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Indipendent
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Nel giorno dell’equinozio il sole incrocia l’equatore celeste, nella notte cambiano le stagioni. Ma restano le stelle, arriva l’autunno, la vendemmia e sotto un silenzio antico, sardo, che cala sull’Anfiteatro romano, Andrea Parodi chiama a raccolta i suoi più cari compagni di vita, per raccogliere insieme i frutti di una vita, umili “Intimi raccolti”. E’ buio. Il palcoscenico anonimo: strumenti. Un riflettore viola acceso verso il pubblico. L’attesa col tempo che passa si fa sempre più ansiosa, spezzata dal vociare distratto del pubblico che cerca posto. I cancelli chiudono. Poi salgono i musici a prendere i posti di comando e scaldare i ferri del mestiere, ancora pochi secondi ed eccolo lì, un “pitzinno in sa gherra”: provato dalla malattia, dalla lotta personale che ogni giorno combatte. Non ha più lo sguardo d’asceta coi lunghi capelli e la folta barba, ma l’aspetto fisico non conta per i virtuosi qualcosa resta, le canzoni. Sicuramente le sue resisteranno a lungo, sopravviveranno, capaci di emozionare il sensibile cuore degli uomini, lui stesso una volta disse “permettono di affrontare un percorso di ricerca di te stesso, quel te stesso che poi offri agli altri. E quelli, sono momenti di emozione unica. L’emozione, solo quella conta”. Ed emozioni Andrea Parodi ne ha regalate tante, a cominciare dal suono lento di “S’anima non passa mai”, per continuare con Efix, La maza, Armentos, Camineras. Nelle sue canzoni ha dato la voce al popolo sardo, ha raccontato la Tradizione, che nel mondo della globalizzazione rischiamo pericolosamente di perdere. Quella che si sente passare nei balli a tre passi durante le feste paesane oppure sussurrata d’inverno nei racconti di vecchi saggi, al caldo di un focolare domestico: storie di agricoltori, allevatori, cacciatori, pastori solitari “sirbones isperdidos”, loro hanno fatto la Sardegna, sono padri romantici, capaci anche di sognare, come i due giovani di astrolicamus che una notte dall’alto di una collina guardano le stelle e capiscono che forse insieme possono sognare qualcosa di più, uno dice all’altro “Bola in su ‘entu ‘e s’ingiustissia, bola umpare a mie, bola in su mare ‘e s’indifferentzia, bola in custa die”. Ma “su sardu”, si sa, è “malu”, è un bandito che ti porta via, nel buio delle sue secolari grotte, all’Hotel Supramonte, “ma dove è finito il tuo amore”?: è finito nei “giorni incerti di nuvole e sole”, negli avvenimenti irrazionali, è finito nelle preghiere delle donne vestite in nero, nell’Ave Maria, nel silenzio di Deo ti gheria Maria ; “io mi perdo nell’oblio” recita il canto e allora, come un bambino “mi rifugio in sos giocattulos” con la gioiosa filastrocca ligure Tiribi Taraba. Il pubblico sa, vive il concerto, l’emozione di qualche signora presente scivola in pianto quando duetta con Elena Ledda cantando Grazias a la vida. Nel finale “Grazie a tutti quelli che hanno creduto in me, grazie alla vita per avermi fatto conoscere mia moglie” e con una rosa in mano , davanti agli occhi commossi della moglie, intona i versi d’amore di Non potho reposare “ ruberei dal cielo il sole e le stelle e formerei un mondo bellissimo per te per poter dispensare ogni bene”. I due si abbracciano, si baciano, accompagnati dalla colonna sonora del pubblico, che come ha detto Andrea è per me “la migliore medicina”. |
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Indipendent
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Andrea è partito per un altro bellissimo concerto.. il suo canto è nell'aria...
Sa vida cheret sa manu pro caminare in sas andalas deo isettende beranu pro rier’ a arvures e fruas, ma tue…una nue… mi furet un alenu ‘e sole... Deo fingo ei canto rie-rie ma un’infinida nostalgia est occulta in fund’a mie, abbatichende s’allegria asie…che nie… lizera in su coro dolet. Beni chi ses gradessida luche in sa vida cherzo intender presenzia de custa forza. Beni a mie magica dansa, de mare e de sacralidade Beni a mie chin abbaldansa, tue bentu de felicidade, intr’a mie… a mie… sighende un alenu ‘e sole... |
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Indipendent
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un ricordo di Paolo Fresu
Ho appreso della prematura
scomparsa di Andrea Parodi sbarcando dall’aereo che da Parigi mi ha portato a Bologna: non ci conoscevamo bene, ma sono rimasto profondamente scosso e questo pomeriggio (ieri) ho molto pensato a lui. La sua voce bellissima, armoniosa ed a tratti drammatica, incarnava al meglio tutta la cultura canora del Mediterraneo dove il melisma è fonte melodica inesauribile, sinonimo di gioia e a volte di amarezza. Artista raffinato, colto ed allo stesso tempo popolare, Andrea Parodi è stato sicuramente, dopo Maria Carta, il nostro migliore rappresentante di quel canto ancestrale che supera le barriere dei generi e delle geografie per divenire universale. Tutti in Italia conoscevano Andrea. Molti il suo viso asciutto dai lineamenti marcati e molti le sue canzoni che raccontano di noi. Di una Sardegna aperta al mondo ma che fa della propria lingua il mare e l’oceano, l’isola nell’isola ed il Continente immaginario. Devo confessare che le prime volte che l’ho ascoltato dopo l’esperienza con i Tazenda sono rimasto un po' perplesso. Non tanto per la qualità dei suoi progetti, ma perché pensavo fosse uno dei tanti sfizi dell’artista pop che vuole sporcarsi le mani nell’altro. Nel tempo ho capito invece che Andrea credeva fortemente nella sua cultura, nella sua lingua e nella sua musica, e che ha cercato per essa una via plausibile e nuova. Come ha dimostrato fino alla fine. Così intenso, Andrea: voce, pensiero, creatività, poesia, progetto, coraggio … Ho ancora davanti agli occhi quel disco con la banda poco intonata, quando ho partecipato, con un piccolissimo momento musicale a ‘Limba’ dei Tazenda. Il suo viso ci guarda e ci scruta. Nel retro del booklet una citazione di un altro che se n’è andato troppo presto, Fabrizio de Andrè, racchiude molto del senso poetico e civile di Andrea: «Per scambiare le proprie opinioni o per commerciare patate è utile che ognuno di noi conosca la lingua dell’acquirente. Per esprimere la propria creatività è indispensabile che ognuno di noi si serva della propria lingua». La penultima quartina del brano “Sa Festa” i nv e c e recita più o meno: «Sa festa est cumprida prima ‘e cumintzare pro chie no podet cantare». Spero che quello sguardo di Andrea in copertina continui ad essere vivo e che il suo canto e la sua voce siano per molti anni una bandiera nella quale ci si potrà riconoscere. |
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