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Vecchio 17-12-04, 10:47   #1 (permalink)
Tutto non è che fumo
 
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Fra venti anni saranno i nostri operai, i nostri facchini, i nostri postini...


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Vecchio 17-12-04, 18:07   #2 (permalink)
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"Fra venti anni saranno i nostri operai, i nostri facchini, i nostri postini..."


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Lo si diceva anche 20 fa, ma non si è avverato. Forse però questa è la volta buona
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Vecchio 17-12-04, 20:52   #3 (permalink)
LoSpiritoDelVento
 
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Meglio la stretta di mano di un essere umano.. brrrrrrr, che freddo, sento l'arrivo di una glaciazione



Ram
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Vecchio 04-02-05, 10:27   #4 (permalink)
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Vecchio 15-02-05, 14:12   #5 (permalink)
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RICERCHE / IL PROGETTO LIFE LIKE

Il robot è incinto

Automi viventi. Con Dna artificiale. In grado di evolversi, interagire tra loro e riprodursi... Ecco chi li progetta e come: colloquio con Dario Floreano

di Francesca Tarissi

Dario Floreano, professore quarantenne dell'Autonomous System Lab dell'Ecole Polytechnique Fédérale di Losanna, è uno dei pochi ricercatori al mondo a occuparsi di Robotica evolutiva, un settore di studi che, per i non addetti ai lavori, può sembrare quasi fantascientifico: automi che si evolvono da soli, che interagiscono tra loro, che imparano dall'esperienza. Insomma, qualcosa di più di 'normali' robot. Originario di San Daniele del Friuli, Floreano vive da anni in Svizzera dove, insieme alla sua équipe di collaboratori, sta lavorando a un progetto molto ambizioso: creare una nuova specie di macchine 'viventi' attarversando il confine sempre più tenue tra robotica e biologia. 'L'espresso' l'ha incontrato per farsi spiegare in cosa consistano le sue ricerche.

Professor Floreano, qual è lo scopo della robotica evolutiva?

"Si tratta di una scienza che mette insieme gli sforzi di ingegneri, biologici e cognitivisti al fine di creare forme di vita artificiali intelligenti, in grado di svilupparsi e adattarsi autonomamente all'ambiente in cui si trovano. Mi spiego: quando si parla di sistemi biologici, ci si riferisce a sistemi che, cambiando nel tempo, diventano sempre più abili nell'interagire con il mondo esterno. Per ottenere dei robot di questo tipo esistono solo due modi: ispirarsi alla biologia, copiando fedelmente i sistemi degli esseri viventi, come gli animali per esempio, oppure lasciare che i robot si evolvano e si organizzino da soli, esattamente come è accaduto dalla notte dei tempi per qualunque altra forma di vita sulla Terra".

E come funziona in pratica la Robotica evolutiva?

"Immaginiamo di avere un robot grande come una zolletta di zucchero. Gli si installa un Dna artificiale e un sistema di controllo neurale anch'esso artificiale. Dopodichè si collegano alcuni dei neuroni a dei sensori, e poi questi all'energia. Il robot comincerà a muoversi e a reagire alle informazioni che riceve dai suoi sensori. Ora, se lo si lascia solo, poniamo in una stanza, i neuroni e il suo Dna artificiali, grazie anche ai sensori, cominceranno a evolversi. Così, dopo qualche giorno, tornando nella stanza a controllare, si noterà che il piccolo automa ha appreso a spostarsi, andare alla ricerca di una fonte di energia elettrica, ricaricarsi e fare tutta una serie di cose che gli permettono di restare, per così dire, in vita".

Dna artificiale, reti neurali: che cosa sono?

"ll Dna artificiale non è niente di cui avere paura. In sostanza è il codice che racchiude la descrizione dell'organismo robotico, esattamente come il nostro Dna racchiude una descrizione delle caratteristiche del nostro corpo. Può essere di due tipi: software e hardware. Il primo consiste in una lunga catena di '0' e di '1', ossia il classico sistema binario. Il Dna hardware, invece, consiste in spazi di memoria su un chip con dei transistor, che possono avere uno stato on-off . A seconda che siano on oppure off, i transistor corrispondono a dei geni attivi o inattivi. Nel caso i geni siano attivi, danno luogo a determinate reazioni sul circuito elettronico e quindi a delle funzionalità del robot".

