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Il resto è silenzio
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« Voi che vivete sicuri
Nelle vostre tiepide case, voi che trovate tornando a sera Il cibo caldo e visi amici: Considerate se questo è un uomo Che lavora nel fango Che non conosce pace Che lotta per un pezzo di pane Che muore per un sì o per un no. Considerate se questa è una donna, Senza capelli e senza nome Senza più forza di ricordare Vuoti gli occhi e freddo il grembo Come una rana d'inverno. Meditate che questo è stato: Vi comando queste parole. Scolpitele nel vostro cuore Stando in casa andando per via, Coricandovi alzandovi; Ripetetele ai vostri figli. O vi si sfaccia la casa, La malattia vi impedisca, I vostri nati torcano il viso da voi. » |
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Il resto è silenzio
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http://it.youtube.com/watch?v=O_1lKNGRCHk
Sabato sera, mezzanotte e mezzo (…) Per umiliare qualcuno si deve essere in due: colui che umilia, e colui che è umiliato e soprattutto: che si lascia umiliare. Se manca il secondo, e cioè se la parte passiva è immune da ogni umiliazione, questa evapora nell’aria. Restano solo delle disposizioni fastidiose che interferiscono nella vita di tutti i giorni, ma nessuna umiliazione e oppressione angosciose. Si deve insegnarlo agli ebrei. Stamattina pedalavo lungo lo Stadionkade e mi godevo l’ampio cielo ai margini della città, respiravo la fresca aria non razionata. Dappertutto c’erano cartelli che ci vietano le strade per la campagna. Ma sopra quell’unico pezzo di strada che ci rimane c’è peu sempre il cielo, tutto quanto. Non possono farci niente, non possono veramente farci niente. Possono renderci la vita un po’ spiacevole, possono privarci di qualche bene materiale o di un po’ di libertà di movimento, ma siamo noi stessi a privarci delle nostre forze migliori col il nostro atteggiamento sbagliato: col il nostro sentirci perseguitati, umiliati e oppressi, col il nostro odio e con la millanteria che maschera paura. Certo ogni tanto si può esser tristi e abbattuti per quel che ci fanno, è umano e comprensibile che sia così. E tuttavia: siamo soprattutto noi stessi a derubarci da soli. Trovo bella la vita, e mi sento libera. I cieli si stendono dentro di me come sopra di me. Credo in Dio e negli uomini e oso dirlo senza falso pudore. La via è difficile, ma non è grave. Dobbiamo prendere sul serio il nostro lato serio, il resto verrà allora da sé: e “lavorare se stessi” non è proprio una forma di d’individualismo malaticcio. Una pace futura potrà esser veramente tale solo se prima sarà stata trovata da ognuno in se stesso – se ogni uomo si sarà liberato dall’odio contro il prossimo, di qualunque razza o popolo, se avrà superato quest’odio e l’avrà trasformato in qualcosa di diverso, forse alla lunga in amore se non è chiedere troppo. E’ l’unica soluzione possibile. E così potrei continuare per pagine e pagine. Quel pezzetto d’eternità che ci portiamo dentro può esser espresso in una parola come in dieci volumi. Sono una persona felice e lodo questa vita, la lodo prorio, nell’anno del Signore 1942, l’ennesimo anno di guerra. » ( Diario, pagine 126-127 ) |
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Il resto è silenzio
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Il budello di Treblinka
Dopo la guerra, l’Unterscharfuehrer delle SS Franz Suchomel, in servizio a Treblinka, rilasciò numerose deposizioni. L’intervista seguente venne concessa al regista francese Claude Lanzmann, che la inserì nel suo documentario Shoah (del 1985). Al momento dell’uscita del film, tutti riconobbero che si trattava di un vero capolavoro. Alcune procedure seguite dal regista, però, furono aspramente criticate da T. Todorov e da altri intellettuali; nel caso specifico, venne considerato molto discutibile l’inganno che Lanzmann di fatto tese a Suchomel, che fu filmato senza sapere di esserlo, mentre descriveva il campo di Treblinka. Il risultato, comunque, fu un minore autocontrollo di Suchomel, che dimostrò di non avere particolari rimorsi nei confronti del proprio passato nazista.
