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LA CREAZIONE
Data registrazione: Mar 2007
Messaggi: 15,444
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Citazione:
Satana il Diavolo, il principale spirito malefico del cristianesimo e del giudaismo, è chiamato Iblīs dai musulmani. Nello zoroastrismo, antica religione persiana, il suo nome è Angra Mainyu. Nella religione gnostica, che fiorì nel*II e III*secolo E.V., veniva identificato col demiurgo, termine riferito a una divinità intermedia ed invidiosa, alla quale la maggioranza del genere umano rendeva adorazione per ignoranza. Spiriti malefici subordinati hanno una parte importante nelle religioni orientali. Gli indù credono che gli Asura (demoni) si oppongano ai Deva (dèi). Fra gli Asura, i più temuti sono i Rakshasa, esseri orribili che infestano i cimiteri. I buddisti concepiscono i demoni come forze personali che impediscono all’uomo di raggiungere il Nirvana, l’estinzione del desiderio. Fra loro uno dei principali tentatori è Māra, con le sue tre figlie Rati (desiderio), Raga (piacere) e Tanha (irrequietezza). Gli adoratori cinesi usano fuochi d’artificio, torce e petardi per proteggersi dai kuei, i demoni della natura. Le religioni giapponesi insegnano pure che ci sono molti demoni, fra cui i terribili tengu, spiriti che si impossessano degli uomini finché non vengono esorcizzati da un sacerdote. Religioni non scritte dell’Asia, dell’Africa, dell’Oceania e delle Americhe insegnano che gli spiriti sono buoni o cattivi a seconda delle circostanze e del loro umore prevalente. Questi vengono venerati per evitare calamità e per ingraziarseli. Se si aggiunge a tutto ciò il diffuso interesse per la magia e lo spiritismo, diventa chiaro che la credenza negli spiriti malvagi è ben radicata. Ma è ragionevole credere che esistano creature del genere? La Bibbia dice di sì. Se davvero esistono, però, come mai Dio permette che esercitino sull’uomo un’influenza dannosa? |
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LA CREAZIONE
Data registrazione: Mar 2007
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Ero una sacerdotessa dei feticci
Narrato al corrispondente di “Svegliatevi!” nel Dahomey NACQUI oltre cinquant’anni fa a Porto-Novo, capitale del Dahomey, nell’Africa Occidentale, e i miei genitori mi chiamarono Agbodémakou. Eravamo della famiglia degli “Hazoumé”, che vuol dire “servitori del re”. Adoravamo dèi rappresentati da feticci. Sapete che cos’è un feticcio? Questo termine viene dalla parola portoghese feitiço, che significa “fatto con arte”. Il termine è stato applicato a un oggetto materiale in cui si crede dimori un dio o uno spirito, che gli dà una sorta di potere magico. A molti feticci è data una fisionomia umana, per cui devono essere fatti da un abile artigiano; ma altri sono solo rocce, e mucchi di terra o qualche altra cosa del genere allo stato naturale. La mia famiglia adorava due dèi, Sinuloko (protettore dei fanciulli) e Avesan (padrone della città). Il feticcio di Sinuloko era un mucchio di fango coperto con le foglie dell’albero sacro che nel nostro dialetto gun chiamiamo Deslé. Il feticcio di Avesan era un “asen” di ferro forgiato, di forma simile a un ombrello in miniatura e posto all’estremità di un’asta di ferro, ma senza tessuto. Dei due dèi, Avesan era quello considerato più potente. Anche prima della mia nascita, mia madre andava regolarmente al tempio dedicato al suo servizio per offrirvi patate dolci, galline e talora anche capre perché arrivassi sana e salva e per assicurarmi un avvenire. Un “presagio” guida la mia vita La religione feticistica è molto superstiziosa. Perciò, parve significativo il fatto che un giorno mia madre trovò un pitone nella sua stanza. Da noi si dice che il pitone non fa mai visita senza lasciare un messaggio. Perciò i miei genitori consultarono a questo riguardo un “sacerdote degli oracoli”. Egli spiegò che il pitone apparso in casa nostra era un presagio e stava a significare che dovevo servire Avesan come sacerdotessa dei feticci. Ma non intrapresi subito questo servizio. Decido di diventare sacerdotessa dei feticci Cresciuta, sposai un sacerdote di Avesan. I miei genitori disapprovarono energicamente il nostro