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Il neo liberismo e’ vecchio
di Federico Caffé
L’ILLUSTRAZIONE ITALIANA n° 24 – novembre 1985 Sul piano dei fenomeni sociali, a differenza di quanto avviene nella navigazione aerea, non ci sono "punti dai quali non si può tornare indietro". Il cammino in senso involutivo è sempre possibile. Lo attesta l’odierno rigurgito antisemita, del tutto imprevedibile da parte di coloro che sono vissuti in età ragionevole nel corso degli anni Quaranta. Il richiamo può sembrare troppo crudo, dato che da questa sfera della pura irrazionalità, intendiamo rapidamente spostarci verso un dibattito - la libertà della iniziativa individuale contrapposta ai vincolismi dell’intervento pubblico - che si è contraddistinto, nei tempi recenti, per la sottigliezza delle argomentazioni e per il collegamento, sostanzialmente interdisciplinare, di tesi filosofiche, giuridiche ed economiche. Tuttavia, occorre pur dire che il dibattito è percorso da correnti di idee oltranzistiche che riportano a concezioni, che sembravano superate, di contrapposizione grezza tra Stato oppressore e individuo pesantemente ostacolato nelle sue decisioni e nelle sue scelte. In una delle sedi più accreditate del moderno neoliberismo, l’Institute of Economic Affairs di Londra, si è sostenuto in un recente opuscolo (The Welfare State: for Rich or for Poor?, di David G. Green) che - contrariamente alle aspirazioni e alle attese - le forme di pubblico intervento realizzate dalle moderne istituzioni democratiche rivelano una deformazione intrinseca: una deformazione "nel senso di favorire non gli interessi dei poveri, ma gli interessi delle classi medie e dei gruppi dei redditieri più abbienti". Si tratta di una costatazione valida, che peraltro non ha in alcun modo carattere di originalità, né si presta a interpretazioni di comodo. Gunnar Myrdal, economista e sociologo svedese di reputazione mondiale, in una sua grande opera alla quale ha voluto significativamente dare il titolo La povertà delle Nazioni ha studiato a lungo il processo di sviluppo di dodici paesi asiatici. La "rivoluzione verde" che vi è stata realizzata ha migliorato in modo sorprendente le condizioni della produzione agricola. Poiché, tuttavia, le agevolazioni predisposte a tale intento presupponevano capacità conoscitive non indifferenti (saper compilare dei moduli, saper impostare un programma di lavoro) i più sprovveduti e indigenti sono rimasti praticamente esclusi, mentre sono state avvantaggiate le categorie più esperte e più abbienti. In modo del pari estremamente significativo, una istituzione internazionale della importanza della Banca Mondiale ha promosso la pubblicazione di uno studio molto documentato (Redistribution with growth, a cura di H.B. Chenery, Oxford, 1974) nel quale si riconosce che i prestiti concessi dalla Banca stessa (che agisce dal 1947) hanno accentuato, anziché ridurre, le sperequazioni distributive nei paesi ai quali i prestiti sono stati accordati. E ciò sempre per il processo cumulativo che, per comprensibili ragioni, offre maggiori possibilità a coloro che si trovano in una posizione già favorita. E una vecchia massima, frutto di esperienza, che "il credito va a chi ha". Se, dunque, il miglioramento della posizione dei poveri costituisce un traguardo ancora molto lontano, è difficile comprendere in qual modo la rivitalizzazione del "mercato", l’eliminazione delle "regolamentazioni", la "privatizzazione" delle attività rientranti nel settore pubblico dell’economia possano essere ritenute condizioni necessarie e sufficienti per un accrescimento dell’efficienza, valido di per sé a realizzare anche una attenuazione dei dislivelli distributivi. Pure, sull’onda dei convincimenti dei neoliberisti, si sostiene che "non vi é forza più potente per il progresso contro la povertà che l'iniziativa e l’ingegnosità degli stessi poveri". Si ripropone, cioè, il modello di un capitalismo duro e aggressivo di cui sembrava aver fatto giustizia, una volta per tutte, un pungente apologo di J.M. Keynes. "E’ un metodo" egli ha scritto, "che porta in alto i ricercatori di guadagno cui arride successo, grazie a una spietata lotta per la sopravvivenza che sceglie il più efficiente per mezzo del fallimento del meno efficiente. Esso non guarda al costo della lotta, ma solo ai vantaggi dei risultati finali, i quali si suppongono essere permanenti. Se lo scopo della vita è di cogliere