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Vecchio 12-02-09, 19:17   #1 (permalink)
proteggi l'amigdala
 
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boh, chi mi confuta ciò?

http://www.wolfstep.cc/481/il-mito-d...iste/#more-481


Il tizio mi sembra troppo semplicista, mo io non ho strumenti per controbattere...
mannoz non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 12-02-09, 19:44   #2 (permalink)
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tempo fa avevo letto delle cose su quel sito, errori elementari su concetti di base che facevano cadere le braccia
non so se cerchi una conferma o no, ma la mia opinione è che non vale la pena perderci tempo
guarda , come scritto sono in dubbio, ma gradirei risposte più complesse ,altrimenti si ragiona per assiomi e a quel punto non mi va bene.
mannoz non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 12-02-09, 23:52   #3 (permalink)
ridateci il cainano!
 
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guarda , come scritto sono in dubbio, ma gradirei risposte più complesse ,altrimenti si ragiona per assiomi e a quel punto non mi va bene.
ho letto un po' e mi son stancato presto

tutto il ragionamento sembra frutto o di ignoranza o di malafede, se non di entrambi

guarda il discorso sulla mancata convenienza delle delocalizzazioni: se ho letto bene (non ho proprio voglia di rileggere) da un lato si prendono gl'investimenti in R&D fatti, che ovviamente saranno ammortizzati in un lungo periodo, e si confrontano con i beni prodotti nello stesso periodo in cui sono stati fatti gl'investimenti

lo giudico un sofista da 4 soldi ... e spero che nessun sofista mi quereli per diffamazione
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Vecchio 13-02-09, 00:34   #4 (permalink)
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Mha', difficile che chi delocalizza lo fa nella Savana.
Fare un'affermazione simile e' come dire che gli imprenditori hanno l'anello al naso e si basano solo sul costo della manodopera quando prendono le loro decisioni di delocalizzare la produzione, senza tener conto degli altri fattori della produzione (a cominciare dall'energia elettrica di cui parla l'autore, poi le strade e via dicendo).

Questo e' un concetto un po' vecchio che e' stato valido per quel che ha riguardato la delocalizzazione all'interno del nostro paese, con le famose cattedrali nel deserto nel Sud Italia coi finanziamenti della Cassa del mezzogiorno, ormai non e' piu' cosi nemmeno da noi.

Vi sono aree della Cina, ed ancor piu' degli altri paesi asiatici, non sono cosi indietro dal punto di vista industriale e relative infrastrutture, per non parlare poi di centri di eccellenza come la zona di Bangalore per l'IT.

Da quello che avevo sentito, le condizioni del fallimento di alcune iniziative di delocalizzazione industriale in Cina erano dovute all'imposizione del Governo cinese che obbligava chi apriva fabbriche ad avere soci locali. Questo ha creato non pochi problemi.
Attualmente, pero', mi pare che la situazione sia leggermente cambiata anche se rimane di fondo il problema culturale.

Mancano, anche, indicazioni di contesto per capire la vera natura del calo degli investimenti in Cina. Ad esempio, se il grosso degli investimenti e' gia' avvenuto negli anni precedenti con la creazione di nuove iniziative industriali in Cina, potrebbe risultare anche naturale che si investa di meno visto che c'e' meno spazio per nuove iniziative. Oppure, non sappiamo nulla dello scenario legislativo e delle politiche di incentivazione, o meno, effettuata dal governo cinese in questo ultimo periodo.
Tra l'altro, guardando alcuni dati cinesi (ttp://www.fdi.gov.cn/pub/FDI_EN/Statistics/FDIStatistics/StatisticsofForeignInvestment/t20090122_101101.htm) sembrerebbe che se da un lato diminuiscono i progetti di investimento in Cina contestualmente aumenta l'ammontare monetario complessivo i tali investimenti. Questo fatto mi sembra vada a rendere nulla la tesi iniziale dell'autore secondo cui moltissime aziende fanno marcia indietro rispetto alla delocalizzazione.

