit strategy nel 201, innescando un'altra caduta dei prezzi degli asset a rischio. Nel Regno Unito, per esempio, un ritorno a una politica monetaria normale implicherà quasi inevitabilmente un'altra caduta del mercato immobiliare, attualmente tenuto in piedi dalle condizioni ultraconvenienti dei mutui.

In alternativa, le banche centrali potrebbero dare priorità alla stabilità finanziaria, invece che alla stabilità dei prezzi, e tenere aperte le paratie monetarie il più a lungo possibile.
Una cosa del genere, secondo me, provocherebbe la madre di tutte le crisi finanziarie (un crack del mercato obbligazionario) destinato a essere seguito da depressione e deflazione.

In altre parole, il pericolo c'è, a prescindere da come reagiscono le banche centrali. Produrre una politica monetaria efficace potrebbe essere come camminare lungo un crinale pericoloso, dove da entrambi i lati si apre una voragine di instabilità.
Per quanto ne sappiamo, non c'è un modo sicuro per scendere.

IlSole24Ore - 20.10.2009
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Vecchio 21-10-09, 11:19   #3 (permalink)
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C'è dunque il pericolo che questo salvataggio porti a comportamenti ancora più rischiosi e prima o poi, in un futuro non troppo lontano, a una crisi ancora peggiore.

La débacle dell'alta finanza mondiale pare non abbia insegnato niente. O, almeno, che le autorità monetarie non sappiano bene dove andare a parare tra la scelta di stabilità finanziaria e quella di stabilità monetaria.
Comunque, prescindendo dall'effetto grave sull'economia reale in indubbia sofferenza, i numeri di partenza dell'attuale crisi finanziaria esprimono sicuramente l'impossibilità che sia già superata, ridimensionata, entro e sotto controllo.
Vedremo, ma le paure sono ben supportate.

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Una bolla impossibile per Fed e Bce

di Wolfgang Münchau

Non abbiamo bisogno di aspettare che il Dow Jones tocchi quota 10mila. È evidente già da un po' che la bolla dei mercati azionari globali sta tornando a gonfiarsi.
Apparentemente come nel 2003 e nel 2004, quando cominciarono a gonfiarsi le precedenti bolle (immobiliare, del credito, delle materie prime e delle azioni), coadiuvate dai bassi tassi di interesse e dalla mancanza di inflazione.

C'è una grande differenza, però: questa volta la bolla scoppierà più in fretta.

Come facciamo a sapere che è una bolla?
I miei indicatori preferiti, per la valutazione del mercato azionario, sono il Cape, che tiene conto del rapporto prezzi/utili corretto in base alla congiuntura, e il Q.
Il Cape è stato inventato da Robert Shiller, professore di economia e finanza a Yale, e calcola la media mobile decennale del rapporto prezzi/utili. Il Q calcola la capitalizzazione di mercato divisa per il patrimonio netto.
I dati sul Q, un concetto inventato dall'economista James Tobin, sono stati raccolti da Andrew Smithers (Wall Street Revalued: Imperfect Markets and Inept Central Bankers, Wiley 2009).

Cape e Q misurano cose diverse, ma quasi sempre giungono alle stesse conclusioni sul mispricing relativo del mercato. A metà settembre, tutti e due hanno segnalato che il mercato azionario Usa era sopravvalutato del 35-40 per cento. Da quel momento, i mercati sono saliti molto di più rispetto alla media mobile degli utili. Potete farvi i conti.

L'unica ragione per questa nuova bolla è il livello estremamente basso dei tassi di interesse nominali, che ha indotto la gente a trasferire gli investimenti su attività rischiose di ogni genere.
Perfino i prezzi delle case sono tornati a salire. Non sono mai scesi a livelli coerenti con il rapporto prezzo/affitto e prezzo/reddito di lungo termine, che sono indicatori affidabili della sopravvalutazione o sottovalutazione relativa del mercato immobiliare.

A differenza di cinque anni fa, le banche centrali devono oggi provvedere sia alla stabilità monetaria sia a quella finanziaria. Due obiettivi, come è stato sottolineato, che entrano facilmente in rotta di collisione.
In Europa, ad esempio, la Bce in circostanze normali avrebbe già cominciato ad alzare i tassi di interesse. Se non sta facendo nulla è perché vuole evitare di nuocere al sistema bancario europeo, affetto da sottocapitalizzazione cronica, che ancora dipende dalla Bce per la sua sopravvivenza.
Lo stesso vale, più o meno, anche altrove.

