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pissicologia delle genti
LA PSICOLOGIA DELLE FOLLE
“La psicologia delle folle” fu pubblicato per la prima volta nel 1895 ed ebbe particolari riconoscimenti da alcuni importanti sociologi e psicologi del tempo, tra cui Sigmund Freud. Egli infatti dedicò un intero capitolo di un suo saggio del 1921 all’opera di Le Bon, sottolineando l’interessante analisi dell’attività psichica dell’inconscio all’interno delle folle. Nell’ ultimo secolo la voce delle folle è divenuta molto importante grazie all’ingresso delle classi popolari all’interno della vita politica: con il graduale associarsi di individui e la presa di coscienza della propria forza nella folla infatti si propagavano e si radicavo facilmente le idee comuni. La conoscenza della psicologia delle folle costituisce la grande risorsa che deve possedere un capo di Stato per governare l’opinione della gente comune. Caratteristiche Nella folla la personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee si orientano lungo una sola direzione, formando così una sorta di anima collettiva. L’anima della folla è formata da un substrato inconscio che accomuna tutti gli individui di una stessa razza o cultura, ma nell’anima collettiva le attitudini intellettuali (le loro individualità) si annullano. L’eterogeneo si dissolve nell’omogeneo e i caratteri inconsci predominano. Ø L’individuo in folla acquista un sentimento di potenza per il solo fatto del numero di presenti, quindi può facilmente cedere a istinti e compiere azioni che da solo non avrebbe mai compiuto. Inoltre essendo la folla anonima scompare anche il senso di responsabilità. Ø Ogni sentimento, ogni atto è facilmente contagioso, tanto che l’individuo sacrifica il proprio interesse per quello comune. Ø Infine la suggestionabilità di cui è vittima ogni individuo immerso in una folla, assomiglia quasi a un’operazione di ipnosi. |
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Dato che all’interno di un gruppo la volontà personale si annulla, le persone tendono a ricercare d’istinto l’autorità di un capo, di un trascinatore. La sua volontà infatti costituisce il nucleo fondamentale intorno al quale si formano le altre opinioni. La maggior parte degli individui inoltre è incapace di governarsi da sola, quindi è da qui che nasce il culto del capo che fa loro da guida. I principali mezzi con cui i capi agiscono sono: l’affermazione, la ripetizione e il contagio. L’affermazione pura e semplice, senza alcun ragionamento o prova, è un mezzo sicuro per far penetrare un’idea nello spirito delle folle. Tale concetto deve essere il più possibile conciso, determinato e pregnante di significato.
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Secondo Gustave Le Bon (Psicologia delle folle), una folla (anche di pochi individui) e' tale non solo per la vicinanza spaziale degli individui, ma per una sorta di unita' mentale, un'anima collettiva che annulla le personalita' coscienti (folla psicologica, pag.46 e seguenti); essa e' in primo luogo una forza distruttiva, un elemento di disordine (pag.36). L'azione inconscia delle folle riesce a sostituirsi all'attivita' cosciente degli individui (pag.29), scompaiono spirito critico e facolta' di osservazione (pag.67).
