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cina e crisi
Con le ondate di distruzione causate dal crollo finanziario globale è arrivato un significativo momento di riflessione obbligatoria. Se tale disastro ha investito il pianeta, quali lezioni si possono trarre per smantellare il meccanismo che lo ha causato in primo luogo?
I rimedi proposti dai governi in tutto il mondo non stanno funzionando come conferma ogni reale indicatore economico. L’eterna influenza corruttrice dei soldi nelle politiche e disegni del governo non ha fatto altro che garantire che qualunque metodo verrà usato per salvare l’economia dalla bocca della balena sarà come gocce di pioggia su un fiume. L’unico schiacciante fattore che non sembra venir preso in considerazione nell’equazione è che per tirarsi fuori dal pasticcio finanziario si ha bisogno di risorse finanziarie. Non quelle prese in prestito ma quelle risparmiate. Qui è l’asso nella manica della Cina. Gli Stati Uniti hanno un deficit finanziario reale di 53 trilioni di dollari che non potranno mai ripagare. L’Inghilterra è sulla buona strada nel distruggere la sua moneta e far crescere il suo debito e così è la Francia. La Cina, invece, è nella particolare condizione di avere 1.9 trilioni di dollari in riserve di moneta estera. Questo la mette in una posizione esclusiva rispetto al resto del mondo. Mentre quest’ultimo era impegnato nel consumare tutto quello che la Cina produceva, i Cinesi stavano accumulando un enorme cuscino di contante reale che adesso possono usare per deviare la concentrazione da un’economia che verte sull’esportazione a una che comincia a focalizzarsi sulla domanda interna. I principi economici per una ripresa in Cina sono più evidenti che nel resto del mondo perché non c’è mai stato lo stesso consumo esagerato spinto dal credito che era la forza trainante per il PIL in tanti altri paesi. Persino su base individuale i risparmi familiari sono saliti a 382.7 miliardi di yuan rispetto al mese precedente (ottobre 2008). Il piano di stimolo di 585 miliardi di dollari della “Central Economic Work Conference” si rivolge a molte aree che sono essenziali nell’incrementare la domanda e il potere d’acquisto del consumatore interno. Progetti per le abitazioni in città per famiglie a basso reddito, sussidi per le famiglie di campagna a basso reddito, fondi per l’assistenza sanitaria e l’educazione. La Cina sta anche sostenendo le industrie dell’acciaio, automobilistiche e delle telecomunicazioni abbassando le tasse e incoraggiando l’innovazione con sussidi per la ricerca e lo sviluppo. L’importazione di ferro grezzo sta aumentando e l’acciaio prodotto viene conservato per un utilizzo futuro. L’ultimo punto è importante perché presenta la Cina con un vantaggio nei costi di fabbricazione di base visto che la caduta dei prezzi nel trasporto e nella merce ha mostrato che essa ha costituito le sue riserve a prezzi da reparto delle occasioni. Questo è investimento reale con denaro reale disponibile. La Cina ha risparmiato per i tempi di magra e, adesso che sono arrivati, può approfittare delle sue risorse. Ci vorrà del tempo per la Cina per risollevare la sua enorme economia ma almeno non si devono preoccupare di ripagare un debito impossibile da pagare al resto del mondo. Mentre tutti gli altri paesi stanno cercando disperatamente di formulare un piano di salvataggio alimentato da un incremento nel debito pubblico, la Cina non si deve preoccupare, e questo sarà il suo vantaggio principale. L’investimento nel potere d’acquisto e nelle prospettive di occupazione della popolazione migliorando le infrastrutture del paese e offrendo agevolazioni fiscali e sussidi ripagherà molto di più che il buttare soldi in istituzioni finanziarie. Questo i Cinesi già lo sapevano e sapevano anche che è inutile nel risollevare una cattiva situazione. Il Poliziotto del mondo sarà pure occidentale, ma il maestro del mondo risiede ancora, come è stato per millenni, in Oriente. Titolo originale: "China and The Financial Crisis" Fonte: http://www.globalresearch.ca |
