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Un Libro Per Capire E Ragionare
Milano, 8 maggio 2007
Ho letto con gusto questo libro di Otto Bitjoka. Non solo perché è scritto bene, si legge velocemente,ed è piacevole. L’ho letto con gusto e interesse, perché affronta un tema centrale, forse il tema centrale per la politica e in generale per i rapporti fra politica e società . E perché lo affronta da un punto di vista finalmente inusuale. Il tema, è quello dell’immigrazione e dell’integrazione degli immigrati in Italia. Un tema su cui c’è molto da dire – e si dice infatti di tutto,tutti i giorni : anche quando qualche salutare silenzio ci starebbe bene - ma soprattutto c’è ancora molto da fare. Basta evocare il termine “immigrazione” per rendersene conto. Nella stessa parola mettiamo dentro tutto, immigrati di prima e seconda generazione, ricongiungimenti familiari, differenze etniche e culturali,le relazioni con l’Islam e i “vu cumprà”!… Sulla scia di quanto scrive Otto, io vorrei partire da qui : cominciamo a smetterla di parlare di immigrazione come se fosse un fenomeno solo, piuttosto che molte cose diverse. Constato – in particolare - che sempre di più si fa difficoltà a distinguere tra immigrazione clandestina da una parte, e immigrazione regolare e integrazione degli immigrati dall’altra. Sono due cose diverse, e che per questo hanno bisogno di atteggiamenti diversi, di politiche diverse, anche se complementari. Noto che questa difficoltà non è solo semantica. Temo,ad essere sinceri, che la parola immigrazione stia diventando una “scorciatoia” per mettere cose diverse in uno stesso sacco. Il libro di Bitjoka ci aiuta a fare chiarezza, a parlare dell’immigrazione che non è solo storia dei disperati della terra che sbarcano sulle nostre coste, ma anche storia di successi; sul piano individuale come sul piano sociale. Questa immigrazione di successo è reale, è una verità importante della nostra Italia, ma è ancora poco conosciuta. Anzi, finisce che nessuno ne parla perché fa più notizia l’altra storia, quella dell’immigrazione clandestina. Dobbiamo invece cominciare a parlare della buona immigrazione, anche perché solo così credo che abbiamo qualche speranza di uscire da una contrapposizione, da un dibattito polarizzato, da cui non emerge la realtà delle cose, e che a mio avviso è anche un po’ sterile: da una parte i discorsi al limite del razzismo e della xenofobia contro lo straniero inteso come pericolo, come minaccia; dall’altra, un atteggiamento di apertura che in realtà è una finta apertura, perché è fatta di paternalismo, di pietismo, di elemosina; un’apertura che non è una vera apertura perché c’è magari incontro, ma non c’è confronto. Io credo invece che dobbiamo cominciare a confrontarci costruttivamente con i nostri immigrati, per capire come fare assieme dell’Italia un paese più forte, più dinamico e più ricco. La loro esperienza umana è un capitale che va sfruttato, che va messo a frutto, che può insegnarci molto. La chiusura xenofoba fa solo danni e non aiuta nessuno; ma aiuta poco anche un certo atteggiamento paternalistico; tra questi due estremi, io dico quello che dice Bitjoka: che “forse è giunto il momento di cambiare registro” (p.6). Quello che serve, è un discorso articolato e serio su come l’Italia debba affrontare la sfida moderna dell’integrazione culturale; su quali basi nuove costruire oggi il nostro modello di società e di convivenza civile. E’ di questa immigrazione, di questi immigrati che sono parte della nostra comunità, e grazie ai quali l’Italia è un paese più vivo, vivace, energico e ricco, non solo culturalmente ma anche economicamente, che vorrei parlare oggi. Gli stranieri regolarmente residenti in Italia sono oggi 3 milioni; di questi, 1,2 milioni hanno già maturato 5 anni di soggiorno. Inoltre, più dell’80% di questi immigrati ha un’età compresa tra i 18 e i 45 anni; l’età media è 36 anni! Leggendo il libro di Bitjoka si (ri)trovano alcuni dati sorprendenti. Il primo, quello più flagrante: la popolazione attiva straniera in Italia rappresenta il 6,5% del PIL. Il secondo: nel 2006, questa popolazione attiva straniera ha versato all’Inps 6 miliardi di € - cioè mezzo miliardo di euro al mese! E’ da questi dati che bisogna partire per cominciare a dire che, gli immigrati per l’Italia non sono un costo, sono una ricchezza. Continuiamo con altri dati interessanti che mostrano la realtà dell’immigrazione in Italia: 1,6 milioni di immigrati – ossia più del 50% - sono clienti