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Vecchio 02-12-04, 10:43   #1 (permalink)
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Sulla tolleranza

Alcune indicazioni: saggi che vale la pena leggere, per educarsi alla tolleranza.
Comincio da un classico:

T. Todorov, La conquista dell'America. Il problema dell'altro, Einaudi Tascabili 1992
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Vecchio 02-12-04, 11:01   #2 (permalink)
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"Il libro di T. Todorov La conquista dell'America porta il sottotitolo significativo Il problema dell'altro e delinea in modo suggestivo le passioni di quel tempo straordinario in cui, per la prima volta (e unica) nella storia, gli Europei incontrarono genti diverse di cui nulla si sapeva e neppure si sospettava l'esistenza. Così diverse da scatenare dibattiti sulla loro appartenenza o meno alla specie umana, così difficilmente riducibili a schemi consueti da costringere i conquistatori a riaprire, anche per sé, il problema della definizione dei criteri di appartenenza all'umanità: sono essi, questi esseri liberi, ignudi e incapaci di parlare (così si sosteneva) uomini e donne? Se sì, cosa significa essere uomini e donne? E chi sono io? Mentre gli abitanti del Nuovo Mondo alle prese con diversi, ma altrettanto complessi, problemi di relazione vedevano in Cortez il dio annunciato dai loro miti.
I sussidiari e i libri di storia quando parlano (poco) di questo incontro fondamentale, lo inseriscono generalmente in un capitolo intitolato 'Le scoperte geografiche' o 'Le grandi scoperte geografiche', che trattano soprattutto della scoperta e della conquista di territori dal punto di vista degli Europei e ne delineano le conseguenze, sul piano economico e politico, ancora una volta dal loro punto di vista.
Poco spazio concedono (salvo lodevoli eccezioni) così al tentativo di far conoscere la vita e l'organizzazione delle popolazioni del Nuovo Mondo, la loro storia antecedente all'incontro fatale, come pure alla loro voce: le fonti, che ora tutti i manuali scolastici riportano con una certa abbondanza, sono quasi sempre fonti di provenienza occidentale, anche quelle che esprimono un punto di vista fortemente critico.
E' facile trovare nei libri di testo stralci dei memoriali di Las Casas così come, da parte dei curatori dei volumi, forti e decise espressioni di condanna degli aspetti crudeli della conquista, ed è decisamente un elemento a favore dei manuali più recenti e compilati in modo più attento. Più difficile è ritrovare la voce e il punto di vista degli altri protagonisti dell'incontro".
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Vecchio 02-12-04, 11:07   #3 (permalink)
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Che poi bisognerebbe pure stare attenti al termine "tolleranza": esso presupporrebbe l'inferiorità dell'altro. Meglio sarebbe "comprensione", ad esempio.
Pure "uguaglianza" comporta un rischio: quello dell'assimilazione.
Ma ora non cerchiamo il pelo nell'uovo e impieghiamo tali termini nel loro significato positivo, vulgato, di "comprensione e rispetto dell'altro e di una cultura altra".
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Vecchio 02-12-04, 12:14   #4 (permalink)
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Dai, fammi cercare il pelo nell'uovo.

Parliamo anche della tolleranza verso sè stessi, che è la base di partenza per la tolleranza dell'altro.

Ti va ?
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Vecchio 02-12-04, 12:28   #5 (permalink)
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Bellissimo thread, in tempi di intolleranti che sbandierano la tolleranza finchè non hanno nulla da dover tollerare.
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Vecchio 02-12-04, 13:42   #6 (permalink)
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Interessante intervento di Salvatore Veca, la Tolleranza, intesa nella sua accezione meno ampia, è la virtù che interviene negli uomini quando sono stanche di ammazzarsi tra loro:


Io credo che la tolleranza sia un termine tanto prezioso quanto vago. Alcuni sostengono che dobbiamo andare oltre la tolleranza, di fronte sia al mondo che diventa sempre più multiculturale, sia alla povertà senza nazioni, cioè alle migrazioni coi piedi, sia alle mille Bosnie che sono contemporanee a noi.

