Torna indietro   Forum di Finanzaonline.com > Discussioni libere > L'Amaca

Vai al forum
Rispondi
 
Strumenti discussione Valuta discussione Modalità visualizzazione
Vecchio 22-05-04, 11:26   #1 (permalink)
Member
 
L'avatar di watson
 
Data registrazione: Apr 2000
Messaggi: 20,160
Popolarità: 8891819
watson ha disabilitato la reputazione
Plof blog

Jacopo de’ Benedetti nacque a Todi tra il 1230 e il 1236 circa. Studiò diritto a Bologna, e si avviò alla carriera notarile. Secondo la leggenda nel 1268, durante una festa, gli morì la moglie nel crollo di un pavimento. In quella tragica occasione scoprì, sotto le eleganti vesti di lei, un cilizio, uno strumento di penitenza. Sconvolto per la tragedia e per la rivelazione inaspettata, si narra che ebbe una profonda conversione. Decise di abbandonare tutto, carriera, agi, amici, parenti e per dieci anni fece pubblica penitenza. Animato da un vero e proprio furore ascetico, compì penitenze al limite della follia, della follia mistica : una volta si presentò a una festa camminando carponi carico di un basto d’asino ; un’altra volta partecipò alle nozze del fratello dopo essersi denudato, spalmato di grasso, e rivoltato fra piume di vari colori. Nel 1278 entrò nell’Ordine francescano come frate laico. L’Ordine era allora sconvolto dal contrasto fra Conventuali, propensi a mitigare la regola di San Francesco e appoggiati da papa Bonifacio VIII, e gli Spirituali che volevano conservarne il rigore.[1]Fra’ Jacopo si schierò con questi ultimi, e con i cardinali Jacopo e Pietro Colonna sottoscrisse un manifesto nel quale si negava la validità dell’elezione di Bonifacio.Ne seguì la scomunica e la carcerazione. Fu liberato da papa Benedetto XI ( 1303 ),e si ritirò nel convento di San Lorenzo di Collazzone ( tra Perugia e Todi ), dove morì nel 1306.[2]
watson non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 22-05-04, 11:34   #2 (permalink)
Member
 
L'avatar di watson
 
Data registrazione: Apr 2000
Messaggi: 20,160
Popolarità: 8891819
watson ha disabilitato la reputazione
watson non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 22-05-04, 11:37   #3 (permalink)
Member
 
L'avatar di watson
 
Data registrazione: Apr 2000
Messaggi: 20,160
Popolarità: 8891819
watson ha disabilitato la reputazione
Jacopo de’ Benedetti, meglio noto come Jacopone da Todi, nasceva a Todi probabilmente nel 1236, da una nobile famiglia che risiedeva nel rione colle, vicino all’arco di Porta Libera.
La sua vita, ricostruibile soprattutto attraverso la sua stessa opera, appare segnata da una violenta e radicale contrapposizione ruotante attraverso la conversione, avvenuta all’incirca all’età di 32 anni. Fino ad allora Jacopone era vissuto esercitando la professione di procuratore legale e rimanendo strettamente legato a un modello di vita mondana che con la conversione respinse definitivamente. Aveva sposato una fanciulla aristocratica, Vanna, della famiglia dei Conti di Coldimezzo, la cui improvvisa e tragica morte, nel 1268, lo avrebbe spinto alla conversione. A questo punto inizia il rifiuto di Jacopone di tutti i valori mondani, compresa la cultura: allo scopo di svergognare se stesso e deridere ogni bene terreno e vanagloria umana, fece di tutto per apparire spregevole. Secondo un’antica leggenda, sembra che egli si aggirasse per le strade come un pazzo, ricoperto di stracci e penne di volatili, e dimorasse nei sepolcri. Il suo stile di vita ci rivela, al di là dell’inverosimiglianza della leggenda, il bisogno di Jacopone di amare la sofferenza digiunando, vegliando, godendo degli insulti e della solitudine. In seguito a dieci anni di vagabondaggi, egli infine riuscì a farsi accogliere nell’ordine francescano come frate laico, avvicinandosi al gruppo più radicale e intransigente della fazione degli spirituali. Dopo aver invitato Celestino V, durante i suoi soli cinque mesi di pontificato (1294), ad affrontare coraggiosamente la riforma della Chiesa, si trovò, in seguito all’abdicazione di questi, schierato contro il suo successore Bonifacio VIII (legato a Todi per avervi trascorso insieme allo zio Pietro vescovo parte della giovinezza), che rappresenta le istanze più conservatrice e compromesse del potere ecclesiastico. Si unì ai cardinali Colonna e firmò il “manifesto di Longhezza” che dichiarava nulla l’elezione di Bonifacio. A questo punto fu travolto dalla veemenza delle reazione del papa, che, oltre a scomunicarlo, ordinò anche il suo arresto. Dal carcere, Jacopone inviò a Bonifacio epistole dal contenuto fiero ed aspro, in cui gli prediceva la dannazione eterna ma allo stesso tempo lo supplicava di liberarlo dalla scomunica. Solo nel 1303 riottenne la libertà e la revoca della scomunica per merito del successore di Bonifacio, Benedetto XI. Infine la notte di Natale del 1306, all’età di 70 anni, morì a Collazzone, nei dintorni di Todi.
Nel XVI secolo il vescovo Angelo Cesi stabilì le sacre reliquie di Jacopone nel Tempio di San Fortunato, dove tuttora si trovano, mentre ai piedi della scalinata del Tempio si trova il monumento bronzeo dedicatogli dallo scultore Gemignani nel 1930.
watson non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 22-05-04, 12:01   #4 (permalink)
Member
 
