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Vecchio 24-09-09, 00:21   #1 (permalink)
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Scenari reali o lancio dei dadi?

Quotidianamente, da una parte o dall'altra, leggiamo le più svariate previsioni degli economisti sul prossimo futuro dell'economia mondiale. Le differenze di proiezioni sono francamente molto lontane, spesso opposte, pur presentando tutti dettagliate credibili analisi a sostegno della loro opinione.

A chi deve credere l'uomo della strada senza affidarsi ai dadi o alla classica monetina?


Crisi addio è arrivato Mike Mussa il Dr. Boom

di Carlo Bastasin - IlSole24Ore - 23 settembre 2009

Ho capito che qualcosa di importante stava accadendo all'economia mondiale, quando giovedì scorso ho visto Michael Mussa, uno dei più rispettati economisti del mondo, passare davanti alla porta del mio ufficio al Peterson Institute for International Economics di Washington. Ogni mattina vedevo entrare Mike, due porte più in là, nella sua stanza, ma mai lo avevo visto così serio e formale.

Dopo poche ore nella sala delle conferenze dell'istituto avrei capito perché. «Come vedete - ha esordito Mussa presentando le sue tradizionali e attesissime stime per l'economia mondiale - sono vestito di scuro, con la cravatta e le scarpe nere. Come si conviene a un funerale. Infatti - ha ripreso dopo una pausa ben studiata - vi sto annunciando la morte di qualcuno: è morta la recessione globale».

Per un intenso quarto d'ora l'ex consigliere del presidente Reagan ha sfoderato cifre di un ottimismo provocatorio. Tra giugno 2009 e dicembre 2010, secondo Mussa, la crescita dell'economia americana sarà pari a uno stratosferico 7%.
Fred Bergsten, il carismatico direttore del Peterson e forse il più influente economista dei think tanks mondiali, seduto in quel momento a fianco a me, ha avuto un lampo silenzioso.

Quello che vedeva di fronte a sé era il vero antagonista di Dr Doom, il nome con cui è diventato celebre Nouriel Roubini prevedendo la profondità della crisi: con Mike Mussa era apparso agli occhi degli umani un nuovo visionario profeta: Dr Boom!

Mentre il mondo, compresi gli altri fellows dell'Istituto, si interroga ancora sulla forma dell'uscita dalla recessione, Mussa è convinto che la logica sia la più semplice possibile: «Più ripida la discesa, più rapida la risalita».
In diversi abbiamo cercato di approfondire la struttura di analisi dietro il suo straordinario ottimismo, ma il dato fondamentale resta quello: c'è una regolarità storica in tutte le recessioni: tanto più velocemente l'economia si avvita, tanto più vigorosamente rimbalza.

Al fondo di questa interpretazione c'è la convinzione che l'intervento pubblico in realtà non abbia molta influenza sull'economia e che una volta salvaguardata la funzionalità del mercato, gli individui siano desiderosi di rimettersi in piedi.

Altri economisti non condividono questo naturalismo. Simon Johnson, come Mussa un ex capo economista del Fondo monetario, ha messo in dubbio nelle discussioni all'Istituto le interpretazioni ottimistiche. Ma Bergsten stesso, la cui esperienza nell'Amministrazione era stata invece maturata col presidente Carter, ha trovato gli argomenti di Mussa molto convincenti.

Contro la teoria del rimbalzo ci sono almeno due serie motivazioni analitiche. La prima è quella documentata da Rogoff e Reinhardt secondo cui le recessioni che nascono da crisi dei sistemi finanziari sono molto più lunghe e difficili perché i danni strutturali sono complessi da rimediare. La seconda è che la crisi attuale nasce da squilibri globali dovuti ad abitudini di consumo sbilanciate sia negli Stati Uniti, sia in Cina.

Fino a che gli americani non torneranno - come stanno facendo - a risparmiare e i cinesi a consumare, i mercati finanziari saranno costretti ad aggiustare gli squilibri di bilancia dei pagamenti dei due giganti, spesso con livelli di tassi d'interesse o di cambio irragionevoli, ma nel farlo saranno esposti a incidenti.
Ma affinché gli americani riescano a risparmiare, la domanda interna deve scendere e quindi anche il reddito aggregato.

