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Vecchio 16-01-09, 19:10   #1 (permalink)
Tempus fugit
 
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Le prospettive della crisi - qui si esagera

Ma che cacchio scrivono.... vedi parte in grassetto.

http://www.ilsole24ore.com/art/SoleO...lesView=Libero

Quattro mesi fa falliva Lehman Brothers e finiva la Wall Street del 900. L'autodistruzione di quello che era stato, con Wall Street, il cuore della finanza americana e mondiale appariva evidente anche a chi fino ad allora aveva guardato altrove. Nessuno l'aveva previsto davvero, in tutta la sua enormità. Ma qualcuno aveva lanciato allarmi circostanziati. Quattro mesi dopo la fase uno può dirsi superata. A livello mondiale i valori di Borsa sono stati più o meno dimezzati, cosa del resto accaduta anche con lo scoppio della bolla dot com otto anni fa. Le Banche centrali e le Tesorerie pubbliche sono intervenute, spesso generosamente. Il sistema ha frenato paurosamentre ma non si è fuso. E alla fine, dopo quattro mesi, un rispettato economista come Brad de Long dell'Università della California, a Berkeley, fa i seguenti conti.

Un anno e mezzo fa il mondo aveva 80mila miliardi di dollari di titoli finanziari commerciabili. Oggi può contare su 60 mila, cioè 20 mila in menio e 5mila in meno del Pil mondiale. Il settore abitativo, con i mutui subprime e simili, negli Stati uniti e altrove, in Gran Bretagna soprattutto, ha provocato o provocherà circa 2mila miliardi di perdite. Quattromila vengono o verranno da altri default già provocati o che la recessione renderà inevitabili. Le Banche centrali e le Tesorerie hanno immesso effettivamente a tuttoggi - escluse garanzie e altri finanziamenti a fronte di collaterale di buona qualità - circa 3mila miliardi di dollari. L'effetto deleverage, la perdita di valore di asset finanziari dovuta alla molto diminuita accettazione dell'indebitamento e al rifiuto di titoli che al momento nessuno sa quanto valgono - parte notevole dei derivati - ammonta quindi, se De Long ha fatto bene i suoi conti, a circa 17mila miliardi. E' con questa "evaporazione" di asset finanziari, che solo fra alcuni anni e a bocce ferme potrà essere in parte - quanto, oggi non si sa - iscritta come vera perdita, che occorre ora confrontarsi.

L'impegno della Federal Reserve e del Tesoro americano è massiccio e senza confronti in Europa anche perché il settore pubblico è negli Stati Uniti assai più ristretto, pari a poco più del 30% del Pil contro il quasi 50% in Europa. E poiché tocca al settore pubblico sostituirsi a un credito privato al momento molto difficile, è logico che Washington sia più attiva, avendo il sistema meno stabilizzatori automatici. Negli Stati Uniti le cifre messe in campo sono enormi, e già superiori a quanto speso da Washington per il finanziamento dell'intera seconda guerra mondiale, Allora 3600 miliardi, in dollari di oggi, adesso contro la crisi e la recessione finora 4600 miliardi su un totale di circa 8 mila pronti a venire impiegati (si veda Il Sole 24 Ore del 6 gennaio, pagina 11). Tutto questo senza contare il piano di stimolo che adesso il nuovo governo Obama si appresta a lanciare. E che sarà , alla fine, non lontano dai mille miliardi.

A questo punto si possono scegliere due strade e la prudenza consiglia di praticarle entrambe.
La prima è indicata da un cartello che dice "intervento pubblico" ed è quella battuta finora, negli Stati Uniti soprattutto ma anche in Europa. E in Cina.

La seconda è segnata da un cartello che si chiede: " quanto intervento pubblico?". Pone cioè il problema non solo della necessità, ma dei limiti. Neppure lo Stato più ricco ha risorse illimitate.
Quindi, guardando oltre la crisi, quanta spesa pubblica e fino a che punto è sostenibile? Fermiamoci al caso americano, il maggiore e più emblematico.

