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Vecchio 05-07-06, 15:00   #1 (permalink)
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un raccontino per superare il caldo

NUOVI BUSINESS, NUOVI MESTIERI
Lo chiamavano il Raccattastorie. Passava il tempo gironzolando per corridoi e stradine, il cuore all'erta, gli occhi spalancati. Era pallido, quasi diafano, ma le guance erano arrossate, quasi avesse la febbre. Le mani, lunghe e morbide, tremavano sempre un po'. Raccoglieva e metteva nella ventiquattrore che portava sempre con sé, storie. Ma solo storie d'amore. In ufficio, nella società di consulenza che aveva personalmente fondato, ne aveva un'intera collezione, che orgogliosamente e dicendo: "Ce n'è per tutti i gusti!" mostrava ai clienti. Ma questi erano interessati solo a strumenti per il contenimento dei costi e l'ottimizzazione delle risorse e volgendo gli occhi altrove gli dicevano: "Venga al dunque…".
Quando non era in giro per aule a fare il docente in interventi formativi di riorganizzazione, se le riguardava, le riordinava, le catalogava a seconda dell'intensità emotiva, dei palpiti, delle lacrime o delle risate di cui ancora, come colla appiccicosa, erano impiastricciate. Ogni giorno, accuratamente, le spolverava e, se ce n'era bisogno, le riparava. Si sa, l'amore dopo un po' diventa fragile e si rompe. A volte irreparabilmente. Quando ciò succedeva raccoglieva i piccoli frammenti - le storie d'amore sono come il cristallo infrangibile, si fanno in mille pezzi- e, seppur con rammarico, li buttava nelle immondizie. Il Raccattastorie aveva un nome, ma ormai tutti lo chiamavano così ed anche lui se lo era dimenticato. Era anche stato innamorato, una volta.Tanto innamorato. Aveva pianto e desiderato di morire quando questo amore era finito. Gli si era anche spezzato il cuore, in quella occasione. Infatti il Raccattastorie aveva un cuore di plastica il quale pompava il sangue benissimo, però non riusciva più ad amare. Batteva, ritmicamente, senza mai sussultare, senza mai fermarsi improvvisamente, come fanno i cuori degli innamorati quando pensano al loro amore. Anche il rivedere - cosa che gli succedeva, ogni tanto- la sua ex-innamorata non variava il suo ritmico ticchettare.
Era stata una grande storia. Lei era bella, no meglio, era un tipo: altissima, grandi tette un poco molli, viso piccolo, triangolare, con un naso leggermente storto. Imperioso, però. Girava verso sinistra ed a lui sembrava che, quando litigavano, vibrasse quasi, e lo invitasse ad andarsene, a lasciarla sola. Si chiamava Orsetta. Che nome buffo, aveva pensato la prima volta che si erano conosciuti. In seguito realizzò che non le stava neanche bene, non le si adattava proprio. Infatti non la chiamava mai, riusciva sempre, con giri di frase, a non pronunciare il suo nome. Orsetta era forte. Andava in canoa e giocava a tennis. Lui le preparava il cestino per il pic-nic ed aspettava che lei finisse e, lucida di sudore, si sedesse accanto a lui a mangiare i panini ed a bere la coca cola. Ma Orsetta era sempre in ritardo. E la cocca cola diventava calda, il patè da lui spalmato con amore sul pane nero inacidiva, la maionese si liquefaceva.
Lei allora si arrabbiava e gli diceva che era un buono a nulla. Lui replicava: "Non sei giusta…" poi si zittiva. Alla sera, lei lontana - a ballare? a fare l'amore? (con chi?), a mangiare gelati? - pensava a lei ed imprecava, pensava a lei e l'amava, pensava a lei e singhiozzava.
Orsetta aveva negli occhi praterie e boscaglie, rovi e mughetti. Quando la stringeva ed a forza di baci e carezze lei gli sussurrava: "Ti amo, ti amo…" profumava di canfora e di rosmarino.