le foglie degli alberi fino alla massima altezza possibile, il modo più facile di raggiungere questo scopo è di lasciare che le giraffe dal collo più lungo facciano morir di fame quelle dal collo più corto" (La fine del Lasciar fare, 1926). Purtroppo, come si è detto, non vi sono problemi della vita sociale regolati una volta per tutte. Le tesi sociologiche delle "aspirazioni crescenti" ci hanno, nei tempi più recenti, abituati all’idea che il provvedere alle "giraffe dal collo più corto", anziché lasciarle morir di fame (e ancor oggi questo avviene, talvolta, in senso letterale) costituisca un modo per "appiattire" il livello generale della loro altezza (in sostanza produrre di meno); per "vivere al di sopra dei mezzi"; per sostituire alla "spietata lotta per la sopravvivenza" una pretesa smodata di assistenza pubblica che infiacchirebbe lo spirito di iniziativa, corroderebbe la finanza pubblica, sarebbe causa di sprechi e condurrebbe (nelle visioni più truci) alla redistribuzione della miseria, anziché della ricchezza. Quasi a contrasto delle società che si attardano su una concezione superata di una garanzia pubblica del benessere sociale, ecco l’esempio delle economie che ripropongono il modello secondo il quale "quelli che si muovono nella direzione giusta distruggono per mezzo della concorrenza quelli che si muovono nella direzione sbagliata". In verità, il modo di operare dell’odierna economia di "mercato" è molto più complesso, e passare sotto silenzio queste complessità produce veri effetti di mistificazione. Non si sono mossi "in una direzione sbagliata" i proprietari agricoli americani che, tenendo conto degli alti prezzi dei cereali, si sono indebitati verso gli istituti di credito locali, per acquistare altre terre e accrescere la produzione. L’elevata e crescente quotazione del dollaro ha, tuttavia, deviato le richieste di cereali verso altri paesi, determinando nelle zone agricole coinvolte negli Stati Uniti - sia per gli agricoltori che per le banche - condizioni che ricordano molto da vicino quelle del 1929. Il punto è importante non come fatto episodico, ma per ragioni molto più profonde. Il "mercato" non è in grado di fornire le indicazioni giuste, al momento giusto. Sulla base delle informazioni disponibili, la decisione non è sbagliata necessariamente al momento in cui viene adottata, ma risulta tale soltanto a cose fatte, dopo gli eventi. Sulla mancanza di adeguate informazioni su un mercato ragionevolmente concorrenziale la letteratura economica sta oggi riflettendo in modo molto approfondito, al livello astratto. Ma una circostanza del genere deve essere, sia pure grossolanamente, spiegata ad un livello accessibile anche ai non addetti ai lavori. Altrimenti, si perpetuerà l’illusione delle virtù taumaturgiche del "mercato" e della sua possibilità di risolvere i problemi, solo che ci si affretti ad abolire le regolamentazioni, accrescere le privatizzazioni, ridurre il ruolo economico dello Stato. Si potrebbe obiettare che, pur con tutte le sue imperfezioni, il "mercato" è pur sempre in grado di rendere possibile una più efficiente utilizzazione delle risorse. Ma, in primo luogo, ci si pone allora su un piano di opportunità pratica, da valutare caso per caso, e non su un livello di affermazioni di principio. In secondo luogo, resta aperto il problema se la disponibilità di una informazione più adeguata, come pure un operare più oculato e meno spregiudicato del sistema bancario, non richiedano una intensificazione mirata, selettiva, appropriata dell’intervento pubblico, anziché il suo contenimento, o il suo eventuale ripudio. In aggiunta, i fautori del neoliberismo trascurano di dare il dovuto rilievo alla situazione anomala che si manifesta sul mercato contemporaneo, considerato nella sua configurazione internazionale. L’interscambio mondiale di merci è una frazione del tutto irrilevante rispetto ai movimenti internazionali dei capitali. L’invito martellante ad essere competitivi "come se" questa eccezionale perturbazione speculativa non esistesse, "come se" l’odierno movimento dei capitali avesse carattere sicuramente stabilizzante, "come se" le potenze egemoni (che sono sempre esistite) svolgessero il loro ruolo con consapevolezza delle proprie responsabilità verso il resto del mondo conferma, ancora una volta, in qual modo la concezione del funzionamento odierno del "mercato" esprima un ideale, anziché essere una