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#1 (permalink) |
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Ex Giorgiob75
Data registrazione: Apr 2006
Messaggi: 12,083
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Obama ha paura e vuole farsi amica la Cina
Ha paura (saggiamente) che i cinesi si stufino di sottoscrivere il loro debito carta-straccia e allora cerca di farseli amici.
Obama: «I rapporti Usa-Cina daranno forma al XXI secolo» |
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Member
Data registrazione: May 2001
Messaggi: 7,740
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Citazione:
E l'EUROPPPPPA, CHE FA ?????? |
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#7 (permalink) | |
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Ex Giorgiob75
Data registrazione: Apr 2006
Messaggi: 12,083
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Citazione:
Se il cambio fosse veramente libero, il dollaro varrebbe MOLTO meno. |
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Member
Data registrazione: Jul 2009
Messaggi: 52
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IL DOLLARO CONVITATO DI PIETRA
ALFONSO TUOR Il futuro del dollaro è il tema centrale (sebbene non appaia nell’ordine del giorno) dell’incontro ministeriale aperto ieri a Washington dal presidente Obama nell’ambito del cosiddetto «dialogo strategico ed economico» tra Stati Uniti e Cina. Infatti Pechino è sempre più preoccupata che la politica monetaria fortemente espansiva della Federal Reserve e l’esplosione del deficit pubblico americano portino ad un forte deprezzamento del dollaro e quindi a perdite notevoli sulle riserve valutarie cinesi, che superano i 2.100 miliardi di dollari, dei quali due terzi sono denominati in dollari. L’inquietudine di Pechino, che con oltre 800 miliardi di dollari è il principale creditore dello Stato americano, non è di questi giorni. La prima clamorosa manifestazione si ebbe alla vigilia del vertice del G20 tenutosi a Londra all’inizio di aprile, quando la Banca centrale cinese pubblicò un documento in cui si proponeva di cominciare a studiare la sostituzione del dollaro, quale moneta mondiale, con i Diritti speciali di prelievo del Fondo monetario internazionale. Questa uscita è stata seguita dagli accordi con Russia e Brasile, in base ai quali gli scambi commerciali con la Cina verranno regolati in renminbi o in rubli o in real brasiliani, e da ripetuti inviti agli Stati Uniti ad assicurare la stabilità del cambio del dollaro e proteggere gli investimenti cinesi. Queste prese di posizione ufficiali, inabituali per lo stile cinese, possono essere lette in vari modi. Innanzitutto, la Cina teme veramente che il tasso di cambio del dollaro possa crollare e non crede assolutamente alle rassicurazioni americane. Il quotidiano «Il Sole 24ore» ha recentemente riferito che in occasione della sua ultima visita a Pechino il segretario al Tesoro Tim Geithner tenne un discorso all’Università. Ebbene quando Geithner insistette sul fatto che gli Stati Uniti restano a favore di una politica del dollaro forte, il pubblico scoppiò in una crassa risata. Il crescente scetticismo cinese nei confronti degli Stati Uniti non può oscurare il fatto che i due Paesi siano sempre più interdipendenti. Le enormi riserve valutarie di Pechino sono anche il prodotto del forte disavanzo americano negli interscambi commerciali con il gigante asiatico. È stato giustamente scritto che quando la Cina chiede a Washington maggiore rigore economico è paragonabile «allo spacciatore che chiede al drogato di disintossicarsi». Per questi motivi è anche certo che Pechino non sarà mai l’origine di un crollo del dollaro che danneggerebbe gli interessi cinesi e farebbe precipitare l’attuale crisi economica. Gli obiettivi di Pechino sono invece molto probabilmente sia politici sia economici. La Cina è perfettamente consapevole che le attuali difficoltà degli Stati Uniti non sono passeggere e che il divario economico tra i due Paesi sta rapidamente diminuendo. Alcuni ritengono che già nel 2015 le due economie avranno dimensioni simili in base alle parità di potere d’acquisto e Goldman Sachs prevede che nel 2020 l’economia cinese supererà quella americana. Tenendo conto di queste ipotesi, Pechino comincia ad avanzare la richiesta che le istituzioni economiche, finanziarie e politiche internazionali debbano cominciare a prenderne atto e che anche il ruolo mondiale del dollaro, simbolo della superpotenza americana, debba essere ridimensionato. Questi obiettivi strategici nascondono però obiettivi tattici dovuti anche a preoccupazioni reali. La Cina non vuole più continuare ad accumulare carta americana (Treasuries bonds, Treasuries bills, obbligazioni emesse da Fannie Mae e Freddie Mac, ecc.), che teme possa rivelarsi di dubbio valore e quindi fonte di ingenti perdite. Vuole invece avere la possibilità di usare le sue riserve valutarie (che corrispondono ad un quarto della capitalizzazione delle società incluse nell’indice Standard & Poor’s) per acquistare attività reali. È quanto la Cina sta facendo in Africa, in America Latina ed in Asia, ma non nei Paesi occidentali, poiché lo shopping cinese si scontra con una forte resistenza politica, come è stato confermato dal fallimento dell’acquisto del 20% del capitale dell’australiana Rio Tinto, una