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#1 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Feb 2009
Messaggi: 4
Popolarità: 0 ![]() |
Quale futuro per la geografia finanziaria?
Ciao a tutti, sono uno studente iscritto all'ultimo anno di economia, sto scrivendo una tesi sulla crisi attuale, in particolare sulle ripercussioni che i dissesti finanziari possono generare sulla geografia economico/finanziaria mondiale.
Come potete immaginare nel marasma mediatico attuale è molto facile imbattersi in interpretazioni assolutamente divergenti fra loro. Avendo avuto modo di seguire alcune discussioni su questo forum ed avendo quindi notato la professionalità degli utenti ho pensato potesse essere interessante chiedere una vostra opinione a riguardo... Grazie a tutti per le eventuali risposte |
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#6 (permalink) | |
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Member
Data registrazione: Mar 2008
Messaggi: 5,443
Popolarità: 42949677 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Citazione:
Riguardo alle ripercussioni, che cosa intendi? Ti riferisci semplicemente alle dimensioni del settore finanziario (numero di occupati, pero sulle rispettive economie nazionali) o ai flussi di denaro fra paesi? Mentre per il primo aspetto ci si attende un ridimensionamento (chi si fiderà in futuro di prodotti esoterici assemblati a Wall Street?), per quanto riguarda i flussi di denaro fra paesi la questione è molto più complessa. Uno degli effetti paradossali dei riflessi della crisi finanziaria sull'economia reale è appunto il prevedibile afflusso di capitali dal sud del mondo verso le piazze di New York e di Londra. E' noto che l'economia ha previsto da sempre che il flusso avvenga in una direzione ben precisa, mentre invece avviene nella direzione esattamente contraria. E' come se le acqua di un fiume anziché andare verso il mare risalissero su su fino alla sorgente. |
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#7 (permalink) | |
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Member
Data registrazione: Feb 2009
Messaggi: 4
Popolarità: 0 ![]() |
Citazione:
Inoltre l'interesse è anche puntato sul post-crisi di realtà in ascesa, ovvero paesi come Cina, India e Brasile... Ultima modifica di BaboutD : 05-02-09 alle ore 11:26 |
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#8 (permalink) | |
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Member
Data registrazione: Mar 2008
Messaggi: 5,443
Popolarità: 42949677 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Citazione:
Per esempio, ho scoperto che se si compra un titolo alla Borsa di Londra bisogna lasciare ai signori in bombetta lo 0,5% del valore della transazione, così, per il loro disturbo. Riusciranno a mantenere questo balzello? Qualcosa mi dice di no... |
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#9 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Feb 2009
Messaggi: 12
Popolarità: 4 ![]() |
questa crsi ridimensionerà le politiche economiche degli stati a favore di uno sviluppo interno, (la francia ha dato il là ad una nuova era protezionista). Dopo anni di globalizzazione sfrenata e moralmente indegna a detta di tutti è un passo indietro, ma semplicemente spinto da una concorrenza "nuova". Secondo me il mercato libero che negli anni ha sfruttato risorse e manodopera estera ha sbagliato i calcoli, sfruttare non significa più tratta dei neri o legna in amazzonia, lo "sfruttamento" ha creato una nuova era industriale in paesi come il middle est con il solo risultato di innescare quel processo che ha creato l'economia occidentale trecento anni fa in inghilterra.Se ti dovessi dire due nomi direi shangai e abudahbi
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#10 (permalink) | |
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the micro one
Data registrazione: Sep 2000
Messaggi: 9,391
Popolarità: 42949684 ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() ![]() |
Citazione:
Io la penso come Lottieri. ................. Lo sciovinismo economico nasce dall'atteggiamento ambiguo e ipocrita di governi e intellettuali di Carlo Lottieri Certo fa un po’ sorridere la levata di scudi generale contro i lavoratori britannici. Riuniti a Davos, i maggiori esponenti della politica internazionale hanno espresso unanime contrarietà dinanzi alle agitazioni dei sindacati del Regno Unito, furiosi perché un’azienda siciliana ha vinto un’importante commessa della Total, “sottraendo” lavoro agli operai inglesi. La sensazione è che si sia di fronte al classico bue che dà del cornuto all’asino. Perché se è vero che la battaglia intrapresa dalle trade union d’oltre Manica è sbagliata, non può essere il laburista Gordon Brown o qualche altro leader occidentale ad esprimere tale giudizio. Da