Signor Suchomel, non parliamo di lei, ma soltanto di Treblinka. Perché la sua testimonianza è fondamentale, e lei può spiegare che cos’era Treblinka. Ma non citi il mio nome. No, no, ho promesso. […] Quale capacità avevano le nuove camere a gas [costruite nel settembre 1942 - n.d.r.] ? Le nuove camere a gas... vediamo... Si poteva far fuori tremila persone in due ore. Ma quante persone alla volta, in una sola camera a gas? Non posso dirglielo esattamente, io. Gli ebrei dicono duecento. Duecento? Sì, duecento. Immagini un locale della misura di questo. Ad Auschwitz ne mettevano di più! Ma Auschwitz era una vera fabbrica! E Treblinka? Le darò la mia definizione. Ricordi questo: Treblinka era una catena di morte, primitiva, certo, ma che funzionava bene. Una catena? ...di morte. Capisce? Sì. Ma primitiva? Primitiva. Sì, primitiva, ma funzionava bene, quella catena di morte. E Belzec era più primitivo? Belzec era il laboratorio. E’ Wirth che comandava il campo. E laggiù Wurth ha fatto tutti gli esperimenti immaginabili. All’inizio le cose andavano male. Le fosse erano troppo piene, la cloaca sgocciolava ddavanti al refettorio delle SS. C’era puzza… Davanti al refettorio… Davanti al loro baraccamento… Lei è stato a Belzec? No. Wirth con i suoi uomini… con Franz, con Oberhauser e Hackenhold, ha sperimentato tutto laggiù. Quei tre dovevano mettere personalmente i cadaveri nella fossa, affinché Wirth sapesse di quanto spazio aveva bisogno. Quando loro non volevano farlo – Franz si rifiutava – Wirth prendeva Franz a frustate, e anche Hackenhold, sa? Kurt Franz? Kurt Franz. Così era Wirth. E, forte di quell’esperienza, è arrivato a Treblinka. […] Treblinka era un villaggio. Un piccolo villaggio. La stazione aveva acquistato importanza a causa dei trasporti di ebrei. Ogni convoglio aveva da trenta a cinquanta vagoni. Li dividevano sempre in sezioni di dieci, dodici, perfino quindici vagoni, che erano portati fino al campo e condotti alla rampa. Gli altri vagoni restavano in attesa, con le persone, nella stazione di Treblinka. I finestrini erano protetti da filo spinato perché nessuno potesse uscire. E sui tetti stavano i cani sanguinari, gli ucraini o i lettoni. I lettoni erano i peggiori. Sulla rampa, di fronte ad ogni vagone, si tenevano pronti due ebrei del reparto blu perché tutto procedesse alla svelta. Dicevano: <<Uscite, uscite, presto, presto! >>. C'erano anche degli ucraini e dei tedeschi. Quanti tedeschi? Da tre a cinque. Non di più? No, gliel'assicuro. E quanti ucraini? Dieci. Dieci ucraini, cinque tedeschi. Sì, sì. Due... Cioè venti uomini del reparto blu. Sì. quelli del reparto blu erano qui, e da qui mandavano le persone all'interno. Là c'era il reparto rosso. Sì. Il reparto rosso, qual era il suo incarico? I vestiti. Doveva raccogliere i vestiti degli uomini, i vestiti delle donne, e portarli immediatamente quassù. Quanto tempo fra la rampa e l'operazione di denudamento? Quanti minuti? Vediamo... per le donne, per le donne diciamo un'ora in tutto. Un'ora, un'ora e mezza. Un intero treno in due ore. Sì. In due ore era tutto finito... Fra l'arrivo... ... e la morte. .... e la morte, era tutto finito in due ore? Due ore, due ore e mezza, tre ore. Un treno intero? Un treno intero. E per una parte soltanto, per dieci vagoni? Non si può calcolare: i vari trasporti si susseguivano, la gente affluiva continuamente, capisce? Gli uomini che aspettavano seduti là e là, erano subito