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Vecchio 19-09-04, 17:08   #1 (permalink)
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Auguri, Vittorio!

Anche se un poco in ritardo, auguri, vecchio grande saggio!

Vittorio Foa, nato il 18 Settembre 1910 a Torino da una famiglia di origine ebraica, nel 1931 si laurea in Giurisprudenza e due anni dopo entra nel movimento di "Giustizia e Libertà". Inizia così per lui un periodo di attiva cospirazione e di forte impegno politico contro il regime fascista.
Proprio in quegli anni, Mussolini stava preparando, con un'intensa azione militare, diplomatica e soprattutto propagandistica, l'aggressione all'Etiopia. Questo fu il momento di massimo consenso popolare per il Duce e il suo regime. Il 15 Maggio 1935 Vittorio Foa, all'età di 25 anni, viene arrestato su segnalazione di un confidente dell'O.V.R.A. e denunciato al Tribunale Speciale Fascista che lo condannerà a 15 anni di reclusione, nel carcere di Civitavecchia. Suoi compagni di cella saranno Ernesto Rossi, Riccardo Bauer e Massimo Mila. L'Antifascismo sarà sempre per lui un modo di pensare, di agire, di vivere.
Uscirà dal carcere il 23 Agosto 1943, all'età di 33 anni. Il governo Mussolini era caduto il 25 Luglio, ma ci vollero gli scioperi di Milano e Torino e le pressioni dei commissari sindacali perché il nuovo capo di governo, il vecchio maresciallo Badoglio, si decidesse a liberare Foa e i suoi compagni. Dal settembre del 1943, raggiunta la libertà, partecipa attivamente alla Resistenza come dirigente del Partito d'Azione.
Il convinto europeismo, la necessità di un forte decentramento e il sostegno ad un sistema elettorale maggioritario, erano alcune delle idee fondanti di quel partito, erede diretto del Socialismo liberale dei fratelli Rosselli.
Il 2 Giugno 1946 Vittorio Foa viene eletto deputato all'Assemblea Costituente e membro della “Commissione dei 70”. Gli art. 39 e 40 della nostra Costituzione, sulla libertà e organizzazione sindacale e il diritto di sciopero, in aperta antitesi con i valori fascisti, sono anche opera sua.
Nel 1948 entra nella CGIL con incarichi di direzione dell'ufficio economico. Nel 1953 viene eletto deputato nelle liste del Partito Socialista e sarà confermato per altre due volte. Nel 1955 diventa segretario nazionale della FIOM e due anni dopo entra nella segreteria della CGIL.
Nel 1970 Vittorio Foa decide di lasciare gli incarichi sindacali e di ritirarsi a studiare. Insegnerà Storia Contemporanea nelle Università di Modena e Torino, ma non cesserà di fornire il suo contributo al movimento operaio attraverso numerose pubblicazioni. Negli anni seguenti partecipa attivamente alle discussioni in atto nella sinistra italiana, che sfoceranno nella "svolta" di Occhetto del 1989. Il PCI si divide e Foa, che comunista non lo é mai stato, viene eletto senatore nel PDS nel 1991. Negli ultimi anni ha stabilito il suo domicilio a Formia (LT), dove vive con la compagna Sesa Tatò. L'11 Agosto del 1998, il Consiglio Comunale di Formia gli ha conferito, all'unanimità, la cittadinanza onoraria "per meriti civili e culturali".
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Vecchio 19-09-04, 17:14   #2 (permalink)
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«Ormai Berlusconi è finito»
Intervista a Vittorio Foa,
a cura di Aldo Varano