tempo, infatti, Londra fa parte di quell’insieme di Paesi che stanno intervenendo massicciamente “a difesa” dell’economia nazionale: contro ogni elementare logica liberale. Sono infatti le classi politiche politicamente corrette, oggi scandalizzate di fronte al preteso “razzismo” dei lavoratori in sciopero, che hanno aperto la strada a tutto ciò. Per quale ragione, ad esempio, il governo belga nei mesi scorsi ha salvato una propria banca in difficoltà? Ma se si sposa lo sciovinismo economico non lo si può fare a corrente alternata: aiutando le imprese di grandi dimensioni la cui sede sta a Madrid e Parigi, e non con quella working class che parla cockney e che oggi protesta con veemenza di fronte all’arrivo di quanti che le appaiono come i discendenti dei Normanni che già una volta li hanno invasi. Brown vorrebbe ora impartire lezioni ai propri lavoratori e pretenderebbe di insegnare il libero mercato a quei disoccupati (o timorosi di diventarlo) che sfilano in corteo. Mostrò però una diversa prontezza quando si trattava di salvare i centri finanziari della City: dalla Northern Bank in giù. E l’inquilino di Downing Street non è certo il solo ad avere abbracciato le logiche interventiste. L’attuale presidente degli Stati Uniti, ad esempio, ha condotto una campagna elettorale intrisa di retorica ultra-nazionalistica e schierata contro i prodotti asiatici, i quali sottrarrebbero opportunità alle imprese americane. Quindi ha sostenuto il piano Paulsen (varato da Bush) a sostegno delle banche e, infine, sta predisponendo un colossale intervento per aiutare Detroit e le case automobilistiche Usa. Ma ciò che ha deciso Obama assomiglia a quanto si sta facendo in Europa, dove Angela Merkel ha stanziato oltre 50 miliardi di euro, mentre qualcosa di simile hanno fatto Nicolas Sarkozy in Francia e José Luis Zapatero in Spagna. In questo quadro appare del tutto anomala, per nostra fortuna, la situazione italiana, dato che il ministro Giulio Tremonti – che fa ricorso in continuazione ad una retorica assai avversa al capitalismo – va conducendo una politica economica piuttosto prudente, perfino sparagnina, preoccupata di evitare il dissesto dei conti pubblici. Nemmeno a Bruxelles non possono comunque mettersi in cattedra, dato che – come negli Stati Uniti – sono schierati a protezione di un sistema agricolo basato su dazi e sussidi che tiene alti i prezzi, frena l’ammodernamento del settore primario, causa gravi danni ai Paesi del Terzo Mondo (impossibilitati a esportare grano o riso). Per giunta nessuno ha scordato in che modo i politici europei nel loro insieme hanno seppellito il decreto Bolkestein, che si proponeva di liberalizzare il mercato del lavoro. Ma se era tanto “sociale” opporsi all’idraulico polacco (come sostenne tutta la gauche caviar parigina), per quale motivo starebbero sbagliando i poveri operai del Lincolnshire? Se si vuole abbracciare l’economia liberale ci vuole un minimo di coerenza. Iniziando, ad esempio, a smetterla di dar fede alle teorie di quanti esaltano le esportazioni sulle importazioni e per questo vorrebbe sempre e solo una bilancia commerciale in attivo. Ma bisogna anche rinunciare alla credenza secondo cui sarebbero sempre i consumi, e mai il risparmio e l’accumulo di capitale, a far crescere l’economia. Educati al keynesismo da tanti discorsi che vanno per la maggiore, gli inglesi temono che i lavoratori siciliani spenderanno da noi quanto guadagneranno nel Regno Unito: e vedono in ciò un danno alla loro economia. In realtà, il nazionalismo economico (una dottrina che fu formulata per la prima volta nell’età dell’assolutismo) è indifendibile da ogni punto di vista: sia giuridico che economico. Sul piano dei diritti, una società liberale esige che ogni impresa possa rivolgersi a chi vuole: e se a Grimsby la Total ha deciso di puntare su un’azienda italiana, deve poterlo fare. Questa difesa delle ragioni di principio, per giunta, si sposa con ciò che insegna l’analisi economica nel momento in cui rileva (fin dai tempi, quanto meno, di David Ricardo) che l’apertura delle frontiere favorisce una crescita complessiva del sistema produttivo e della qualità della vita. Se entrambi i soggetti di ogni scambio vi prendono parte perché ritengono di migliorare la loro condizione, quando si inibisce o limita la libera contrattazione si finisce per inaridire una delle sorgenti fondamentali della ricchezza. Questo è quanto è successo nei decenni scorsi in Argentina, che ha progressivamente distrutto la propria economia adottando una strategia tutta difensiva. I sindacalisti inglesi hanno torto, quindi, e sono assolutamente indifendibili. Ma forse dovremmo mettere sul banco degli imputati anche chi, e da anni, dà loro lezioni moralmente ed economicamente tanto discutibili. |
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