Quanto conta ai fini dell'evoluzione del comportamento del singolo automa l'interazione con un gruppo di robot suoi simili?

"Direi che è fondamentale. L'evoluzione infatti funziona solo se hai una popolazione di robot, ciascuno dotato di un Dna differente. Questo perché in un gruppo solo i migliori si evolvono e sopravvivono. Ma mentre in natura semplicemente accade che alcuni esseri muoiono mentre altri si riproducono, in un sistema artificiale è l'ingegnere che detta il criterio di sopravvivenza e poi decide quali sono i Dna che meritano di essere riprodotti, quindi immessi in altre macchine, e quali invece cancellati e sostituiti. I Dna migliori, infatti, sono quelli che si adeguano. Di solito io cerco d'imporre dei criteri molto vari: i robot che per esempio urtano meno gli ostacoli, a mio giudizio hanno più probabilità di riprodurre i propri geni e di 'accoppiarsi' col Dna di un altro robot e riprodursi. Nell'Ants Project abbiamo studiato la cooperazione tra i robot. Esattamente come accade tra le comunità di formiche biologiche, anche tra i robot possono esistere gruppi che collaborano al raggiungimento di uno scopo come la ricerca del cibo, ed altri che, al contrario, mantengono un comportamento individualista. Così abbiamo sviluppato dei microrobot, dotati di minicamera e di una sorta di mandibola per afferrare del cibo finto. Ognuno di questi robot ha una batteria che dura dieci ore e si può autoricaricare. In tal modo abbiamo osservato quali elementi hanno collaborato al fine di portare il cibo nel proprio nido e quali no, studiando in sostanza i principi di differenza genetica tra i tanti robottini".

Vi siete ispirati alla Robotica evolutiva anche nel caso del POEtic Project?

"Esattamente. Il POEtic Project è un progetto europeo che riguarda la creazione di un circuito elettronico multicellulare capace di autoripararsi sulla base della ridondanza cellulare. L'idea è di fare un tessuto artificiale self-repair, che può evolvere, apprendere e modificare la sua funzionalità. Stiamo parlando di transistor, circuiti elettronici che sfruttano una tecnologia inventata di recente in cui l'hardware stesso, la fisica del circuito, può cambiare. Per esempio ci sono dei transistor che improvvisamente si connettono tra di loro e altri che al contrario si sconnettono. La materia cambia, ovviamente entro certi limiti. Però a differenza di un computer dotato di unità centrale, in cui se si rompe un componente si ferma tutto il sistema, il tessuto è in grado di continuare a funzionare anche in presenza di guasti. Questo perché le cellule funzionano in parallelo e se una cellula si danneggia, è la cellula stessa che smette di funzionare, evitando di espandere il danno, mentre le altre collegate assolvono la sua funzione o la attribuiscono ad altre cellule inerti. Al momento si tratta solo di transistor su un piano composto da tantissime cellule uniformi. Ma un domani queste stesse cellule controlleranno un robot o magari un'automobile. Come nei robot della robotica evolutiva, ogni cellula ha un suo Dna che viene letto e trasformato in una funzionalità. Abbiamo già fatto un tessuto che fa le veci di una tastiera elettronica: tocchi alcune cellule e produci una musica. In Giappone, invece, il tessuto è stato sperimentato come rivestimento interno degli arti artificiali. I chip, infatti, permettono che la protesi si autoadatti al comportamento della persona che, come si sa, varia da individuo a individuo".

Tornando ai micro-robot, cosa dovrebbe essere in grado di fare questa nuova genia di macchine intelligenti?

"Francamente non lo so. Per me lo scopo finale è che si riproduca e continui a evolversi. Fra 300 anni ci saranno dei robot che avranno forme e funzioni completamente differenti di quelle che avevano cent'anni prima o all'epoca della loro progettazione. Li immagino come dei 'robot life-like' composti da tanti piccoli blocchetti, che vivono e si modificano nell'acqua. I 'building bloc', collegandosi tra loro, daranno vita a nuove forme che si muoveranno grazie a muscoli artificiali. Quando il loro Dna avrà accumulato troppi errori, potranno rilasciarsi nell'ambiente fluido, tornare a essere singole cellule e riaggregarsi in un secondo momento".

