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Vecchio 11-06-09, 18:55   #1 (permalink)
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default lettonia?

FONTE: INFORMAZIONE SCORRETTA (BLOG)

Lettonia, default o svalutazione del Lat. Effetto domino in Europa?

La Lettonia, dopo la mancata collocazione dei titoli del debito pubblico, e con il finanziamento del FMI a rischio, è a un passo dal bivio: o fa default sul debito o fa svalutazione del Lat. Già la popolazione si è fatta sentire con i primi disordini mesi fa.

Ci sono rischi di effetto domino in Europa.

Prima però facciamo un passo indietro e torniamo agli anni 90 del secolo scorso, al tempo della bolla del sud-est asiatico. La crisi delle cosiddette Tigri Asiatiche al termine degli anni 90 del secolo scorso è iniziata come una crisi finanziaria.

Torniamo in particolare al 2 luglio 1997.



In quel giorno caldo e umido, la borsa thailandese crollo’ repentinamente. Subito segui’ la svalutazione del Bath thailandese.

Nel giro di un paio di settimane, si svalutarono pesantemente anche la Rupia indonesiana, il Peso filippino e il Ringgit malese.

Le borse di tutti questi stati crollarono.

Nel gennaio 1998, il Peso aveva perso il 38% del suo valore rispetto al Dollaro. Il Ringgit aveva perso il 44%, il Bath il 51% e la Rupia indonesiana aveva perso l’80%.

Gli indici di borsa caddero fino al 50%.

Nel giro di pochi mesi, l’effetto domino si estese in tutto l’estremo oriente.

Il 21 novembre il Won sudcoreano perse più del 50% rispetto al dollaro, e solo tre giorni dopo crollarono la più importante società di brokering giapponese e due istituti finanziari del calibro di Sanyo Securities e Hokkaido Taku Shoku.

Nel Gennaio 1999 rischiò anche Hong Kong: messa in liquidazione la Peregrine Investments Holding, la borsa perse il 30%, ma il Dollaro di Hong Kong venne salvato anche dall’intervento cinese.

Il crollo del Bath Thailandese del 2 Luglio 1997 è stato dunque la scintilla che ha avviato la crisi finanziaria delle cosiddette tigri asiatiche.

Gli eventi in lettonia potrebbero provocare un effetto domino simile oggi?

Questo è quello che si chiede RGE Monitor, il sito di Nouriel Roubini, con l’articolo che traduciamo oggi per gli affezionati lettori di Informazione Scorretta.


L’Europa orientale è sull’orlo di una crisi simil-asiatica?

Gli occhi sono puntati su questa piccola economia baltica, nel mezzo di discussioni su una possibile svalutazione, a causa dei potenziali effetti domino verso le altre regioni baltiche, la Svezia e l’Est Europa in generale.

Forti legami commerciali e finanziari, per non parlare delle vulnerabilità macroeconomiche simili, significano che una crisi in Lettonia colpira’ quasi sicuramente le vicine Estonia e Lituania, come già anticipato in questo articolo di RGE Monitor (in inglese, NDFC) a inizio maggio.

Una crisi in Lettonia potrebbe anche avere un effetto domino in Svezia a causa della forte esposizione delle banche svedesi sulle tre repubbliche baltiche.

Il punto di domanda è se e quanto una crisi in Lettonia avrà effetti sulla regione dell’europa centrale ed orientale. I rapporti commerciali diretti e collegamenti finanziari tra la Lettonia e l’europa centrale ed orientale sono limitati. Ciononostante, molte di queste nazioni – in particolare Bulgaria a Romania – condividono le medesime vulnerabilità macroeconomiche della Lettonia, il che significa che una crisi in Lettonia potrebbe “svegliare” gli investitori per una potenziale crisi nel resto della regione.


Qual è il problema della lettonia?

Una volta era il pupillo degli investitori. Il boom economico, con la crescita a due cifre all’inizio di questo decennio, e’ stato accompagnato da squilibri massicci – un deficit corrente del 25% del PIL (tra i più alti al mondo) ed un carico di debito estero che ha raggiunto il 140% del PIL.

