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pour Dieu et le Roi
Data registrazione: Apr 2003
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“In preda all’angoscia, pregava più intensamente”
“In preda all’angoscia, pregava più intensamente”: queste parole sono state scritte dall’evangelista Luca (Lc 22, 44) con un chiaro intento pastorale: mostrare alla Chiesa del suo tempo, sottoposta anch’essa ormai a situazioni di lotta e di persecuzione, cosa il Maestro ha insegnato a fare in tali frangenti. La vita umana è disseminata di tante piccole notti di Getsemani. Le cause possono essere tantissime e diverse: una minaccia che si profila per la nostra salute, un’incomprensione dell’ambiente, l’indifferenza di chi ci sta intorno, il timore delle conseguenze di qualche errore commesso. Ma ci possono essere cause più profonde: la perdita del senso di Dio, la coscienza schiacciante del proprio peccato e indegnità, l’impressione di aver perso la fede. Quello, insomma, che i santi hanno chiamato “la notte oscura dello spirito”. Gesú ci insegna qual è la prima cosa da fare in questi casi: ricorrere a Dio con la preghiera. Non ci si deve ingannare: è vero che Gesú nel Getsemani ricerca anche la compagnia dei suoi amici, ma perché la ricerca? Non per sentirsi dire buone parole da essi, per distrarsi o farsi consolare. Chiede che lo affianchino nella preghiera, che preghino con lui: “Non siete stati capaci di vegliare un’ora sola con me? Vegliate e pregate” (Mt 26,40). È importante notare come inizia la preghiera di Gesú nel Getsemani, nella fonte più antica che è Marco: “Abba, Padre, a te tutto è possibile” (Mc 14, 36). Il filosofo Kierkegaard fa a questo proposito delle riflessioni illuminanti. Dice “Il punto decisivo è che per Dio tutto è possibile”. L’uomo cade nella vera disperazione solo quando non ha più davanti a sé alcuna possibilità, nessun compito, quando, come si dice, non c’è più nulla da fare. “Quando uno sviene, si manda in cerca di acqua di Colonia, di gocce di Hoffmann, gli si da, insomma, qualcosa di forte da respirare; ma quando qualcuno vuole disperarsi, bisogna dire: ‘Trovategli una possibilità!’ La possibilità è l’unico rimedio; dategli una possibilità, e il disperato riprende lena, si rianima, perché se l’uomo rimane senza possibilità è come se gli mancasse l’aria. Talvolta l’inventiva d’una fantasia umana può bastare per trovare una possibilità; ma alla fine, cioè quando si tratta di credere, giova soltanto questo: che per Dio tutto è possibile” [9]. Questa possibilità sempre a portata di mano per un credente è la preghiera. E se uno ha già pregato senza successo? Pregare ancora! Pregare prolixius, con maggiore insistenza. Si potrebbe obbiettare che, però, Gesú non fu ascoltato! Ma la Lettera agli Ebrei dice esattamente il contrario: “Fu esaudito per la sua pietà”. Luca esprime questo aiuto interiore che Gesú ricevette dal Padre, aggiungendo il particolare dell’angelo: “Gli apparve allora un angelo dal cielo a confortarlo” (Lc 22, 43). Ma si tratta di una prolessi, di una anticipazione; il vero grande esaudimento del Padre fu la risurrezione di Cristo. Dio, notava Agostino, ascolta anche quando… non ascolta, quando, cioè, non otteniamo quello che gli stiamo chiedendo. Il suo stesso ritardare di esaudire è già un esaudire, per poterci dare di più di quello che gli chiediamo [10]. Se, nonostante tutto, continuiamo a pregare è segno che ci sta dando la sua grazia. Se Gesú alla fine della scena pronuncia il suo risoluto: “Alzatevi, andiamo!” (Mt 26,46) è perché il Padre gli ha dato più che “dodici legioni di angeli” per difenderlo. “Gli ha ispirato, dice san Tommaso, la volontà di soffrire per noi, infondendogli l’amore” [11]. Gesú ha dato in anticipo ai suoi discepoli il mezzo e le parole per unirsi a lui nella prova, il Padre nostro. Non c’è stato d’animo che non si rifletta nel “Padre nostro” e che non trovi in esso la possibilità di tradursi in preghiera: la gioia, la lode, l’adorazione, il ringraziamento, il pentimento. Ma il “Padre nostro” è soprattutto la preghiera dell’ora della prova. C’è una somiglianza evidente tra la preghiera che Gesù lasciò ai suoi discepoli e quella che egli stesso innalzò al Padre nel Getsemani. Egli ci ha lasciato, in realtà, la sua preghiera. La preghiera