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Vecchio 21-02-09, 09:21   #1 (permalink)
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"Piccolo è bello", il libro che nessuno ha mai letto.

Qualche giorno fa, mentre leggevo "Gli imperi del profitto" di Daniel Litvin (che fra parentesi è la più ingegnosa giustificazione dei misfatti delle multinazionali che abbia mai trovato) mi sono imbattuto nel seguente passaggio (pag. 253): Divenne anche popolare Piccolo è bello, un trattato ambientalista che raccomandava un ritorno a un'organizzazione economica a base comunitaria in luogo di un "sistema industriale che consuma così tanto e realizza così poco". Ci può essere un pizzico di ironia nel fatto che questo attacco ideologico contro la produzione su larga scala vendesse più di 750.000 copie verso la fine degli anni Settanta.

Peccato che neppure una di queste 750.000 copie sia finita sulla scrivania di Litvin, il quale avrebbe potuto anche leggerla, così si sarebbe fatto un'idea di che cosa il suo autore, Ernst F. Schumacher, avesse mai inteso effettivamente sostenere con il concetto "Piccolo è bello".
Pensando di fare un servizio utile, vi riporto un passaggio del libro che riassume bene il contributo originale di Schumacher. (La cui lettura è vivamente sconsigliata ai neoclassici, in quanto vi sono riferimenti ad accadementi nel mondo reale, e ciò potrebbe essere motivo di grave turbamento.)

"Se definiamo il livello della tecnologia in termini di costo delle attrezzature per posto di lavoro possiamo chiamare la tecnologia indigena di un tipico paese in via di sviluppo, in forma simbolica, una tecnologia da 1 sterlina, mentre quella dei paesi sviluppati potrebbe essere chiamata una tecnologia da 1.000 sterline. Il salto tra queste due tecnologie è talmente enorme che passare da una all'altra è semplicemente impossibile. Di fatto, l'attuale tentativo dei paesi in via di sviluppo di infiltrare la tecnologia da 1.000 sterline nelle loro economie liquida inevitabilmente, e con impressionante rapidità, la tecnologia da 1 sterlina, distruggendo molti più posti di lavoro tradizionali di quanti posti di lavoro moderni possa creare, e lascia quindi il povero in una posizione più indifesa e disperata di prima. Se si deve dare un aiuto effettivo a coloro che ne hanno più bisogno, è necessaria una tecnologia che si trovi in una posizione intermedia tra la tecnologia da 1 sterlina e la tecnologia da 1.000 sterline: chiamiamola, sempre esprimendoci in una forma simbolica, una tecnologia da 100 sterline. Questa tecnologia intermedia sarebbe immensamente più produttiva di quella indigena (che spesso è in decadenza), ma sarebbe anche immensamente meno costosa della tecnologia raffinata, ad alta insensità di capitale, dell'industria moderna. Con questo livello di capitalizzazione si potrebbero creare moltissimi posti di lavoro in un tempo piuttosto breve e la creazione di questi posti di lavoro sarebbe un compito alla portata della minoranza più intraprendente del distretto, non solo in termini finanziari, ma anche rispetto alla loro educazione, attitudini, capacità organizzative e così via."
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Vecchio 21-02-09, 11:25   #2 (permalink)
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Interessante e anche logico.
Come sempre, tuttavia, si tende a imputare agli investimenti esteri questa distorsione, dimenticando che una pianificazione di sviluppo compete alle autorità politiche ed economiche locali.
Quanto arriva dall'esterno non può addossarsi tale compito, ma arriva random, secondo le previsioni di profittabilità del singolo intervento.
Non ha tutti i torti chi pensa di lasciare i Paesi in via di sviluppo alle loro scelte e, quindi, al proprio destino.
microalfa non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 21-02-09, 14:24   #3 (permalink)
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d'accordissimo....ma
La Corea del Sud 50 anni fa aveva il PIL di un Paese africano 'medio'
.
Forse qualcosa non funziona in quel libro.....forse
la faccenda è molto più complessa.....forse vi sono
fattori che non si riesce a far rientrare nelle teorie socio-economiche...
ramirez non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 21-02-09, 16:08   #4 (permalink)
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Originalmente inviato da San Siro Visualizza messaggio
"Se definiamo il livello della tecnologia in termini di costo delle attrezzature per posto di lavoro possiamo chiamare la tecnologia indigena di un tipico paese in via di sviluppo, in forma simbolica, una tecnologia da 1 sterlina, mentre quella dei paesi sviluppati potrebbe essere chiamata una tecnologia da 1.000 sterline. Il salto tra queste due tecnologie è talmente enorme che passare da una all'altra è semplicemente impossibile. Di fatto, l'attuale tentativo dei paesi in via di sviluppo di infiltrare la tecnologia da 1.000 sterline nelle loro economie liquida inevitabilmente, e con impressionante rapidità, la tecnologia da 1 sterlina, distruggendo molti più posti di lavoro tradizionali di quanti posti di lavoro moderni possa creare, e lascia quindi il povero in una posizione più indifesa e disperata di prima. Se si deve dare un aiuto effettivo a coloro che ne hanno più bisogno, è necessaria una tecnologia che si trovi in una posizione intermedia tra la tecnologia da 1 sterlina e la tecnologia da 1.000 sterline: chiamiamola, sempre esprimendoci in una forma simbolica, una tecnologia da 100 sterline. Questa tecnologia intermedia sarebbe immensamente più produttiva di quella indigena (che spesso è in decadenza), ma sarebbe anche immensamente meno costosa della tecnologia raffinata, ad alta insensità di capitale, dell'industria moderna.
Lettura interessante, ma con conclusioni che non condivido o che non ho capito.
Il significato di "piccolo è bello" cambia molto a seconda del contesto.
Per gli imprenditori italiani: Piccolo è bello " non è altro che la parafrasi della favola della volpe e dell'uva....
piccolo è bello perchè non sono capace di farlo grande.
Piccolo è bello: è l'alibi per una cultura imprenditoriale di chi si sputtxxana alla seconda generazione la fabbrichetta fondata dal padre....