bancari. Più di 700.000 immigrati sono proprietari di una casa; nel 2006, gli immigrati hanno rappresentato più del 16% degli acquirenti totali in Italia. Ancora: gli immigrati in Italia costituiscono una forza lavoro imponente; gli occupati, al 31.12.2005, erano oltre 1 milione 760 mila, pari a oltre il 10% del totale; non solo, ma hanno rappresentato anche il 16% degli assunti 2005, e quasi il 20% dei “nuovi assunti”. In generale come stanno? Il reddito medio familiare è di 1.179 € (dati Caritas/Migrantes su indagine Eurisko 2006), che salgono però a 1.673 € per la categoria dei cosiddetti immigrati “integrati”, ovvero gli immigrati da più tempo residenti in Italia e già inseriti nella società. Vado avanti: per quanto riguarda l’aspetto imprenditoriale, in Italia ci sono 131.000 titolari di impresa con cittadinanza estera; primi fra tutti, 24.000 imprenditori marocchini (18,4% del totale) , che svolgono la loro attività e contribuiscono a dare lavoro anche a molti italiani. Il dato sull’imprenditoria è un dato chiave. Questo perché come immigrati non sono solo un fattore di crescita economica ma possono essere un ottimo ponte con il resto del mondo. Pensiamo solo a quello che questo potrebbe voler dire in termini di promozione del made in italy e soprattutto in termini di internazionalizzazione del nostro sistema produttivo. Bitjoka parla di “un’opportunità non ripetibile” quando parla di nuove PMI aperte da stranieri, spesso giovani, tendenzialmente più propensi al rischio (anche in ragione della loro esperienza migratoria) e che possono diventare un vettore fortissimo per l’internazionalizzazione low-cost delle PMI italiane (p. 279). C’è, poi, un dato di percezione che mi sembra estremamente interessante: da una ricerca recente pare che il 70 % degli immigrati intervistati ritiene che nei prossimi mesi il proprio reddito aumenterà . Nonostante tutte le difficoltà, gli immigrati sembrano incondizionatamente ottimisti. Non conosco il dato italiano, ma sarei pronta a scommettere che se lo avessero chiesto a noi il risultato sarebbe stato ben diverso; questo è un dato positivo perché spesso chi crede nel proprio futuro riesce a costruirsene uno. E perché questo atteggiamento contribuisce a creare un’Italia più dinamica, allegra, vivace… cosa che fa bene alla nostra economia, oltre che alla nostra salute! Da questi dati emerge una fotografia del fenomeno immigrazione piuttosto diversa da quella che solitamente balza agli onori della cronaca. E il libro di Bitjoka sta un po’ lì a dirci: smettiamola con l’immagine dell’immigrato straccione, disagiato e marginale; o quanto meno, cominciamo a parlare anche di quest’altra immigrazione, dell’immigrazione che produce e partecipa alla crescita economica del paese; altrimenti restiamo soffocati nella nostra immagine paternalista, restiamo immobili, non ci accorgiamo di come cambia la nostra società e di quello che potremmo fare per farla cambiare ancora in meglio, per rafforzare la dimensione positiva dell’immigrazione – che è quella maggioritaria; Non trascuriamo certo i problemi – molto spesso i drammi – individuali, legati ai casi di emarginazione, per non parlare poi di quello che succede sul fronte dell’immigrazione clandestina, ma cominciamo a “spostare l’attenzione dall’emergenza all’opportunità” (p. 273). Cambiare paradigma significa anche lavorare per far sì – da una parte – che gli immigrati non continuino ad essere accettati solo per occupare posti di lavoro cui gli italiani non ambiscono più – i cosiddetti lavori delle cinque “P” (precari, pesanti, pericolosi, poco pagati, penalizzati socialmente) - e dall’altro per ridurre lo scarto medio tra qualifiche/competenze dell’immigrato e tipo di lavoro in cui è impiegato in Italia. Smettiamola cioè con questo spreco di risorse. Un altro dato interessante: più del 12% degli immigrati è in possesso di una laurea e – ci ricorda Bitjoka – che il dato va confrontato contro il 7,5% degli italiani laureati; tantissimi poi sono i diplomati. Credo che anche su questo serva cominciare a ragionare seriamente: perché a tanti laureati facciamo ancora raccogliere i pomodori, o facciamo fare le colf, o imbiancare le pareti? Potremmo invece disporre di centinaia di giovani con un’ottima preparazione e base culturale, che in virtù del loro bagaglio professionale e della loro esperienza migratoria, sarebbero in grado– come dice Bitjoka – “di immettere nella società italiana tratti rilevanti della cultura della globalizzazione” (p. 