La correzione di questi squilibri sarebbe stata una sfida in qualunque circostanza, ma la crisi globale e la conseguente “siccità” di flussi di capitali liquidi hanno alzato la probabilità di una crisi totale della bilancia dei pagamenti. Il Lat, la moneta lettone, è agganciato all’Euro con una fluttuazione dell’1% . Questo tipo di fluttuazioni tendono a non sopravvivere a pesanti aggiustamenti economici come queli attualmente in corso.

(la fluttuazione così stretta è voluta dalla classe dirigente che pianifica di entrare nell’Euro nel 2012, ma una fluttuazione così stretta in una situazione come questa va necessariamente a provocare squilibri sugli altri parametri di Maastricht, il che rende comunque difficile il rispetto di tutti i criteri necessari per entrare nell’Euro, NDFC)

Nelle nazioni con tassi di cambio flessibili, la domanda interna non deve confontarsi con tutta la forza della correzione negli squilibri con l’estero perchè la svalutazione della moneta puo’ assorbire parte del fardello (facendolo naturalmente pagare ai cittadini, NDFC).

L’economia lettone è attualmente in stato vegetativo.

Anche se a dicembre è stato raggiunto un accordo di 7,5 miliardi per un pacchetto di salvataggio del FMI e dell’UE, il governo pronostica una contrazione del 18% nel 2009, il che la rende una delle economia in restrizione più veloce del mondo.

Il punto critico è se effettivamente la Lettonia riceverà la tranche da 1,7 miliardi a fine giugno.

Il vincolo bloccante è la capacità lettone di mantere al 5% il deficit corrente secondo quanto fissato nell’accordo. Il problema sta nel fatto che la caduta della crescita lettone è stata così netta che per mantenere gli accordi presi sei mesi fa è necessaria una estrema stretta fiscale.

Era stimato un calo del 5% del PIL, ora il governo stima un calo del 18%.

La stretta fiscale probabilmente innescherà una recessione ancora più grave. Anche con i tagli al budget, il deficit lettone supererà comunque i limiti, e non è chiaro se il FMI e l’UE accetteranno di allentare le condizioni del prestito. Se la lettonia non riceverà quest’ultima tranche, fronteggerà l’atroce dilemma tra default e svalutazione.

Alcuni indizi suggeriscono che anche in caso di pagamento della tranche di Giugno, la Lettonia non andrà verso la svalutazione. Il 3 giugno sono mancati acquirenti per 100 milioni di dollari di suoi titoli di debito. Mentre le autorità di governo rilasciano affermazioni antisvalutazione, molti commentatori vedono la svalutazione come inevitabile.

Un ex primo ministro ha proposto una svalutazione del 30% ed un ex direttore della banca centrale svedese ha dichiarato di recente che la svalutazione è inevitabile.

Nello stesso momento, la banca centrale lettone ha bruciato le sue riserve in valuta estera nel tentativo di mantenere il Lat nella banda di fluttuazione con l’Euro, passando da 6,6 miilardi di dollari a metà 2008 a 4,1 a fine maggio.


Perchè la lettonia non ha ancora svalutato?

Un ruolo chiave nel mantenere il Lat nella banda di oscillazione è la volontà di aderire all’Euro all’inizio del prossimo decennio. Questo obiettivo sembra sempre più illusorio.

Alcuni affermano che la Lettonia si sta aggrappando alla banda di oscillazione per evitare fallimenti di massa interni, a causa dell’elevato livello di prestiti concessi all’economia lettone denominati in valute estere, circa il 90% del totale. Comunque, come anticipato da RGE Monitor a Dicembre, si verificheranno fallimenti di massa, a prescindere dalle scelte lettoni.


Potenziale contagio

Tra le ragioni date dal FMI a Gennaio per sostenere la Lettonia nella sua volontà di restare nella banda di oscillazione dell’euro c’e’ l’idea che una svalutazione in Lettonia avrebbe effetti di ampia portata oltre la piccola nazione Baltica.


Estonia e Lituania

Forti legami commerciali e finanziari, e le stesse vulnerabilità macroeconomiche, significano che la crisi lettone quasi sicuramente si estenderà all’Estonia e alla Lituania. Le altre repubbliche baltiche sono i suoi partner priviliegiati.