matrimonio e fecero tutto il possibile per dividerci. Le difficoltà crebbero quando fu evidente che non avevamo figli. Nel tentativo di capovolgere la sorte avversa, mi procurai molti amuleti, oggetti che si suppone respingano il male, ma non mi furono di alcun aiuto. Sembrava che i miei genitori dovessero riuscire a far naufragare il nostro matrimonio. Ero disperata, poiché amavo davvero mio marito. Poi mi venne in mente che forse tutte queste prove si abbattevano su di me perché non ero diventata sacerdotessa dei feticci secondo le parole dell’oracolo. Dopo avere consultato mio marito ed essere stata da lui incoraggiata, cominciai il tirocinio per diventare sacerdotessa dei feticci. Tirocinio in un “convento” Per diventare sacerdote o sacerdotessa dei feticci bisogna fare il tirocinio in un “convento”, tirocinio che dura circa sette mesi. Durante il corso il nostro gruppo era relegato nel “convento”, dove non ci era permesso ricevere visite. I familiari e gli amici, incluso mio marito, portavano doni di cibo, che erano presentati al “Douté” (il capo sacerdote o direttore). Questo cibo giungeva nelle nostre mani solo dopo che il sacerdote s’era presa la sua parte. Per tutto il periodo del tirocinio indossammo esattamente gli stessi abiti e non li lavammo né ci facemmo il bagno. Usavamo solo uno straccio per toglierci la polvere e il sudore di dosso. E certo si sudava nella vigorosa attività compiuta per imparare a cantare e danzare in onore del nostro dio. In quel tempo imparammo anche a tessere la rafia, ricavata da un tipo di palma, e con essa facemmo il costume che avremmo usato una volta ottenuto il diploma. Questo costume includeva una gonna multicolore, un prendisole e cappello rosso a punta. Facevamo anche anelli di rame per le caviglie e collane di grani rossi. Come tocco finale, ciascuna di noi aveva un panno bianco che si avvolgeva attorno e si fermava con una fascia colorata, da portare sopra la gonna di rafia. Poiché si avvicinava il conferimento dei diplomi, furono fatti sul nostro corpo segni speciali che ci identificavano come sacerdotesse di Avesan. Se mi guardate da vicino, noterete due mezzelune da ciascun lato del mio viso vicino agli occhi, e una sola mezzaluna su ciascuna guancia. Nella parte superiore del corpo ho delle sottili cicatrici. Tutte queste erano fatte dal capo sacerdote con un coltellino affilato. Polvere di carbone di legna era strofinato nelle ferite perché andassero in suppurazione e vi rimanessero segni ben delineati. I capi sacerdoti fanno queste incisioni a ciascun candidato con l’accompagnamento dei tamtam, per soffocare le grida della vittima. Si indebolisce la mia fede nel feticismo Tra i doveri di una sacerdotessa dei feticci vi è quello di occuparsi degli amuleti che si suppone proteggano o liberino un villaggio da una sovrastante calamità, come un incendio, un’inondazione o un’epidemia. Gli amuleti sono fatti dai capi sacerdoti e posti in luoghi sconosciuti al popolo. I sacerdoti e le sacerdotesse dei feticci devono andare a cercare questi amuleti in mezzo a molti canti, danze e suono di tamburi. Una volta trovati, sono portati su una grande piroga, o canoa scavata in un tronco, in mezzo a una laguna, dove sono gettati. Si suppone di liberare così il villaggio dall’influsso malefico. Mentre compivo un tale rito la mia fede nel feticismo cominciò a indebolirsi. Compresi che questi amuleti erano solo oggetti di argilla, legno o ferro fatti dagli uomini, che al mio tocco si rompevano facilmente. Mi chiesi: “Come possono questi oggetti senza vita proteggere qualcuno?” Ma la mia fede nel feticismo doveva ancora ricevere il colpo mortale. Ciò accadde quando mio marito, egli stesso sacerdote dei feticci, si ammalò all’improvviso e morì. Infatti, proprio il giorno della sua morte aveva reso un servizio ad Avesan dipingendone il tempio. Come aveva potuto Avesan lasciare che il suo sacerdote morisse a quel modo? Perché il feticcio non era valso a guarire e proteggere mio marito? Di punto in bianco la mia fede nel feticismo svanì. Insieme a mio marito seppellii i miei abiti nuovi che avevo fatti per il servizio dei feticci e che di rado avevo indossati. |
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