42). A livello più generale, abbiamo molte sfide davanti. Quella più importante di tutte credo abbia a che fare con la cittadinanza. A me personalmente piace poco il concetto di nazionalità; e mi piace poco perché guardo alla storia e vedo che spesso la nazionalità è sfociata nel nazionalismo, in un tipo di nazionalismo che non ha nulla di patriottico o di amore per la propria cultura e la propria terra ed è invece solo una forma di paura, di chiusura. Per questo mi piace di più la parola cittadinanza, che io associo invece alla garanzia di diritti e doveri uguali per tutti, all’interno di una comunità solidale. La cittadinanza mi dà più un’idea di scelta, di appartenenza volontaristica ad una comunità. Alla fine quello che conta è questo: a quale comunità ti senti di appartenere, a quale comunità vuoi dare il tuo contributo… e ci sono migliaia di immigrati che hanno scelto l’Italia come loro comunità; non sono italiani né per diritto di suolo, né di sangue, ma per diritto di adozione. Bitjoka li chiama gli “italiani di diaspora”. Per questi l’Italia deve diventare la possibilità di farsi una vita e di contribuire alla crescita di quella collettività all’interno della quale hanno deciso di fare una famiglia, di pagare le tasse, di vivere; per questi “italiani di diaspora”, cioè, l’Italia deve diventare, da una terra promessa, una promessa mantenuta. Ci serve una politica di cittadinanza fondata su regole chiare e sull’idea di un diritto garantito. Non possiamo avere una cittadinanza solo “utilitaristica” che rimane – per usare un’altra bella espressione di Bitjoka – una “concessione sempre arbitraria, dettata dalla necessità momentanea di un capitale umano di riserva” (p. 18) Ci serve una politica di immigrazione e di integrazione chiara per evitare anche che gli immigrati diventino ostaggi della burocrazia. Bisogna dare garanzie, bisogna offrire la certezza del diritto, bisogna finirla con le scene di queste “donne e uomini in coda”; piuttosto, bisogna mettere gli immigrati nella condizione di aspirare genuinamente alla cittadinanza e di poter quindi coltivare quella che Bitjoka chiama “una cultura della responsabilità condivisa” (p. 247). Il tema della cittadinanza è centrale, ed è la vera sfida che abbiamo davanti tutti, immigrati e non. E’ difficile pensare che in un mondo che corre tanto in fretta, tanto globale, in cui cambiano i dati dell’economia, i costumi della società e i modi della politica, possiamo ancora utilizzare – senza innovare – categorie e concetti elaborati decenni fa. Voglio utilizzare ancora le parole di Bitjoka, che mi sembrano di una limpidezza estrema: “Nella new citizenship diritti e doveri non dovranno più discendere dall’appartenenza per linea di sangue a una determinata comunità, ma dall’attiva partecipazione alla vita sociale del popolo con cui si condivide quotidianamente la vita” (pp 258-259). Che poi significa che non dobbiamo avere paura di sperimentare, di inventare nuove formule, di cercare di migliorarci e di migliorare la qualità della nostra convivenza civile. Questa nuova cittadinanza ci serve per evitare di correre un rischio serio, che io chiamerei il “rischio ghetti”. Una comunità non è la somma di piccole comunità segregate tra loro; non facciamo bene a nessuno se lasciamo che si sviluppino in Italia “sacche di immigrati” isolate dal resto della società, mal connesse col resto del tessuto produttivo e sociale. Io ho un’altra idea di integrazione, ed è un’idea fondata più sull’individuo che sulle piccole collettività isolate. Vorrei concludere con una riflessione più ampia, che corre nello spazio e nel tempo. Bitjoka ci ricorda che i paesi che hanno raggiunto un alto grado di civilizzazione e progresso sono proprio quelli che più hanno sostenuto, nel corso dei secoli, le aperture verso l’esterno, le esplorazioni, gli scambi commerciali, la curiosità intellettuale nei confronti del diverso. Il “melting pot” americano è stato nell’ultimo secolo un modello straordinario a riguardo. Anche per noi italiani. Non dimentichiamocene oggi, nell’era della globalizzazione. Intervento del ministro del commercio internazionale e delle politiche europee Emma Bonino, alla presentazione del libro "Ci siamo. Il futuro dell'integrazionie", di Otto Bitjoka |
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spirito libero
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Citazione:
.... carissimo Dinamo......una breve sintesi, please!
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