Poi, mi pare che l'autore non consideri un elemento importante che ha portato le maggiori aziende mondiali ad investire in Cina, val a dire il miliardo e passa di potenziali clienti che rappresenta il mercato cinese. Liquida questo aspetto come fosse un'idiozia. Frasi come " Dove sono queste opportunita’, se per vendere 10 dobbiamo comprare 13,6? E specialmente, se per arrivare a vendere 10 dobbiamo prima investire 14?" lasciano un po' il tempo che trovano, dove si e' mai visto un imprenditore che all'inizio non investe piu' di quello che guadagna?

E' un NO alla globalizzazione un po' alla Tremonti, o alla Bouvet, vale a dire di stampo protezionistico.

Non prendere, pero', per oro colato quello che ho scritto, ho letto rapidamente le tesi dell'autore, non mi appaiono convincenti e non ho idea di quali dati usi anche se penso possano essere sufficientemente confutabili, giocare coi numeri pe sostenere tesi e' molto piu' semplice di quanto si creda
Tarkol non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 13-02-09, 02:38   #5 (permalink)
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tempo fa avevo letto delle cose su quel sito, errori elementari su concetti di base che facevano cadere le braccia
non so se cerchi una conferma o no, ma la mia opinione è che non vale la pena perderci tempo
Concordo con il giudizio negativo, e poi il personaggio e' di un atteggiamento messianico e borioso che oscila tra la cafoneria e il narcisismo.
Ma a parte le approssimazioni e l'antipatia e' brillante e intelligente, e secondo la mia opinione ha fatto dei copia e incolla che mettono il dito nella piaga. (O qualcuno per lui con non esplicitati obiettivi)
Ha percio' toccato il punto chiave, e l'attuale profonda crisi del capitalismo passa per la Cina e Pechino.
Di questo sono pienamente consapevoli gli americani, almeno l'elite che gestisce il potere e che ha deliberatametne creato il disastro (per gli altri) attuale. Hank Paulson (uscito da Goldman nel 2006, prima dela crisi e con la Goldman al ribasso sul subprime, contro gli stessi fondi amministrati) passava piu' tempo in Cina che a Washington, cosi' si diceva.
L'unica soluzione (o almeno quella ottimale) transita per un accordo tra i due paesi, da colonia economica la Cina deve diventare partner degli USA. E a questo quelli davvero intelligenti e che non compaiono sul proscenio devono stare lavorando.
Citazione:
Uriel:La risposta sta nel gigantesco disavanzo commerciale americano: perche’ spostare enormemente la produzione all’estero era l’unica strategia di breve e medio termine che potesse tenere in piedi il valore del dollaro dopo le continue stampe di moneta post-kennediane.
Cosi’ si e’ inventata l’ideologia della globalizzazione, spacciandola per inevitabile: e’ verissimo che i commerci tra nazioni siano destinati a crescere col progresso. Non e’ detto, pero’ , che la maniera migliore di farlo sia di impedire ai singoli governi di gestire il traffico di frontiera.
Così com’e’ la globalizzazione e’ frutto di una visione ideologica, non perche’ il mercato libero sia “la legge del piu’ forte”(3), ma perche’ si sapeva fin dall’inizio che per trasformare alcuni paesi nelle “fabbriche del mondo” si sarebbe dovuto investire moltissimo
Quanto detto sopra e' abbastanza strampalato, o tenta di capovolgere i fatti e introdurre una logica arbitraria..
E' indubbio che fin dagli ani sessanta gli USA dovessero tenere fuori dal proprio territorio grosse quantita' di dollari per evitare inflazione (e si inventavano varie tattiche) (se i dollari tornassero negli USA sarebbe il collasso)(anche se nella pratica sono negli USA ma contenuti nei soli circuiti finanziari e questo serve un poco a spiegare la forte speculazione sugli asset e la politica della FED di favorirla) ma il disavanzo commerciale non fu la causa per andare all'estero, la relazione e' opposta, quanto piu' investivano in Cina tanto piu' aumentava il disavanzo, con i dollari che pero' fluivano nel solo mercato finanziario.

La scelta degli USA di usare la Cina come piattaforma produttiva (in futuro forse l'India) fu una strategia di imperialismo finanziario e di dollarizzazione del mondo. Di domino assoluto dei mercati finanziari. L'Iraq sfido' il dollaro e probabilmente per evitare che a qualcun altro venisse in mente la stesa idea dichiararono guerra.
Vennero sacrificati l'industria e il lavoro e i guadagni andarono al FIRE, e se si guarda anche ai presidenti americani si vede che nessuno viene dagli stati del nord industriale.