Sono caratteri delle folle (pag.52 e seguenti): omogeneita', mediocrita', potenza (distruttiva), irresponsabilita', suggestionabilita' (pagg.63-69), interesse collettivo, annullamento della personalita' cosciente, impulsivita', immaginazione deformante (allucinazioni collettive, pag.65; pagg.72-73), intolleranza (pag.78 e pag.180), impunita' (pag.82), abnegazione, idee semplici e traducibili in immagini (pag.88; generalizzazioni, pag.93), giudizi imposti e mai discussi, predominio dell'irreale sul reale (immaginazione popolare, pagg.95-96; illusioni, pag.144), trasformazione delle simpatie/antipatie in adorazione/odio (idolatria, fanatismo, culto, pag.100 e seguenti). In nessun'altra epoca, osserva l'Autore, le folle "innalzarono tante statue ed altari, come nell'ultimo secolo" (pag.103). Gli oratori che vogliono sedurre una folla devono "esagerare, affermare, ripetere e mai tentare di dimostrare alcunche' con il ragionamento" (pag.76): non contano i fatti ma come vengono presentati (pag.98); sono i cambiamenti nelle opinioni quelli piu' importanti (pagg.31-32): per quanto riguarda queste ed i sentimenti, le differenze di intelligenza non contano (pag.51). Il potere delle parole dipende dalle immagini che evocano e non dal loro significato reale, che peraltro cambia da epoca ad epoca e da popolo a popolo (pag.135, pag.147 e seguenti). Opinioni e credenze sono determinate da fattori remoti (razza, tradizioni, tempo, istituzioni, educazione, pag.111 e seguenti) e da fattori immediati (affermazione, ripetizione, contagio, pag.163; prestigio, pag.167 e seguenti). La storia umana e' caratterizzata dalla creazione di tradizioni (civilta') e dalla loro distruzione (progresso); ogni popolo e' "un organismo creato dal passato" (pag.113) e l'educazione e' il solo mezzo di intervento disponibile (pag.131). L'arted i governo, secondo l'Autore, "consiste soprattutto nel sapiente uso delle parole" (pag.140 e pag.238). Giurie ed assemblee parlamentari possono prendere decisioni che i loro singoli membri disapproverebbero se fossero soli (pag.56 e pag.239); le folle hanno bisogno di capi, dotati di carisma, uomini d'azione e di prestigio piu' che di pensiero (pag.152 e seguenti, pagg.175-176). Il dominio delle folle secondo l'Autore porta al ritorno della barbarie (pag.198), Le Bon individua folle omogenee (sette, caste, classi) ed eterogenee (anonime e non anonime, pag.196), folle criminali (pag.201 e seg.), folle elettorali (pag.216 e seg.). Le opinioni sono momentanee e mutevoli, le credenze permanenti e durevoli (pag.178 e seguenti); la stampa aiuta a far conoscere opinioni diverse, e quindi a combattere la tirannia delle folle (pag.187 e seguenti). |
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S. Freud
"Psicologia delle masse e analisi dell'Io" (1921) Oggetto della ricerca di Freud in questo scritto è il fondamento dei comportamenti umani collettivi indotti dalla coesione sociale. Si tratta cioè di scoprire le motivazioni profonde che inducono gli individui a comportarsi nella "massa" in modo diverso da come si comporterebbe isolatamente. Freud intraprende una lucida e brillante analisi dalla quale risulta che "l'anima della massa", con cui i singoli membri si identificano senza esitare, è da una parte infinitamente più elementare e passionale, dall'altra considerevolmente più stupida e incline alle illusioni di quella dei singoli individui che la compongono; che questi ultimi - per effetto della "suggestione" e del "contagio" esercitato dalla massa - acquistano un sentimento di forza che deriva loro dall'essere parte di un tutto rassicurante e coerente. "...anche la sociologia, che tratta del comportamento umano della società, non può essere altro che psicologia applicata", afferma Freud. Egli inscrive nell'ambito delle categorie libidiche che governano la psicologia dell'Io i legami di profonda dipendenza e identificazione che caratterizzano la psicologia delle masse. Le Bon "La psicologia delle folle" Analisi della nuova realtà rappresentata dalla folla e dalle sue potenzialità di trasformare la vita politica e sociale. Analisi delle motivazioni dell'agire irrazionale della folla. V. Packard "I persuasori occulti" (1957) Il sociologo americano illustra con acume ed ironia attraverso numerosi esempi un insieme di strategie pubblicitarie che non si basano sulle caratteristiche dei prodotti promossi ma sui bisogni e le motivazioni profonde dei potenziali acquirenti. Nasce una nuova tecnica pubblicitaria che si basa sulla psicanalisi. |
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Bizzarrie del deputato Usa: “Disprezzo chi mi ha eletto”
Washington. “I poliziotti? Vanno uccisi. Le donne? Picchiate. Le scuole pubbliche? Vanno chiuse”. Il deputato repubblicano Tom Alciere, appena eletto al parlamento del New Hampshire, ha idee decisamente originali. Che durante la campagna elettorale si era guardato bene dal manifestare. Adesso, conquistato il seggio, ha gettato la maschera. Lasciando a bocca aperta i suoi elettori. Alciere non nasconde il suo disprezzo per la gente che l’ha mandato al Parlamento. “Sono stato eletto - afferma - da un branco di vecchiette grasse, brutte e stupide che passano il tempo a giocare a tombola, a guardare i soap in Tv, a leggere i settimanali scandalistici”. Notizia Agenzia 5/01/01 |
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Gustave Le Bon (1841-1931) scrisse la "Psicologia delle folle" nel 1895. Questo giornalista francese era stato molto colpito dalle folle rivoluzionarie dal 1789 a quelle di Parigi del 1871 e degli anni successivi. Nel 1900 il successo delle idee di Le Bon è stato immenso nelle scienze sociali ed in politica, poiché si fonda su due distorsioni: una di tipo politico (pregiudizio contro le folle) ed una di prospettiva interpretativa (gli atti della folla visti dall’esterno, senza preoccuparsi di coglierne le ragioni.