Mussa non condivide l'ipotesi che la crisi non si risolverà fino a che le banche non saranno guarite. Il meccanismo è secondo lui opposto: è la crescita economica che guarisce le banche, non viceversa.
Quanto agli squilibri globali, tutti, in particolare noi europei, siamo convinti che siano stati "necessari" a porre le premesse della crisi, ma molti dubitano che siano stati in alcun modo sufficienti.

L'ottimismo di Mussa, che aveva previsto una ripresa a forma di "V" già ad aprile - è per altro molto contro corrente. Lo stesso presidente della Fed, Ben Bernanke, parlando una settimana fa a 50 metri di distanza dall'ufficio di Dr Boom, aveva annunciato la probabile fine della recessione, ma aveva anche previsto una uscita lenta e complessa e purtroppo - come aveva poi confermato il presidente Obama - segnata per i prossimi trimestri da una crescente disoccupazione.

Mussa è convinto che nel solo 2010 il Pil americano crescerà di almeno il 4% e la disoccupazione si fermerà al 9%. L'economista ritiene di essersi mantenuto molto cauto, perché questi livelli corrispondono a un rimbalzo pari a solo due terzi di quelli passati all'uscita dalle recessioni più gravi del secolo scorso.

Arthur Pigou, l'economista britannico dell'inizio del '900, sosteneva che «un errore di ottimismo muore attraverso una crisi, ma nel morire dà vita a un errore di pessimismo che non nasce come un infante, ma come un gigante». La cosiddetta "ripresa di Reagan" del 1983, dopo una recessione nell'82 di dimensioni analoghe all'attuale (-6% del Pil), arrivò fulminea e con tassi di crescita tra il 7 e il 9,5% trimestre dopo trimestre.

Secondo gli ottimisti alla fine del 2010 (rispetto a fine 2009) il ritmo di crescita sarebbe del 5%. Le implicazioni di un rimbalzo analogo sarebbero enormi ma non tutte positive. Gli sforzi di riforma dei sistemi finanziari e i tentativi di coordinamento globale, sospinti dal senso di necessità indotto dalla crisi, probabilmente si arenerebbero.

In queste ore intensi sforzi di diplomazia economica stanno cercando di dare al G-20 un ruolo di governo stimolando politiche equilibrate di sviluppo che singoli paesi (Usa e Cina) o singole aree economiche (Euroarea) non hanno la volontà politica di realizzare. Le stesse banche stanno esercitando pressioni sui governi per minimizzare le riforme.

Come sempre le previsioni sull'Europa sono meno infettate dall'ottimismo di Washington. Tuttavia il tasso di crescita della zona euro nel 2010, che il Fondo monetario nelle passate stime vedeva ferme a -0,3%, potrebbe salire secondo Mussa al 2,3%.

Perfino l'Italia crescerebbe nel 2010 dell'1,8% (anziché -0,1%). Una previsione che per un attimo ha fatto vacillare la fiducia nel contagioso ottimismo del dottor Boom.
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Vecchio 24-09-09, 05:00   #2 (permalink)
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Piu' che una analisi economica sembra un componimento letterario.
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Vecchio 24-09-09, 07:22   #3 (permalink)
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Vada via a dare il ciap. Magari fosse...
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Vecchio 24-09-09, 07:42   #4 (permalink)
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Quotidianamente, da una parte o dall'altra, leggiamo le più svariate previsioni degli economisti sul prossimo futuro dell'economia mondiale. Le differenze di proiezioni sono francamente molto lontane, spesso opposte, pur presentando tutti dettagliate credibili analisi a sostegno della loro opinione.

A chi deve credere l'uomo della strada senza affidarsi ai dadi o alla classica monetina?


Crisi addio è arrivato Mike Mussa il Dr. Boom

di Carlo Bastasin - IlSole24Ore - 23 settembre 2009

Ho capito che qualcosa di importante stava accadendo all'economia mondiale, quando giovedì scorso ho visto Michael Mussa, uno dei più rispettati economisti del mondo, passare davanti alla porta del mio ufficio al Peterson Institute for International Economics di Washington. Ogni mattina vedevo entrare Mike, due porte più in là, nella sua stanza, ma mai lo avevo visto così serio e formale.