Insomma, lei punta alla creazione di una specie artificiale in grado non solo di evolversi, ma anche di riprodursi. Che tipo di risposta offre a chi pone interrogativi di carattere etico a queste evoluzioni della robotica?

"Quello che posso dire è che la fallacia della robotica evolutiva riguarda semmai il lato emozionale. Queste macchine, al contrario di uno scooter o una lavatrice, hanno dei comportamenti che non conosci e che ti sorprendono e l'essere umano tende sempre ad attribuire un'esistenza a tutto quello che non comprende. Personalmente ho un sogno: prima della fine della mia vita vorrei proprio creare questa nuova specie di robot 'viventi'".

Fonte: L'espresso
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Vecchio 18-02-05, 10:03   #6 (permalink)
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I tre automi presentati al congresso «AAAS» a Washington

Quattro passi con i nuovi robot

Camminano come noi, e sfruttano la forza di gravità per spostarsi consumando pochissima energia

Un deciso passo avanti per i robot. Anzi: una vera e propria passeggiata.
L’hanno fatta giovedì a Washington , davanti gli occhi di centinaia di giornalisti di tutto il mondo, tre automi, in occasione dell’apertura del meeting dell’American Academy for Advancement in Science, congresso che raduna ogni dodici mesi gli esperti di punta di quasi tutte le discipline scientifiche, dalla fisica, alla linguistica alla medicina. A meritare tanto palcoscenico non sono, ovviamente, i “quattro passi”, in sè. L’aspetto interessante è piuttosto rappresentato dal modo in cui i tre automi, due di fabbricazione americana e uno olandese, li hanno eseguiti, imitando in modo impressionante l’incedere umano. I ricercatori della Cornell University, del Massachusetts Institute of Technology e della Deft University (Olanda), che li hanno messi a punto hanno infatti compiuto con la loro realizzazione un formidabile progresso nella comprensione della dinamica motoria umana e nel suo trasferimento ai robot.
Le tre “macchine” in questione, infatti, non solo emulano da molto vicino il nostro modo di procedere, ma possiedono anche altre caratteristiche fortemente innovative.
La prima è che consumano pochissima energia. L’aspetto della spesa energetica è probabilmente il più importante assoluto sotto il profilo scientifico.
“I tre robot” ha infatti sottolineato Andy Ruina, della Cornell University, “sono più efficienti, in termini di consumo, di qualsiasi altro loro predecessore, compreso il celebre Honda Asimo, che, dal canto suo, consumava energia dieci volte più dell’uomo per camminare”.
Questo risultato è stato raggiunto dopo sette anni di studi su particolari modelli robotici che dovevano solo saper camminare in discesa, sfruttando la forza di gravità come energia propulsiva. Proprio come alcuni robot-giocattolo in circolazione fin dagli inizi del secolo scorso.
I tre gruppi di ricerca hanno analizzato in modo approfondito gli aspetti fisici e matematici di questa camminata “dinamica-passiva”, e hanno trasferito le conoscenze acquisite su robot che avrebbero invece dovuto procedere su superfici piane, spinti solo da un modesto sistema di propulsione, e in grado di sfruttare in massimo grado la spinta che deriva da ondeggiamento ed equilibrio tra arti inferiori e superiori (ancorché meccanici).
Il risultato netto, in termini di “lavoro”, inteso come unità di misura fisica, è che queste nuove macchine semoventi “spendono” solo nella fase di avanzamento della loro gamba meccanica, e, al contrario di tutti i precedenti robot (e, in parte, dell’uomo stesso) non hanno bisogno di utilizzare energia per “controllare” il passo. Questa missione , infatti, nel loro caso è in gran parte assolta dal sistema di ondeggiamento/gravità.
Due robot su tre sono estremamente semplici anche dal punto di vista del software di controllo perché la maggior parte delle funzioni sono assolte del design della meccanica. L’unico a montare un programma più complesso è quello realizzato all’Mit di Boston.
Ma una buona ragione c’è. Questo robot, infatti, può imparare a camminare da solo, grazie a un software capace di istruirlo in soli 600 passi.
Non si pensi che questo aspetto, come quello del risparmio energetico, serva solo ad alimentare fantasie proiettive su scenari futuri più o meno inquietanti , popolati da automi sempre più pericolosamente…autonomi (oggi il cammino, domani la coscienza, dopodomani…Matrix?).
In realtà, se pure è vero che questi avanzamenti serviranno sicuramente al progresso della scienza robotica, hanno però anche importanti, e più pratiche applicazioni di grande utilità nel prossimo futuro anche per l’uomo.
Le osservazioni e le scoperte sulla dinamica motoria, infatti, sono già in fase di sfruttamento per la realizzazione di protesi agli arti inferiori più efficienti di quelli in uso oggi. E il software di autoapprendimento al cammino è frutto di studi sofisticati con ramificazioni nel campo delle scienze cognitive e del loro rapporto con la motricità., che probabilmente potranno essere sfruttati anche nel campo della riabilitazione motoria.
Senza contare che in questi esperimenti un importante aspetto è quello dello sfruttamento dell’energia fornita dalla forza di gravità.
In tempi di caro-petrolio…