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Data registrazione: Dec 2007
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Era improbabile che la crisi economico-finanziaria risparmiasse la Cina. E infatti la Cina c'è dentro anche se a modo suo. Stiamo parlando pur sempre del miracolo economico più imponente della storia contemporanea, della nazione che ha compiuto con 40 anni di ritardo quel grande balzo in avanti promesso in tempi troppo sospetti per essere veri. Ma nessuno è immune dagli effetti delle politiche economiche proprie ed altrui, nemmeno il gigante asiatico dalla crescita apparentemente inarrestabile. Il tasso di disoccupazione cinese è del 4% nelle aree urbane, un dato che farebbe invidia a chiunque in Europa e a più di uno anche negli Stati Uniti. Ma è un dato che per essere compreso deve essere combinato almeno con altri due elementi: il livello salariale ancora estremamente basso per la stragrande maggioranza degli occupati e la improduttività di buona parte dei posti di lavoro, come nota nel suo blog il corrispondente della CNN John Vause. Evidentemente le abitudini sovietizzanti non sono state del tutto rimosse e quattro parcheggiatori per un posto auto o otto funzionari di hotel in reception sembrano ancora una pratica normale. Queste professioni sarebbero le prime a saltare nel caso di un protrarsi della crisi. Ciò preoccupa non poco le autorità dal momento che in Cina stabilità economica e politica si intrecciano in maniera quasi indissolubile non tanto per il peso delle circostanze quanto per espressa volontà del Partito comunista al potere. Il patto sul quale si fonda la sbandierata “armonia” cinese prevede infatti che le classi lavoratrici (per usare una terminologia cara alla propaganda di regime) di fatto si astengano da rivendicazioni politiche di sorta in cambio di benefici economici costanti prodotti da una crescita garantita e progressiva. Se viene meno uno di questi due presupposti il piatto salta, con conseguenze che i mandarini di Zhongnanhai conoscono bene. Tanto è vero che le situazioni di maggiore insoddisfazione e di conseguente insubordinazione che negli ultimi hanno hanno macchiato la corsa allo sviluppo cinese si sono verificate soprattutto, se non esclusivamente, in quelle zone rurali ai margini della trasformazione economica. Se anche le aree urbane cominciassero a sentire il peso della crisi, l'equilibrio forzoso imposto e comprato dal partito-stato comincerebbe a dare segni di cedimento. Un recente studio dell'Istituto per lo Sviluppo delle Nazioni Unite ha avvertito che il divario fra ricchi e poveri in Cina, lungi dal ridursi come promesso dalle autorità capital-comuniste, si è acuito negli ultimi anni. Se a Pechino e Shanghai il livello di vita è paragonabile al Portogallo, nelle province sudoccidentali del paese le condizioni sono più simili al Botswana. E non si tratta solo di indicatori economici in senso stretto ma anche di educazione, welfare e servizi in generale. Di fatto la crescita cinese presenta effetti tangibili solo per un terzo della popolazione, a voler essere ottimisti. L'aspettativa di vita nello Guizhou è di dieci anni inferiore a quella della capitale, riporta lo studio, la mortalità infantile nel Qinghai sette volte quella di Pechino e il grado di analfabetismo nella provincia del Gansu cinque volte superiore. Da qui il famoso pacchetto di incentivi economici promesso dalle autorità, una serie di misure dai contorni ancora indefiniti, ma che dovrebbe destinare l'astronomica cifra di 4 trilioni di yuan prelevati dalle casse dello stato a un enorme programma di infrastrutture e miglioramento dei servizi pubblici che, nelle intenzioni dei suoi promotori, servirebbe a ridare la carica ad un'economia che presenta segnali di rallentamento e contemporaneamente a sanare almeno alcune di quelle disparità sociali che rischiano - se non contenute - di mettere in discussione il monopolio politico del PCC. Uno stimolo pari al 15 % del prodotto interno lordo che The Economist saluta con favore, considerando l'insieme delle misure annunciate necessarie per alimentare il consumo domestico, vero punto