Dopo poche ore nella sala delle conferenze dell'istituto avrei capito perché. «Come vedete - ha esordito Mussa presentando le sue tradizionali e attesissime stime per l'economia mondiale - sono vestito di scuro, con la cravatta e le scarpe nere. Come si conviene a un funerale. Infatti - ha ripreso dopo una pausa ben studiata - vi sto annunciando la morte di qualcuno: è morta la recessione globale».

Per un intenso quarto d'ora l'ex consigliere del presidente Reagan ha sfoderato cifre di un ottimismo provocatorio. Tra giugno 2009 e dicembre 2010, secondo Mussa, la crescita dell'economia americana sarà pari a uno stratosferico 7%.
Fred Bergsten, il carismatico direttore del Peterson e forse il più influente economista dei think tanks mondiali, seduto in quel momento a fianco a me, ha avuto un lampo silenzioso.

Quello che vedeva di fronte a sé era il vero antagonista di Dr Doom, il nome con cui è diventato celebre Nouriel Roubini prevedendo la profondità della crisi: con Mike Mussa era apparso agli occhi degli umani un nuovo visionario profeta: Dr Boom!

Mentre il mondo, compresi gli altri fellows dell'Istituto, si interroga ancora sulla forma dell'uscita dalla recessione, Mussa è convinto che la logica sia la più semplice possibile: «Più ripida la discesa, più rapida la risalita».
In diversi abbiamo cercato di approfondire la struttura di analisi dietro il suo straordinario ottimismo, ma il dato fondamentale resta quello: c'è una regolarità storica in tutte le recessioni: tanto più velocemente l'economia si avvita, tanto più vigorosamente rimbalza.

Al fondo di questa interpretazione c'è la convinzione che l'intervento pubblico in realtà non abbia molta influenza sull'economia e che una volta salvaguardata la funzionalità del mercato, gli individui siano desiderosi di rimettersi in piedi.

Altri economisti non condividono questo naturalismo. Simon Johnson, come Mussa un ex capo economista del Fondo monetario, ha messo in dubbio nelle discussioni all'Istituto le interpretazioni ottimistiche. Ma Bergsten stesso, la cui esperienza nell'Amministrazione era stata invece maturata col presidente Carter, ha trovato gli argomenti di Mussa molto convincenti.

Contro la teoria del rimbalzo ci sono almeno due serie motivazioni analitiche. La prima è quella documentata da Rogoff e Reinhardt secondo cui le recessioni che nascono da crisi dei sistemi finanziari sono molto più lunghe e difficili perché i danni strutturali sono complessi da rimediare. La seconda è che la crisi attuale nasce da squilibri globali dovuti ad abitudini di consumo sbilanciate sia negli Stati Uniti, sia in Cina.

Fino a che gli americani non torneranno - come stanno facendo - a risparmiare e i cinesi a consumare, i mercati finanziari saranno costretti ad aggiustare gli squilibri di bilancia dei pagamenti dei due giganti, spesso con livelli di tassi d'interesse o di cambio irragionevoli, ma nel farlo saranno esposti a incidenti.
Ma affinché gli americani riescano a risparmiare, la domanda interna deve scendere e quindi anche il reddito aggregato.

Mussa non condivide l'ipotesi che la crisi non si risolverà fino a che le banche non saranno guarite. Il meccanismo è secondo lui opposto: è la crescita economica che guarisce le banche, non viceversa.
Quanto agli squilibri globali, tutti, in particolare noi europei, siamo convinti che siano stati "necessari" a porre le premesse della crisi, ma molti dubitano che siano stati in alcun modo sufficienti.

L'ottimismo di Mussa, che aveva previsto una ripresa a forma di "V" già ad aprile - è per altro molto contro corrente. Lo stesso presidente della Fed, Ben Bernanke, parlando una settimana fa a 50 metri di distanza dall'ufficio di Dr Boom, aveva annunciato la probabile fine della recessione, ma aveva anche previsto una uscita lenta e complessa e purtroppo - come aveva poi confermato il presidente Obama - segnata per i prossimi trimestri da una crescente disoccupazione.