Luigi Ripamonti
17 febbraio 2005

Fonte: Corriere.it


Video dei tre robots

La visione richiede QuickTime Player di Apple, lo potete scaricare gratuitamente qui: QuickTime Player
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Vecchio 18-02-05, 10:53   #7 (permalink)
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IRAQ-USA

Da aprile la guerra dei robot

MANLIO DINUCCI
Ad aprile il Pentagono invierà a Baghdad un primo contingente di eccezionali soldati, le cui qualità vengono così descritte dal portavoce del Joint Forces Command: «Non hanno paura, non hanno fame, non ignorano gli ordini, non s'impressionano se chi è accanto viene colpito» (The New York Times, 16 febbraio). Sono i primi soldati robot: piccoli cingolati che, guidati a distanza da soldati umani con speciali computer portatili dotati di joystick, fanno vedere e sentire loro (attraverso videocamere e microfoni) che cosa c'è intorno. Quando il soldato umano individua il nemico (o presunto tale), basta che prema un pulsante e il soldato robot apre il fuoco con una mitragliatrice che spara 1.000 colpi al minuto. Il soldato robot, dichiarano i responsabili del programma, è «un sogno che il Pentagono insegue da trent'anni». Ora il sogno sta divenendo realtà: i prototipi che da aprile saranno messi alla prova in Iraq sono solo l'avanguardia di legioni di soldati robot che stanno per uscire dai laboratori del Pentagono nel quadro del programma «Futuri sistemi di combattimento». Particolarmente impegnato in questo campo è lo Space and Naval Warfare Systems Center di San Diego: ha costruito un soldato robot di sembianze umane, con un occhio da ciclope e un fucile come braccio destro, che per ora si allena sparando a lattine di Pepsi in attesa di bersagli umani.

Questo e altri laboratori stanno lavorando a prototipi di soldati robot in grado di operare autonomamente senza il controllo di un operatore a distanza. Molti sono ancora i problemi tecnici da risolvere, anzitutto quello che il soldato robot distingua l'amico dal nemico. «Non gli daremo facoltà di decidere sulla vita o la morte finché non saremo sicuri che è in grado di farlo», dichiara il responsabile del centro di ricerca del Joint Forces Command. In attesa, ha consultato dei giuristi i quali gli hanno detto che «non vi sono proibizioni perché i robot prendano decisioni di vita o di morte». Non dice il responsabile che tale facoltà dipende dal programma che verrà immesso dal Pentagono nella «mente» dei soldati robot.

L'importanza che il Pentagono attribuisce ai soldati robot è dimostrata dal fatto che per il programma «Futuri sistemi di combattimento» è previsto uno stanziamento di 127 miliardi di dollari. Ciò farà crescere ulteriormente il budget del Pentagono che, nell'anno fiscale 2006, viene portato a 419,3 miliardi di dollari (il 42% in più rispetto al 2001). Ma la spesa militare statunitense va ben oltre: si aggiungono al budget del Pentagono 16,5 miliardi di dollari per l'arsenale nucleare (iscritti nel bilancio del Dipartimento dell'energia), più altre voci (tra cui 70 miliardi annui per i militari a riposo) che portano la spesa militare effettiva per l'anno fiscale 2006 a oltre 600 miliardi di dollari, circa un quarto dell'intera spesa federale. E in più vi sono le spese per le guerre in Iraq e Afghanistan (105 miliardi di dollari nel solo 2005).