Nel frattempo, le stesse banche svedesi che dominano il sistema bancario lettone dominano anche l’Estonia e la Lituania, costituendo un altro canale di contagio. La lettonia è la più debole delle tre.

Comunque, le altre due repubbliche baltiche hanno avuto anni di boom all’inizio del millennio, accumulando però deficit corrente a due cifre, e tutte e tre sono nel mezzo di severe recessioni.

Ancora più importante, anche Estonia e Lituania rientrano in bande di oscillazione con l’euro, e gli sforzi lettoni stanno solevando domande sulla sostenibilità di questi loro tassi di cambio semifissi.


Svezia

Mentre la Svezia non ha una prospettiva di grave crisi, i suoi forti legami finanziari con le repubbliche baltiche potrebbero tagliare pesantemente le prspettive di crescita del paese nordico. Le banche svedesi sono esposte per prestiti alle repubbliche baltiche per un importo pari al 20% del PIL svedese. Secondo Danske Bank, questi prestiti potrebbero costare alla svezia una cifra totale compresa tra il 2% ed il 6% del suo PIL su molti anni, in funzione di quanti debitori baltici faranno default. Sempre secondo Danske, tutte le banche svedesi esposte alle repubbliche baltiche dovrebbero rimanere solvibili in uno scenario di deflazione. Alcuni analisti teorizzano che potrebbe non volerci molto prima che la Svezia dia aiuti al suo settore bancario.


Europa Orientale e Centrale

La regione ha ha scambi minimi e legami finanziari con le repubbliche baltiche. Quindi il canale di contagio potrebbe essere il “wake up channel”, ovvero una crisi in Lettonia potrebbe “svegliare” gli investitori, allertandoli nei confronti di vulnerabilità simili in altre economie.

Fino ad ora, le prove suggeriscono che il resto dell’Europa orientale e centrale non eviterà completamente gli effetti la svalutazione lettone. Per esempio, la recente ondata di vendite dello Zloty polacco e del Forint ungherese sono state ampiamente attribuite a fattori collegati al potenziale effetto domino di una crisi in Lettonia.

Le nazioni di quella regione non sono un blocco omogeneo. Romania e Bulgaria, in particolare, presentano la stessa traiettoria boom-crollo della Lettonia. Gli squilibri esterni in queste 5 nazioni sono paragonabili, e in alcuni casi superano, l’accumulo degli squilibri prima della crisi del 1997 in Asia.

Per esempio, il deficit corrente nel sudest asiatico dal 95 al 97 è scivolato al 3-8,5% del PIL, mentre in Romani, Bulgaria e nelle repubbliche Baltiche ha superato il 10% del PIL nel 2008. Come nelle repubbliche baltiche, la Bulgaria opera in un regime di cambio semifisso e un fattore chiave è se la crisi in lettonia scuoterà la fiducia nella valuta bulgara.

Romania e Ungheria possono avere cambi flessibili, ma come la Lettonia hanno dovuto rivolgersi al FMI.

Altre nazioni nella regione – Cechia, Polonia, Slovacchia – hanno accumulato squilibri negli ultimi anni e sono nel pieno dei loro bruschi rallentamenti. Comunque, i loro squilibri non hanno mai raggiunto le proporzioni baltiche e balcaniche.


Una crisi lettone potrà colpire la zona euro?

Se si verifica una crisi nella bilancia dei pagamenti nel baltico e se si propaga con effetto domino verso le economie dell’est europeo (notare i grandi SE), la zona euro potrebbe essere coinvolta.

L’esposizione dell’eurozona deriva dalle forti esposizioni delle sue banche sulle economie dell’est, attraverso le loro controllate, dove mantengono un 60-90% della quota di mercato, a seconda della nazione.


Si conclude qui l’articolo di RGE Monitor.

Sulle possibilità di effetto domino in Europa, Europe2020 si era espressa in modo scettico, mentre noi eravamo più possibilisti. Potete approfondire a questo nostro post di traduzione del Geab 33.


Saluti felici

Felice Capretta


Ps: Secondo l’istat, l’industria è ripartita. +1,1% sul trimestre. Ne parliamo poi. Per il momento... ehi, guarda, una capretta.

