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Disco rotto
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Nel 1965 Roman Opalka, un artista polacco trasferitosi a Parigi, con alle spalle già diversi anni di ricerca pittorica, decideva di intraprendere un progetto che, fin dalle intenzioni iniziali, avrebbe riempito di sé l’esistenza dell’artista, diventando, da allora in poi, l’unico suo lavoro.
Si trattava, semplicemente, di contare; partendo da "1", e proseguendo fin dove i limiti vitali gli avrebbero consentito di arrivare. "Contare", per Opalka pittore, significava scrivere i numeri 1, 2, 3... un numero dopo l’altro sulla tela fino a riempirla totalmente e uniformemente di piccole cifre, per poi passare ad un’altra tela e così via. Per decisione presa all’inizio, le tele avrebbero avuto sempre la stessa dimensione, il fondo sarebbe stato grigio scuro, e i numeri sarebbero stati bianchi, la vernice una comune pittura acrilica, il pennello sempre di una stessa dimensione ecc. Ogni quadro è un "dettaglio", dell’intero lavoro, e con tale nome in effetti l’artista indica i suoi quadri; mentre l’opera, nel suo insieme, si chiama OPALKA 1965 / 1 - ∞.
Mentre dipinge, cioè mentre "conta" dipingendo, l’artista conta anche a voce, nella sua lingua madre, in polacco, e così i numeri trascritti sulla tela corrispondono ad una sequenza registrata su supporto magnetico. Ogni nastro diventa a sua volta un "dettaglio". Alla fine di ogni giornata di lavoro, poi, Opalka indossa una camicia bianca e, rispettando le stesse condizioni di luce, distanza, focale della macchina, pratica un autoscatto del suo volto. E ancora, ogni fotografia, è un "dettaglio" della sua opera.
Roman Opalka va avanti così, da più di trent’anni, senza smettere mai, anzi cercando di dedicare al proprio lavoro lo stesso tempo che un qualsiasi professionista dedica al suo. Le uniche interruzioni importanti riguardano le malattie, e i viaggi. Nel corso di questi ultimi (mostre in giro per il mondo, per lo più), Opalka non smette di contare ma, non potendo usufruire degli strumenti consueti (tela, magnetofono ecc.), continua la sua progressione su dei fogli di carta, su cui scrive a penna i numeri a cui è arrivato in quel dato momento del suo lavoro. Questi fogli sono le sue "Carte di viaggio" e, dal punto di vista della circolazione all’interno del sistema dell’arte, sono a tutti gli effetti dei "disegni", con valore di mercato proporzionalmente ridotto, come di norma, rispetto alle tele. Le quali, sia detto per inciso, hanno un costo molto elevato, non solo per il grande riconoscimento che l’artista ha, negli anni, ottenuto in tutto il mondo, ma anche perché esse sono un numero relativamente ridotto e sono sostanzialmente non falsificabili.
Pochissime trasformazioni sono intervenute, dal 1965, ad alterare l’impianto generale del programma di lavoro di Opalka. La novità più rilevante, di grande poeticità e potenza evocativa, è stata introdotta nel 1972, quando l’artista ha superato il traguardo del primo milione. Da allora, egli ha deciso di aggiungere, al grigio scuro di fondo della tela, una piccola percentuale di bianco; ogni tela successiva un po’ di bianco in più. Fra un quadro e quello immediatamente dopo, la differenza è, visivamente, quasi irrilevante. Anno dopo anno, però, i quadri diventano progressivamente sempre più chiari, e i numeri sempre meno visibili.
Nelle grandi installazioni relative al suo lavoro - memorabile quella della Biennale di Venezia nel 1995, nel padiglione polacco - Opalka dispone numerosi quadri, ordinati cronologicamente, dai più vecchi, più scuri, ai più recenti, sempre più bianchi, e li intervalla con varie fotografie degli autoscatti. Anche in questi "dettagli" il bianco progressivamente aumenta all’invecchiarsi della persona.
Il progetto di Opalka è estremamente semplice, nel suo enunciato, nel suo metodo, nella sua ripetitività, nell’indifferenza alle tendenze, alle modificazioni del gusto, agli avanzamenti tecnologici. La sua forza suggestiva, la sua potenza metaforica, il suo riguardarci tutti, inevitabilmente, ne fanno un’opera assolutamente "radicale" nel più vero, anzi nei più veri significati del termine.
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