Al Pentagono sono però convinti che quello dei soldati robot sia un ottimo investimento: non solo perché farà «risparmiare vite americane», ma anche perché farà risparmiare dollari. Ogni soldato, spiegano al Pentagono, costa in media per tutta la sua vita professionale oltre 4 milioni di dollari. Un soldato robot, nell'attuale versione, costa invece solo 230 mila dollari. Per di più, finita la sua vita professionale, il soldato robot non va in pensione, per cui non pesa più sul budget del Pentagono, oggi in difficoltà a causa di una spesa pensionistica che, per gli attuali soldati, è prevista in 653 miliardi di dollari.

Per questo al Pentagono sono convinti di aver trovato la soluzione nei soldati robot che, oltre a costare meno, non solo non hanno paura ma non pensano e, quando sono colpiti, vengono rottamati evitando l'impatto politico delle bare che tornano in patria. Molto dipenderà dai prototipi che da aprile verranno sperimentati a Baghdad, trasformando gli iracheni in cavie dei nuovi Dottor Stranamore.

Fonte: il manifesto di ieri
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Vecchio 21-04-05, 09:10   #8 (permalink)
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In Qatar saranno i robot, dal 2007, a montare i cammelli per le tradizionali corse. Dopo la denuncia di alcune associazioni di difesa dei diritti umani, l'emirato rinuncia ai bambini, da sempre usati come fantini per via della loro leggerezza e agilità. Ma intorno ad essi si era creato un vero e proprio traffico, tanto che piccoli anche di 4 anni venivano venduti dalle loro famiglie povere, o rapiti nei villaggi del deserto. Responsabile del progetto, la società svizzera K-Team. "Stiamo perfezionando velocità, peso, aerodinamicità", ha spiegato il capo-progetto qatariota, Shaik Abdullah bin Saud.












Fonte: la Repubblica.it
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Vecchio 09-06-05, 12:19   #9 (permalink)
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Al World Expo di Aichi un padiglione tutto dedicato
alle macchine "intelligenti". Un salto nell'avvenire

Robot tuttofare in Giappone
"Quanto somigliano all'uomo!"


Replicanti che guidano i turisti, fanno le pulizie, suonano

ROMA - Fa la guida in una grande fiera internazionale. Sorride, spiega e dà indicazioni con scioltezza. Come una donna reale. Sì, perché questa hostess, anche se ha la pelle rosa e i capelli ben pettinati, in realtà, è un umanoide. Uno dei tanti presenti al World Expo di Aichi, in Giappone. Una rassegna che fa fare al visitatore un balzo nel futuro. Un futuro non tanto lontano popolato da macchine capaci non solo di sostituire l'uomo, ma anche di somigliargli parecchio.

Il World Expo 2005, che sarà aperto fino al 25 settembre, dedica un'intera sezione alle macchine intelligenti. L'esposizione universale è tornata in Giappone dopo 35 anni e il tema generale è "la saggezza della natura". Ma nel padiglione dei robot, di naturale c'è ben poco. "Noi viviamo nell'era dei robot", dice lo slogan introduttivo.

Robot-spazzini che lavano i pavimenti e puliscono i secchi della spazzatura; robot-percussionisti che suonano il tamburo; robot-vigilanti che sorvegliano la situazione, pronti a intervenire in caso di incendio; robot-babysitter che parlano e giocano con i bambini. E poi tutta una serie di prototipi capaci di fare mille cose diverse, più o meno utili: operazioni chirurgiche, decorazioni di ceramiche e assaggio di cibi.

"Quando un robot assomiglia troppo a un essere umano, può fare paura", dice il professor Hiroshi Hishiguro dell'università di Osaka, creatore del replicante "Actroid", la hostess umanoide. "E' vero però - aggiunge - che se sembra un essere umano, se si muove e respira come un essere umano, la comunicazione è più facile".