Per i paesi in via di sviluppo invece il ragionamento sulla tecnologia da 1000 sterline mi piace... ma si scontra con la realtà.
La tecnologia da 1000 o 100000 sterline ha costi grandi enormi di sviluppo, ma non necessariamente costi di esercizio o di utilizzo così alti.
Mi spiego.. in un paese arretrato oggi conviene molto di più adottare da subito la tecnologia dei cellulari , rispetto alla vecchia telefonia via rame.
Il discorso poi che le tecnologie da 1000 non possano infiltrarsi in un paese povero anche a livello di filiera produttiva è smentito dai fatti...
India e Cina, pur restando nel complesso poverissimi, hanno raggiunto una vera e propria eccellenza nello sviluppo di alte tecnologie.
Il problema , non è quindi nella ricchezza, ma nella dimensione...
Paesi che non abbiano cultura, organizzazione e coordinazione per gestire grandi progetti, non potranno partecipare attivamente al progresso tecnologico ed economico.
Il padre della Grande Scienza ( Fermi, guarda caso un italiano scappato dal fascismo in America ) ha insegnato come menti geniali possano realizzare grandissime scoperte , grandissimi progressi tecnologici solo se all'interno di grandi progetti, con miglaia di persone, investimenti stratosferici ed una impressionante capacità di organizzazione..ecc. ecc.

Temo che la logica del " diamo ai paesi in via di sviluppo le tecnologie da 100 sterline" sfrutti una retroterra culturale luddista ( la tecnologia che toglie posti di lavoro è una storiella che gira da un po') per giustificare un sostanziale "colonialismo" tecnologico.
I primi ad opporsi a questa logica sono proprio loro.. i paesi in via di sviluppo.


PICCOLO NON E' PER NULLA BELLO: "....sei un bambino deforme, o un nano normodotato ...".

