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Il resto è silenzio
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Ciò che dimentichiamo nel giorno della memoria
La memoria, è noto, gioca brutti scherzi.
Essa, come tutte le facoltà umane, non è perfetta: sbaglia, confonde, fraintende, mescola fra presente e passato, e qualche volta, anche col futuro. Esercizio a volte volontario o spontaneo è la rimozione, la selezione degli eventi del passato pretesa dall’equilibrio quotidiano, dalla serenità che tutti dobbiamo a noi stessi, necessaria per eludere la disistima di sé.
Ecco in soccorso, dunque, una commemorazione, annuale, intesa come sforzo della memoria, rispetto per le vittime, biasimo per gli sterminatori, rammarico per tutta quella galassia di sofferenza che quella storia ha procurato; eppure, in tutto questo seppur legittimo esercizio, operiamo una rimozione: noi dov’eravamo? Dove eravamo durante lo sterminio d’altri esseri umani? E’ evidente che non ricordiamo la nostra posizione, l’abbiamo rimossa pensando che, assenti perché ancora futuri, il dilemma non ci riguardi.
Non dimentichiamolo proprio nel giorno della memoria: c’eravamo, e sapevamo della tragedia in atto, e possiamo ricordare da che parte eravamo se riflettiamo e meditiamo a come, oggidì, reagiamo e ci poniamo dinanzi alle quotidiane riedizioni dei soprusi, delle discriminazioni, della povertà, della fame, degli altrui patimenti.
Ecco, ora ricordiamo. Non è difficile. Ora ci vediamo, con la memoria, mentre leggiamo i nostri libri, ascoltiamo la nostra musica, pranziamo placidamente; oh certo! siamo indignati nell’apprendere dei rastrellamenti, delle deportazioni, ma che “ci possiamo fare”? Forse, prudentemente, ci siamo lasciati sfuggire, con un vicino amico, qualche “poveretti”, “che bestie questi nazisti”, forse anche un “quanto mi dispiace”, ma oltre non facciamo; non ci riguarda, abbiamo già i nostri di problemi. Ecco come, ogni giorno ricordiamo com’eravamo in quegli anni.
Altri disastri, altri stermini sono e saranno sotto i nostri occhi; eppure, commemorando l’olocausto, con disinvoltura ci riabilitiamo, ci assolviamo, ci benediciamo e ci sentiamo migliori pur senza muovere un occhio, un dito, un piede contro le atrocità attuali.
Per favore, non poniamo la solita e scontata domanda: “Com’è potuto accadere?” Poiché la risposta dovremmo conoscerla; proprio noi, sì noi, l’abbiamo reso possibile, con la nostra discrezione, abbiamo collaborato con l’omissione della solidarietà, della denuncia, dell’impegno, ci siamo resi complici spostando semplicemente la nostra attenzione sul giardino, la casa, il lavoro, le cene con gli amici.
Finché ci riterremo degni soltanto perché non uccidiamo, non rubiamo o non molestiamo bambini, nel mondo ci sarà sempre una shoah .
Dobbiamo invece invertire la logica e considerarci degni solo dopo esserci battuti contro ogni discriminazione, ingiustizia, con un modo di vivere che non ammetta passività su questi temi, rinunciando al diritto all’egoismo, che ci rende, puntualmente, addolorati spettatori; l’indignazione è insufficiente, non è bastata e non basterà.
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