L'avatar di watson
 
Data registrazione: Apr 2000
Messaggi: 20,160
Popolarità: 8891819
watson ha disabilitato la reputazione
Jacopone da Todi si inserisce nel solco della tradizione francescana, tuttavia non vive più un rapporto fiducioso e ottimistico con la natura bensì una lotta tragica e sfiduciata, in cui l’uomo è del tutto immerso nella materia della società e della storia.
Tra le opere latine di Jacopone, spicca la celebre “Stabat mater”, che testimonia la sua ricca cultura, ma centrali nella sua produzione sono senz’altro le laudi, in cui domina un senso di irrequietezza nei confronti della condizione umana e si stabilisce una sorta di abisso tra l’uomo e Dio. Jacopone aggredisce la colpevole superbia umana nelle pretese intellettuali (infatti per le sue poesie ha scelto il dialetto umbro popolare) o nel corpo: per esempio nella lauda “O Signor, per cortesia”, invoca malattie e sofferenze ma nessun dolore è sufficiente per espiare il peso della colpa della crocifissione di Cristo.
Uno dei testi più celebri del poeta tuderte è “Donna de Paradiso…”, l’iniziatrice della lauda drammatica, in cui attraverso un intreccio di voci, Jacopone sa trovare accenti teneri e dolenti che esprimono l’incontro, nella Passione di Cristo, tra condizione umana e grandezza divina.
watson non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 22-05-04, 12:16   #5 (permalink)
Member
 
L'avatar di watson
 
Data registrazione: Apr 2000
Messaggi: 20,160
Popolarità: 8891819
watson ha disabilitato la reputazione
L’ideologia monastica è responsabile della concezione pessimistica della natura umana e del secolare disprezzo del corpo che caratterizza la cultura religiosa. Il corpo, la donna, il sesso sono condannati come ostacoli alla salvezza dell’anima.

Fino all’XI secolo domina una visione drammatica del rapporto tra vita terrena e vita ultraterrena, che si esprime in letteratura e nelle arti figurative nella forma del contrasto: tra anima e corpo, tra angelo e diavolo.

Proprio questa separazione dell’uomo tra poli opposti rende possibile, nella cultura folkloristica e giullaresca delle feste popolari, un capovolgimento totale di valori: il basso, il corpo prende il posto dell’alto ed è celebrato nella sua pura e talora oscena materialità.

Solo nell’XI e XII secolo, con il declinare dell’influenza monastica, questo dualismo si attenua. Il corpo diventa ambivalente, può essere strumento di peccato o di salvezza. Non va più represso o negato, ma va educato.





La rivalutazione francescana del corpo

Il processo di riabilitazione della natura e della vita terrena trova, in ambito religioso, la massima espressione in Francesco d’Assisi.