da l'Unità - 29 giugno 2004

È contento Vittorio Foa. Non soltanto perché è con Sesa, la sua compagna, tra le sue amate montagne e dalla sua stanza, mi racconta al telefono, vede per intero la maestosità del monte Bianco che considera uno dei simboli del suo sogno europeo. E' contento, dice riferendosi ai risultati elettorali, perché «Questa cosa che è successa è bellissima. Penso sia cominciata una fase nuova. Naturalmente bisognerà verificarlo. Però forse è finita la micropolitica».
Foa, cos'è la micropolitica?
Vuol dire educazione all'egoismo. Il pensare solo a se stessi e non al mondo. Solo al luogo in cui abiti e non ai bisogni del mondo che sono immensi. Non pensare mai alle disuguaglianze così profonde che ci sono. Ecco, è possibile che tutto questo sia finito, che sia cominciata una fase nuova. Che sia finita questa cosa, che a me pare intollerabile: la irrilevanza del linguaggio, per cui si può dire tutto quel che ti passa per la mente. Non lo tollero, perché l'irrilevanza del linguaggio è anche irrilevanza morale. È una cosa di cui sono, tutti siamo, completamente sazi.
Questo sfogo in qualche modo racconta il berlusconismo?
Certo. Il berlusconismo è stato questo: micropolitica. La sua sostanza è stata l'unità tra Forza Italia e Lega. Ora è entrata in crisi è proprio quell'unità. Quando penso ai problemi del futuro attribuisco poca importanza agli alleati che magari vengono a mancare a Berlusconi. Penso soprattutto alla crisi di Fi. E' su questo che bisogna continuare a lavorare.
Ma perché questa crisi è esplosa ora?
Perché tutte le cose a un certo punto finiscono, diventano insopportabili. C'era qualcosa di insopportabile in tutta questa roba del berlusconismo. Voglio dirlo brevemente: Berlusconi ha creduto di poter fare una alleanza interamente numerica, sommare le forze necessarie per governare continuando a predicare: stiamo insieme perché dobbiamo governare. L'unità del centro sinistra, invece, è una cosa interamente diversa.
Il tentativo di Berlusconi di tenere tutto insieme è ora in crisi?
Era già largamente in crisi, ma ora è organicamente destinato a disfarsi, soprattutto perché era una cosa falsa. Avere unito solo i numeri è cosa diversa dal tenere unite delle idee. Anche noi del centro sinistra abbiamo delle differenze, ne abbiamo tante e le abbiamo sempre avute. Ma è una cosa diversa.
Lei dice: la sommatoria è insufficiente. Anche se uno ha tutte quelle televisioni, quei giornali, quel potere?
Personalmente penso che tutto quel potere alla fine è inutile se non c'è qualcosa sopra di esso capace di unire. Quando penso al centro sinistra, ai suoi limiti e alle sue divisioni, che continueranno chissà in quali forme ad esserci, mi consola il fatto che il centro sinistra continua a sapere che non sono soltanto loro, che c'è qualcosa oltre, ci sono gli altri, i problemi e gli altri, c'è il mondo. E quando pensiamo questo c'è già qualcosa che produce unità. Lì invece oltre la loro somma non c'era niente.
Che fine farà quell'alleanza?
Non credo che An, o i cattolici del centro del centro destra, siano capaci di aprire una crisi. La crisi è dentro Fi e nel suo rapporto con la Lega. Questo era il punto: tramonta il dominio della Lega.
Nella nostra storia ci sono fenomeni apparsi e diventati giganteschi magari intercettando un pezzo reale del paese per poi sgonfiarsi abbastanza rapidamente, da Giannini in avanti. E' il caso di Forza Italia?
Berlusconi è stato un'altra cosa. Lui non è stato un fenomeno che appare ma è nato dentro la crisi della Prima Repubblica, dalla scomparsa della Dc e del Pci. S'è affacciato con la pretesa di essere una nuova destra, ma era solo un'operazione tecnica, numerica. E' lì la radice del suo fallimento. Meglio: non bisogna sottovalutare, un fallimento definitivo ancora non c'è, bisognerà impegnarsi ancora e in modo intelligente. Ma il fallimento si sente arrivare. Milano è un fatto simbolico.