Fonte: http://informazionescorretta.blogspot.com/
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Vecchio 12-06-09, 10:21   #2 (permalink)
Famo domani
 
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Anche questo interessante:

http://www.ilsussidiario.net/articol...articolo=25191


FINANZA/ La Gran Bretagna è pronta a salutare l’Ue
Mauro Bottarelli

giovedì 11 giugno 2009

In inglese verrebbe definito “payback time”, il tempo della rivincita. Se infatti ieri anche il famoso, autorevole e citatissimo economista Nouriel Roubini (vaticinante spesso e volentieri su Repubblica) ha deciso di dedicare la sua newsletter settimanale al rischio di una crisi sul modello asiatico per l'Est europeo partendo dai guai che stanno affliggendo la Lettonia, vuol dire che ci siamo.

L'ondata è arrivata e a poco a poco farà sentire tutta la sua forza, a meno che il Fondo Monetario non decida di comune accordo con la Commissione Ue di mettere ulteriormente mano al portafogli visto che la rata di maggio del prestito-ponte accordato al paese baltico ad inizio anno non è servita a migliore i conti. Anzi. Il lat, la moneta lettone, è legata all'euro da un rapporto di oscillazione da
-1 a +1 per cento ma sono i conti in generale ad essere fuori controllo, con esposizioni del 140% rispetto alle riserve.

Insomma, l'unica è svalutare del 30% il lat ma a Riga non vogliono sentire nemmeno parlare di questa ipotesi poiché i contraccolpi sociali sarebbero a dir poco devastanti: tagli dei salari netti per tutti i dipendenti pubblici, licenziamenti di massa nel settore dell'istruzione e un potenziale rischio di destabilizzazione. Il problema è che le ipotesi sul tappeto sono due e due soltanto: o il Fmi paga - e non sembra intenzionato a farlo, almeno per ora - o si svaluta, altrimenti il rischio di domino verso le altre repubbliche baltiche e verso paesi come Ungheria e Repubblica Ceca è pressoché certo.

Non è un caso che ieri la Svezia abbia richiesto e ottenuto un prestito d'emergenza dalla Bce di 3 miliardi di euro per tamponare la crisi lettone vista l'alta esposizione delle banche svedesi verso la repubblica baltica: chiesto e ottenuto in poche ore, suona come una situazione che non ammette ritardi. Ora che l'ha detto anche Roubini, magari, qualcuno comincerà a credere che il rischio è reale. Ma non è questa la sola previsione che il Sussidiario aveva azzeccato in anticipo.

È di ieri infatti la notizia che la catena di grande distribuzione tedesca Arcandor, che controlla tra l'altro i grandi magazzini Karstadt e soprattutto l'operatore Thomas Cook, ha fatto richiesta di aiuti di stato e di un prestito d'emergenza: insomma, è in fila per la bancarotta garantita dallo Stato. Questo significa che, ad esempio, il gigante del turismo Thomas Cook rimarrà controllato da Arcandor al 53% ma attraverso garanzie sui prestiti contratti con otto banche, tra cui Royal Bank of
Scotland (nazionalizzata da Gordon Brown), Commerzbank e Bayern LB. Peccato che Commerzbank sia in predicato di dover denunciare qualcosa come 101 miliardi di titoli tossici nei bilanci da scaricare: auguri a entrambe, controllata a e controllante.

E sempre come anticipato dal Sussidiario il 7 maggio scorso, Obama ha bellamente calpestato i diritti dei creditori privati e dei fondi di Chrysler obbligando quasi manu militari a cedere il marchio a Fiat. Avevate dubbi voi? Noi no, già un mese fa. Giova ricordare, ora che i giornali festeggiando trionfante Marchionne come nuovo ad dell'ex colosso di Detroit, i due punti interrogativi che restano inevasi.