Nella folla la personalità cosciente svanisce, i sentimenti e le idee si orientano lungo una sola direzione, formando così una sorta di anima collettiva. L'anima della folla è formata da un substrato inconscio che accomuna tutti gli individui di una stessa razza o cultura, ma le loro individualità si annullano. La folla è sempre intellettualmente inferiore all'uomo isolato, ha la spontaneità, la violenza, la ferocia, ed anche gli entusiasmi e gli eroismi degli esseri primitivi. “Le folle si possono accendere d'entusiasmo per la gloria e l'onore, si possono trascinare in guerra senza pane e senz'armi". L'Individuo in folla acquista un sentimento di potenza per il solo fatto del numero di presenti, quindi può facilmente cedere a istinti e compiere azioni che da solo non avrebbe mai compiuto. Inoltre essendo la folla anonima scompare anche il senso di responsabilità, e ogni atto diventa facilmente contagioso, tanto che l'individuo sacrifica il proprio interesse per quello comune. Le azioni delle folle sono un qualcosa di istintivo, perché esse sono completamente dominate dall'aspetto inconscio degli individui. L'assenza dell'aspetto cosciente priva le folle di capacità critica, spingendole ad accettare giudizi imposti e mai contestati, e a farsi suggestionare dalle cose più inverosimili. All'interno di un gruppo, poi, la volontà personale si annulla, e così le persone tendono a ricercare d'istinto l'autorità di un capo, di un trascinatore. La maggior parte degli individui è incapace di auto-governarsi, quindi è da qui che nasce il culto del capo che fa loro da guida. La folla antepone l'istintività al giudizio, all'educazione e alla timidezza, pertanto il "capopopolo" deve presentarsi ad essa con un linguaggio adeguato alla recettività del destinatario. Pertanto è fondamentale che segua alcuni principi comunicativi. La semplicità del lessico e della sintassi poiché la folla si presenta per istinto, restia a parole difficili, ai meandri del ragionamento, rifiutando l'esercizio attivo del pensiero; l'affermazione, che senza alcun dubbio è un mezzo sicuro per far penetrare un'idea nelle folle, deve essere laconica, concisa, categorica, pregnante di significato, sprovvista di prove e di dimostrazioni, tanto maggiore è la sua autorevolezza; la ripetizione, per penetrare nelle zone più profonde dell'inconscio diventando così una verità inviolabile; le immagini, il potere di una parola non dipende dal suo significato, ma dall'immagine che essa suscita; il contagio, "quando un'affermazione è stata ripetuta a sufficienza, e sempre allo stesso modo, si forma ciò che viene chiamata una corrente di opinione e interviene il potente meccanismo del contagio. Le idee, i sentimenti, le emozioni, le credenze, possiedono tra le folle un potere contagioso intenso e ciò fa sì che tali opinioni si radichino maggiormente (teoria della dissonanza cognitiva)" . Infine non bisogna tralasciare l'azione esercitata dal prestigio di un capo. Il prestigio è una sorta di fascino che un individuo o una dottrina esercitano sull'uomo, paralizzandone ogni sua capacità critica. Il prestigio può suscitare sentimenti dì ammirazione o di timore, e tende ad essere imitato inconsciamente, determinando una completa sottomissione e accettazione del capo. " Sulla base di questi precetti si venne quindi formando un vero e proprio "linguaggio" che Mussolini utilizzò nei suoi discorsi propagandistici. |
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Penso, dunque non sono. L'individuo manipolato
Un saggio di Remo Bodei dedicato alla "colonizzazione delle coscienze": filosofia, ideologia, strapotere della tecnica Dal "cogito" di Cartesio alla psicologia di Le Bon, così cambia il concetto di identità L'identità personale nasce nel 1694. Detto così fa effetto, e soprattutto pare assurdo. L'io c'è sempre stato, da che mondo è mondo. Anzi, da quando l'uomo e la donna sono nel mondo. Ma se il termine, personal identity , viene effettivamente coniato in quell'anno dal filosofo inglese John Locke, più o meno comincia in quell'epoca pure la costruzione dell'io, vale a dire la ricerca e la definizione di che cosa sostanzia un'individualità, su che