(9 giugno 2005)

Fonte: la Repubblica.it


Q1Expo, l'incredibile "androide" presentato all'Aichi Expo di Nagakute in Giappone. Ha sembianze umane, la pelle fatta di un materiale che la rende molto simile alla nostra, parla, si muove e apre la bocca come se respirasse






Wakamuru, un robot umanoide che parla e discute


Un robot specializzato nella visione. In un secondo può elaborare mille immagini


Robot umanoidi a Nagakute


Il robot HRP-2 suona la batteria


Wabia 2, il robot umanoide che muove le gambe in tutte le direzioni


Il sistema robotico MM1, utilizzato in sala operatoria


"Takken", il velocissimo robot a quattro zampe


Il robot Hrp2 mostra la sua abilità nel "Kendo", sorta di arte marziale giapponese


Il robot "Candy 05" sa giocare a golf
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Vecchio 22-06-05, 20:11   #10 (permalink)
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Il robot badante

Entro vent'anni avremo tutti in casa un androide capace di svolgere le faccende domestiche, di accudire un anziano, di aiutare un malato. Non è fantascienza: sono progetti con investimenti miliardari

di Alessandro Gilioli - da Aichi (Giappone)

Correvano gli anni '50 del Ventesimo secolo. E il sogno di ogni famiglia appena benestante era comprarsi un'utilitaria. Le aziende di automobili moltiplicavano produzione e utili a ritmi geometrici. «Negli anni Dieci e Venti di questo secolo il fenomeno si ripeterà», spiega sicuro Toshimitsu Suzuki, «ma questa volta l'oggetto del desiderio collettivo sarà diverso. Saranno i robot». Fa un po' impressione che lo dica proprio lui, dirigente di un gruppo automobilistico come Toyota.Che all'elaborazione degli androidi sta dedicando milioni di dollari d'investimenti e un grande centro di ricerca a Tokyo dove lavorano una trentina persone, fra cui alcune delle migliori menti ingegneristiche del Giappone. Obiettivo: competere con Sony e Honda, le altre due multinazionali giapponesi che più si sono lanciate verso l'Eldorado della robotica. Un settore dell'hi-tech che in Occidente è spesso considerato secondario, al limite dell'eccentrico se non del pagliaccesco, ma che invece in Giappone viene preso assolutamente sul serio ed è anzi considerato il più promettente in assoluto.

«È del tutto ovvio che i robot rappresentano il nostro futuro quotidiano», sorride Atsuo Takanishi, docente alla Waseda University di Tokyo e papà di Wabian2, uno degli umanoidi più complessi presentati in questi giorni all'Expo di Aichi. «In tutte le società del primo mondo la popolazione sta invecchiando. Si vive molto più a lungo e si fanno meno figli. Tutti avremo bisogno di strumenti che ci sostengano nella vita quotidiana: androidi che aiutino gli anziani o i malati, che svolgano le faccende domestiche, che si dedichino a tutte quelle mansioni e a quei lavori che nessuno ha più la voglia, il tempo o la forza di fare. In Occidente per ora avete affrontato il problema con gli immigrati, con le badanti. Noi abbiamo scelto un'altra strada». Takanishi non nasconde la particolarità culturale del Giappone: «Noi siamo un'isola, una società tradizionalmente monoetnica: non abbiamo mai avuto il mix di popoli dell'Europa o dell'America. Quindi non concepiamo l'idea di far venire qui milioni di cinesi o di coreani ad aiutare le nostre famiglie, i malati, gli anziani. Per questo da trent'anni studiamo i robot. Voi europei sorridete, perché hanno la faccia buffa, scimmiottano gli umani e vi sembrano giocattoli. Ma vi sbagliate. Quando anche nei Paesi in via di sviluppo la povertà sarà sconfitta e non ci saranno più migrazioni di massa verso i continenti più ricchi, finirete per comprare i nostri robot. Nessun paese al mondo ha sviluppato androidi come il Giappone».