debole del sistema economico cinese. In ogni caso la crescita a doppia cifra sembra ormai cosa del passato dalle parti di Pechino e attestarsi sull'8% annuo in tempi che promettono non più del 6% costituirebbe già un risultato più che accettabile per le autorità cinesi. Proprio questo aumento della spesa pubblica deciso da Pechino potrebbe rappresentare il punto di contatto fra difficoltà economiche cinesi e crisi finanziaria americana, con reciproci vantaggi sempreché alla fase dello scontro si sostituisca un'attitudine cooperativa. Questa almeno la tesi contenuta in un articolo firmato su Asia Times da Francesco Sisci e David Goldman. I due autori partono da una premessa che, banalizzando al massimo, potrebbe essere riassunta così: negli ultimi dieci anni l'America ha comprato troppo e la Cina ha venduto troppo. La semplificazione, evidentemente brutale, si rivela comunque utile per capire che le problematiche degli Stati Uniti e della Cina sono in questo momento opposte e complementari: da una parte gli americani hanno spinto la domanda interna attraverso prestiti agevolati e bassi tassi di interesse trascurando la vendita "ad altri" di beni e servizi; dall'altra i cinesi hanno privilegiato un modello di crescita basato quasi esclusivamente sulle esportazioni, dimenticandosi del consumo interno, un fatto reso ancora più evidente dal gap nella distribuzione della ricchezza prodotta cui si faceva cenno poco fa. Solo una grande partnership economica tra la superpotenza storica e quella emergente potrebbe portare ad una ricomposizione delle rispettive esigenze: l'America deve ricominciare ad esportare quella tecnologia di cui la Cina ha disperatamente bisogno nel suo tentativo ancora incompiuto di modernizzazione. Inoltre la Cina dovrebbe fare suoi certi modelli finanziari tipici del mercato americano per cominciare a creare un meccanismo di prestiti al consumo finora praticamente inesistente. Un capovolgimento della prospettiva che vedrebbe parte del potenziale economico cinese spostarsi dalla vendita al consumo di massa, dall'esportazione esclusiva alla generazione e all'alimentazione della domanda interna, con la collaborazione attiva degli Stati Uniti.
Non sono pochi gli ostacoli che si frappongono a questo programma di ampio respiro, ammettono gli stessi autori dello scritto: prima di tutto le restrizioni in materia di import di tecnologia americana per ragioni di sicurezza e i limiti all’acquisizione di compagnie statunitensi; la politica cinese di sostegno a quelli che Washington considera stati canaglia; le questioni monetarie legate alla fluttuazione dello yuan; le questioni geostrategiche connesse con la proliferazione degli armamenti nelle zone di influenza cinese e via discorrendo. Questioni che devono trovare prima di tutto una composizione politica non certo semplice visti i precedenti e le differenze sociali ed istituzionali che caratterizzano i due paesi. E' la stessa banca centrale cinese ad avvertire che la recessione e le conseguenti tendenze protezionistiche che l'occidente potrebbe mettere in atto sarebbero un duro colpo per la crescita cinese. Forse è per questo che accanto al pacchetto di misure per il mercato interno, il governo ha comunque previsto un'ulteriore serie di sussidi all'esportazione, in un chiaro riconoscimento della dipendenza della Cina dalla domanda estera. Nelle province dello Shandong e dell'Hubei è stato imposto alle aziende che decidano di licenziare più di 40 dipendenti l'obbligo di ottenere un permesso dalle autorità. Nel Guandong hanno già chiuso migliaia di imprese e chi è rimasto in piedi ha ridotto drasticamente i salari. Tutto si intreccia ed è difficile pensare che la richiesta interna possa esplodere con queste prospettive, anche se la banca centrale ha già promesso di supportare il piano di recupero con una politica creditizia imponente. http://asiaedintorni.blogosfere.it/2...lla-crisi.html come vedi in rete si trova tutto e il contrario di tutto, quella che pubblichi tu è solo carta straccia utile a perorare la tua causa
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