Ultima modifica di Schiara : 21-02-09 alle ore 16:16
Schiara non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 21-02-09, 20:36   #5 (permalink)
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Originalmente inviato da Schiara Visualizza messaggio

Temo che la logica del " diamo ai paesi in via di sviluppo le tecnologie da 100 sterline" sfrutti una retroterra culturale luddista ( la tecnologia che toglie posti di lavoro è una storiella che gira da un po') per giustificare un sostanziale "colonialismo" tecnologico.
I primi ad opporsi a questa logica sono proprio loro.. i paesi in via di sviluppo.


PICCOLO NON E' PER NULLA BELLO: "....sei un bambino deforme, o un nano normodotato ...".
Citazione:
mcroalfa: Quanto arriva dall'esterno non può addossarsi tale compito, ma arriva random, secondo le previsioni di profittabilità del singolo intervento.
Non ha tutti i torti chi pensa di lasciare i Paesi in via di sviluppo alle loro scelte e, quindi, al proprio destino.
Non ho letto il libro di Schumacher, dall'estratto proposto da San Siro si evince la proposta di una strategia di sviluppo basata sugli interessi locali. Come evidenzia Schiara il problema tecnologico va pero' oltre a quanto in modo relativamente confuso proposto dall'autore.
Lo sviluppo di capitale umano e conoscenze scientifiche sono un fattore critico e non a caso sono assai poco esportate anche di chi esporta democrazia.

Di fatto il processo di dollarizzazione del mondo (globalizzazione per eufemizzare) non ha mai avuto come scopo lo sviluppo, ma lo sfruttamento di vantaggi derivanti dalla comparazione dei costi assoluti attraverso il movimento di capitali. Pratica che si scontra anche radicalmente contro le indicazioni di Ricardo.
Come scrive microalfa l'obietivo e' sempre stato lo sfruttamento come piattaforme produttive per vendere in occidente e realizare i profitti piu' elevati posssibili sui quali non sono neppure state pagate le tasse per le frequenti triangolazioni finanziarie con centri offshore.
Gli eventuali posti di lavoro creati, di norma a salari miserabili sono l'unico residuo "positivo" lasciato. Qualcuno potrebbe dire meglio quello che niente.

Il punto e' che tali investimenti molte volte vanno contro gli interesi dei paesi destinatari (solo vantaggiosi per le corrotte elite locali) in quanto concentrati in produzioni per l'esportazione. Si vedono ora gli efetti negativi sulla Cina (che comunque ha una politica industriale, scientifica e scolastica nazionale), in altri paesi con scarsa organizzazione e politici corrotti i ritorni positivi sono scarsi. Il FMI e la BM di norma assistono gli investitori e li foraggiano per cui paesi piccoli intrappolati nel debito restano con poche scelte. I maggiori danni avvengono nel campo agricolo, ambito nel quale dovrebbero in ogni modo tentare di svilupare una autonomia e produzioni prevalentemente orientate al mercato interno.

Fino al termine della guerra fredda paesi, soprattutto asiatici con strutture politiche magari autoritarie ma di stampo nazionalista hanno saputo copiare e promuovere uno sviluppo tecnologico e un mercato di consumo interno (che e' poi anche l'obiettivo dela Cina) ma negli ultimi anni con la dollarizzazione forzata e la speculazione le cose sono diventate piu' complicate.
Tanto che l'Asia pur ricca di risparmio e di mercati non riesce ad orientarsi verso una politica di valorizzazione regionale.