Perché Milano è simbolico?
Non per le sciocchezze che hanno scritto i giornali italiani teorizzando la fine del vento del Nord. Che storia è questa? Quel vento era la storia dei partigiani, non di Berlusconi. A Milano è cominciato invece un Nord diverso: il bisogno di qualcosa di nuovo nella produzione, nella distribuzione, nel modo di organizzare la vita. Sono torinese ma vengo da Milano perché lì ho fatto la Resistenza e lì mi sono sentito nuovo vento. E' in questi bisogni il valore simbolico e anticipatore di Milano.
Berlusconi perde perché non riesce ad affrontare i problemi veri della gente?
Certo. A parte tutto lui non sa dove voltarsi perché è un uomo incapace. E' un micropolitico incapace. Ha preso degli impegni e non li ha mantenuti. Quegli impegni dobbiamo risolverli noi. Lui ha peggiorato la situazione. Ci lascerà, quando verrò il momento, delle nuove difficoltà, delle cose difficili da rimediare. Ecco perché dobbiamo essere pronti a compiti gravosi. Lui ci ha rimpiccioliti, ci ha fatti sentire tutti legati all'immediatezza, al luogo, a non vedere quel che succede fuori e non occuparci delle ingiustizie crescenti che ci sono in giro. C'è una parte dell'Italia che sta veramente diventando più ricca e una gran parte che sta veramente diventando più povera.
Si allarga la forbice dei redditi?
Non si tratta solo della povertà di reddito. Penso alla disuguaglianza nelle incertezze, nelle paure, nelle possibilità. È da qui che bisogna ripartire.
Lei in passato ha fatto delle aperture ad An sdoganata grazie a Berlusconi. La crisi del berlusconismo cosa significherà per An?
Diciamo che An ha fin dalle origini problemi particolari da risolvere. In parte, li ha risolti e quando lo ha fatto ha trovato in me, vecchio antifascista, un atteggiamento di comprensione. Ho tentato di capire quando c'era la volontà di fare qualcosa di nuovo. Poi c'è stato un appiattimento impressionante su Berlusconi. Vedremo come si svilupperanno le cose. Credo poco, invece, all'immagine di una rinascita centrista autonoma.
Insomma, non rinascerà la Dc.
Sì, ci credo poco. Le cose, tutte le cose, a un certo punto muoiono. La storia per fortuna di tutti, anche di quelli che sono stati democristiani, non si ripete. Sarebbe una noia mortale.
Passiamo al centro sinistra. Che deve fare?
Non ho partecipato alle discussioni tattiche, non le seguo neanche un granché...
Ma che deve fare l'Ulivo?
Deve continuare a mettersi in discussione. Deve continuare soprattutto ad arricchire la propria unità. Dobbiamo avere un'unità programmatica per governare, avere la capacità di immaginare qualcosa di più grande. Non potremo farcela solo con programmi tradizionali. Le nostre questioni si intrecciano a questioni mondiali che vanno affrontate. Il modo in cui l'Europa si muoverà è decisivo. Il risultato del voto deve spingerci a pensare in grande, ad avere una strategia che non sia solo di un giorno o di un mese, ma di tempi lunghi.
Ho visto che si è impegnato per Uniti nell'Ulivo sulla base della proposta di Prodi.
Sono impegnato per Prodi da molto tempo, non da ora. Credo anche che in politica quando c'è un impegno bisogna accettare quello che c'è senza andare a vedere tutti i dettagli. Nella politica le scelte si fanno e bisogna farle durare senza chiederne ragione ogni minuto.
Che quattro partiti del centro sinistra si siano messi insieme nella lista Uniti per l'Ulivo, Foa come lo giudica?