Anche io credo che nei prossimi 12 mesi non ci sarà nessuna prospettiva di un aumento significativo dell'inflazione, ma le chances aumentano considerevolmente dopo il 2010. Quando la percezione di un'inflazione in crescita sarà tornata in scena, le banche centrali potrebbero essere costrette a passare, in tempi relativamente rapidi (più rapidi rispetto al ciclo precedente) a una politica monetaria più aggressiva.

Un breve boom inflazionistico potrebbe essere seguito da un'altra recessione, un'altra crisi del sistema bancario e forse una deflazione.
Inflazione e deflazione non vanno visti come scenari alternativi, ma sequenziali.
Potremmo andare incontro a un periodo di estrema instabilità dei prezzi, verso l'alto e verso il basso, se le banche centrali perdono il controllo della situazione.

È esattamente quanto previsto dall'economista Hyman Minsky nella sua ipotesi dell'instabilità finanziaria (Stabilising an Unstable Economy). Minsky ipotizzava che un mondo con un grande settore finanziario e un'enfasi eccessiva sulla produzione di beni d'investimento crea instabilità sia sul piano della produzione sia su quello dei prezzi.
Se queste, secondo Minsky, sono le cause profonde dell'instabilità, il meccanismo che porta all'insorgere dell'instabilità è il modo in cui governi e banche centrali reagiscono alle crisi.

Lo stato ha strumenti potenti per mettere fine a una recessione, ma le misure che mette in campo creano le condizioni per la fase d'instabilità successiva.

Minsky si basò su dati prevalentemente degli anni 70 e dei primi 80, ma la sua teoria descrive ottimamente quel che è successo all'economia globale da allora, specialmente nell'ultimo decennio. Il mondo ha assistito a una proliferazione di bolle finanziarie e instabilità economica estrema, che nessuno dei modelli macroeconomici consolidati può spiegare.
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Le sue conclusioni, quanto a misure da adottare, lasciano turbati, specialmente se le confrontiamo con quello che sta succedendo. Nella loro risposta alla crisi, i leader mondiali si sono concentrati sui bonus e altre questioni collaterali irrilevanti. Ma non hanno affrontato il problema delle dimensioni complessive del settore finanziario.
Se Minsky ha ragione, dunque, l'instabilità continuerà e peggiorerà.

La nostra situazione attuale può produrre due scenari o una combinazione di essi. Il primo è quello in cui le banche centrali avviano l'exit strategy nel 201, innescando un'altra caduta dei prezzi degli asset a rischio. Nel Regno Unito, per esempio, un ritorno a una politica monetaria normale implicherà quasi inevitabilmente un'altra caduta del mercato immobiliare, attualmente tenuto in piedi dalle condizioni ultraconvenienti dei mutui.

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IlSole24Ore - 20.10.2009
articolo già postato IN INGLESE lunedi..giorno in cui
Munchau scrive su FT
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Vecchio 22-10-09, 14:55   #4 (permalink)
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Munchau scrive su FT

Poco significativa e utile puntualizzazione:

a - questo è un forum di macroeconomia e non di scalping, per cui due giorni di ritardo sulla pubblicazione non significano molto. O meglio, nulla.

b - essendo un forum in italiano di prevalenti italiani, anche se magari risiedono in Thailandia, Canada, Argentina, Svizzera o Germania, educazione e netiquette consiglierebbero di postare testi in lingua italiana, anziché incollare paginate in altro idioma. Anche se un solo lettore fosse messo in difficoltà di lettura, sarebbe spiacevole.
Da come la vedo io, chiaramente, con la mia sensibilità.
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Vecchio 22-10-09, 17:10   #5 (permalink)
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a - questo è un forum di macroeconomia e non di scalping, per cui due giorni di ritardo sulla pubblicazione non significano molto. O meglio, nulla.

b - essendo un forum in italiano di prevalenti italiani, anche se magari risiedono in Thailandia, Canada, Argentina, Svizzera o Germania, educazione e netiquette consiglierebbero di postare testi in lingua italiana, anziché incollare paginate in altro idioma. Anche se un solo lettore fosse messo in difficoltà di lettura, sarebbe spiacevole.
Da come la vedo io, chiaramente, con la mia sensibilità.
in finanza il tempo è tutto .
A parte la battuta..postare un articolo ..appena postato da altri
vuol dire a) non ritenere il post di 'un altro' importante
mentre il proprio..si
b) non prestare attenzione ai post delgi altri
c) nel caso specifico non capire l'inglese
d) non è colpa mia se voi leggete giornali italiani
che riportano giorni dopo una notizia pubblicata da altri
preferisco andare alla fonte diretta.
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