Il Cantico di frate sole riconcilia lo spirito con la materia, celebrando la bellezza fisica delle creature in quanto esse portano "significazione" di Dio.

L’armonia tra Dio e natura, tra anima e corpo, si esprime nel valore esemplare attribuito da Francesco al tema dell’incarnazione e della vita terrena di Cristo che inaugura con Giotto la nuova iconografia religiosa dell’arte gotica.

Non scompare tuttavia la tradizione ascetica del contemptus mundi (disprezzo del mondo) che, in piena epoca comunale, viene ripresa ed esasperata da Jacopone da Todi. L’immagine del corpo vilipeso, aggredito annientato, che domina la poesia di Jacopone, manifesta un rifiuto radicale della dimensione terrena dell’uomo. Sullo sfondo si intravede l’esperienza della società mercantile del Comune che, rimossa da Francesco è invece violentemente respinta da Jacopone.





La visione ascetica di Jacopone da Todi

Come ha osservato Getto, l’aspetto che immediatamente colpisce nel Laudario di Jacopone è l’ossessiva presenza del corpo, a cui il poeta guarda con odio e paura, come ad un nemico insidioso, da cui proviene il male e il peccato. La visione di Jacopone è infatti ispirata ad un crudo pessimismo: egli insiste sull’infelicità della condizione umana con un gusto d’immagini cupe e forti. Nel campo della realtà egli sceglie sistematicamente gli aspetti negativi, rifiutando quelli positivi: le sofferenze fisiche, i vizi, i peccati, la morte. Nella sua indagine arretra dinanzi agli aspetti più crudi, con spietata determinazione.

Il gusto di Jacopone si rivela così in antitesi rispetto a quello della contemporanea poesia cortese. Oltre alla realtà fisica, Jacopone rifiuta radicalmente la vita sociale, che gli appare dominata dall’egoismo, dall’interesse, dall’ambizione, dalla sensualità peccaminosa. Egli si compiace di ciò che il mondo respinge, la povertà, la malattia, la follia, la sofferenza.


O signor per cortesia

Manname la malsania.

A me la freve quartana,

la contina e la terzana, la doppia cotidian

co la granne etropesia.
watson non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 22-05-04, 12:22   #6 (permalink)
Member
 
L'avatar di watson
 
Data registrazione: Apr 2000
Messaggi: 20,160
Popolarità: 8891819
watson ha disabilitato la reputazione


Gian Carlo Castelli
L'arte concettuale fa schifo
(forse l'unica opera d'arte concettuale
che puo' piacere anche a chi odia l'arte concettuale), 2000
tecnica mista su masonite
cm 70 x 50
watson non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 22-05-04, 12:28   #7 (permalink)
Member
 
L'avatar di watson
 
Data registrazione: Apr 2000
Messaggi: 20,160
Popolarità: 8891819
watson ha disabilitato la reputazione
Gian Carlo Castelli
Ritratto di giovane donna di Lego (1999)
tempera e spray su masonite
cm 50 x 70
Immagini allegate
 
watson non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 22-05-04, 12:45   #8 (permalink)
Member
 
L'avatar di watson
 
Data registrazione: Apr 2000
Messaggi: 20,160
Popolarità: 8891819
watson ha disabilitato la reputazione
Antonella Amendola per “Oggi”

Saccheggiato. Stracitato. Anche a sproposito. Strapazzato dai presentatori televisivi che vogliono darsi un tono. Addirittura precettato dall'arguto Costanzo, nel cui salotto mediatico fa la parte del convitato di pietra. A 30 anni dalla morte lo scrittore Ennio Flaiano è più che vivo, ubiquo e instancabile presenzialista. «Ma pochi lo conoscono veramente», protesta il giornalista e scrittore Giovanni Russo, che gli fu amico e che ha appena dato alle stampe “Oh, Flaiano” (Avagliano editore). «La flaianite di maniera, epidermico collage delle battute più fortunate, fa velo al grande autore satirico, al finissimo moralista».