La mia idea è che ci siano almeno tre modi di pensare la tolleranza, o tre ragioni per la tolleranza, ne citerò soltanto due per avere uno spettro: c'è una ragione minimale, che è quella che si usa chiamare la ragione "prudenziale" della tolleranza e c'è una ragione massimale - si va da un minimo a un massimo -, che è l'idea della tolleranza come valore in sé di reciproco rispetto. La prima è prudenziale, la prima è quella per cui si siglano i trattati di pace dopo il conflitto religioso, come accennavo prima, ed è all'origine di tutte le storie del liberalismo politico, anche se è sempre un punto di non ritorno piuttosto raro; questa idea prudenziale è basata sul fatto che ci si ammazza, ci si ammazza, ci si ammazza, alla fine si è stanchi e la si chiama tolleranza. Questa è una visione che può non eccitare troppo, ma questo è il punto con cui prudenzialmente la tolleranza insorge: i costi della repressione sono superiori a quelli della tolleranza. E allora questa è la prima soluzione, quella meno entusiasmante, ma tuttavia preziosa rispetto alla Bosnia, quella del modus vivendi, è un esito instabile di equilibrio.

Se questo è ottenuto, allora è possibile, non dico sia necessario ma è possibile, che la tolleranza si trasformi dalle sue ragioni prudenziali, da valore strumentale in un valore intrinseco, cioè consenta la crescita, generi, incentivi le condizioni per la crescita del mutuo rispetto. Il mutuo rispetto, secondo me, non dipenderà da teorie su "etica e politica", non dipenderà da principi di una super teoria della tolleranza, ma dipenderà dalla estensione delle nostre capacità di riconoscere semplicemente, in qualsiasi volto che abbia sembianze o qualcosa di affine o tratti umani, qualcosa che riguarda anche noi.

Credo, cioè, che la virtù di questa fine secolo, tra grandi migrazioni, guerre, massacro, carestia e deficit delle democrazie, sarà quella della capacità di tradurre, cioè di riconoscere negli altri tratti e storie che possono essere anche nostri.
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Vecchio 02-12-04, 13:48   #7 (permalink)
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Il Trattato sulla tolleranza, da cui è tratta questa pagina. Voltaire mostra la contraddizione fra cristianesimo e intolleranza, nonostante che molti cristiani si professino e siano intolleranti; e mette in evidenza il carattere razionale della scelta a favore della tolleranza.



Voltaire, Trattato sulla tolleranza, capp. XI, XXIII



Ma come! sarà dunque permesso a chiunque di credere soltanto alla propria ragione, e di pensare soltanto ciò che questa, illuminata o errante, gli suggerirà? Certo che sí, purché costui non turbi l’ordine: infatti, se non dipende dall’uomo il credere o il non credere, dipende certamente da lui il rispettare gli usi della patria; chi poi affermasse che il non credere nella religione dominante costituisce un crimine, si farebbe egli stesso accusatore dei primi cristiani suoi padri, e giustificherebbe proprio coloro che egli accusa come persecutori.

Si risponderà che c’è una grande differenza, che tutte le altre religioni sono opera degli uomini, e che la Chiesa cattolica apostolica romana è, sola, opera di Dio. Ma, ragionando in buona fede, la nostra religione, per il fatto che è divina, dovrebbe forse imporsi con l’odio, con la persecuzione, l’esilio, la confisca dei beni, la prigione, la tortura, il delitto e per giunta rendere grazie a Dio per tali delitti? Quanto piú la religione cristiana è divina, tanto meno toccherà all’uomo imporla. Se Dio l’ha fatta, Dio la sosterrà anche senza di voi. Ricordate che l’intolleranza non produce che ipocriti o ribelli: quale funesta alternativa! Infine, vorreste far difendere dal boia la religione di un Dio che dal boia è stato ucciso, e che non ha predicato se non la dolcezza e la pazienza?