Orsetta era bugiarda. Anzi, non è vero. Non che dicesse bugie. Ometteva, sviava il discorso. Se lui insisteva si arrabbiava, lo aggrediva, gli urlava: "Tu mi vuoi fagocitare, dio che denti aguzzi che hai, li sento affondare nella mia anima….". Poi scoppiava in singhiozzi acuti, laceranti. Lui allora le sussurrava; "Zitta, per carità, che ci sentono….".Lei allora singhiozzava più forte. A questo punto il copione prevedeva che lui uscisse sbattendo le porte (quella della camera da letto, del soggiorno e dell'entrata) e che lei piangesse ancora per un poco, sempre più piano, quasi ninnandosi. Infatti piano piano si addormentava.
A lui piaceva ballare il liscio. Ma anche in questa occasione sorgevano dei problemi perché Orsetta si rifiutava di accompagnarlo a ballare.
"E' per motivi ideologici", spiegava. "Il liscio è un ballo in cui l'uomo guida la donna nella danza secondo il suo ghiribizzo e la donna deve continuamente e prontamente assecondare ogni scarto a destra o a sinistra, ogni piroetta, ogni virata. Io non ce la faccio, sono troppo abituata all'autonomia… o fai guidare a me o non se ne fa niente….". Lui preferiva non farne niente.
Lei lo lasciò a fine agosto. Era stato un abbandono annunciato. Ma lui, che non voleva crederci, fece in modo da non capirlo. Avevano il conto in banca in comune. Lei prelevò tutto. Si portò con se anche il quadro di Dova - un olio di tre metri per due- in cui lui aveva investito gran parte dei suoi risparmi e le sei sedie Thonet. In compenso lasciò il lavandino e la spazzola pieni dei suoi capelli. Che erano lunghi, grossi e neri. Fu in questa occasione che a lui gli si spezzò il cuore. Lo portarono d'urgenza al pronto soccorso. Il medico di guardia al vederlo esclamò concitato: " Presto, presto, è un'emergenza!".
Lo operarono sedutastante. Il nuovo cuore era di serie, ma non ci fu nessuna azione di rigetto. Si riprese nell'arco di una settimana. Da allora gira a raccattare storie d'amore. Gli innamorati, quando lo incontrano, lo invitano al bar a prendere qualcosa. Lui inizialmente si schernisce, poi accetta: " Un caffè Hag", dice a voce bassa. Macchiato caldo.".
ringrazia e se ne va proseguendo il suo girovagare.
Maddalena Bellagio
BlondieBiondet non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 05-07-06, 15:19   #2 (permalink)
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Originalmente inviato da BlondieBiondet
NUOVI BUSINESS, NUOVI MESTIERI
Lo chiamavano il Raccattastorie. Passava il tempo gironzolando per corridoi e stradine, il cuore all'erta, gli occhi spalancati. Era pallido, quasi diafano, ma le guance erano arrossate, quasi avesse la febbre. Le mani, lunghe e morbide, tremavano sempre un po'. Raccoglieva e metteva nella ventiquattrore che portava sempre con sé, storie. Ma solo storie d'amore. In ufficio, nella società di consulenza che aveva personalmente fondato, ne aveva un'intera collezione, che orgogliosamente e dicendo: "Ce n'è per tutti i gusti!" mostrava ai clienti. Ma questi erano interessati solo a strumenti per il contenimento dei costi e l'ottimizzazione delle risorse e volgendo gli occhi altrove gli dicevano: "Venga al dunque…".
Quando non era in giro per aule a fare il docente in interventi formativi di riorganizzazione, se le riguardava, le riordinava, le catalogava a seconda dell'intensità emotiva, dei palpiti, delle lacrime o delle risate di cui ancora, come colla appiccicosa, erano impiastricciate. Ogni giorno, accuratamente, le spolverava e, se ce n'era bisogno, le riparava. Si sa, l'amore dopo un po' diventa fragile e si rompe. A volte irreparabilmente. Quando ciò succedeva raccoglieva i piccoli frammenti - le storie d'amore sono come il cristallo infrangibile, si fanno in mille pezzi- e, seppur con rammarico, li buttava nelle immondizie. Il Raccattastorie aveva un nome, ma ormai tutti lo chiamavano così ed anche lui se lo era dimenticato. Era anche stato innamorato, una volta.Tanto innamorato. Aveva pianto e desiderato di morire quando questo amore era finito. Gli si era anche spezzato il cuore, in quella occasione. Infatti il Raccattastorie aveva un cuore di plastica il quale pompava il sangue benissimo, però non riusciva più ad amare. Batteva, ritmicamente, senza mai sussultare, senza mai fermarsi improvvisamente, come fanno i cuori degli innamorati quando pensano al loro amore. Anche il rivedere - cosa che gli succedeva, ogni tanto- la sua ex-innamorata non variava il suo ritmico ticchettare.
