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#1 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Nov 2007
Messaggi: 876
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fine della crisi, ma per chi?
da quello che sto leggendo sembra che il recente piano di obama sia destinato a funzionare e che quindi tutto quello detto in decine e decine di topic su banche e le famose nuove regole da riscrivere se ne sta andando a farsi benedire.
Premesso questo, visto che la crisi finanziaria delle banche sembra possa concludersi positivamente (PER LORO ), mi chiedo invece cosa succederà a livello economico alla casalinga di Voghera e a tutti gli stipendiati fissi (dipendenti e pensionati) se è vero che ci si attende l'esplosione dell'inflazione galoppante in una fase economica cmq di stagnazione come quella attuale.Dunque stagflazione con benzina a 5 €/litro, pane a 20 €/kg ma stipendio medio di € 1.200 o cosa? Non è che invece la crisi economica si aggraverà ancor di più se invece non si fosse preferito lasciar fallire e crollare tutto? |
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#2 (permalink) |
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Liberista
Data registrazione: Jan 2004
Messaggi: 9,587
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Wall Street festeggia perchè ha capito che il conto delle loro porcate andrà sul groppone dei contribuenti in termini di inflazione e deficit pubblico.
Hanno vinto e il messaggio che si da è molto chiaro: le banche e i loro manager godono di un'impunità totale. E ancora: invece di aprire un'azienda che produce qualcosa e rischiate di vostro,buttatevi nel bancario. Amen. |
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#3 (permalink) | |
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Member
Data registrazione: Nov 2007
Messaggi: 876
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#4 (permalink) | |
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Watashi
Data registrazione: Mar 2008
Messaggi: 7,453
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#5 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Feb 2009
Messaggi: 584
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purtroppo la perdita di un mercato in cui esportare.... e non parlo solo degli usa ma anche dell'asia. Cmq il vero risultato nell'UE dipenderà dalle scelte dei governi e delle banche centrali.... se facessero un piano alla Obama anche qui seguiremmo gli usa dritti all'inferno. Ma io ho ancora fiducia nella bce e sopratutto nella merkel.... che ha espresso chiaramente come sono gia stati usati fin troppi soldi, altro che bruciarne altri per tenere su le banche. Speriamo bene
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#6 (permalink) | |
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A.E.I.O.U.
Data registrazione: Aug 2008
Messaggi: 3,757
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Citazione:
Quanto all'economia "reale", secondo l'unanimità degli economisti l'anno maggiore di crisi dovrebbe essere proprio questo, il 2009. La borsa è una cosa, l'economia un altra, non evapora tutto con un rimbalzo. |
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#7 (permalink) |
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Liberista
Data registrazione: Jan 2004
Messaggi: 9,587
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Krugman: Geithner Plan Certain to Fail
http://www.newsmax.com/insidecover/g...23/195005.html |
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#8 (permalink) |
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Liberista
Data registrazione: Jan 2004
Messaggi: 9,587
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Geithner plan arithmetic
http://krugman.blogs.nytimes.com/200...an-arithmetic/ Great minds … http://krugman.blogs.nytimes.com/200...3/great-minds/ The “Geithner Put”, part 1 https://self-evident.org/?p=502 The “Geithner Put”, part 2 https://self-evident.org/?p=504 |
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#9 (permalink) | |
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angry and furious
Data registrazione: Feb 2008
Messaggi: 7,528
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Citazione:
Mi domando ancora che bisogna fare per far incazzare la gente.........il limite ormai è stato abbondantemente superato!!!