Primo, con gli anni il gigante di Detroit aveva praticamente smesso di preoccuparsi di produrre automobili perché si era trasformato nel più grande detentore di obbligazioni come fondo pensione e sanitario, qualcosa come 200 miliardi di dollari alla fine dello scorso anno: insomma, porta sempre aperta per le esorbitanti richieste salariali dei sindacati, produzione desueta e scadente ma leva di leverage sul mercato health&pension da banca d’affari. Bush prima e Obama poi hanno provato a tamponare ma ora la procedura fallimentare dettata dal chapter 11 brucerà quei fondi dei contribuenti, i quali si trasformeranno in creditori qualsiasi da aggiungersi alla fila: chi dovrà rispondere alle lamentele di quella fila una volta compiuta la fusione, secondo voi? Obama non potrà sempre dettare le sentenze ai propri tribunali e continuare a scontentare - o derubare, forse è il termine migliore - creditori e fondi.

Secondo: dall’operazione Fiat acquisirà la rete di distributori di Chrysler per entrare nel mercato americano. Bugia, almeno in parte e questo spiegherebbe l’immediato attivismo tedesco di Marchionne che fiutata la fregatura targata Obama stava cercando l’opzione aggregative Opel sperando nei fondi statali tedeschi. Soltanto nel mese di aprile sono stati chiusi quarantacinque concessionari Chrysler e nelle prossime settimane questo numero è destinato a salire esponenzialmente per un semplice dettaglio che nessuno sembra aver notato: l’essere terminata in amministrazione controllata sotto il chapter 11 consente a Chrysler, in virtù dell’obbligo di riduzione di costi e spese, di tagliare a dismisura tra i concessionari senza incorrere nella legge Usa sulla franchigia.

Dicevamo in maggio che in totale l’azienda ha 3150 dealers ma ne metterà sul mercato, entro pochi mesi, fino a 1500. Ci sbagliavano noi questa volta, saranno oltre 1800. Questo significa meno presenza sul territorio, vendita a prezzo di saldo per necessità di liquidi e quindi l’assalto dei concorrenti pronti a cannibalizzare e ulteriore disaffezione visto che in un regime di libera offerta se il concessionario della mia auto era a quindici minuti e ora, in virtù delle chiusure, il più vicino è a quarantacinque minuti quando non un’ora, cambio modello e punto oltre che sulla qualità e la convenienza anche sulla capillarità del servizio di assistenza. D'altronde Obama ha
giustamente altro a cui pensare.

Il fatto che nel giorno in cui dieci banche si sono dichiarate pronte a ripagare quanto ottenuto attraverso il programma Tarp il Dow Jones abbia chiuso in negativo martedì sera e aperto in positivo dello 0,2% ieri la dice lunga su quanto il mercato si fidi del reale stato di salute di quegli istituti e della reale serietà degli stress test messi in atto: lo ripetiamo, il 99% delle banche americane è insolvente.

Per finire una buona notizia, anch'essa anticipata dal Sussidiario sul finire di aprile: la tanto vituperata Gran Bretagna del liberismo finanziario ieri ha visto il primo segnale di ripresa dell'economia con un aumento della produzione industriale dello 0,3%, poco ma sufficiente a far toccare alla sterlina il massimo da ottobre dello scorso anno.

Una previsione ulteriore? Tempo due anni la Gran Bretagna aderirà all'Efta dicendo addio all'Ue, la stretta regolatoria varata dall'Ecofin dell'altro giorno parla chiaro e la City sa già cosa chiedere al futuro primo ministro: con l'80% degli hedge funds europei su territorio britannico, occorre tutelare investimenti, cash flow posti di lavoro. Molti di questi fondi stanno per fare le valige in direzione Ginevra: o l'asse franco-tedesco si ammorbidisce oppure Londra sarà costretta all'addio.


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Vecchio 15-06-09, 19:05   #3 (permalink)
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Intanto oggi si sono visti segnali neri dai cambi....

Vi segnalo che sui cambi con le valute interessate dal possibile default della Lettonia si sono visti movimenti molto forti, quidi attenzione!!!!

Non a caso Putin ha deciso oggi di aumentare di oltre il 20% le accise sulle esportazioni di greggio...il signorino vuole dare la mazzata definitive alle sue ex repubbliche e allontanare definitivamente gli States da quei territori...

Penso proprio che questo sia uno degli argomenti che dominerà la politica internazionale nei prossimi mesi....
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