rappresentazione plausibile della realtà. Proprio per non cadere nello stesso errore, occorre essere consapevoli delle molte carenze dell’intervento pubblico nell’economia e particolarmente di quella sua manifestazione che oggi è maggiormente sotto il tiro della critica, cioè lo stato cosiddetto assistenziale o garante del benessere sociale. Le carenze sono vistose ed evidenti; il pericolo da evitare è quello del rigetto, anziché quello di una sagace azione di riforme. Con una strana inversione delle parti, sono gli storici a dimostrarsi maggiormente consapevoli di questa intricata connessione tra pubblico e privato, rispetto alle correnti neoliberiste di ispirazione strettamente economica. Come ha scritto Fernand Braudel nel volume I tempi del mondo, parte della straordinaria opera su Civiltà materiale, economia e capitalismo, "In ultima analisi, è grazie ai suoi buoni rapporti con lo Stato e alla sua simbiosi con lo Stato, distributore di privilegi fiscali (per attivare il sacrosanto investimento), di ordinazioni ricchissime, di misure che rendono più agevole l’apertura sui mercati esteri che il “capitalismo monopolistico” prospera. [...] Ma l’intesa tra il capitale e lo Stato non data da oggi. Essa attraversa i secoli dell’epoca moderna". Nell’adattamento continuo di questa simbiosi, nel corso del tempo, la tendenza a voler ricondurre il funzionamento del sistema economico all’operare di un concerto provvidenziale delle forze di "mercato" è sembrata, negli ultimi tempi, prevalere a tal punto che non sono mancate perplesse o risolute reazioni, di ispirazione sia religiosa che laica. Forse il punto peggiore della involuzione neoliberista è già passato. Forse oggi è possibile, con maggiore ascolto e senza il rischio di apparire tenacemente legato al passato, affermare con vigore che lo stato del benessere è una conquista ancora da realizzare faticosamente, non un intralcio fallimentare da scrollarsi di dosso. Ultima modifica di San Siro : 20-05-09 alle ore 09:19 |
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the micro one
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Che sia - forse - per la vergogna di aver scritto tante belinate che il nostro Federico, un bel giorno, esce di casa e di lui non si saprà più nulla?
Addirittura l'approvazione sulla concertazione tra Stato e capitale mi sembra francamente eccessiva. Specie alla luce dei bei risultati che tali belinate hanno prodotto e che possiamo quotidianamente constatare il questo nostro Paese cattocomunista à la Caffé. La lettura del presente, a voi collettivisti, non insegna mai nulla? Peccato. |
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Infatti riportate il discorso sempre sugli stessi due punti e non vi schiodate da lì: Primo punto: nel mondo esistono tre sistemi economici-politici - il sistema anglosassone - l'Italia - le dittature del Terzo Mondo. Francia, Germania, Olanda, Paesi Nordici non esistono, non sono mai esistiti e non esisteranno mai. Secondo punto: l'economia si fonda su Gigetto, il lattaio all'angolo, Carlo e la sua fabbrichetta di materia plastiche, Giovanni che fa il commercialista, Silvio che è disoccupato... Per spiegare e comprendere qualsiasi fenomeno economico del mondo moderno è sufficiente osservare il comportamento di Gigetto, Carlo, Giovanni, Silvio e costruirci sopra una storiellina. Non siete gli unici, beninteso, anche Boeri quando scrive i suoi libri parla di Giovanna, di come prima stava con Sergio, però non era soddisfatta, ma per fortuna ha incontrato Mario e allora ha pensato di sposarsi, però non guadagna abbastanza e scopre che la colpa è di suo padre che ha una pensione troppo alta. L'economia ridotta a storielline per bambini tardivi. Poi ci si stupisce se si precipita nella più grave crisi economica del dopoguerra e non ce n'è uno di questi pagliacci che insegnano nelle Università e pontificano su televisioni e giornali che se ne sia accorto... |
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#4 (permalink) |
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the micro one
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San Siro,
io ti voglio bene, ma non puoi travisare così il mio pensiero, specie accumunando tutto e tutti in un quadretto da avanspettacolo. Io parlo di risultati certi e osservabili e confrontabili: che il socialismo à la Caffé regnante abbia delle differenze tra Stati Uniti, Germania, Norvegia o Italia è lampante. Ti chiedo solo perché mai una azienda italiana come Fiat, che vorrebbe acquistare una società americana con stabilimenti in Germania, debba trattare con il governo tedesco? Non ti sembra che la libertà di intrapresa sia già andata a ramengo nei tuoi Paesi miraggio? |