Senza dubbio per chi ambisce allo sviluppo alle farse dei concerti mondiali e alla propaganda delle multinazionali deve cercare una alternativa.
Kovalsky non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 22-02-09, 10:51   #6 (permalink)
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vorrei rispondere a Schiara..
Ti sbagli piccolo è bello..tu vedi solo i lati positivi
dell'Immenso....
Non ti rendi conto della difficoltà di gestione del CAOS
Com'è che tutte le grandi-grandi mega imprese
alla fine finiscono con dei ..spin-off ??
DI solito si dice..per dare valore al ramo...spinoffato
Ma allora mi e ti chiedo perchè quel plus valore non l'aveva
mentre era nel grembo materno ?
Perchè fuori dal grembo materno ha più libertà di manovra
diventa più flessibile e può meglio focalizzarsi
sul proprio core business....
ramirez non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 22-02-09, 10:56   #7 (permalink)
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Osservazioni interessanti da parte di tutti.
Microalfa osserva ad esempio che l'idea di Schumacher implica una certa capacità di pianificazione da parte delle élites locali (studiare e selezionare le tecnologie adatte e disseminarle sul territorio in funzione delle reali esigenze e capacità) capacità che raramente si è vista in azione da quelle parti.
Tranne, come ha osservato Ramirez, in paesi come la Corea, che hanno però scelto la via tradizionale, cioè imitare le tecnologie occidentali.

Occorre precisare che il punto di vista di Schumacher nei confronti dell'economia è sostanzialmente quello di un verde.
Non c'è bisogno di produrre tanto.
Se povero è povero perché con la tecnologia da 1 sterlina il prodotto di una giornata di lavoro è 5 pence, mentre il ricco è ricco perché con la tecnologia da 1.000 sterline il prodotto per giornata di lavoro è pari a 50 sterline, se con la tecnologia intermedia il povero riuscisse a moltiplicare per anche solo per 3 o per 4 la sua produttività del lavoro non sarebbe più povero.
Schumacher pensa essenzialmente a un'economia locale, centrata sui bisogni locali (la tecnologia dei telefonini ricordata da Schiara non rientrain questa categoria): nei casi ideali, la tecnologia intermedia dovrebbe essere riprodotta e diffusa, e non solo riparata o manutenuta, con materiali e competenze disponibili, o sviluppabili, localmente.

Perché Schumacher ha inventato il concetto di tecnologia intermedia?
Essenzialmente per due ragioni.
La prima, l'effetto di spiazzamento che la tecnologia moderna esercita sulle attività locali. Un aspetto centrale del processo di sviluppo che è poco o punto studiato. Quando si scrive che la Cina quest'anno "deve" produrre tot decine di milioni di nuovi posti di lavoro, in sostanza si ammette implicitamente che esistono, più che dei disoccupati, dei sotto-occupati che prima riuscivano a sbarcare il lunario, ma che adesso fanno molta più fatica.
La seconda deriva dalla conoscenza diretta delle sociatà tradizionali (Schumacher ha visitato molti paesi in via di sviluppo, ed è stato particolarmente influenzato da una missione in Birmania a metà degli anni '50) dove ha avuto modo di notare la notevole disponibilità di tempo libero di molte popolazioni e la ricchezza della loro vita familiare e sociale.

Riguardo alle osservazioni di Kovalsky, non si può non essere d'accordo.
Il difetto sta nel manico, anzi, nel doppio manico.
Primo:
"Di fatto il processo di dollarizzazione del mondo (globalizzazione per eufemizzare) non ha mai avuto come scopo lo sviluppo, ma lo sfruttamento di vantaggi derivanti dalla comparazione dei costi assoluti attraverso il movimento di capitali. Pratica che si scontra anche radicalmente contro le indicazioni di Ricardo." In altri termini, commercio internazionale non ha migliorato, o ha migliorato solo in parte, l'allocazione delle risorse come previsto dal modello ricardiano, ma ha migliorato molto i bilanci di alcune categorie di aziende (le quali poi hanno potuto avviare, assieme ad altri fattori, l'effetto di trascinamento verso l'alto dei listini borsistici).
Secondo:
una volta che il sistema è così dipendente dalle esportazioni, le crisi non solo sono più frequenti ma sono anche più difficile da gestire.
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Vecchio 23-02-09, 09:26   #8 (permalink)
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Una discussione sulla crescita, possibilmente armonica, dei paesi sottosviluppati in poche righe è fuori luogo per la molteplicità di situazioni che si possono riscontrare nelle diverse aree mondiali.
Tuttavia vorrei sottolineare alcuni aspetti generali, ossia riscontrabili ovunque, che spesso sono dimenticati o, peggio, ribaltati.