Mussa è convinto che nel solo 2010 il Pil americano crescerà di almeno il 4% e la disoccupazione si fermerà al 9%. L'economista ritiene di essersi mantenuto molto cauto, perché questi livelli corrispondono a un rimbalzo pari a solo due terzi di quelli passati all'uscita dalle recessioni più gravi del secolo scorso.

Arthur Pigou, l'economista britannico dell'inizio del '900, sosteneva che «un errore di ottimismo muore attraverso una crisi, ma nel morire dà vita a un errore di pessimismo che non nasce come un infante, ma come un gigante». La cosiddetta "ripresa di Reagan" del 1983, dopo una recessione nell'82 di dimensioni analoghe all'attuale (-6% del Pil), arrivò fulminea e con tassi di crescita tra il 7 e il 9,5% trimestre dopo trimestre.

Secondo gli ottimisti alla fine del 2010 (rispetto a fine 2009) il ritmo di crescita sarebbe del 5%. Le implicazioni di un rimbalzo analogo sarebbero enormi ma non tutte positive. Gli sforzi di riforma dei sistemi finanziari e i tentativi di coordinamento globale, sospinti dal senso di necessità indotto dalla crisi, probabilmente si arenerebbero.

In queste ore intensi sforzi di diplomazia economica stanno cercando di dare al G-20 un ruolo di governo stimolando politiche equilibrate di sviluppo che singoli paesi (Usa e Cina) o singole aree economiche (Euroarea) non hanno la volontà politica di realizzare. Le stesse banche stanno esercitando pressioni sui governi per minimizzare le riforme.

Come sempre le previsioni sull'Europa sono meno infettate dall'ottimismo di Washington. Tuttavia il tasso di crescita della zona euro nel 2010, che il Fondo monetario nelle passate stime vedeva ferme a -0,3%, potrebbe salire secondo Mussa al 2,3%.

Perfino l'Italia crescerebbe nel 2010 dell'1,8% (anziché -0,1%). Una previsione che per un attimo ha fatto vacillare la fiducia nel contagioso ottimismo del dottor Boom.
Hai ragione nel dire che non ci si capisce + niente.
Sullo stesso numero del Sole puoi leggere:

"Fmi: la disoccupazione potrebbe portare a nuove guerre


NEW YORK - L'economia mondiale «vede la fine del tunnel» della crisi anche se le difficoltà «non sono per nulla finite». Le condizioni finanziarie «sono migliorate» e il motore della crescita mondiale «sta ripartendo». Lo ha detto il direttore generale del Fondo monetario internazionale, Dominique Strauss-Kahn, aggiungendo che l'Fmi «prevede ora una ripresa globale nella prima parte del 2010». Tuttavia, «la stabilità economica e la pace sono da sempre strettamente collegate« e, soprattutto nei Paesi più poveri, la crisi potrebbe portare a «disordini sociali, instabilità politica o al collasso della democrazia» e, infine, «alla guerra».

In effetti «la disoccupazione potrebbe continuare ad aumentare il prossimo anno» anche con un rimbalzo dell'economia. Per questo Strauss-Kahn ha messo in guardia sui rischi «per la stabilità sociale». Per chi perde il lavoro «la crisi non è superata - ha affermato il direttore del Fondo -. In molti paesi, soprattutto quelli senza adeguata rete di tutele sociali, la povertà sarà ancora un problema». La crisi, insomma, «non è archiviata. I costi umani e sociali possono peggiorare prima di migliorare». Strauss-Kahn ha ricordato infine come «due drammatici shock, in rapida successione - quello delle materie prime alimentari e petrolifere e la crisi globale - hanno capovolto le fortune». «In molte aree del mondo - afferma - la posta in gioco non è solo un'elevata disoccupazione o un ridotto potere d'acquisto ma la vita o la morte».

pram non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 24-09-09, 09:52   #5 (permalink)
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ai dadi, cosi' hai una risposta su 6 opzioni
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Vecchio 24-09-09, 11:17   #6 (permalink)
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ai dadi, cosi' hai una risposta su 6 opzioni
Solo 6 ? chiaramente non hai mai giocato a Dungeon & Dragons

http://www.youtube.com/watch?v=bxNb-OF_qw8
Gaudente non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 24-09-09, 11:22   #7 (permalink)
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Il mio titolo è provocatorio, senza dubbio, nessun economista appena serio penso che faccia analisi a capocchia con la monetina. Vuole però sottolineare due aspetti rilevanti.