delle maggiori società minerarie del mondo. La Cina sta dunque dicendo a Washington di essere disposta ad acquistare altri titoli, con cui gli americani finanziano i loro debiti, ma è pronta a sostenere il dollaro attraverso l’acquisto di importanti partecipazioni azionarie di società statunitensi. È evidente che Washington non può accettare questa richiesta, che provocherebbe forti reazioni del Congresso e dell’opinione pubblica. E proprio questa difficoltà ha effetti a breve e a lungo termine. Nell’immediato l’amministrazione Obama non è in grado di contrastare le iniziative, anche politiche, di Pechino. A più lungo termine, la questione rischia di diventare ancora più critica. Pechino sta facendo passi da gigante per affrancare la propria economia (le proprie esportazioni) dai mercati di sbocco occidentali, anche sviluppando la domanda interna. Già oggi le esportazioni cinesi verso l’Europa e l’America del Nord sono inferiori a quelle dirette verso il resto del mondo. Non solo: gli Stati Uniti sanno che la penetrazione commerciale cinese nei mercati emergenti si accompagna ad ingenti investimenti (ed anche prestiti) e alla creazione di un’area di influenza anche politica da parte di Pechino. Ma c’è di più. È stato di fatto creata un’alternativa al Fondo monetario internazionale. Infatti recentemente sono stati sottoscritti gli accordi di Chiang Mai, in base ai quali i Paesi asiatici hanno accantonato ingenti capitali che verranno usati per aiutare i Paesi firmatari in caso di crisi valutaria. Tutto ciò sta a dimostrare che il Governo cinese, mentre persegue l’obiettivo strategico di creare un sistema monetario non più ancorato al dollaro, agisce per allargare la propria area di influenza commerciale, finanziaria e ovviamente anche politica. Si può azzardare l’ipotesi che l’attuale crisi economica sia destinata a segnare la fine dell’ordine economico che si è affermato dopo la seconda guerra mondiale e che si è ulteriormente allargato e rafforzato dopo l’implosione dell’impero sovietico. La crisi ha accelerato i tempi del declino di questo ordine politico ed economico imperniato sulla potenza americana e sul ruolo mondiale del dollaro. Oggi viviamo una fase di transizione, i cui sbocchi sono difficilmente prevedibili. Si può comunque ipotizzare che il crescente peso economico di Cina, India, Brasile e Russia e le ferite che l’attuale crisi lascerà nel corpo dell’economia americana incideranno sull’ordine economico e politico mondiale, che potrebbe uscirne profondamente diverso da quello in cui ci eravamo abituati a vivere prima dello scoppio della bolla creditizia statunitense. |
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Gamma Ray Burst
Data registrazione: Jul 2003
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29/7/2009
Inizia l'AmeriCina Pechino incomincia il suo periodo di apprendistato come grande potenza accanto agli Stati uniti di Francesco Sisci È cominciata l’era della AmeriCina, un’era felice che potrebbe incardinare politicamente tutto il secolo. Questo almeno secondo Pechino che nel secolo passato ha inseguito il sogno di trasformarsi in una specie di versione orientale del “bel paese”, meiguo, il nome degli Usa in cinese. La prima e fondamentale colonna di questo rapporto è certamente economica. La Cina è il maggiore creditore degli Usa, con circa 1.700 miliardi di dollari in obbligazioni del Tesoro e di aziende. Ciò significa una enorme forza di ricatto reciproco e una catena che incastra i due paesi. Gli Stati uniti sono sotto il ricatto dei creditori cinesi ma è più vero il contrario, perché l’enorme debito, se non fosse restituito, peserebbe ancora di più sull’economia di Pechino, ancora solo un terzo di quella americana. La Cina conosce bene questo doppio vincolo e anzi lo ha perseguito scientemente da molti anni, proprio per rendersi indispensabile all’America, proprio per arrivare ad oggi, all’AmeriCina, a un rapporto strategico bilaterale che fosse il viatico per crescita economica e il prossimo auspicato condominio politico globale. La Cina che ragiona in tempi lunghi sa di essere oggi e ancora per decenni partner minore in questo rapporto, ma tanto meglio. Pechino ha bisogno ancora di tempo per mettere in ordine le sue questioni interne e soprattutto deve imparare lentamente, ma sistematicamente, come si fa a gestire il mondo da superpotenza. Le prossime occasioni concrete di stringere il rapporto sono ancora l’economia e le questioni strategiche asiatiche. In economia è chiaro a Pechino che per l’America l’unica via di ripresa dalla crisi attuale è la cessione di tecnologie energetiche e ambientali alla Cina. Qui gli Usa hanno tecnologie mature, che vanno dal nucleare all’eolico. La Cina è disposta ad acquistarle e pagarle bene, innescando quindi una spinta per un nuovo ciclo di sviluppo industriale in America. Finora gli Usa non avevano ceduto queste tecnologie perché esse sono spesso duali, civili e militari. La disponibilità oggi a cederle significa che c’è una luce verde a una collaborazione strategico-militare. In altre parole qui si scrive ambiente, una roba verde, quasi da hippy, si legge armi, divise, carri armati. ..... seguono considerazioni non economiche http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tm...asp?ID_blog=98 |
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