Considerate, vi prego, le spaventose conseguenze del diritto di intolleranza. Se fosse permesso spogliare dei suoi beni, gettare in prigione, uccidere un cittadino il quale, in un certo grado di latitudine, non professasse la religione ivi ammessa, in forza di quali eccezioni potrebbero essere esentati dalle stesse pene i capi dello Stato? La religione impegna ugualmente il monarca come il mendicante: cosí, piú di cinquanta fra dottori e monaci, sono giunti ad affermare l’orribile mostruosità secondo cui sarebbe lecito deporre, uccidere i sovrani che non professano la religione della Chiesa dominante: ma i parlamentari del regno hanno costantemente cassato queste abominevoli decisioni di abominevoli teologi [...].

Non mi rivolgerò dunque piú agli uomini; ma a te, Dio di tutti gli esseri, di tutti i mondi e di tutti i tempi: se è permesso a deboli creature perdute nell’immensità e impercettibili al resto dell’Universo, osare di domandarti qualcosa, a te che tutto hai donato, a te i cui decreti sono immutabili quanto eterni, dégnati di considerare pietosamente gli errori connessi alla nostra natura; che questi errori non siano per noi fonte perenne di calamità. Tu non ci hai dato un cuore perché ci odiassimo, mani perché ci sgozzassimo; fa’ che sappiamo aiutarci vicendevolmente a sopportare il fardello d’una vita penosa e breve; che le piccole differenze intercorrenti fra i vestiti che coprono i nostri deboli corpi, fra i nostri imperfetti linguaggi, fra tutte le nostre ridicole usanze, fra tutte le nostre leggi imperfette, fra tutte le nostre opinioni insensate, fra tutte le nostre condizioni cosí disparate agli occhi nostri e cosí uguali ai tuoi; che tutte le lievi sfumature distinguenti quegli atomi chiamati uomini, non siano segnacoli di odio e di persecuzione. Che coloro i quali accendono ceri in pieno giorno per celebrarti sopportino coloro che si contentano della luce del tuo Sole; che coloro i quali ricoprono le loro tonache con una tela bianca per significare che bisogna amarti, non odino coloro i quali affermano la stessa cosa ricoperti da un mantello di lana nera; che sia considerata la stessa cosa l’adorarti servendosi di un’antica lingua, o adoperandone una piú recente; che gli uomini rivestiti di abiti rossi o violetti, che dominano su una piccola parte del piccolo ammasso di fango di questo mondo, che posseggono qualche tondeggiante frammento di un certo metallo, godano senza orgoglio di ciò ch’essi chiamano grandezza e ricchezza; e che gli altri uomini li sopportino senza invidia: tu sai infatti che in tali vanità non c’è nulla da invidiare né di cui inorgoglirsi.

Possano tutti gli uomini ricordarsi che sono fratelli! Aborrire la tirannia esercitata sulle anime, cosí come hanno in esecrazione il brigantaggio, che sottrae con la violenza il frutto del lavoro e della pacifica industria! Se i flagelli della guerra sono inevitabili, almeno non odiamoci, non straziamoci a vicenda nei tempi di pace, e impieghiamo l’istante della nostra esistenza a benedire ugualmente in mille lingue diverse, dal Siam alla California, la tua bontà che ci ha donato quest’istante!
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Vecchio 02-12-04, 19:40   #8 (permalink)
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R.Vega L.M. Castro I. Najera C.I. Rodriguez
12 Ottobre 1492
Una invasione chiamata scoperta

Datanews, 90 pagg. (ed. 1992)
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Vecchio 02-12-04, 19:42   #9 (permalink)
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Il saggio di Vega, Castro, Najera, Rodriguez è una storia della "scoperta" dell'America scritta e vista dalla parte dei popoli indigeni conquistati. Un testo di pregevole semplicità, scritto da una comunità cristiana di Bogotà e diffuso nelle scuole della Colombia, nell'ambito della "Campagna di autoscoperta della nostra America" che si sta sviluppando in tutta l'America Latina.
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Vecchio 02-12-04, 19:50   #10 (permalink)
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Io son molto tollerante
con chi è bello e benestante,
biondo colto e strabiliante
con la macchina rombante.
Ma se è comunista e nero
un giudeo dal naso altero,
ecco allor mi viene un tarlo,
come faccio a tollerarlo?
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