Il primo è che quando si esaminano situazioni in macro-scala, oggetto di questa sezione del forum, metodi, modelli, proiezioni e risultanze sono alla fine più legate alla conformazione mentale di chi li studia piuttosto che ad una oggettività scientifica, come più volte ribadito su queste pagine. I termini ottimismo e pessimismo compendiano, pur impropriamento, tale processo.

Il secondo, la convinzione di Mike Mussa che l'intervento pubblico in realtà non abbia molta influenza sull'economia e che una volta salvaguardata la funzionalità del mercato, gli individui siano desiderosi di rimettersi in piedi - ci rinfranca sullo stato dell'arte delle libertà economiche in essere.
La macroeconomia non riesce e non può predire con buona approssimazione quanto è legato alla (discreta) casualità dei comportamenti di miliardi di individui. I quali, normalmente, hanno motivazioni e obiettivi sicuramente più razionali di una programmazione dall'alto.
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Vecchio 24-09-09, 11:45   #8 (permalink)
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L'intervento pubblico non avrebbe molta influenza sull'economia ?

Sto pensando quale sia la faccina più appropriata...



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Vecchio 24-09-09, 11:53   #9 (permalink)
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L'intervento pubblico non avrebbe molta influenza sull'economia ?
Messa così sembrerebbe una barzelletta, sicuro, ma intanto Mussa parlava solo degli U.S.A., poi il senso della frase è che la reazione alla crisi della popolazione è più importante e fattiva di quanto imposto dal Governo.

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Vecchio 02-10-09, 10:51   #10 (permalink)
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Sui difetti dei modelli previsionali, un articolo interessante dal Sole24.
............


Chi più spende, meno spende.

L'incapacità degli economisti di prevedere la crisi finanziaria esplosa nel 2008 è dovuta in gran parte ai modelli errati utilizzati. La mancanza di modelli affidabili ha fatto sì che le autorità economiche e le Banche centrali non avessero alcuna avvisaglia di quello che sarebbe successo.

Come io e George Akerlof sosteniamo nel nostro recente saggio Spiriti animali, l'attuale crisi finanziaria è stata determinata da bolle speculative nel mercato immobiliare, azionario, dell'energia e delle altre materie prime. Le bolle sono causate da «retroazioni ad anello chiuso»: l'aumento dei prezzi speculativi incoraggia l'ottimismo, che spinge a sua volta nuovi acquisti e di conseguenza a ulteriori incrementi dei prezzi speculativi, fino a quando arriva il disastro.
Ma nella maggior parte dei trattati o dei manuali di economia, relazioni di Banche centrali, non troverete la parola bolla. Anzi, l'idea stessa che esistano le bolle è diventata talmente impopolare tra gli addetti ai lavori che menzionarla in un seminario di economia è come citare l'astrologia a un gruppo di astronomi.

Il problema fondamentale è che una generazione di macroeconomisti è giunta ad accettare una teoria, quella del comportamento razionale delle persone, che è viziata alla base. E come ha dimostrato lo statistico Leonard "Jimmie" Savage nel 1954, se la gente segue determinati assiomi razionali si deve comportare come se conoscesse tutte le probabilità e avesse fatto tutti i calcoli appropriati.

Gli economisti dunque partono dal presupposto che la gente usi effettivamente tutte le informazioni pubblicamente disponibili e conosca, o si comporti come se le conoscesse, le probabilità di tutti gli eventi futuri concepibili. Le persone non sono influenzate da nient'altro che dai fatti, e le probabilità sono considerate come fatti. Aggiornano queste probabilità non appena diventano disponibili nuove informazioni, e dunque qualsiasi cambiamento nel loro comportamento va attribuito alla loro risposta razionale a informazioni effettivamente nuove. E se gli attori economici sono sempre razionali, allora non può esistere nessuna bolla, cioè nessuna risposta irrazionale del mercato.

