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WTO: un inutile anno
Non c'e' stata alcuna sorpresa di fine anno: il 2008 per l'organizzazione mondiale del commercio è stato un anno inutilmente impiegato alla ricerca di un impossibile accordo per concludere il negoziato commerciale avviato a Doha nel 2001. Si trattava di una missione impossibile, vista l'assenza degli Stati Uniti dal tavolo negoziale(1), ma Pascal Lamy (direttore generale WTO), ha tentato per ben due volte di chiudere il cerchio, la seconda volta dopo l'incontro del G20 di novembre, che nel suo inutile e vago comunicato aveva elencato anche la chiusura del Doha Round fra le misure anticrisi.
Lamy aveva proposto una ministeriale "last minute" dopo il 15 dicembre, ma chissà se davvero in cuor suo fosse convinto che il comunicato del G20 rivelasse una reale volonta' politica e non banalmente una mancanza di fantasia. Nessuno dei 153 governi aderenti al WTO crede piu' nelle teorie dei benefici della liberalizzazione dei mercati e della deregolamentazione economico-finanziaria, ma nessuno riesce a proporre alternative per cui l'organizzazione ginevrina quest'anno ha continuato a procedere per inerzia, seguendo il copione di un'opera che non piace ma che nessuno ha il coraggio di gettare alle ortiche. Le due recenti bozze di accordo, relative ai prodotti agricoli e a quelli industriali (negoziato NAMA), si discostano ben poco dalle precedenti e rimane un evidente squilibrio fra le prescrizioni imposte ai paesi industrializzati rispetto al resto del mondo, a sfavore di questi ultimi. Le stracitate flessibilità a favore dei PVS nel negoziato NAMA sono state ulteriormente complicate (vi e' una percentuale di linee tariffarie esentabili dai tagli, una relativa a tariffe da tagliare di meno, una che pero' impone che la percentuale di linee esentate non superi una certa percentuale di valore di merce importata) e ridotte da nuove imposizioni, come la clausola anticoncentrazione che impone che la percentuale di linee esentate non sia concentrata in pochi settori merceologici. Detto questo, passando ai numeri, la bozza prevede un taglio dei dazi sui prodotti industriali del 33%, 29% e 22% rispettivamente per UE, USA e Giappone a fronte di tagli del 60% a Cina, India, Brasile e Venezuela (calcolo fatto utilizzando il coefficiente medio applicabile alla formula adottata). Niente di nuovo neppure sul fronte agricolo: rimangono i tagli ai sussidi occidentali che pero' essendo calcolati rispetto ai valori massimi e non a quelli realmente applicabili, non intaccherebbero gli attuali importi di spesa USA/UE (gli USA dovrebbero tagliare del 70% potendo così disporre di una cifra di spesa annua pari a 14,5 miliardi di $ a fronte di una spesa reale stimata nel 2007 in 8 miliardi di dollari). Permangono le divergenze sul fatidico sistema di salvaguardia invocato dai PVS, visto come fumo negli occhi dai negoziatori statunitensi. Cosa succedera' il prossimo anno? Beh, tutti attendono il ritorno degli USA che ormai da anni, dall'abbandono di Robert Zoellick, rappresentante al commercio sino al 22 febbraio 2005 (attualmente a capo della Banca mondiale), hanno "abbandonato" il WTO, lasciando a presenziale la loro sedia due figure di secondo piano. Il vuoto e' stato colmato dall'Unione europea che pero' non e' stata in grado di portare alcuna innovazione, alcuna nuova visione, proseguendo sui vecchi logori binari. Che vorra' fare Obama del Doha Round? Sapra' dire che il commercio non significa automaticamente sviluppo e benessere? Che l'affermazione "trade is good" è una eccezione astratta e ideologica? Sono le condizioni in cui avviene il commercio a portare o no beneficio ai partner coinvolti. Un organismo di regolazione multilaterale rimane essenziale ma deve farsi carico del problema che la recente crisi alimentare ha affamato altri 75 milioni di persone, secondo le stime della FAO, che la volatilità dei prezzi delle commodity agricole rimane un ostacolo insormontabile al benessere di molti popoli e "sfruttarli" incitandoli solo ad esportare di piu' quei pochi prodotti che hanno, come continua a fare l'Europa con gli accordi EPA, è tutto fuorché buona politica. E dovrebbe riconoscere