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Data registrazione: Feb 2009
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gli sprechi del neo statalismo
le Società pubbliche In un anno sono aumentate del 12,6 per cento
Dalle imprese dei piccoli comuni alle grandi aziende: i danni della mano pubblica all’economia nazionale A Lucca - la civilissima Lucca, non una provincia del «profondo Sud» ancora intrisa di «notabilato» - il Comune, oltre a occuparsi dei servizi tipici di un ente locale, si è riscoperto imprendi*tore: gestisce, attraverso una holding mu*nicipale, una quindicina di attività ed è en*trato addirittura nel ramo pompe funebri rilevando l’agenzia di onoranze di Giovan*ni Lombardi. Perché un sindaco abbia deciso un simi*le investimento (non in un remoto passa*to statalista ma nel 2005, era di privatizza*zioni) è un mistero. Ma inspiegabile è an*che la sostanziale acquiescenza dell’opinio*ne pubblica davanti allo spettacolo di una società, posseduta al 51% dalla municipa**lizzata del gas, che riesce nei primi due an*ni a perdere ben 200 mila euro, pur operan*do in un business che, per sua natura, non conosce mai crisi. Soldi dei contribuenti che, evidentemente, non hanno nulla da ri*dire. Quello di Lucca è solo uno dei cento epi*sodi raccontati dal nuovo libro di Sergio Rizzo sulle patologie dell’intervento pub*blico in economia. Dopo il successo de La Casta e della Deriva, scritti con Gianato*nio Stella, ora con Rapaci (pubblicato an*che stavolta da Rizzoli) Rizzo si candida al ruolo di uomo-termometro di un sistema pubblico febbricitante e che non dà segni di reazione. I risparmi dell’Enav La carrellata di episodi vecchi e nuovi è impressionante: dall’incredibile storia del*l’Alitalia a quella di una Rai lottizzata che ci costa il doppio della britannica Bbc (qualcuno ricorda che 15 anni fa abbiamo votato, via referendum, per la sua privatiz*zazione?), dall’Acqualatina, società di di*stribuzione idrica presieduta da un senato*re in carica, alla vicenda di Massimo Varaz*zani, manager cacciato dall’Enav, l’Ente per l’assistenza al volo, perché voleva far risparmiare allo Stato 350 milioni di euro che non servivano. Una bestemmia per par*titi abituati all’«uso politico» dei fondi. Una buona notizia per il cittadino-contri*buente che, però, all’epoca non fece senti*re la sua voce. Anche nei rari casi in cui la politica ten*ta di scuotersi e di correggere le anomalie più clamorose, ci sono meccanismi che co*minciano a funzionare in modo sotterra*neo e, anno dopo anno, riportano alla si*tuazione di partenza. La previdenza integrativa È il caso di Italia Previdenza, società del*l’Inps che era stata creata per gestire siste*mi di previdenza integrativa. Un affare mai decollato e dal quale, anzi, il governo ha alla fine escluso l’ente previdenziale. A quel punto l’allora ministro Damiano e il presidente dell’Inps presero la decisione più ovvia: sciogliere la società. Che, però, per uno di quei miracoli che riescono così bene ai politici italiani, poco dopo è risor*ta. Una vera farsa con personaggi incredibi*li: gente capace anche di cumulare 40 inca*richi. Una lettura spassosa se non fosse il racconto di come i soldi dei cittadini ven*gono buttati dalla finestra e di come il «si*stema Italia» continua a essere tirato a fon*do dalla sua pubblica amministrazione in un mondo in cui la competizione per so*pravvivere è già spietata e lo diventerà an*cor di più con una crisi finanziaria globale che rende sempre più accanita la battaglia per la conquista delle poche risorse dispo*nibili. La mancanza di spinta L’importanza e il limite dei lavori di Stel*la - «capostipite» del genere dei libri di denuncia - e Rizzo sta proprio qui. Han*no conquistato un oceano di lettori, hanno suscitato ondate di indignazione, ma tutto questo non ha prodotto né una vera spinta all’autoriforma della politica né un movi*mento civile capace di stimolare il cambia*mento: senza invettive ma «stando sul pez*zo » giorno dopo giorno, «marcando a uo*mo » amministratori disinvolti e vecchi e nuovi boiardi. La libera stampa che con*trolla e denuncia, i cittadini che chiedono che di ogni euro speso venga dato conto ai contribuenti. Magari mettendo i dati di tutte le spese (salvo quelle che devono resta*re segrete per esigenze di sicurezza nazio*nale) su siti Internet del governo consulta*bili da chiunque, come sta facendo Obama negli Stati Uniti. Ma l’Italia non è l’America e la stampa non vive i suoi giorni migliori. Eppure il libro-termometro di Rizzo arri*va in un momento-chiave: quando, con le privatizzazioni già da tempo frenate, la cri*si creditizia nata dai gravi errori del capita*lismo finanziario anglosassone spinge ver*so una nuova dilatazione dell’intervento pubblico, necessario per ricapitalizzare banche sostanzialmente insolventi e per contrastare la spirale della recessione. I Comuni nuovi gestori Per anni abbiamo sperato di superare le anomalie di una pubblica amministrazio*ne giudicata «borbonica» e irriformabile semplicemente riducendo l’area di inter*vento dello Stato in economia. Ora ri*schiamo di trovarci alle prese con una nuova ondata di statalismo, senza nemmeno aver completato l’opera precedente: le vecchie Partecipa*zioni statali sono state smantel**late, il sistema bancario è usci*to dalla logica del credito am*ministrato, si è aperto al mercato, ma molte incro*stazioni sono rimaste (ba*sti pensare a parlamenta*ri e amministratori loca*li che continuano a sede*re nei consigli di gran*di holding che opera*no sui mercati interna*zionali e che hanno im*portanti azionisti stra*nieri), mentre la politi*ca ha trovato nuovo li*velli — soprattutto quello delle ammini*strazioni municipali — per reinventarsi un ruolo di gestore di atti*vità imprenditoriali. Ruoli prevalentemente affidati a parlamentari e sindaci non rieletti. È quello che Giulio Tre*monti ha definito il feno*meno della «manomorta pubblica», impegnandosi a tentare di debellarlo. Più facile a dirsi che a farsi nel Paese in cui Luca Cordero di Montezemolo — ex presidente degli industriali italiani — dichiara che «le migliaia di società pubbliche sono le uniche disca*riche che funzionano in questo Paese: di*scariche per politici trombati», senza che questo susciti un’ondata di indignazione, un moto di reazione. Nel Paese in cui vivo, gli Stati Uniti, de*generazioni ce ne sono, ma in scala assai più ridotta, anche perché il sistema politi*co teme molto più la reazione del contri*buente. Certo, non è questo il momento in cui l’America può dare lezioni al mondo, ma proprio dalla sua crisi finanziaria viene l’insegnamento più utile: la crisi è nata da carenze di leggi e di controlli, ma soprat*tutto da un sistema di incentivazione per*verso. Si premiavano con lauti «bonus» i manager che rischiavano di più, non quel*li che producevano i risultati migliori nel lungo periodo. Finché in Italia politici e manager pub*blici che dilapidano i soldi dei contribuen*ti verranno premiati con seggi parlamenta*ri o incarichi ministeriali anziché essere semplicemente messi in condizione di non nuocere, non ci sarà nessuna svolta. Massimo Gaggi |
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