Tuttavia, numerose ricerche psicologiche dimostrano che la gente non soddisfa gli assiomi di razionalità di Savage. Questo è l'elemento fondamentale della rivoluzione dell'economia comportamentale, che ha iniziato a imporsi nell'ultimo decennio.
In realtà, la gente non è quasi mai a conoscenza delle probabilità di eventi economici futuri. Vive in un mondo in cui le decisioni economiche sono fondamentalmente ambigue, perché il futuro non sembra essere una mera ripetizione di un passato quantificabile.

Le ricerche di Scott Huettel e Michael Platt, neuroscienziati dell'Università di Duke, hanno dimostrato, attraverso esperimenti di risonanza magnetica funzionale, che le «decisioni prese in condizioni di ambiguità non rappresentano un caso di decisione rischiosa speciale, più complesso: queste due forme di incertezza sono supportate da meccanismi distinti». In altre parole, quando c'è una situazione di ambiguità entrano in gioco parti e percorsi emozionali differenti del cervello.

L'esperto di economia matematica Donald J. Brown e la psicologa Laurie R. Santos, entrambi di Yale, stanno conducendo esperimenti per cercare di capire come varia nel tempo la tolleranza umana nei confronti dell'ambiguità nel processo decisionale in campo economico. I due studiosi teorizzano che «nei periodi di rialzo dei mercati normalmente si ricerca l'ambiguità, mentre nei periodi di ribasso la si rifugge». Sono alterazioni del sentimento di sicurezza che solo adesso stiamo cominciando a capire.

Certo, la teoria della razionalità pura rimane utile per molti scopi. Può essere applicata, con cautela, in ambiti in cui le conseguenze di una violazione dell'assioma di Savage non sono troppo gravi. Gli economisti applicano correttamente la sua teoria a tutta una serie di problematiche di microeconomia, come il motivo per cui i monopolisti fissano prezzi più alti.
Il problema però è che questa teoria è stata applicata troppo ad ampio raggio. Ad esempio, il modello di equilibrio generale stocastico dinamico dell'area euro, sviluppato da Frank Smets, della Banca centrale europea, e Raf Wouters della Banca nazionale del Belgio, è molto efficace nel fornire un elenco accurato degli shock esterni che, teoricamente, determinano l'andamento dell'economia. Ma nessuno modellizza le bolle: si dà sempre per scontato che l'economia si limiti a reagire in modo assolutamente razionale a questi shock esterni.

Milton Friedman (mentore di Savage e coautore) e Anna J. Schwartz, nel loro libro del 1963 Il dollaro. Storia monetaria degli Usa (1867-1960), hanno dimostrato che le anomalie nella politica monetaria furono un fattore importante nella Grande Depressione degli anni 30. Economisti come Barry Eichengreen, Jeffrey Sachs e Ben Bernanke ci hanno aiutato a capire che queste anomalie erano il risultato degli sforzi delle singole Banche centrali per restare attaccate al gold standard, sforzi che le spinsero a mantenere i tassi di interesse relativamente alti nonostante la debolezza dell'economia.
Per alcuni questa rivelazione ha rappresentato un evento culminante della teoria economica. La peggiore crisi economica del XX secolo è stata spiegata (ed è stato suggerito un modo per correggerla) con una teoria che non si fonda sulle bolle speculative.

Ma non è possibile comprendere fino in fondo eventi come la Grande Depressione, e anche come questa crisi recente, senza comprendere le bolle speculative.
Il fallimento dei modelli usati dagli economisti nel prevedere la crisi attuale darà il via a una revisione generalizzata di tali modelli. Reindirizzeranno la ricerca dando ascolto a scienziati con competenze diverse. Solo allora le autorità monetarie riusciranno a capire meglio quando e come le bolle possono mandare in crisi un'economia, e che cosa si può fare per prevenire un esito di questo genere.

Robert J. Shiller
Professore di economia all'Università di Yale e chief economist della MacroMarkets Llc. È autore, insieme a George Akerlof, di Spiriti animali.

(Traduzione di Fabio Galimberti)
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