cosa si fonda e che cosa la tiene insieme nel tempo, attraverso le esperienze anche le più lontane o superate in cui al momento non ci riconosciamo più. Remo Bodei, nel dedicare al tema un ponderoso, nonché trascinante, volume ( Destini personali), definisce quell'opera "una delle più colossali imprese della modernità". Impresa, va detto subito, col cantiere ancora aperto, forse mai più chiudibile, se per l'oggi si parla di un "io modulare", dunque continuamente ricomponibile in tutto o in parte, e se all'orizzonte si profila non solo l'ipotesi di un "meticciato" delle identità per le forti e promiscue migrazioni in atto, ma addirittura l'inedita ombra del posthuman : l'unione di organico e inorganico, corpo e macchina che per via di protesi, trapianti, interventi biotecnologici non potrà non incidere sull'idea e la percezione di "io". Addirittura su che che cosa è (sarà) un uomo. Non è stato sempre così. La modernità si impianta (e parliamo dell'Occidente) quando il mondo perde il suo "incantamento", il pensiero e la scienza lo slegano dalla trascendenza e crollano i pilastri - dalla terra al cielo e da qui all'eternità - dell'anima immortale, per ciascuno unica e incorruttibile nel tempo, e della Provvidenza, vale a dire la garanzia della supervisione di Dio sui destini personali e sulla storia. Non ci sono più perni assoluti, non c'è più certezza metafisico-teologica a far da cornice e sostanza al singolo e all'agire collettivo. Parte allora la ricerca filosofica di cosa sia la personal identity e se ancora Cartesio (1596-1650) la fonda in verticale col cogito ergo sum , penso dunque sono, Locke (1632-1704) inaugura una fondazione "orizzontale": è il filo della memoria e il prefigurarsi e preoccuparsi del futuro che tengono unita la coscienza. Per Bodei, Locke è il capostipite di un filone filosofico che arriva ai nostri giorni e che ha come contraltare la corrente di pensiero innestata da Schopenhauer (1788-1860). Per il filosofo tedesco la vera essenza di ciascun uomo è una oscura e universale volontà di cui l'intelletto, mero "parassita" del corpo, può prendere coscienza ma non governare. Inizia da qui un discredito dell'individualità le cui tappe successive Remo Bodei indica in Le Bon, Pirandello (il titolo più sintomatico: Uno, nessuno, centomila ) Gentile e i totalitarismi del Novecento. Questi ultimi interessano soprattutto al filosofo dell'Università di Pisa: allora per la prima volta le coscienze vengono infiltrate e "colonizzate" con un preciso disegno scientifico-politico cui la filosofia - o certe filosofie - ha preparato il terreno teorico e gli attrezzi. Il vero oggetto dello studio (sottotitolo: L'età della colonizzazione delle coscienze ) è come la politica sia arrivata a invadere i singoli dal di dentro, a penetrarne e plasmarne la psiche. Come dal tradizionale "demagogo", il conduttore di popoli, di persone, si sia giunti allo "psicagogo", il conduttore di "anime". Lo snodo fondamentale in questa traettoria è costituito da Gustave Le Bon e dal suo La psicologia delle folle del 1895. Di suo le Bon sarebbe favorevole al sistema della rappresentanza politica, ma sono anni, quelli di fine '800 e primo '900, in cui non solo lui parla di décadence dei popoli latini. Sono anni in cui è nata, ed è in voga, la citologia, la teoria cellulare, per cui l'organismo si basa su un agglomerato di cellule, ciascuna di per sé insignificante. E' l'epoca in cui le masse si affacciano alla scena politica, ma sono per Le Bon masse ineducabili e irredimibili, una minaccia per la civiltà: o le si tengono fuori dalla politica, ma il socialismo preme per organizzarle, o vanno messe sotto tutela da un'élite oppure da un meneur des foules , alla lettera: trascinatore di folle. L'arma? Le Bon aveva visto da bambino, al paese, un mago sfidare e vincere, nell'approvazione della pubblica piazza, il farmacista: magia contro scienza. Un altro esempio un po' più illustre: il seguito ancora vivo dopo duemila anni di un "falegname ignorante della Galilea". "Nella storia l'apparenza ha sempre avuto un ruolo più importante della realtà", scrive. E poichè il popolo rozzo ragiona solo per immagini, queste immagini