di Gesú inizia, come il Padre nostro, con il grido: “Abbà, Padre” (Mc 14, 36), o “Padre mio” (Mt 26, 39); prosegue, come il Padre nostro, chiedendo che sia fatta la sua volontà; chiede che passi da lui il calice, come nel Padre nostro chiediamo di essere “liberati dal male”; dice ai discepoli di pregare per non entrare in tentazione e ci fa concludere il Padre nostro con le parole: “Non ci indurre in tentazione”. Quale conforto, nell’ora della prova e del buio, sapere che lo Spirito Santo continua in noi la preghiera di Gesù nel Getsemani, che i “gemiti inesprimibili” con cui lo Spirito intercede per noi, in quei momenti, giungono al Padre mescolati alle “preghiere e suppliche con forti grida e lacrime”, che il Figlio elevò a lui al sopraggiungere della “sua ora”! (cf Eb 5, 7). 5. In agonia fino alla fine del mondo Dobbiamo raccogliere un ultimo insegnamento prima di congedarci dal Gesú del Getsemani. San Leone Magno dice che “la passione di Cristo si prolunga sino alla fine dei secoli” [12]. Gli fa eco il filosofo Pascal nella celebre meditazione sull’agonia di Gesú che può alimentare anche la nostra personale meditazione: “Cristo sarà in agonia fino alla fine del mondo. Durante questo tempo, non bisogna dormire. Io pensavo a te nella mia agonia: quelle gocce di sangue le ho versate per te. Vuoi costarmi sempre sangue della mia umanità, senza che tu versi una lacrima? Io ti sono più amico del tale e del talaltro, perché ho fatto per te più di loro ed essi non soffrirebbero mai quel che ho sofferto da te, non morirebbero mai per te nel tempo della tua infedeltà e delle tue crudeltà, come ho fatto io e sono pronto a fare nei miei eletti e nel Santo Sacramento” [13]. Tutto questo non è un semplice modo di dire o una forzatura psicologica; corrisponde misteriosamente a verità. Nello Spirito, Gesù è anche ora nel Getsemani, nel pretorio, sulla croce. E non solo nel suo corpo mistico – in chi soffre, è imprigionato o ucciso – ma, in un modo che non possiamo spiegare, anche nella sua persona. Questo è vero non “nonostante” la risurrezione, ma proprio “a causa” della risurrezione che ha reso il Crocifisso “vivente nei secoli”. L’Apocalisse ci presenta l’Agnello in cielo, “ritto”, cioè risorto e vivo, ma con i segni tuttora visibili della sua immolazione” (cf Ap 5, 6). Il luogo privilegiato dove possiamo incontrare questo Gesú “in agonia fino alla fine del mondo” è l’Eucaristia. Gesú la istituì immediatamente prima di recarsi nell’Orto degli ulivi perché i suoi discepoli potessessero, in ogni epoca, diventare “contemporanei” della sua Passione. Se lo Spirito ci ispira il desiderio di stare un’ora a fianco di Gesú nel Getesemani in questa Quaresima, il modo più semplice di realizzarlo è di passare, il giovedì sera, un’ora davanti al Santissimo Sacramento. Questo non deve, evidentemente, farci dimenticare l’altro modo con cui Cristo “è in agonia fino alla fine del mondo” e cioè nelle membra del suo corpo mistico. Anzi, se vogliamo dare concretezza ai nostri sentimenti verso di lui, la via obbligata è proprio di fare a qualcuno di loro quello che non possiamo fare materialmente con lui che è nella gloria. La parola Getsemani è diventata il simbolo di ogni dolore morale. Gesù non ha subìto ancora nessun tormento fisico; la sua pena è tutta interiore, eppure non suda sangue che qui, quando è il suo cuore, non ancora la sua carne, ad essere schiacciato. Il mondo è molto sensibile alle pene corporali, si commuove facilmente per esse; lo è molto meno per le pene morali che a volte perfino deride, scambiandole per ipersensibilità, autosuggestioni, fisime. Dio prende molto sul serio il dolore del cuore e così dovremmo fare anche noi. Penso a chi vede infranto il legame più forte che aveva nella vita e si ritrova solo (più spesso, sola); a chi è tradito negli affetti, angosciato di fronte a qualcosa che minaccia la sua vita o quella di una persona cara; a chi, a torto o a ragione (non fa molta differenza da questo punto di vista), si vede additato, da un giorno all’altro, al pubblico ludibrio. Quanti Getsemani nascosti nel mondo, forse sotto lo stesso nostro tetto, nella porta accanto, o nel tavolo di lavoro accanto al nostro! A noi individuarne qualcuno in questa Quaresima e farci prossimo di chi vi si trova. Che Gesú non debba dire in queste sue membra: “Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati” (Sal 68, 21), ma possa, al contrario, farci udire nel cuore la parola che ricompensa tutto: “L’avete fatto a me”. |