che regole che favoriscono la deindustrializzazione generano povertà e chi e' povero non ha nulla da commerciare, se non se stesso, ma stiamo passando sul fronte della violazione dei diritti umani. E dovrebbe riconoscere che cibi, foreste, terre, minerali, acqua e risorse genetiche sono beni comuni che vanno "trattati" con cura essendo le risorse che ci permettono di vivere. E dovrebbe comprendere che il mercato non e' stato capace di incorporare i costi dei danni ambientali nei suoi calcoli. Le merci non tengono costo dei danni legati alla loro produzione e questo comporta che abbiamo vissuto con bilanci truccati. Lester Brown esplicita questo concetto facendo il paragone con i bilanci della Enron, la multinazionale energetica USA che nel 2001 fallì allorche' qualcuno si accorse che i suoi bilanci erano falsi poiche' non contemplavano diverse voci di costo. Stiamo facendo esattamente la stessa cosa: lasciamo che i costi ambientali siano in "nero", lasciamo che il mercato gestisca gli asset del pianeta anche se ormai sappiamo bene che il mercato e' in idolo e che a esistere sono persone senza scrupolo che badano solo ai propri interessi. Le crisi "servono" agli esseri umani a tirare fuori il meglio di se' stessi, è questa la speranza per il nuovo anno, certo qui da noi non si intuisce nulla di buono ma altrove può accadere. Roberto Meregalli Beati i costruttori di pace - Retelilliput Nota: (1) gli USA sono stati formalmente presenti ma alle spalle non avevano un chiaro mandato da parte del Congresso. |
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Data registrazione: Nov 2005
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E dovrebbe comprendere che il mercato non e' stato capace di incorporare i costi dei danni ambientali nei suoi calcoli. Le merci non tengono costo dei danni legati alla loro produzione e questo comporta che abbiamo vissuto con bilanci truccati
. questo sì che è un punto importante. Soprattutto scevro da ideologie. Io penso sempre alle mele cilene.... ma quanto cap-zo costa (in termini di inquinamento o energia) portarle in Europa ???????? Ma allora sei contro il commercio int.le ? Assolutamente no solo che se nel costo delle mele ci includiamo quei costi 'invisibili' ma sa che è meglio mangiarsi quelle del Trentino... |
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Data registrazione: Nov 2008
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Si dice infatti che la liberalizzazione degli scambi agricoli porti benefici a tutti i partecipanti, - rientra nella definizione stessa di scambio commerciale - dunque anche ai contadini, che in genere sono la classe sociale meno favorita. Nel caso delle mele cilene, si è notato un incremento della concentrazione terriera a favore dei grandi produttori, per cui si è tornati a una situazione molto simile a quella precedente la riforma agraria di Allende. Perché si è giunti a ciò? Nonostante la poca simpatia che la dittatura di Pinochet ha mostrato verso i beneficiati dalle politiche socialiste, pare che il maccanismo che abbia portato a tale riconcentrazione sia semplicemente l'imperfezione connaturata al meccanismo del credito. In sostanza, chi ha poca terra ottiene prestiti con interessi più alti e sopporta meno le oscillazioni negative dei prezzi, che in certi anni sono state violentissime. Il caso cileno è interessante, perché una delle strategie classiche dello sviluppo economico (persino i piemontesi cercarono di adottare questo tipo di politiche) è quello di sviluppare una classe di proprietari agricoli dinamica e innovativa, che costituisca insomma una buona base per la crescita economica. In genere, invece, si impone un altro modello, quello del proprietario assenteista che succhia tutto ciò che può ottenere dalla campagna e lo investe in attività cittadine, creando la base per un'economia duale. Il caso cileno non sembra di questo tipo, ma comunque lo sviluppo rurale che si pensava fosse la naturale conseguenza di un settore trainante dell'economia ha portato a dei risultati molto più modesti (il noto effetto macroeconomico per cui le economie molte diseguali crescono di meno.) |
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