Non è soltanto la secolare diffidenza verso i "gaijin" (gli stranieri) ad aver consentito lo sviluppo della ricerca nipponica verso macchine con funzioni sostitutive degli umani. Ci sono altre motivazioni di carattere culturale che hanno pesato altrettanto. A iniziare dal rapporto (assai diverso rispetto all'Occidente) con la materia, dove "vivente" e "inorganico" non sono categorie opposte, ma uguali espressioni della realtà. C'è poi la vivissima tradizione nipponica dell'immagine e dell'animazione (dagli ideogrammi fino ai manga o Astroboy) e, naturalmente, la cultura del movimento. «Gli americani hanno inventato Internet, sono stati bravi. Ma a che cosa serve Internet se non si muove?», ridacchia Takanishi: «Ecco, i robot sono Internet applicato al movimento. Semplice no?». Tra le grandi spinte che hanno portato questo Paese all'avanguardia nella robotica di servizio c'è anche il bisogno tutto giapponese di accudimento, di dipendenza: quel concetto complesso che prende il nome di "amae", termine difficilmente traducibile su cui hanno scritto libri importanti lo psichiatra Takeo Doi ("Anatomia della dipendenza") e l'antropologa Ruth Benedict ("Il crisantemo e la spada"). Si tratta, semplificando un po', di una sorta di amore passivo, di piacevole dipendenza da qualcosa o da qualcuno: la collettività, la geisha, l'azienda, l'Imperatore, ma anche il gruppo organizzato a cui ci si affida in ogni viaggio all'estero e, in futuro, il robot che sistema ogni problema, accudisce chi ne ha bisogno, risolve le questioni pratiche quotidiane. Non stupisce quindi che l'amore per l'automazione abbia in Giappone origini antichissime: furono i fabbricanti di armi del XVIII secolo che per primi si dedicarono a inventare macchine semoventi, per diversificare il proprio know how in un periodo di pace per l'arcipelago. L'arrivo dell'elettricità, del transistor e, più tardi, dell'informatica hanno dato la spinta decisiva.

Per tutto questo - e per molto altro - quando quest'anno i giapponesi si sono trovati a organizzare la seconda Esposizione universale della loro storia (in corso ad Aichi, 300 chilometri a sud di Tokyo) non hanno resistito alla tentazione di mostrare orgogliosamente al mondo la qualità e la quantità di robot, antropomorfi e no, su cui si stanno esercitando da decenni con esiti stupefacenti. «La prima generazione di robot domestici entrerà nelle famiglie già nel prossimo decennio», spiega Hirochika Inoue, responsabile del progetto Nedo (New Energy Development Organization), che ad Aichi ha presentato oltre cento automi elaborati in tutti i centri di ricerca - aziendali e universitari - del Paese. «La coesistenza tra le persone e i loro androidi domestici sarà uno dei tratti caratterizzanti del nuovo secolo. Parliamo di un futuro molto vicino a noi, non di fantascienza».

Dal 9 giugno scorso, per 11 giorni, ad Aichi sono stati presentati i prototipi degli automi dalle forme e dagli usi più diversi: dalle colf tuttofare ai "badanti" per gli anziani, dal wearable che moltiplica la forza dei muscoli fino alla sedia a rotelle che estrae gambe d'acciaio e permette di salire le scale. Per la cura dei bambini il pezzo forte è PaPeRo (elaborato dalla Nec), un androide dai tratti infantili che è in grado di riconoscere i volti dei suoi interlocutori, di chiacchierare, intrattenerli e giocare. Per la sicurezza domestica sono invece in competizione Alsok (della Sohgo Security Services) e Mujiro (dell'azienda di elettronica avanzata Tsmuk): sono entrambi dei guardiani d'acciaio che lanciano l'allarme in caso di intrusioni, incendi, oggetti pericolosi lasciati in giro, ma se c'è bisogno possono aiutare gli ospiti mostrando loro la casa. Alla sicurezza domestica è finalizzato anche Tekken, un piccolo quadrupede d'acciaio pieno di telecamere e sensori che, oltre a fare la guardia 24 ore al giorno, sostituisce egregiamente i cani per ciechi e si trasforma all'occorrenza in "animale" da soccorso in montagna, in caso di terremoti o di valanghe. La Fuji ha messo a punto due macchine intelligenti per la pulizia domestica ed esterna, i cosiddetti "cleaning robots", destinati a sostituire scope, aspirapolvere, lucidatrici e ogni altro vecchio elettrodomestico che esigeva una guida manuale. L'Università di Kyushu esibisce un'evolutissima "sedia medica" in grado di effettuare diagnosi precoci preospedaliere, prestando anche le prime cure a chi si sente male e non può raggiungere immediatamente un ospedale (si chiama appunto Pre-hospital Care Robot).