vanno create dal meneur come fa l'attore, e poichè siamo nell'età dei giornali, dice, (e tra pochissimo del cinema e della radio) l'ampia visibilità e udibilità può far più di mille ragioni. Sul versante di chi sta dalla parte del popolo e dei lavoratori, Georges Sorel svolge un pensiero in qualche modo analogo: no alla rappresentanza, azione diretta e spontanea delle masse. "Tanto in Le Bon che in Sorel", scrive Bodei, "si spezza ogni forma di comunicazione razionale tra la base e il vertice: non resta che il linguaggio mitico e la mobilitazione emotiva". Il terreno è pronto per la nascita dei Duce, dei Führer, dei Caudillo, dei Conducator, tutte traduzioni di meneur . Ma se Mussolini dirà di aver letto un'infinità di volte La psicologia delle folle , anche Theodore Roosevelt fu un ammiratore di Le Bon di cui condusse tutt'altra lettura. Il pensatore francese da parte sua ammirava i paesi anglosassoni dove non vedeva decadenza e dove in effetti la traiettoria che parte da Locke, imperniata sulla ricerca di fondatezza e rafforzamento dell'individualità, ebbe maggior corso. Anche se in questo filone, Bodei non pone solo John Stuart Mill, ma pure Nietzsche col suo "uomo superiore" che può in certo modo autofondarsi, e Proust con la fede nella memoria che ricollega i tanti "io di ricambio" di cui siamo fatti nel tempo. Per altri versi, però, Nietszche entra nel trio dei "maestri del sospetto" per aver scavato, con Marx e Freud , un drammatico "vuoto teorico ed etico" di cui hanno approfittato i manipolatori di coscienze. Bodei in verità accusa soprattuto i semplificatori del loro pensiero, che "esaperando la giusta polemica anti-idealista contro il primato della coscienza, hanno favorito l'idea che contassero solo quelle forze che agiscono alle spalle degli uomini: le potenze economiche, la "grande ragione" del corpo che determina l'io, l'Inconscio". Studiando soprattutto Mussolini tra i dittatori, Remo Bodei analizza con quali strategie volute si sia aperta quell'inedita fase della politica in cui la "sovranità è in grado di estendersi al mondo interiore". Miti, illusioni, fedi vengono consapevolmente creati e diffusi. E intanto, con la radio il politico invade per la prima volta lo spazio privato delle case. E con la televisione? Bodei si arresta alle soglie dell'oggi, e dispiace. Piacerebbe che la sua analisi complessa e sottile fornisse chiavi interpretative anche per il nostro tempo dove i "manipolatori" delle coscienze, i grandi comunicatori, s ono così tanti e così attrezzati in amplificazione e suggestione; dove, come egli stesso scrive, è pervasivo il marketing delle "identità prefabbricate". Solo in una nota, lo studioso si esprime: "a me pare che la volontà di far credere stia tornando, sia a livello politico che religioso". Nel testo, per noi uomini del momento, lancia un avvertimento e un invito. Non si creda che le date del 1945, 1989 e 1991 (crollo del fascimo e nazismo, del Muro di Berlino, del Blocco socialista) abbiano spalancato le porte di una libertà assoluta. Le "colonizzazioni" delle coscienze e gli "stampi" lasciati nella società e nella cultura non si eliminano neppure nel tempo di una generazione. L'invito è ai singoli: "Ciascuno dovrà "decolonizzare" e far fruttare quel terreno di libertà che è rimasto abbandonato e incolto per effetto della pretesa dei "maestri del sospetto" di esautorare la coscienza singola della sua autonomia e responsabilità". |
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"Siamo partiti dal dato di fatto fondamentale che, all'interno di una massa e per influsso di questa, il singolo subisce una profonda modificazione della propria attività psichica. La sua affettività viene straordinariamente esaltata, la sua capacità intellettuale si riduce considerevolmente ed entrambi i processi tendono manifestamente a uguagliarlo agli altri individui della massa." (Freud)
