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Vecchio 12-11-06, 20:05   #1 (permalink)
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La Mère

l'8.10.57 in risposta ad un discepolo inquieto e forsennatamente allaricercadisestesso, scriveva:

- Figlio mio caro,
la mia non è una risposta, è un commento.
C'è una gioia cui tu sembri ancora completamente chiuso, ed è la gioia di SERVIRE.

Per dire la verità, l'unica cosa al mondo cui direttamente o indirettamente ti interessi è TE STESSO. Ecco perchè ti senti imprigionato da limiti tanto stretti e soffocanti.
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Vecchio 12-11-06, 21:26   #2 (permalink)
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al di fuori di se stessi c'è l'ignoto e per affrontarlo bisogna essere pronti
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Vecchio 13-11-06, 16:49   #3 (permalink)
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un po di copiaincolla spero pertinenti

"Studiare se stessi è dimenticare se stessi"
Un brano da Mente zen mente di principiante di Shunryu Suzuki-roshi:

"Dogen-zenji diceva: «Studiare il Buddhismo è studiare se stessi. Studiare se stessi è dimenticare se stessi». [...] L'intento dello studio del Buddhismo è quello di studiare noi stessi e dimenticare noi stessi. Quando dimentichiamo noi stessi, siamo effettivamente la vera attività della grande esistenza, ossia la realtà stessa............

Poi si parla della dialettica tra ricerca di Sé e dimenticanza di se stessi. È una dialettica che va capita e sempre più penetrata, vissuta..............Be', prima di tutto è da ricordare che non siamo alla ricerca di alcunché e che non ci poniamo nessun obiettivo davanti a noi. Non c'è colui che ricerca, non c'è oggetto ricercato e non c'è nemmeno l'azione della ricerca. Poi è da dire che qui ricerca del sé è come dire dimenticanza del sé medesimo, come ci ricorda la citazione di Dogen. Ovvero: conoscenza di sé va di pari passo con dimenticanza di sé, abbandono fiducioso................

C'è sempre il rischio di cadere in una sorta di egocentrismo spirituale, di contrattura di noi stessi: troppo tesi nella nostra interiorità, troppo chiusi, un nervosismo che vede qualsiasi segnale esterno come una distrazione rispetto alla coltivazione del sé. E invece l'attenzione al sé, l'indagine del sé deve condurre a un abbandono, a una quieta dimenticanza di se stessi.È come l'esempio, che abbiamo già fatto, del millepiedi: lui non ci pensa, ma cammina perfettamente, coordinando in un modo sublime tutti i suoi piedini. Ma se gli chiedi come faccia, allora si ferma, comincia a pensarci, e non riesce a muoversi più!.............

Poi - ed è la cosa più importante - è evidente che la ricerca di sé parte con il presupposto che si è in cerca di qualcosa, di un 'omino' dentro di noi, di un ente - per quanto nascosto. Per scoprire però che non c'è nessuna 'cosa' di questo tipo: che c'è solo silenzio, assenza, vuoto. Per questo "studiare se stessi è dimenticare se stessi".
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Vecchio 13-11-06, 16:51   #4 (permalink)
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Il Vecchio e la Montagna

Un Saggio di grande fama e assai vecchio viveva da lunghissimo tempo sul monte Hunai, in completa solitudine. Nessuno sapeva quanto vecchio fosse in effetti. Si diceva che avesse visto succedersi quattro diversi imperatori e forse più, ma si narrava che in gioventù avesse incontrato uno degli ultimi Antichi Veggenti, il quale lo avrebbe instradato lungo l’impervio sentiero della Conoscenza.
Per questa leggendaria fama e per curiosità, molti tentavano di raggiungerlo, anche solo per guardarlo di nascosto, altri per cercare di carpirne i segreti di longevità e chissà che altro. Però nessuno, per quanto se ne sapesse, era mai riuscito nell’intento. Tutti tornavano dopo ore o giorni di cammino attraverso le scomode foreste della montagna, raccontando di aver perso l’orientamento o di essersi sentiti troppo stanchi o demoralizzati; qualcuno addirittura diceva di aver misteriosamente dimenticato, strada facendo, lo scopo di quel viaggio.