Il destino di ciascuna Nazione è responsabilità propria: nessun “sfruttamento” esterno è possibile senza la collaborazione o l'assenso delle autorità locali. Se sono insipienti, corrotte, poco lungimiranti o quel che volete, la responsabilità resta loro, non di chi arriva da fuori per fare il suo business, unicamente per avere un legittimo ritorno. Parlare di imperialismo e colonialismo è poi inesatto per un semplice motivo: la competizione tra i Paesi del primo mondo che non offre più spazi a possibili monopoli.

Dobbiamo ricordare che ormai da decenni l'Occidente soffre di sovrapproduzione. Pensare che i suoi investimenti nei PVS abbia solo la valenza di abbassare i propri costi di produzione è molto miope. Aumentare la competitività del prodotto in mercati saturi ha infatti poco valore; al contrario, ne ha molto se attraverso l'industrializzazione indotta si può allargare la domanda proprio nei PVS. Sta in questa considerazione/obiettivo la gran parte degli investimenti attuali.

Qualsiasi investimento occidentale nei PVS crea sempre ricchezza, in lavoro e soprattutto in conoscenza. Parlare di sfruttamento mi pare quindi sempre meno corretto; mi riferisco chiaramente all'oggi, non al lontano passato coloniale. I risultati di maggiore o minor valore complessivo dipendono sempre dal livello di maturità politico/sociale dei destinatari. La Cina, ad esempio, ha basato il suo sviluppo, inizialmente, con l'agevolare in ogni modo insediamenti industriali esteri, copiarne i contenuti e duplicarli direttamente. Ora è in grado di comprarsi tutta la tecnologia esistente, o quasi.

Il livello tecnologico degli interventi esteri ha poca importanza dottrinale: ogni azienda sceglie dove investire in base all'humus che trova, con poca o nulla attenzione geopolitica che, ripeto, non è compito suo. Le economie da 100 sterline sono già la stragrande maggioranza degli investimenti occidentali nei PVS. Quelle da 1.000 sterline riservate a rarissime aree, come ad esempio in India. Quelle da 1 sterlina, chiaramente non redditizie, non si possono nemmeno prendere in considerazione a livello economico, ma semmai filantropico, quindi avulso dalle considerazioni che possiamo fare in questa sede.
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Vecchio 23-02-09, 10:27   #9 (permalink)
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Una discussione sulla crescita, possibilmente armonica, dei paesi sottosviluppati in poche righe è fuori luogo per la molteplicità di situazioni che si possono riscontrare nelle diverse aree mondiali.
Tuttavia vorrei sottolineare alcuni aspetti generali, ossia riscontrabili ovunque, che spesso sono dimenticati o, peggio, ribaltati.

Il destino di ciascuna Nazione è responsabilità propria: nessun “sfruttamento” esterno è possibile senza la collaborazione o l'assenso delle autorità locali. Se sono insipienti, corrotte, poco lungimiranti o quel che volete, la responsabilità resta loro, non di chi arriva da fuori per fare il suo business, unicamente per avere un legittimo ritorno. Parlare di imperialismo e colonialismo è poi inesatto per un semplice motivo: la competizione tra i Paesi del primo mondo che non offre più spazi a possibili monopoli.
Forse dovresti un attimo studiarti la storia del colonialismo e i crimini delle multinazionali, e dei rispettivi paesi di appartenenza.
Secondo te l'Inghilterra aveva diritto a commercializzare l'oppio in Cina? Le autorità locali, in quel caso, non erano d'accordo e hanno dovuto subire un'aggressione militare da cui sono uscite sconfitte.
Comunque, il problema del colonialismo è ancora attuale nei casi in cui le scelte fatte in quel periodo sono la causa di una condizione presente di grave squilibrio.
Permetti che mi incaz.zi un po' se nell'area in cui vivo arriva una compagnia petrolifera che mette a soqquadro la zona e in più non becco neanche un quattrino?
In questo caso, la multinazionale può anche non c'entrare nulla. Può esserci da parte sua la massima disponibilità a distribuire la giusta parte dei profitti a chiccessia, solo che il Governo Centrale vuole i soldi tutti per sé. Ma come e quando è nato quel Governo Centrale? Chi ce lo ha messo? Perché?