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![]() Oggetto della ricerca di Freud in questo libro è il fondamento dei comportamenti umani collettivi indotti dalla coesione sociale, e cioè dal costituirsi di raggruppamenti più o meno organizzati in vista di un fine determinato. Egli si propone di scoprire le motivazioni profonde che inducono gli individui a comportarsi nella "massa" in modo diverso da come si comporterebbero isolatamente. Il presupposto da cui procede la disamina consiste nella stretta correlazione esistente tra psicologia sociale e individuale. Infatti, la psicologia individuale verte sull'uomo in quanto singolo e mira a scoprire in quale modo questo cerchi di conseguire il soddisfacimento dei propri moti pulsionali, ma solo raramente riesce a prescindere dalle relazioni di tale singolo con altri individui. Nella vita psichica del singolo l'altro è regolarmente presente. All'interno di una massa e per influsso di questa, il singolo subisce una profonda modificazione della propria attività psichica. La sua capacità intellettuale si riduce in maniera considerevole e questo tende ad uguagliarlo agli altri individui della massa. Cercando di dare una spiegazione ad influssi privi di fondamento logico sufficiente, Freud introduce il concetto di libido. Libido è un termine desunto dalla teoria dell'affettività. Egli definisce così "l'energia delle pulsioni attinenti a tutto ciò che può venir compendiato come amore". I legami emotivi costituiscono dunque, a suo parere, l'essenza della psiche collettiva."…la massa viene evidentemente tenuta insieme da qualche potenza. A quale potenza potremmo attribuire meglio questo risultato se non a Eros, che tiene unite le cose nel mondo?". Nella riflessione freudiana assume particolare spicco il bisogno di essere in armonia con gli altri. All'interno di questo scritto è possibile trovare l'analisi di due fondamentali tipi di masse: la chiesa e l'esercito. Esistono diverse forme di massa: masse transitorie e durevoli, omogenee e non omogenee, naturali e artificiali. Le due formazioni prese in considerazione da Freud sono masse artificiali, altamente organizzate e durevoli. Interessante e utile ai fini della riflessione è notare che nella comunità dei credenti, come nell'esercito, vige la medesima illusione, in base alla quale esiste un capo supremo che ama di amore uguale tutti i singoli membri della massa. Tutto risulta subordinato a tale illusione; se venisse lasciata cadere, chiesa ed esercito non tarderebbero a disgregarsi. In entrambe le realtà non è dunque difficile riscontrare ciò che Freud definisce "struttura libidica", dove libido non può chiaramente che significare innamoramento privo di impulsi sessuali diretti. L'amore nei confronti degli altri, inoltre, induce il singolo a limitare l'amore verso se stesso, cosicché risulta ancora una volta facile individuare l'origine del fenomeno-massa. Diretta emanazione della libido è l'istinto gregario, in base al quale tutti gli esseri viventi della stessa specie sono indotti a riunirsi in unità via via più ampie. "Quando è solo", infatti, "il singolo si sente incompiuto". Il fatto stesso che ogni uomo sia un elemento costitutivo di molte masse- quella della sua razza, del suo ceto, della sua comunità religiosa, della sua nazionalità, ecc.- è il motivo principale della sua perdita d'autonomia e originalità. |
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Gustav Le Bon, un autore oggi quasi dimenticato, vero pioniere della psicologia delle masse, osservò che gli esseri umani, posti in una condizione di gruppo, di folla, perdono ogni capacità raziocinante e diventano partecipi di un’anima collettiva che li rende incapaci di pensare e di agire, come farebbero se posti in una condizione di singoli individui. Gustav Le Bon aveva osservato che l’uomo, posto in una condizione di forte integrazione, vede attenuare il vigore della sua autonoma capacità di pensare ed è, poco a poco, posseduto dall’istinto, dai contenuti inconsci, dalle passioni.
Una folla di tifosi, come possiamo noi stessi osservare, si mostra compatta e ben poco propensa a riflettere. Ogni individuo è influenzato dagli altri. Fisicamente la massa offre pochi spazi di movimento in senso fisico ma soprattutto poco campo per sviluppare pensieri autonomi. In alcuni casi è la massa stessa che inibisce, allontana o distrugge l’emergere delle individualità. |
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