mandati lassù attraverso il budello. Le donne ci andavano per ultime… Alla fine. Dovevano salire anche loro, e sovente aspettavano qui. Sempre cinque per volta, ecco cinque. Cinquanta persone, sessanta donne con i bambini, che dovevano aspettare che qui ci fosse posto. Nudi? Nudi. Estate e inverno. D’inverno può fare molto freddo a Treblinka. Appunto, d’inverno, in dicembre, comunque dopo Natale… Sì. Ma già prima di Natale faceva… un freddo cane! C’erano fra i –10° e i –20°. Lo so perché all’inizio morivamo di freddo anche noi. Non avevamo uniformi adatte. Anche per noi faceva freddo. Ma ancora di più… …per i disgraziati… nel budello… …nel budello, faceva molto, molto freddo. Molto freddo. Sì. E può descrivere con molta esattezza quel budello? Com’era? Quanti metri? E la gente in quel budello? Il budello aveva circa quattro metri di larghezza. Come questa stanza. Era delimitato da steccati alti così, o diciamo così. Dei muri? No, no. Del filo spinato, con un intreccio molto fitto di rami d’albero, rami di pino, capisce? E’ ciò che si chiamava mimetizzazione. C’era un reparto mimetizzazione di venti ebrei che ogni giorno andava a raccogliere rami. Nei boschi? Sì, nei boschi. E tutto era coperto. Tutto, tutto. Non vedevamo fuori, né a destra né a sinistra. Assolutamente niente. Non si poteva vedere attraverso. Impossibile? Impossibile. La stessa cosa qui, qui, qui e qui… e qui… impossibile vedere attraverso. Treblinka, dove tanta gente è stata sterminata, non era grande, vero? Non era grande. Cinquecento metri nel suo lato più esteso. Non era un rettangolo, piuttosto un rombo. Provi a figurarselo: qui era piatto e là si cominciava a salire. E in cima alla collina si trovava la camera a gas. Bisognava salire. Il budello era chiamato la Strada del Cielo, no? Gli ebrei l’avevano soprannominato l’Ascensione, e anche l’Ultima strada. Ho sentito soltanto queste due espressioni. (C. Lanzmann, Shoah , Milano, Bompiani, 2000, pp. 76-78. 127-131. Traduzione di G. Cillario) |
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Il resto è silenzio
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Auschwitz
di Salvatore Quasimodo
Laggiù, ad Auschwitz, lontano dalla Vistola, amore, lungo la pianura nordica, in un campo di morte: fredda, funebre, la pioggia sulla ruggine dei pali e i grovigli di ferro dei recinti: e non albero o uccelli nell’aria grigia o su dal nostro pensiero, ma inerzia e dolore che la memoria lascia al suo silenzio senza ironia o ira. Da quell’inferno aperto da una scritta bianca: " Il lavoro vi renderà liberi " uscì continuo il fumo di migliaia di donne spinte fuori all’alba dai canili contro il muro del tiro a segno o soffocate urlando misericordia all’acqua con la bocca di scheletro sotto le doccie a gas. Le troverai tu, soldato, nella tua storia in forme di fiumi, d’animali, o sei tu pure cenere d’Auschwitz, medaglia di silenzio? Restano lunghe trecce chiuse in urne di vetro ancora strette da amuleti e ombre infinite di piccole scarpe e di sciarpe d’ebrei: sono reliquie d’un tempo di saggezza, di sapienza dell’uomo che si fa misura d’armi, sono i miti, le nostre metamorfosi. Sulle distese dove amore e pianto marcirono e pietà, sotto la pioggia, laggiù, batteva un no dentro di noi, un no alla morte, morta ad Auschwitz, per non ripetere, da quella buca di cenere, la morte. http://it.youtube.com/watch?v=HvT03pxhe58 |
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