Il sacrificio dell'industria nazionale e del lavoro nazionale erano compensati dagli enormi guadagni del FIRE, e dala possibilita' di controllare l'inflazione e di vendere prodotti a bassissimo prezzo ai poveri americani e a debito.
Un circolo perfeto studiato a tavolino, mascherato con la teoria della grande moderazione.
Sia i paesi in surplus che quelli in deficit entravano nell'orbita del dollaro e da essa non sarebbero riusciti a uscire. (Per inciso quando Tremonti scrisse un piccolo libro sulla Cina vide solo alcuni fenomeni commerciali, non il nucleo finanziario).
Con il crollo pilotato dell'URSS (e la prima cosa che poi fecero con J. Sach, della famiglia Goldman Sach fu disintegrare il sistema fianziario della Russia e dollarizzarlo tanto che oggi Putin ogni tanto alza la voce ma affronta problemi enormi) finiva la guerra fredda e dall'est alla Cina si rendeva a disposizione un esercito di lavoratori dai salari bassissimi.
La finanziarizzazione dell'economia spinse velocemente alla delocalizzazione produttiva.
Nascono quindi i grandi squilibri mondiali, ma il sangue mondiale e' rappresentato dal dollaro, e tutti i dollari sono riciclati in NY e WS.
Inizialmente le risorse vennero usate per far salire la borsa e attrarre anche i grulli europei, per stimolare l'indebitamento delle famiglie USA, poi il gioco della speculazione si amplio' e ogni volta per tenerlo in piedi erano necessarie dosi piu' masscce di liquidita' e tassi d'interesse bassi. Le bolle speculative interne, gestite dal mago Greenspan erano il nucleo del modello, che metteva insieme i lavoratori cinesi e i consumatori poveri americani via disavanzo commerciale, profitti del FIRE e riciclaggio dei dollari in NY.

La storia delle crisi finanziarie non si smentisce mai, e chiunque abbia sperimentato il vizio della speculazione sa che uscirne, quando si passa una certa soglia, e' quasi impossibile. (Da ultima, candida confessione dell'ex ceo Citicorp, che ha intestato tutto alla moglie) Il grande Dostoevsky non a caso scrisse il giocatore. L'esito del disastro finale e' scontato, cosi' ando' nel passato, da alcune famiglie italiane che persero tutto, alla borsa di Amsterdam ecc, sempre trascinando nella polvere anche i propri paesi.

Sulla question della perdita dei posti di lavoro, sulla inadeguata domanda delle piattaforme produttive Uriel ha a suo modo ragione, e anche sull'uso ideologico del termine globalizzazione.
Kovalsky non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 14-02-09, 16:01   #6 (permalink)
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>> Perche’ e’ nato questo paravento?E’ nato questo paravento perche’ un grande paese che stampava soldi a tutto andare (gli USA) ha dovuto chiedersi in che modo evitare un’inflazione mostruosa. E la maniera migliore e’ stata “teniamo i soldi che stampiamo fuori dal paese”. <<


Se la premessa è sbagliata le conclusioni cadono.

La bassa inflazione dagli anno novanta in poi è semplicemente dovuta all'affermarsi della Cina come in grado di "fornire" non solo prodotti a basso costo e basso valore , ma qualsiasi prodotto , dal più semplice al più sofisticato, allo stesso prezzo per qualsiasi livello di domanda.

I prezzi aumentano quando l'offerta scarseggia e all'aumentare della domanda scarseggia a tassi crescenti : inflazione.

Quindi se è vero che la teoria dice che "stampando" moneta provoco l'inflazione per "l'illusione monetaria" : ho molta carta in tasca quindi mi illudo ricco e compro (domanda).... però questo succede solo se la produzione di prodotti (offerta) tende progressivamente a scarseggiare.

Questo spiega perchè il boom dei consumi "cash" e a "credito" di questi anni ha convissuto addirittura con tassi d'inflazione decrescenti.

In questa situazione conviene indebitarsi .......
Brasviz non  è collegato   Rispondi citando
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