Ho dato un giudizio positivo su questa testimonianza unitaria. Era la scelta strategica giusta per vincere, ed è stato così. L'unità mi è sempre apparsa come la chiave per potercela fare. Per vincere bisogna stare uniti e bisogna stare uniti perché noi abbiamo veramente delle cose da dire insieme. E' quel che penso di Uniti per l'Ulivo. Detto questo, voglio aggiungere che ho sempre pensato che ci sono anche gli altri. La sinistra, il centro sinistra è tante cose. Bisogna tenere il cuore e la mente aperti con disponibilità verso tutto il resto.
Un grande partito quindi, però veramente aperto...
...Non so se partito o un'altra cosa. Credo che i modi di pensare le cose possono essere anche indipendenti dalle parole che si usano. Non sono affascinato dall'idea di fare un partito. Forse perché nella mia vita ne ho fatti tanti e sono andati tutti male. Se qualcuno riesce a farlo, però, tanto meglio. La cosa che dobbiamo pensare subito, però, è capire che fare in Europa. Pensare a noi stessi significa capire cosa succede in Europa. Questo lo dice bene il presidente Ciampi: pensare all'Europa significa pensare a noi stessi. La lotta contro la disuguaglianza va pensata anche in termini europei e mondiali. Guardare al futuro pensando agli altri è la posizione metodologica giusta. Sono molto convinto di questo.
Se Prodi, Fassino Rutelli, Boselli, la Sbarbato le chiedessero...
...D'Alema, mi pare un nome importante da aggiungere, e Amato che è un mio amico...
...Sì, se le chiedessero: ora Vittorio che dobbiamo fare? Che gli risponderebbe?
Loro lo sanno bene che fare. Comunque, aggiungerei di stare attenti a quel che accade in Confindustria. Non so se le cose che dice il nuovo presidente rispondono alla cultura della categoria. Se così fosse ci sarebbe qualche possibilità nuova su reddito, salario, distribuzione delle incertezze che vanno affrontati in termini nuovi. Bisogna pensarli in rapporto al peso che hanno le rendite, i monopoli che entrano nel nostro modo di vivere, la capacità di una parte del mondo finanziario di appropriarsi delle ricchezze degli altri. Dobbiamo affrontare tutto questo. A me pare che negli ultimi tempi queste questioni siano entrate anche nella cultura delle imprese.
Che altro gli direbbe?
Che bisogna aiutare e dare una mano a tutti quelli che tentano di fare una innovazione, a chi vuol fare cose che consentono di comunicare meglio col mondo. I rapporti tra il futuro governo, che sarà nostro anche se non so quando...
...Dicono tutti alle prossime elezioni.
Può anche darsi prima. Non porrei limiti. Perché no? E' difficile che un gruppo rinunci e si affondi da solo. Ma è anche vero che hanno un presidente che produce da se stesso la propria crisi. Quando apre bocca crea pasticci. Non sa da che parte voltarsi. E dopo questa crisi le sue difficoltà sono destinate a crescere di parecchio. Dobbiamo stare attenti: possono avvenire anche cose molto spiacevoli. In ogni caso, bisogna sollecitare anche le possibilità di cambiamento che possono avvenire dentro il Polo. Non è vero che dobbiamo prendere appuntamento per il 2006. Lasciamoci aperta la porta per meglio renderci conto.
Lei dice, stare attenti. Dopo il voto la democrazia italiana è più forte o più debole?
In Italia ci sono delle garanzie. Berlusconi ha cercato di eliminarle: giustizia, Corte costituzionale, lo stesso ruolo e figura preziosissimi del Presidente della Repubblica... Gli istituti di garanzia sono stati svuotati, però ci sono. Ci sono delle persone che sono elementi di garanzia per tutti. L'Italia è democratica? Io rispondo: sì, perché c'è molta gente che ci crede. Dopotutto queste ultime elezioni hanno dato la prova che può vincere il desiderio di qualcosa di diverso.
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Vecchio 19-09-04, 17:35   #3 (permalink)
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Ernesto, Riccardo e io
prigionieri e felici