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pour Dieu et le Roi
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Ho cercato Dio
con la mia lampada così brillante che tutti me la invidiavano. Ho cercato Dio negli altri. Ho cercato Dio nelle piccolissime tane di topi. Ho cercato Dio nelle biblioteche. Ho cercato Dio nelle università. Ho cercato Dio al telescopio e al microscopio... Finché mi accorsi che avevo dimenticato quello che cercavo. Allora, spegnendo la mia lampada, gettai le mie chiavi e mi misi a piangere... E subito la Sua luce fu in me. Angelus Silesius
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pour Dieu et le Roi
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Con lo Spirito santo c’è la riammissione al paradiso, l’ascesa al regno dei cieli, il ritorno alla condizione di figlio, il coraggio di chiamare Dio proprio padre, il diventare partecipe della grazia di Cristo, l’essere chiamato figlio della luce, il condividere la gloria eterna, e, in una parola, il vivere in tutto la pienezza della benedizione nel tempo presente e in quello futuro.
Contempliamo come in uno specchio, e come già presente, la grazia dei beni messi da parte per noi secondo le promesse e dei quali aspettiamo per fede il godimento. Se tale è la caparra, quanto grande sarà il saldo? Basilio di Cesarea, Lo Spirito santo 15,3
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pour Dieu et le Roi
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Il Paradiso di Dio è il cuore dell'uomo di Sant’Alfonso Maria de Liguori
"Deliciae meae esse cum filiis hominum (Prov. VII, 31). Il paradiso di Dio, per cosi dire, è il cuore dell’uomo. Dio vi ama? Amatelo. (…) Prendete il costume di parlargli da solo a solo, familiarmente, e con confidenza ed amore, come ad un vostro amico, il più caro che avete e che più v’ama. E s’è grande errore, come si è detto, il trattare con Dio con diffidenza (…) maggior errore sarà il pensare che il conversare con Dio non sia che di noia e d’amarezza. No, non è vero: Non... habet amaritudinem conversatio illius, nec taedium convictus illius [perché la sua compagnia non dà amarezza, né dolore la sua convivenza] (Sap. VIII, 16). Chiedetelo alle anime che l’amano con vero amore, e vi diranno che nelle pene della loro vita non trovano altro maggiore e vero sollievo, che nel conversare amorosamente con Dio. Non si domanda già da voi un’applicazione continua della vostra mente per cui abbiate a scordarvi di tutte le vostre faccende e del vostro svago. Altro non vi si domanda, se non che, senza tralasciare le vostre occupazioni, facciate verso Dio quello che fate nelle occasioni verso coloro che vi amano e che voi amate. Il vostro Dio sta sempre appresso di voi, anzi dentro di voi: In ipso... vivimus, et movemur, et sumus (Act. XVII, 28). Non v’è portiere per chi desidera parlargli; anzi Dio gusta che voi trattiate confidenzialmente con lui. Trattate con lui dei vostri affari, dei vostri progetti, delle vostre pene, dei vostri timori, e di tutto quello che vi appartiene. Fatelo soprattutto, come ho detto, con confidenza e col cuore aperto, perché Dio non suol parlare all’anima che non gli parla; poiché non essendo abituata a trattare con lui, poco intenderà la sua voce quando le parlerà. Egli senza aspettare che voi andiate a lui, quando desiderate il suo amore vi previene e si presenta a voi, portando le grazie ed i rimedi che vi abbisognano. Non aspetta se non che voi gli parliate, per dimostrarvi che vi sta vicino ed è pronto ad udirvi e consolarvi (…). Il nostro Dio abita nell’altezza de’ cieli, ma non disdegna di trattenersi i giorni e le notti con i suoi figli fedeli e fa loro parte delle sue divine consolazioni, di cui una sola supera tutte le delizie che può dare il mondo, e che solo non le desidera chi non le prova: Gustate et videte quoniam suavis est Dominus (Ps. XXXIII, 9)." Dalle "Opere Ascetiche" di Sant’Alfonso Maria de Liguori, (CSSR, Roma 1933, Vol. I, pp. 316-318).
Ultima modifica di Skorzerg : 09-02-07 alle ore 11:05 |
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