Il piano di stimolo del nuovo Governo, l'American recovery and reinvestment plan, prevede una cifra del 5% del Pil (che è pari a circa 14mila miliardi di dollari), in due anni, cioè circa 750 miliardi. Ma poiché il settore privato dovrà risparmiare attorno al 6% del Pil per parecchi anni per uscire dai debiti, questo 6% dovrà essere recuperato dalla spesa pubblica che già è in deficit del 4% del Pil, e si arriva a un 10% di deficit. Sarà lo Stato infatti ad accollrsi la spesa in deficit che i privati non possono più fare. Secondo Martin Wolf del Financial Times sono livelli sostenibili solo per qualche anno, e solo se gran parte della spesa in deficit va in investimenti produttivi. Poi, i conti saltano. Già adesso, e senza il piano Obama, il deficit 2009 sarà di 1200 miliardi , secondo il Congressional budget Office, il triplo del 2008, a causa degli interventi anti-crisi. Se si aggiunge lo stimolo Obama , si arriva a circa 1600. Se si pensa che quando George Bush arrivò al potere l'intero bilancio federale era di 1700 miliardi, si vede come il deficit 2009 arriverà a sfiorare l'intera spesa 2000. Uno sforzo necessario, ma che non può durare a lungo. E che rischia di essere immane, perché Washington dovrà per qualche tempo sostituirsi a quella che è stata una forza trainante dell'economia anche internazionale: il consumatore americano. Le potenzialità degli Stati Uniti restano enormi, di ricchezza materiale e umana. Ma se il debito continua a correre, pubblico questa volta e non più privato, il risultato alla fine non cambia.
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Vecchio 16-01-09, 19:43   #2 (permalink)
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Non esagerano affatto. Purtroppo.
Queste sono le cifre in gioco, a quanto pare.

I keynesiani plaudono.
Specie quelli anziani e senza figli.
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Vecchio 17-01-09, 11:19   #3 (permalink)
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Non esagerano affatto. Purtroppo.
Queste sono le cifre in gioco, a quanto pare.

I keynesiani plaudono.
Specie quelli anziani e senza figli.
Keynes aveva già studiato a suo tempo un meccanismo per fare sì che le partite dei conti correnti fossero in pareggio.
Ovvio che non avrebbe permesso una tale proliferazione di titoli cartacei.
Questa situazione è figlia della nuova economia neoclassica, quella dove non esistono crisi perché il sistema torna sempre, rapidamente in equilibrio.
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Vecchio 17-01-09, 13:28   #4 (permalink)
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Originalmente inviato da San Siro Visualizza messaggio
.....
Questa situazione è figlia della nuova economia neoclassica, quella dove non esistono crisi perché il sistema torna sempre, rapidamente in equilibrio.
San Siro,
per evitare di radicalizzarti su alcune idee che ripeti spesso, relativamente al capitalismo, ti consiglio vivamente di leggere un bel libro che parzialmente ti dà anche ragione sul Bocconi style e che confuta alcune bestialità che sono ormai accettate diffusamente come vere:

TUTTE LE BALLE SUL CAPITALISMO
Robert Murphy
Ed. Rubbettino - 206 pagine - 14 euro

Ti allego una breve recensione.


Così funzionano il mercato e il capitalismo

Un titolo brutto e riduttivo ("Tutte le balle sul capitalismo", di Robert Murphy), libera traduzione di "The politically incorrect guide to capitalism", che anche in traduzione letterale sarebbe stato ben più efficace, ma un contenuto interessante e di spessore culturale. Una spiegazione, alla portata di un pubblico colto ma non specialista, di come funziona l'economia di mercato. Già, proprio quella con la quale ci confrontiamo tutti i giorni, ma che tanto poco conosciamo. Infatti non è facile trovare un libro che ne spieghi i meccanismi.
Non lo fanno i testi di microeconomia, che siano a livello introduttivo o avanzato. In questi, in effetti, il mercato per eccellenza è quello di concorrenza perfetta, che si basa sull'assunto fuorviante di completa conoscenza delle condizioni di mercato da parte degli agenti, e nel quale, per giunta, le imprese la concorrenza proprio non se la fanno. Di conseguenza il ruolo di quest'ultima e dell'imprenditore sono piuttosto trascurati.
Ora, il libro di Murphy non è stato scritto con lo scopo di fornire un'alternativa di carattere manualistico, ma è, come appunto descrive il titolo originale, una guida per comprendere come funziona il capitalismo, ossia il sistema che ha al suo centro il mercato libero da ingerenze dello Stato e nel quale si muovono delle imprese private che perseguono lo scopo del profitto. Ancora oggi, a quasi vent'anni dalla caduta del comunismo (per manifesta inefficienza economica), il profitto è ancora guardato con sospetto, così come l'arricchirsi per il suo tramite. In realtà l'imprenditore è un servitore del mercato, non il suo proprietario. Se non produce quanto il mercato richiede perché non è stato in grado di prevederne i cambiamenti, allora il consumatore si rivolgerà ad altri prodotti e lo sanzionerà non acquistandone la produzione.
È questo il punto d'attacco di Murphy che spiega come il tanto aborrito capitalismo sia il sistema che più di ogni altro abbia contribuito al benessere delle popolazioni e come quando il governo interviene nel mercato non solo calpesta la libertà e i diritti individuali, ma spesso danneggia quelle stesse persone che intendeva aiutare.
Il libro, stabiliti questi concetti, si snoda attraverso l'esame di problemi di attualità, tra i quali l'ambiente e la finanza. La tutela di risorse di flora e di fauna sarebbe perseguita molto meglio attraverso la loro privatizzazione, piuttosto che tutela pubblica.
La moneta, spiega Murphy, non è un'invenzione degli Stati e nemmeno gli Stati possono essere considerati come i garanti della moneta; anzi, l'hanno spesso usata per ordire truffe ai danni dei cittadini. Inoltre le crisi economiche, inclusa quella che stiamo vivendo, hanno in comune una cosa: quella di essere state innescate dal cattivo comportamento degli Stati non degli imprenditori. Insomma, le crisi sono originate dai politici non dai capitalisti.
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Vecchio 17-01-09, 13:40   #5 (permalink)
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Sei sicuro che valga la pena di spendere 14 euro per questo libro? permettimi di dubitare...cioè questo libro dovrebbe convincermi che non siamo in regime di libero mercato di fatto per l'ingerenza dello stato? Sarà, ma nel moderno capitalismo lo Stato non è che una propaggine a uso e consumo delle grandi corporations che effettivamente controllano l'economia a tutti i livelli anche tramite la spesa pubblica e il legiferare, mentre la concorrenza esiste solo a livelli inferiori di piccole industrie...anzi, ormai in un mondo globalizzato, la concorrenza è tra Stati, a chi riesce a fornire ai grandi gruppi indutriali una maggior guadagno attraverso politiche fiscali, di spesa e legislative. Per quanto riguarda il sistema bancario esso ha davvero il totale controllo di qualsiasi angolo della società, a tutti i livelli.