di VITTORIO FOA


Io credo che Critica Liberale abbia fatto bene a evocare il liberalismo di Ernesto Rossi. La parola liberale riferita a Ernesto Rossi è quella giusta. Io di solito non metto mai etichette politiche a nessuno, però dovendo trovarne una per Ernesto sceglierei proprio questa, assumendola nel significato classico che aveva prima che venisse sporcata dalla politica degli ultimi anni.
Cosa era il liberalismo di Rossi? Era la curiosità e l'apertura verso il mondo, era la necessità di credere negli uomini, la fiducia di poter cambiare le cose ingiuste e poterle correggere. Questa fiducia si fondava sul senso della libertà.
Io ero molto giovane e mi è capitata una fortuna straordinaria, l'ho vissuta come tale. Ero stato condannato a molti anni di carcere. Coloro che, con me, erano stati condannati erano in attesa di essere dispersi nei vari reclusori. Eravamo a Regina Coeli e aspettavamo: "chissà dove ci mandano, chissà con chi ci mandano", riflettevamo, pensando all'incerto futuro degli anni che stavano davanti a noi, alla condanna che ci era stata inflitta. Una mattina mi dicono: "Fuori dalla cella". Io vado e mi portano all'aria; c'è una porta aperta e vedo due galeotti davanti a me e di colpo capisco che erano loro, erano Rossi e Bauer. Nel movimento politico di cui facevo parte, Giustizia e Libertà, si era creato, per ragioni di propaganda, il mito di Bauer e Rossi. In ogni numero della stampa che ci arrivava c'era una citazione: "Ernesto Rossi ha detto che...", "Riccardo Bauer ha detto che...". Erano i nostri martiri, il nostro punto di riferimento ideale. Io ora mi trovavo lì e capivo che dovevo stare insieme con loro. L'ho vissuta come una fortuna immensa, immeritata. Pensai: "Chi è che mi dà il dono di stare con queste due persone, di studiare con loro, di lavorare con loro, di pensare con loro?". Ho passato poi quattro anni con loro in quel carcere. C'erano altri tre giovani coetanei. E' stato un periodo importante perché quel gruppo studiava ininterrottamente. Rossi nell'ultimo anno ha potuto concentrarsi nella ricerca e fare un libro perché gli dettero il permesso di scrivere. Noi invece non abbiamo mai avuto questo permesso e, per anni, non abbiamo avuto alcuna possibilità di scrivere. Allora le nostre letture erano non una ricerca per un libro ma una esplorazione collettiva del mondo. Leggevamo per capire cosa c'era intorno e per prepararci, per costruire noi una realtà.
Noi sapevamo - vorrei dirlo con molta franchezza - noi sapevamo benissimo che il nostro lavoro di antifascisti non aveva cambiato nulla della politica del fascismo, che era andato avanti per conto suo. Il fascismo è stato distrutto dalla guerra e non da noi, ma sono sicuro che noi abbiamo preparato il domani. Noi pensavamo al domani in ogni campo: alla vergogna dello sfruttamento del lavoro umano, al bisogno di rinnovare la democrazia, di cambiarla, di dare un senso nuovo anche al contenuto della libertà. Questo era il senso delle letture sterminate che abbiamo fatto. Un vero seminario aperto. Di tanto in tanto qualcuno diceva, un po' scherzando e un po' sul serio: "Ma almeno qualche giorno di riposo possiamo prenderlo?". (...)
Quattro anni trascorsi così - io non voglio dire delle parole inutili - sono anni di felicità. Lo dico sempre che lo studio ci ha salvati. Il sistema politico voleva cancellarci, il carcere e la condanna volevano dire: "Non ci sei". Noi invece c'eravamo. Certo, le inferriate del carcere, le muraglie, la censura, l'autocensura ci impedivano di parlare, di scrivere, questo sì, ma comunque comunicavamo col mondo, noi continuavamo a esserci perché avevamo cercato insieme questo percorso. Mai, in quegli anni, non un solo minuto c'è stato uno scontro fra noi; molti dissensi, ma tutti con un grande rispetto reciproco e interni a una ricerca comune. (...)
Vorrei ricordare un altro episodio. Quando i Rosselli furono assassinati, io ero con Rossi e Bauer, eravamo solo noi tre e, quando l'abbiamo saputo, abbiamo preso una decisione. Siamo riusciti a mandare fuori un messaggio in modo molto complicato. Questo messaggio era destinato al movimento di Giustizia e Libertà a Parigi. Non lo ricordavo più nei suoi termini, ma l'ho ritrovato stampato. Esso diceva: "Vogliamo che quello che vi scriviamo sia pubblicato con i nostri nomi e cognomi. Chiediamo agli italiani di continuare la lotta per la libertà nel nome dei Rosselli". La nostra era una volontà di testimonianza pubblica dal fondo di un carcere, rilanciata da Parigi con nome e cognome. Salvemini la ricevette e decise opportunamente di non pubblicarla, perché capì quale tempesta sarebbe caduta sulla nostra testa. Fece bene a non pubblicarla però devo dire che quell'atto rimane nella mia memoria come una prova della solidarietà con Rossi e Bauer, come uno dei punti della mia vita di cui sono maggiormente contento.
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Vecchio 19-09-04, 17:37   #4 (permalink)
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Quel giorno del '45 entrammo in Europa"
Un padre della sinistra e il 25 Aprile