Era stata una grande storia. Lei era bella, no meglio, era un tipo: altissima, grandi tette un poco molli, viso piccolo, triangolare, con un naso leggermente storto. Imperioso, però. Girava verso sinistra ed a lui sembrava che, quando litigavano, vibrasse quasi, e lo invitasse ad andarsene, a lasciarla sola. Si chiamava Orsetta. Che nome buffo, aveva pensato la prima volta che si erano conosciuti. In seguito realizzò che non le stava neanche bene, non le si adattava proprio. Infatti non la chiamava mai, riusciva sempre, con giri di frase, a non pronunciare il suo nome. Orsetta era forte. Andava in canoa e giocava a tennis. Lui le preparava il cestino per il pic-nic ed aspettava che lei finisse e, lucida di sudore, si sedesse accanto a lui a mangiare i panini ed a bere la coca cola. Ma Orsetta era sempre in ritardo. E la cocca cola diventava calda, il patè da lui spalmato con amore sul pane nero inacidiva, la maionese si liquefaceva.
Lei allora si arrabbiava e gli diceva che era un buono a nulla. Lui replicava: "Non sei giusta…" poi si zittiva. Alla sera, lei lontana - a ballare? a fare l'amore? (con chi?), a mangiare gelati? - pensava a lei ed imprecava, pensava a lei e l'amava, pensava a lei e singhiozzava.
Orsetta aveva negli occhi praterie e boscaglie, rovi e mughetti. Quando la stringeva ed a forza di baci e carezze lei gli sussurrava: "Ti amo, ti amo…" profumava di canfora e di rosmarino.
Orsetta era bugiarda. Anzi, non è vero. Non che dicesse bugie. Ometteva, sviava il discorso. Se lui insisteva si arrabbiava, lo aggrediva, gli urlava: "Tu mi vuoi fagocitare, dio che denti aguzzi che hai, li sento affondare nella mia anima….". Poi scoppiava in singhiozzi acuti, laceranti. Lui allora le sussurrava; "Zitta, per carità, che ci sentono….".Lei allora singhiozzava più forte. A questo punto il copione prevedeva che lui uscisse sbattendo le porte (quella della camera da letto, del soggiorno e dell'entrata) e che lei piangesse ancora per un poco, sempre più piano, quasi ninnandosi. Infatti piano piano si addormentava.
A lui piaceva ballare il liscio. Ma anche in questa occasione sorgevano dei problemi perché Orsetta si rifiutava di accompagnarlo a ballare.
"E' per motivi ideologici", spiegava. "Il liscio è un ballo in cui l'uomo guida la donna nella danza secondo il suo ghiribizzo e la donna deve continuamente e prontamente assecondare ogni scarto a destra o a sinistra, ogni piroetta, ogni virata. Io non ce la faccio, sono troppo abituata all'autonomia… o fai guidare a me o non se ne fa niente….". Lui preferiva non farne niente.
Lei lo lasciò a fine agosto. Era stato un abbandono annunciato. Ma lui, che non voleva crederci, fece in modo da non capirlo. Avevano il conto in banca in comune. Lei prelevò tutto. Si portò con se anche il quadro di Dova - un olio di tre metri per due- in cui lui aveva investito gran parte dei suoi risparmi e le sei sedie Thonet. In compenso lasciò il lavandino e la spazzola pieni dei suoi capelli. Che erano lunghi, grossi e neri. Fu in questa occasione che a lui gli si spezzò il cuore. Lo portarono d'urgenza al pronto soccorso. Il medico di guardia al vederlo esclamò concitato: " Presto, presto, è un'emergenza!".
Lo operarono sedutastante. Il nuovo cuore era di serie, ma non ci fu nessuna azione di rigetto. Si riprese nell'arco di una settimana. Da allora gira a raccattare storie d'amore. Gli innamorati, quando lo incontrano, lo invitano al bar a prendere qualcosa. Lui inizialmente si schernisce, poi accetta: " Un caffè Hag", dice a voce bassa. Macchiato caldo.".
ringrazia e se ne va proseguendo il suo girovagare.
Maddalena Bellagio