Il Kyushu Institute of Technology ha invece portato ad Aichi un prototipo di Kitasap2, un automa su rotelle che ha la forma di una testa d'elefante e che con la sua proboscide è in grado di aiutare chi si trova costretto a letto: basta dargli un ordine con un joystick-telecomando («Portami un bicchier d'acqua», «Vai ad aprire la porta al dottore») e l'elefantino esegue prontamente. Ancora più evoluto è Apri the Sharp Ear, un animaletto tondeggiante di dieci chili pieno di microfoni e telecamere: proposto da Toshiba, è in grado di riconoscere ordini vocali, di rispondere («Cosa posso fare per te?») e di eseguire alcuni compiti domestici. «Stiamo lavorando per migliorarlo ancora», dice Nobutu Matsuhira, responsabile del progetto, «e presto il robottino sarà capace anche di prendere iniziative autonome. Ad esempio, se nota che il pavimento è sporco, va dal padrone di casa e gli chiede: "Cosa ne dici di dare una pulita in sala?". Se il proprietario è d'accordo, Apri va di là e pulisce. Quando in casa non c'è nessuno, poi, Apri fa la guardia e, in caso di intrusioni, chiama la polizia». La Robos corporation ha invece preferito puntare su un piccolo umanoide, Kozoh4, alto come un bambino di quattro anni e - in prospettiva - capace di diventare un collaboratore domestico tuttofare per malati e anziani. La Toyota, che ad Aichi ha dedicato tutto il suo padiglione agli automi, ha presentato uno spettacolo di androidi-musicisti che introducono lo show di iUnit, uno straordinario veicolo robotizzato concepito per immaginare la mobilità del futuro: «Oggi le automobili sono ancora pensate come delle carrozze a motore», spiega Paul Nolasco, uno dei manager dell'azienda che seguono iUnit: «Questo invece è un salto concettuale completo: iUnit è una sorta di guscio elettrico su ruote, che cambia forma a seconda delle nostre esigenze e la sera, anziché essere parcheggiato per strada o in garage, può essere portato in casa, dove viene ricaricato (con l'elettricità) e magari può svolgere altre funzioni utili in ambito domestico». Ma tra le opzioni future di questo veicolo c'è anche quella di acquisire un giorno, attraverso sensori e radar sempre più evoluti e interconnessi, una sensibilità simile a quella umana per evitare scontri e ostacoli: «Ci siamo ispirati alla folla di Shibuya, un incrocio di Tokyo dove nelle ore di punta migliaia di pedoni vanno in tutte le direzioni senza mai scontrarsi e neppure sfiorarsi. Perché gli uomini ci riescono e le automobili no? Ecco, l'idea è che i veicoli di domani abbiano vista, udito, tatto e ogni altro senso necessario per muoversi nel traffico senza toccarsi».

Accanto ai mille progetti di robot utili e funzionali, naturalmente, ad Aichi vengono palesate decine di automi apparentemente senza alcuno scopo, se non quello di divertire il pubblico: dinosauri, ragni, pelouches, bambolotti d'ogni forma e misura. Del resto anche i robot giapponesi più datati e famosi (come il cane Aibo, della Sony, o l'androide Asimo, della Honda) servono più a stupire che ad aiutare nelle faccende quotidiane. Ma se si prova a porre la questione della scarsa utilità di queste macchine ai loro inventori, loro sorridono pazienti e usano sempre la stessa parola: familiarizzazione. Come spiega Atsuo Kato, docente di robotica alla Waseda University, 63 anni di cui gli ultimi 40 passati a inventare automi, «da un punto di vista tecnologico le aziende sarebbero già in grado di produrre su larga scala e di commercializzare quasi tutti questi device. Se non lo faranno prima del prossimo decennio, è solo perché temono che la gente non sia ancora pronta, che provi disagio nel tenere in casa un estraneo d'acciaio. Ecco, i robot inutili e divertenti servono a renderci a poco a poco gli automi più familiari, ad abituarci alla loro presenza. Tra vent'anni ci sembrerà ridicolo averne avuto paura».

Fonte: L'espresso
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