Ultima modifica di thedreamer : 17-01-09 alle ore 13:54
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Vecchio 17-01-09, 13:49   #6 (permalink)
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Sì.
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Vecchio 17-01-09, 13:56   #7 (permalink)
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Originalmente inviato da Simo83 Visualizza messaggio
Sei sicuro che valga la pena di spendere 14 euro per questo libro? permettimi di dubitare...cioè questo libro dovrebbe convincermi che non siamo in regime di libero mercato di fatto per l'ingerenza dello stato? Sarà, ma nel moderno capitalismo lo Stato non è che una propaggine a uso e consumo delle grandi corporations che effettivamente controllano l'economia a tutti i livelli anche tramite la spesa pubblica e il legiferare, mentre la concorrenza esiste solo a livelli inferiori di piccole industrie...anzi, ormai in un mondo globalizzato, la concorrenza è tra Stati, a chi riesce a fornire ai grandi gruppi indutriali una maggior guadagno attraverso politiche fiscali, di spesa e legislative. Per quanto riguarda il sistema bancario esso ha davvero il totale controllo di qualsiasi angolo della società, a tutti i livelli.
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Vecchio 17-01-09, 14:08   #8 (permalink)
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Dopo le tue aggiunte spiegazioni abbastanza confuse, sono ancora più convinto che ti farebbe molto bene la lettura del testo di Robert Murphy.

Poi ognuno, chiaramente, è libero di credere a quello che vuole.

Ciao.
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Vecchio 17-01-09, 14:18   #9 (permalink)
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Dopo le tue aggiunte spiegazioni abbastanza confuse, sono ancora più convinto che ti farebbe molto bene la lettura del testo di Robert Murphy.

Poi ognuno, chiaramente, è libero di credere a quello che vuole.

Ciao.
Può darsi, ma la recensione mi sembra un po' banale, trascurare il potere distorsivo sull'economia intesa come libero mercato e sui governi delle enormi concentrazioni industriali e finanziarie mi sembra inconcepibile...
thedreamer non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 17-01-09, 18:45   #10 (permalink)
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BRUXELLES - "L'esperienza dimostra che le recessioni economiche provocate da una crisi finanziaria tendono ad essere gravi e prolungate": è quanto si legge nel documento preparatorio dell'Ecofin, che si svolgerà martedì, all'indomani dell'annunciato taglio delle previsioni di crescita per il 2009 da parte della Commissione europea.

"Attualmente - si sottolinea nel documento del Consiglio Ue anticipato dall'agenzia Ansa - la fiducia dei consumatori e delle imprese si trova al livello più basso da decenni e la situazione rischia di deteriorarsi ulteriormente". Questo nonostante le misure anticrisi adottate "siano già in via di attuazione". Ma, si legge ancora, "bisognerà pazientare, perché ci vorrà del tempo per vederne gli effetti sull'economia reale".

Inoltre, si legge ancora nel documento, le condizioni del credito in Europa continuano a essere "difficili" e la priorità assoluta deve essere "ristabilire il normale funzionamento" di tale mercato, "ripristinando la fiducia" di imprese e consumatori.

Lunedì mattina il commissario agli Affari Economici Joaquin Almunia presenterà le previsioni economiche per i Ventisette, eccezionalmente anticipate rispetto alla normale scadenza di febbraio proprio per fare il punto sulla situazione economica che la commissione europea vede "deteriorata". Lunedì pomeriggio si riuniranno poi i ministri dell'Eurogruppo e martedì tutti quelli dell'Ecofin, per discutere una situazione che, a quanto si apprende, nel documento finale sarà definita come "grave".
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