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Dobbiamo ricordare che ormai da decenni l'Occidente soffre di sovrapproduzione. Pensare che i suoi investimenti nei PVS abbia solo la valenza di abbassare i propri costi di produzione è molto miope. Aumentare la competitività del prodotto in mercati saturi ha infatti poco valore; al contrario, ne ha molto se attraverso l'industrializzazione indotta si può allargare la domanda proprio nei PVS. Sta in questa considerazione/obiettivo la gran parte degli investimenti attuali.
Non mi risulta. Le delocalizzazioni hanno lo scopo di abbassare i costi dei prodotti venduti QUI. Anche qui, dovresti studiarti la storia dei marchi Nike e Levi-Strauss. Poi, se si aprono mercati anche laggiù, tanto meglio. E chi non lo sarebbe?

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Qualsiasi investimento occidentale nei PVS crea sempre ricchezza, in lavoro e soprattutto in conoscenza. Parlare di sfruttamento mi pare quindi sempre meno corretto; mi riferisco chiaramente all'oggi, non al lontano passato coloniale. I risultati di maggiore o minor valore complessivo dipendono sempre dal livello di maturità politico/sociale dei destinatari. La Cina, ad esempio, ha basato il suo sviluppo, inizialmente, con l'agevolare in ogni modo insediamenti industriali esteri, copiarne i contenuti e duplicarli direttamente. Ora è in grado di comprarsi tutta la tecnologia esistente, o quasi.
Se fai l'esempio della Cina vuol dire che non conosci le problematiche dell'economia dello sviluppo. Fino a ieri la Cina non rispettava i brevetti e le leggi sul copyright, e in certi casi non le rispetta ancora oggi. Eppure nessuno fiatava: tutti zitti e a cuccia.
Il problema è che certe tecnologie non creano effetti di spill over sulle economie locali, specialmente nei casi in cui c'è un salto troppo grande con le tecnologie del posto.

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Il livello tecnologico degli interventi esteri ha poca importanza dottrinale: ogni azienda sceglie dove investire in base all'humus che trova, con poca o nulla attenzione geopolitica che, ripeto, non è compito suo. Le economie da 100 sterline sono già la stragrande maggioranza degli investimenti occidentali nei PVS. Quelle da 1.000 sterline riservate a rarissime aree, come ad esempio in India. Quelle da 1 sterlina, chiaramente non redditizie, non si possono nemmeno prendere in considerazione a livello economico, ma semmai filantropico, quindi avulso dalle considerazioni che possiamo fare in questa sede.
Scusa, ma quelle da 1 sterlina sono le "tecnologie" locali, quelle esistono già.
Comunque, il livello tecnologico ha molta importanza: introducendo tecnologie anche banali, come può essere un trattore, tu induci un sistema economico duale. Da una parte c'è una minoranza che si inserisce in un certo tipo di economia, dall'altra la maggioranza che ne è esclusa. Le grande baraccopoli dell'America Latina, e adesso sempre più anche dell'Africa, come si sono formate?
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Vecchio 23-02-09, 11:30   #10 (permalink)
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Dobbiamo ricordare che ormai da decenni l'Occidente soffre di sovrapproduzione. .
Sovrapproduzione dell'Occidente o sovrapproduzione planetaria?
Io non concordo in ogni caso.
Sovrapproduzione di che ? di auto ? si forse quando in AFrica India e Cina
arriveranno ad un'auto per famiglia
Di elettrodomestici 'white' ? idem come sopra.
Quindi è un problema di sovrapproduzione tout-court
o di sovrapproduzione per mancanza di..clienti ?
Beh potresti rispondermi:sempre sovrapproduzione è !!
SI ma i clienti si possono creare !!!!!!!!
ramirez non  è collegato   Rispondi citando
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