GOFFREDO DE MARCHIS



ROMA - C'era allora, con tutta l'emozione di una «semplice telefonata». E c'è oggi, «con i miei ricordi, niente di più». Non sarà lui, che ha combattuto mille battaglie collettive e ideali, passando dalla Resistenza al sindacato al Parlamento, a costringere qualcuno a fare ciò che non sente, a chiedere che tutti ma proprio tutti scendano in piazza a celebrare il 25 aprile, la Liberazione, per soffermarsi su quella pagina di storia. «Secondo me siamo in tanti a non aver dimenticato», dice Vittorio Foa con un pizzico di ironia. Padre nobile della sinistra, 90 anni, protagonista di quei giorni del '45, oggi non vuole lanciare appelli. La sua è una preghiera laica: chi non crede al patrimonio di quella data faccia come se niente fosse, non intervenga. È una posizione più onorevole dell'ipocrisia. «Il ricordo spiega Foa non è un obbligo giuridico».
Lei dov'era 56 anni fa?
«Partecipavo all'insurrezione di Milano. Erano giorni di grande fibrillazione, di attesa, di speranza e di disperazione. Ma se vuole sapere esattamente come ho percepito io che un potere repressivo stava finendo, cioè come ho toccato con mano la Liberazione dobbiamo anticipare i tempi di qualche ora. Il giorno prima della liberazione di Milano mangiavamo un panino con un gruppo di compagni in un'osteria vicino al palazzo di Giustizia. Era l'una, forse un poco più tardi. Il cameriere si avvicina al tavolo e domanda di uno di noi. "La vogliono al telefono", dice. Il nostro compagno si alza, va all'apparecchio e quando torna da noi è pallido, balbetta: "Ho parlato con Genova, sono liberi, siamo liberi, i tedeschi si sono arresi». Vede il paradosso: la notizia che tutto stava cambiando l'ho avuta grazie a una semplice interurbana. Anche allora funzionavano le nuove tecnologie e facevano viaggiare veloci le notizie... C'era ancora molto da fare, lo sapevamo bene. I fascisti non si erano arresi. Ma il senso della liberazione collettiva io l'ho avuto in quell'istante. E non l'ho dimenticato».
Con la minaccia del terrorismo, una campagna elettorale velenosa, si può fare in modo che il 25 aprile sia la festa di tutti?
«La Liberazione può essere vista e vissuta in modo diverso. Dipende da tanti fattori: l'età, l'ambiente, le radici culturali, le idee. In fondo, non bisogna guardare a questa data solo come la Liberazione dal fascismo e dal nazismo. Quel giorno segna anche la fine di una guerra drammatica, tragica. E per noi quella fu una svolta storica: con la fine del nazifascismo conquistavamo l'Europa, entravamo nel consesso degli altri grandi paesi europei. Il raggiungimento di questo traguardo, la soddisfazione per avercela fatta, non la posso dimenticare e molti probabilmente conservano lo stesso ricordo che ho io. Ma oggi non potrei fare davvero nulla per sollecitare la memoria di tutti. E del resto non voglio farlo. Come possiamo imporre la storia? Il ricordo non va imposto».
I leader dell'Ulivo vanno a Marzabotto. È il posto giusto per commemorare il 25 aprile?
«Sono assolutamente d'accordo con questa scelta. È giusta, è sacrosanta. Dobbiamo sempre tenere a mente che il fascismo e Hitler non sono caduti per opera nostra, ma grazie all'intervento dei grandi eserciti. Non è stata la lotta partigiana a sconfiggere il fascismo, sono stati gli alleati. Ma il fatto di aver partecipato, di essere stati attivi, sia pure nella fase finale, in un'opera di liberazione collettiva ha avvicinato l'Italia ai paesi europei. E fu un passaggio importante, importante ancora oggi».
Berlusconi farebbe bene a dimenticare le minacce alla sua persona per celebrare in mezzo alla gente la Liberazione?
«Berlusconi faccia quello che vuole. Come spero che lui non dica a me quello che devo fare, io non posso dire a lui come comportarsi. Però, se anche lui ricordasse questa data sarebbe un dato molto significativo».
Lei cosa farà oggi?
«La mia salute non è buona, ho dei gravi problemi alla vista. Starò in silenzio, preferisco ascoltare».
E cose le piacerebbe sentire in questo giorno?
«Mi piacerebbe ascoltare delle parole di verità. La verità. Ognuno deve esprimere la propria posizione personale. Ma non raccontino bugie, non ne posso più di certe palle clamorose. Le idee politiche non devono essere costringenti. Voglio delle idee libere. Dicano la verità, per favore».
Ci si lamenta perché i ragazzi non sanno molto della Liberazione.
«Come fanno a ricordare una cosa di più di 50 anni fa? Se hanno voglia di sentire la storia di quei giorni, bisogno raccontargliela assolutamente. E bene. Altrimenti... Le ripeto: non credo che il ricordo vada imposto. Il ricordo più è libero e più vale. E questa è anche l'unica strada per farlo diventare un valore condiviso da tutti».
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Bibliografia storica