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#10 (permalink) |
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Gamma Ray Burst
Data registrazione: Jul 2003
Messaggi: 14,451
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E' nel commercio internazionale il termometro della crisi
di Giuseppe Pennisi 25 Marzo 2009 La produzione industriale tracolla. Non solo in Italia (circa – 17% in 12 mesi all’ultima conta) e nell’unione monetaria europea (-12%; - 19% nella sola Germania federale e – 24% in Spagna), ma anche in Paesi di nuova e rapida industrializzazione come il Brasile (-15%), la Repubblica di Cina, a Formosa, (-45%), la Tailandia (-22%) o la Turchia (-21%). Sotto il profilo strutturale, ciò vuol dire che, quando si sarà usciti dalla crisi, il mondo sarà differente da quello che era all’inizio del XXI secolo: non solamente una finanza più prudente (e forse meglio vigilata) ma anche una mappa differente della produzione industriale. Ad esempio, i dati di Cina ed India sono in marcata controtendenza rispetto al resto dell’economia internazionale: un aumento della produzione industriale del 4% nella prima e del 6,4%. Le statistiche cinesi sono sempre un po’ sospette (specialmente se espresse “a prezzi costanti”); non così quelle indiane- tradizionalmente di ottima qualità da oltre 40 anni e indicate come modello da Fondo monetario e Banca mondiale. Se i numeri indicano tendenze a lungo termine, si starebbe tornando al 1820 quando, secondo gli studi meticolosi e certosini di Angus Maddison, Cina ed India rappresentavano, insieme, il 43% del valore aggiunto mondiale. Riservandomi di approfondire gli aspetti strutturali quando il quadro comincerà ad essere più chiaro, chiediamoci se gli indici sulla produzione industriale, unitamente a quelli sui mercati mobiliari (scesi ai livelli in cui erano una dozzina di anni fa) , suggeriscono che siamo al punto di svolta inferiore oppure che “si comincia a vedere la luce alla fine del tunnel” (come sostiene Nouriel Roubini, generalmente accreditato per avere previsto la crisi alla fine del 2006, mentre un paio di economisti italiani ne avevano già scrittomolto tempo prima). La scuola secondo cui starebbe per iniziare la ripresa (specialmente del mercato mobiliare) sta guadagnando adepti, soprattutto negli Stati Uniti. Il Preside della Stern School of Business della New York University , Thomas Cooley, ad esempio, suggerisce che dato che mediamente le valorizzazioni mobiliari sono crollate del 50 rispetto al punto più alto toccato dagli indici 17 mesi fa, la rimonta dovrebbe essere dietro l’angolo. Lo ripete da mesi Warren Buffett, uno dei finanzieri di maggior successo al mondo; tuttavia, da quando in ottobre ha, per la prima vola, ha invitato a correre a Wall Street a comprare, il Dow Jones ha perso un buon 20%. Meno istintiva l’indicazione di Russel Napier nel libro “Anatomy of the Bear: Lesson from Wall Street’s Four Great Bottoms”. In base ad un’analisi storica, Napier afferma che in passato ci sono stati tre “anticipatore” di rilievo: il prezzo del rame, i valori delle obbligazioni di grandi imprese, il rendimento dei titoli di Stato (ossia del Tesoro Usa) indicizzati. Da tre-quattro mesi, i tre indicatori puntano all’insù. Napier non dice che ciò s’inquadra perfettamente con il tracollo della produzione industriale, in parte determinato dallo smaltimento delle scorte. Due altri indicatori devono essere tenuti in conto: i prezzi effettivi di vendita delle case ed il mercato dell’auto. I primi non sono scesi in modo uniforme né all’interno degli Stati Uniti né raffrontando le medie Usa con quelle del resto del mondo. Il secondo è giunto nel Nord America a livelli non toccati dal 1981. Secondo un lavoro della Anderson School of Management della Univesity ol California a Los Angeles, gli Usa potranno dirsi fuori dalla crisi quando le giovani coppie americane troveranno case facilmente a prezzi in linea con i loro portafogli e le loro possibilità di contrarre mutui alle condizioni attuali (più prudenti di quelle di solo qualche anno fa) e gli americani riprenderanno le loro storie d’amore con le automobili. Allora gli Stati Uniti riprenderanno a trainare il mondo. E si sarà superata la boa. Ricordiamoci però del detto di John Kenneth Galbraith, secondo cui in materia di previsioni gli economisti non hanno in generale una reputazione molto migliore di quella degli astrologhi. Le indicazioni sul punto di svolta inferiore e sulla luce alla fine del tunnel, sono, in gran misura, Usa-centriche ove non Wall Street- centriche. I dati sulla produzione industriale in apertura di questa nota suggeriscono invece che è in atto un cambiamento strutturale forse profondo. Vorrei azzardare un’ipotesi: potremo dire che si sta uscendo dalla crisi quando ai tre rispettabilissimi indicatori di Napier si aggiunge l’indice dell’eximport mondiale. Quando il commercio internazionale (oggi in contrazione dopo un decennio di tassi di crescita al 7% l’anno) darà segni di ripresa, potremo dire che il fondo è stato toccato e si sta risalendo. Potremo anche individuare chi siede al posto del conducente. |
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