Un giorno, un giovane di bell’aspetto e senza grilli per la testa, decise di tentare l’impresa, convinto di poter riuscire perché, dell’immensa fortuna che gli era stata attribuita dall’oroscopo di nascita, mai aveva usufruito in alcun modo.
Il giovane partì e camminò per sette giorni in solitudine, ascoltando i segni della foresta e meditando nei momenti di riposo.
Finalmente, all’alba dell’ottavo giorno, uno stormire di fronde particolarmente intenso e insistente lo ridestò all’improvviso. Sentì, in cuor suo, che il destino gli riservava una grande sorpresa, quel giorno, e forse la ricompensa per quella fatica era vicina.
Si mosse veloce e impaziente. Attraversò un ripido torrentello, si arrampicò su nude pareti di roccia instabile, lasciò che la vita gli corresse davanti mentre disperatamente lasciava brandelli di consapevolezza in rovi pieni di spini lunghi un dito.
Alfine, raggiunse come per incanto una radura piatta, circondata da un lato da alberi maestosi e, dall’altra, da una vista da togliere il fiato.
Lì appresso scorse una modestissima capannetta di rami e tronchi, alcuni semplici utensili sparsi qua e là e i resti di un fuoco di foglie. Ma del Vecchio nessuna traccia.
“Forse non vuole farsi vedere.” pensò il giovane.
“Forse mi sta osservando di nascosto per vedere se sia degno di incontrarlo oppure no”.
Si guardò attorno, con curiosità ma anche timore. Ora che era arrivato alla meta, si augurò di non essere di disturbo alla vita quieta e meravigliosa di quel Saggio, così al di fuori delle umane passioni.
Finalmente sentì un cespuglio muoversi, poco distante. Si avvicinò con circospezione e lo aggirò lentamente.
Il Vecchio era veramente vecchio. Una barba lunghissima e bianchissima nascondeva gran parte del corpo, peraltro già scarsamente invisibile perché il vecchio saggio sembrava seduto a terra in una posizione probabilmente di meditazione.
Il giovane si fermò, frastornato, incredulo alla fortuna di aver raggiunto il Vecchio della Montagna.
Lo osservò per lunghi istanti, incastonato in controluce, Lui e la sua Barba Bianca, nella fulgida esplosione dell’alba. Quando ebbe a riaversi dall’emozione, si inginocchiò pieno di lacrime di commozione e solo questo riuscì a dire:
«Antico Maestro, ho sudato nella foresta per raggiungerti, e qui sono giunto. Ti chiedo perdono per il disturbo che ti arrecato.»
Il Vecchio rimase immobile, accovacciato com’era, senza emettere alcun suono.
Il giovane si fece forza.
«Nobile Maestro, la mia sete di Sapere è genuina. Sono qui per imparare. Posso chiederti cosa stai facendo?»
Il vecchio socchiuse un occhio e finalmente parlò:
«Stò cagando».
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Vecchio 13-11-06, 16:53   #5 (permalink)
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da parte mia non essendo nè saggio, nè alla ricerca di alcunchè, mi sento in tutta coscienza di mandare a cagare sto cavolo di server che per scrivere 2 messaggi ti fa sudare 7 camicie.
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Vecchio 14-11-06, 10:07   #6 (permalink)
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Citazione:
Originalmente inviato da uno dei tanti
da parte mia non essendo nè saggio, nè alla ricerca di alcunchè, mi sento in tutta coscienza di mandare a cagare sto cavolo di server che per scrivere 2 messaggi ti fa sudare 7 camicie.
Meno male che hai avuto la compiacenza di postarne due.

Il primo era pertinentissimo e, il secondo, così dissacrante verso un tipo di ricerca del sacro che è molto simile alla moderna new-age, mi è parso molto divertente

Il concetto espresso dalla Mère nel brano da me postato mi pare vada oltre l'assunto zen di dimenticare se stessi. Sembra sottintendere un afflato verso l'altro, il quale diviene sia specchio della nostra fallibilità che emblema di una alterità in grado di completarci.

Un saluto
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