La struttura del salario, Alfani, 1976
Per una storia del movimento operaio, Einaudi, 1980
Riprendere tempo, Einaudi, 1982
La cultura della IL, Einaudi, 1984
La Gerusalemme rimandata, Rosemberg & Sellier, 1985
Il Cavallo e la torre, Einaudi, 1991
Il registro. Carcere politico di Civitavecchia (1941-1943), Vittorio
Foa (con Natoli Aldo e Carlo Ginzburg), Editori Riuniti, 1994
Del disordine e della libertà, Donzelli, 1995
Il sogno di una destra normale, Rese, 1995
Questo Novecento, Einaudi, 1996
Tre dialoghi attorno al campanile di San Marco, Lavoro, 1997
Lettere della Giovinezza, Einaudi, 1998
Lavori in corso 1943-1946, Einaudi, 1999
Il tempo del sapere (con Andrea Ranieri), Einaudi, 2000
Passaggi, Einaudi, 2000
Il ritorno dell'individuo. Cosa cambia nel lavoro e nella politica, Vittorio Foa (con Massimo Crosti), Lavoro, 2000
Il silenzio dei comunisti con Miriam Mafai e Alfredo Reichlin, Einaudi, 2002
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"Si é antifascisti quando si rispetta l'Altro, quando se ne riconosce la legittimità nell'atto stesso di contrastarlo e di combatterlo, quando non si pretende di distruggerlo e nemmeno di assimilarlo, cioè di ridurre il suo pensiero, la sua identità al nostro pensiero, alla nostra identità. L'Antifascismo é l'ansia di intervenire contro l'ingiustizia, piccola o grande che sia, di intervenire contro ogni minaccia di libertà; é pluralismo politico e sociale, cioè legittimazione delle differenze; é la democrazia come partecipazione e non solo come garanzia; é il rifiuto di ogni delega globale."

Vittorio Foa
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Colloquio con Vittorio Foa

di Annalisa Fiore e Michele Pezza



Pensavamo di andare a trovare uno dei primi cospiratori antifascisti, un eroe della Resistenza, un membro dell'Assemblea Costituente, un tenace sindacalista e invece... e invece ci ritroviamo dinanzi un giovane di ottantotto anni! Inizia così il nostro piccolo viaggio nell'universo di Vittorio Foa. Il senso di soggezione per l'incontro svanisce subito grazie a Sesa, la sua compagna, che col calore di una semplice tazza di tè riesce a sciogliere la nostra palpabile emozione. Prima ancora di poter solo pensare alla prima domanda è lui, Foa, che, con la curiosità che gli è propria, si interessa a noi attraverso domande semplici sui nostri studi e sulla nostra vita. Entriamo così in un bellissimo colloquio aperto a qualsiasi sbocco, dove le differenze generazionali trovano un punto di incontro nei sentimenti che sostengono l'azione. Il rapporto fra ruolo pubblico e vita privata, questo è il primo argomento al centro del discorso. Nel '44 la moglie di Foa, per di più incinta, venne rapita da una banda di fascisti. Alla proposta di questi ultimi di rilasciarla, insieme agli altri prigionieri, in cambio della cessazione totale dell'attività partigiana nella città di Milano, egli oppose un netto rifiuto.

Per un ideale si può andare incontro alla propria morte, ma è giusto rinunciare ai sentimenti, che della vita costituiscono l'essenza? Quanto una rinuncia, una limitazione, un danno arrecato alla sfera privata e più intima dell'individuo a favore del pubblico e del sociale, non danneggia anche questi ultimi, oltre che il privato stesso?
"Per noi, in quei momenti, - risponde, portandosi le dita al centro della fronte, quasi a voler cercare più a fondo nella sua memoria - la libertà era un sentimento. Un sentimento primario, condizione necessaria per la nascita di qualsiasi altro affetto o legame sentimentale."
La libertà come sublimazione del sentimento. Difficile da capire, per noi ventenni, che della libertà non abbiamo pagato il prezzo, che possiamo permetterci di darla per scontata. Ed è proprio questa difficoltà a testimoniare con forza la grandezza della scelta di Vittorio Foa, che, intrecciando le sue dita con quelle di Sesa, continua: "Ogni vera libertà personale non può esprimersi altrimenti che nel poter scegliere il modo di rinunciarvi." La libertà come possibilità di rinunciare ad essa!

Ma sono ancora riscontrabili, nella nostra società, ideali così forti?
"Ci sono - afferma - sono solo diversi da quelli della mia generazione... basti pensare al volontariato". Gli ideali cambiano velocemente, almeno quanto la società che li supporta e li genera, e non è detto che quelli di ieri siano più forti o più importanti di quelli di oggi.
"Per me, - riprende con voce ferma - nato nel 1910 e cresciuto in un periodo di guerra sanguinaria e violenta fra le nazioni europee, era impensabile vedere nel finire del secolo un tentativo che, per quanto sarà lungo e difficile, ha come obiettivo di giungere ad un'unità politica, oltre che economica, dell'Europa."