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#5 (permalink) | |
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Quello che non è serio è intervenire ex-post e dire che ogni volta che le cose funzionano è perché non c'è regolamentazione, e ogni volta che non funzionano la colpa è della regolamentazione. (C'è chi ha il coraggio di dire che la questa crisi finanziaria è stata causata dalle varie regolamentazioni, quando si sa che le banche hanno creato degli strumenti per aggirare tali regolamentazioni.) Così si può dire che anche negli Usa tutto quello che non funziona è colpa della regolamentazioni. Certo che la libertà di impresa è limitata. Prima lo era 10 volte di più. Oggi lo è ancora, ma in casi più limitati. Anche negli Stati Uniti è limitata. Non puoi andare là e comprare quello che ti pare. Se vuoi comprare una major di Hollywood o una casa discografica, puoi. Se vuoi mettere le zampe nel settore energetico non puoi. |
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Watashi
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Anzi, non riesco a capire perchè lo stato italiano se ne freghi, visto che i viaggetti in america e germania gliele paga lo stesso, grazie ai generosi incentivi e cig. |
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#7 (permalink) |
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the micro one
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Ragazzi, voi non finite mai di stupirmi. Sotto il profilo ontologico della logica elementare.
1 - Su queste pagine, tutti i sacrosanti giorni, si levano giuste critiche ai sistemi economici vigenti. E' un dato reale di fatto. 2 - I sistemi economici vigenti, più o meno, sono tutti quanti improntati ad una commistione tra pubblico e privato o, quanto meno, ad una generale forte presenza degli Stati sull'economia di impronta che comunemente chiamiamo socialistra. Anche questo è un dato reale di fatto. 3 - Alcuni pazzi pericolosi, tra cui il sottoscritto, si permettono di presentare una ipotetica alternativa, mai peraltro pienamente realizzata, ai tanto criticati sistemi economici vigenti, propugnando maggiore libertà, maggiore responsabilità personale, maggiore etica degli operatori, spontanea o indotta dalle gravi conseguenze dirette in presenza di eventuali fuoruscite da poche e certe regole. 4 - A questo punto voi ci accusate di tutti i misfatti perpetrati nella storia umana, passata, presente e futura, contrariamente ad ogni logica. 5 - Mi pare sia necessario un itinerarium mentis differente. Quanto meno attinente alla fisica galileiana. Malgrado la quantistica e i buchi neri, sempre di estrema rilevanza misurabile empiricamente. |
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Watashi
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Cerchiamo di essere onesti fino in fondo...
Bisogna chiedersi se alla FIAT piace questa economia dove si socializza le perdite e si privatizza gli utili, ma credete davvero che alla FIAT facciano schifo gli incentivi e la cig? Chi ci guadagna davvero? I cassaintegrati o l'azienda automobilistica? Perchè mentre qui ci sono persone che si scornano giornalmente sulle diverse ideologie, fuori sappiamo che molte grandi aziende amano (e anzi forse hanno incentivato) questa pseudo-economia, liberista con i poveri e socialista con i ricchi. Ma crediamo davvero che la Fiat e la Opel indebitate fino al midollo possano reggere il mercato senza l'intervento degli stati? Senza di esso, finirebbero oggi stesso. amen |
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the micro one
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Per onestà fino in fondo, Dottoraus, stai semplicemente comprovando con questo esempio i miei assunti. Puro socialismo reale - il vostro preferito - altro che post-ex-futur-neo-liberismo. Caffé o non Caffé.
Meglio, molto meglio, un Principe Illuminato. |
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Watashi
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Ripeto la mia idea. Liberista con i poveri, socialista con i ricchi, alias grandi aziende. Citazione:
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