Che storia triste

Bentornata, Blondie
cleopatra758 non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 05-07-06, 23:35   #3 (permalink)
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raccontino: ancora piu' triste!

DANNATI DI SOLITUDINE

Si era nascosta bene ma non troppo, per assecondare il desiderio di essere trovata che a tratti le faceva smettere di singhiozzare.
Provava una sorta di piacere a piangere, il muco a ingorgarle il naso.
In ogni caso una bambina grassa che piange è patetica, lo sapeva. Diverso sarebbe stato se fosse stata magra. Guarda quanto è patita, quanto soffre… avrebbero detto. Invece lei non saltava né un pasto né una merenda.
E’ robusta, diceva sua madre, e le metteva pantaloncini sgambati che le facevano risaltare il grasso ambiguo d’undicenne con le cosce morbide ed un’inizio di seno che per ora era solo un gonfio capezzolo.
Tirò su col naso. La luce le arrivava a pezzetti e interrompeva il buio caldo che c’era là sotto, una sorta di grotta creata dai rami del nocciolo in cui si era rifugiata scappando da casa.
Aveva urlato: volete più bene a me che a mio fratello! E se ne era corsa via.
Lo preferivano in tutto: era uno dei “loro”, lo avevano capito già in fasce. Più ubbidiente, più biondo, con gli occhi più chiari. Non chiedeva con fare impaziente come lei le cose, ma suggeriva i suoi desideri dando il piacere di scoprirli e soddisfarli.
Lei di nascosto lo picchiava: pizzicotti infidi e calci alle gambe. Gli rubava le caramelle e giocava con i suoi giochi.
Lui piagnucolando cercava rifugio dalla mamma. Preso in braccio, la guardava dall’alto in basso con i suoi occhi celesti in cui mentre veniva sgridata vi leggeva la perfidia della vendetta.
Era contemporaneamente incapace di cambiare (forse non conosceva neppure il significato di questa parola) ma assolutamente desiderava d’essere la preferita.
Tanti anni dopo glieli avrebbe lasciati, i genitori. Ormai vecchi le sue scarse telefonate e visite erano un messaggio silenzioso: ti hanno preferito, adesso ciucciateli…
Ma ora odiava quel fratello più piccolo e avrebbe voluto che i suoi genitori capissero, dalla sua fuga, il suo bisogno di essere considerata.
I singhiozzi man mano si fecero più diradati.
Faceva buio.
Cominciò a cadere qualche goccia che presto si trasformò in un temporale, violento e con i lampi come tutti gli acquazzoni di fine stagione. Il nocciolo era diventato un rifugio che non la proteggeva più.
I capelli incollati alla fronte, tremando dal freddo, si diresse verso casa camminando rasente ai muri.
Non sapeva che anni ed anni dopo avrebbe messo la stessa angoscia in poesie che una volta scritte appallottolava e buttava.
Ne ho raccolta una: era una giornata ventosa ma calda, un’estate in un posto di vacanza con il sole ed il mare e la gente che si unge di creme solari.

Ancora insapettattamente sola
Ognuno un pianeta che gira in un’orbita diversa
Costretta a recitare un copione non condiviso

Ed io che ero pronta a consegnarmi
A questa risacca
Ed all’odore di alghe marce

Invece scopro
che ci sono delle cose già scritte
Che nessuno può cambiare

Non io, perlomeno

Dove, dove è la mia vita?

Dannati di solitudine
Restiamo
Ad abbronzarci
E le dune di oro pallido
No
Non mi fanno battere il cuore

Impermeabile e forse veramente
Solo ora
Interamente te stesso
Tu leggi il giornale

E giri le pagine
Come fossero
Vele che ti allontanano da me

Mi sono messa
La crema abbronzante
Ed il sole è caldo
(nella brezza di mare)
ma io ho freddo
ed ora lo so
tu
non puoi riscaldarmi.

Maddalena Bellagio
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