Fine secolo caratterizzato da un'altra grande sfida che la politica ha il dovere di affrontare: l'immigrazione, con i suoi risvolti di natura economica, sociale e culturale.
"Ma attenti - ci dice Foa - l'immigrazione è ben accolta da chi può trarne un vantaggio economico, ad esempio sfruttando, in modo legale o meno, questa nuova forza lavoro e inoltre, spesso, l'immigrazione genera razzismo. Un razzismo che supera le tradizionali divisioni destra-sinistra, non essendo solo di derivazione classista, caratterizzato cioè da uno scontro "ricchi-poveri", ma anzi manifestandosi come guerra fra poveri."

La sinistra sottolinea che la diversità è fonte di ricchezza, la destra mette in luce il nesso fra immigrazione e criminalità; Foa, con la sua capacità di analisi, parte dalle risposte e cerca ancora nuove domande, senza mai perdere l'umiltà del dubbio.
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Vecchio 19-09-04, 17:49   #8 (permalink)
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Dialogo con Eugenio Scalfari

Vittorio Foa - Ora vorrei farti io una domanda: qual è il termine opposto alla parola laico?
Eugenio Scalfari - Clericale direi.
Foa - Pensaci ancora. Una persona che crede, che ha una fede, si può definire laica?
Scalfari - Anche i laici credono in qualche cosa.
Foa - In che cosa? Nella ragione? Sono dei razionalisti? Tu sei un razionalista? Ti puoi definire così?
Scalfari - No, io non credo che la ragione sia l'elemento totalizzante della vita e neppure della conoscenza. Però credo e difendo l' autonomia della ragione.
Foa - È questa la sostanza del laicismo: l'autonomia della ragione?
Scalfari - Penso di sì, e insieme il dubbio, anche su se stessi.
Foa - D'accordo, sono d'accordo. Vedi allora che l'opposto di laico non è soltanto clericale: le persone che non dubitano sono l'opposto di laico. E adesso un' altra domanda: è più importante oggi la contrapposizione destra-sinistra o quella laico-non laico? Pensaci e rispondimi.
Scalfari - Vittorio, io ci penso da almeno quarant'anni. Per me la coppia laico-non laico è quella che meglio definisce le antitesi del pensiero moderno. Spesso essa coincide con l'altra coppia sinistra-destra, ma non sempre.
Foa - La penso nello stesso modo anch'io.
Scalfari - Può esistere un partito laico, Vittorio?
Foa - No, non può esistere. Sarà per questo che i partiti non mi attirano. Bada, io non sono contro i partiti, li considero strumenti indispensabili per orientare il consenso e per organizzare il sistema democratico. Ma servono a realizzare programmi specifici, concreti. Non possono aver la pretesa di guidarti in tutto. Quindi va bene un partito leggero, non burocratico, volontaristico.
Scalfar - Non fai troppo credito alla capacità degli individui di orientarsi da soli?
Foa - No, non apprezzo molto i solitari e meno che mai gli anarchici. Penso che socializzare idee, comportamenti e sentimenti faccia tutt'uno con la condizione umana. Ma le folle, le masse, le parole d'ordine mi spaventano. I partiti servono anche a educare ma non a irregimentare. Ho sempre pensato così e rivendico il diritto all'incoerenza. Ti pare un'eresia per un uomo di sinistra?
Scalfari - Mi lancia quest'ultima provocazione con quel suo sorriso malizioso e candido che descrive meglio d'ogni altro segnale la sua personalità. Io gli ho risposto: "Ricordi quel passo di Montaigne che dice: si muovono perfino le piramidi d'Egitto e le montagne e gli oceani; come si può pensare che non si muova l'uomo che è tanto più instabile ed effimero? Montaigne pone in quelle righe il problema della coerenza che esiste solo rispetto alla moralità".
Foa - Si muovono perfino le piramidi d'Egitto: è molto bello. Sì, la coerenza sta nella direzione del movimento. È questa per te la morale? Per me è stato così ed ora che sono vecchio sono abbastanza contento della strada che ho percorso, degli incontri che ho fatto e insomma della vita.
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Vecchio 19-09-04, 20:30   #9 (permalink)
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Grazie, una delle figure più belle che ancora l'italia democratica e antifascista possa vantare
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Vecchio 19-09-04, 20:34   #10 (permalink)
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