S'incontrarono nella redazione del Mondo, in via Campo Marzio a Roma, nel 1949. Flaiano sedeva su uno sgabello girevole, davanti a un cavalletto dove stava disegnando il menabò del settimanale diretto da Mario Pannunzio (sapeva dipingere e da ragazzo voleva laurearsi in architettura). «La prima cosa che devi fare è toglierti questi occhialetti d'oro perché sembri un democristiano», disse Flaiano al giovane Russo, arrivato fresco fresco da Potenza nel cenacolo dei laici. «Mi adeguai», ricorda Giovanni. «Lui era il redattore capo, esigentissimo. Come del resto Pannunzio. Ci dicevano che dovevamo scrivere come Flaubert, raccontare la realtà con uno stile curato, letterario. Senza però tradire il nostro ruolo di testimoni eticamente obiettivi. Quando gli portai l'articolo sull'Anno Santo mi disse una cosa terribile: "Esiste un crinale stretto tra Il Mondo e Il Momento sera. Tu l'hai superato"». Il neofita si piegò, masticando amaro, alla riscrittura. Del resto, aveva già scoperto l'assioma fondamentale del suo redattore capo: «Gli articoli migliorano con i tagli, se a tagliare sono io».





Nelle vesti di severo maestro di giornalismo, obbligato a un orario redazionale, Flaiano, non si sa come, miracolosamente, riuscì a resistere circa 3 anni. «Mi spezzo ma non m'impiego» era infatti il motto di questo talento individualista, malinconico e pigro che Leo Longanesi aveva spinto a scrivere un romanzo, Tempo di uccidere, dedicato alla guerra d'Etiopia, vincitore nel '47 del primo premio Strega. Fu il solo scritto dal passo lungo di un autore che ha dato il meglio di sé nello sprint dell'aforisma, del racconto breve, del serrato dialogo teatrale. «Quando Longanesi chiese ad Ennio di ripetere il successo iniziale con altri due titoli egli inizialmente non seppe dire di no», è la testimonianza della moglie Rosetta, ancora oggi, a 90 anni, custode attenta e lucida di tante memorie.

«Aveva troppa stima di Longanesi per respingere le sue avances. Ma poi si tirò indietro, scappò». Lo spaventava l'idea di dover lavorare tanto, lo respingeva quel sospetto di narcisistica autosufficienza intellettuale che c'è sempre in un romanzo. Nutrito dal dubbio, frenato dall' autocritica, non sapeva come sottrarsi alle pressioni di Longanesi, che gli scriveva lettere, lo minacciava, veniva a braccarlo a Roma. Flaiano arrivò a pregare un comune amico di recarsi a Milano, nell'ufficio del potente giornalista editore, e di buttar là una frase con noncuranza: «Lo sai chi è morto? Flaiano. Poveraccio, un colpo improvviso...»

Era nato a Pescara, nel 1910, figlio tardivo di una coppia ormai logorata dai dissapori, aveva sperimentato la solitudine dell'educazione in collegio, il palliativo protettivo di una quasi famiglia adottiva assai modesta. La vita gli fu matrigna, perché, nonostante il saldo rapporto con Rosetta Rota, brillante studiosa di matematica, soffrì indicibilmente per l'handicap mentale dell'unica figlia Luisa, minata dall'encefalite. «Flaiano», notò Manganelli, «da bravo miniaturista è attento a quel dolore portatile che può accompagnare una vita, che non è incompatibile col riso, con la noia, con la morte». A Roma, nella vetrina insidiosa e fascinosa di quegli anni ruggenti, che seppe raccontare come insostituibile sceneggiatore della Dolce vita, il capolavoro felliniano, offre il meglio del suo acume di scrittore di costume e del suo graffio satirico. Alla capitale lo lega un rapporto di odio amore, come fu per Orazio, per Giovenale, per Marziale; tra il Pincio, Piazza del Popolo e i caffé di via Veneto ambienta la sua pièce teatrale più celebre, “Un marziano a Roma”, storia di un alieno, dapprima venerato come un messia e poi finito a vivere di espedienti nel sottobosco. «Il più interessante insuccesso degli anni Sessanta», pontificò, caustico, l'autore, dopo che la prima al Lirico di Milano, con Gassman ossigenato dal parrucchiere della Callas, si risolse in un fiasco.

«La sua Roma», annuncia l'autrice teatrale Gianna Volpi, «torna a celebrarlo con uno spettacolo di cui ogni battuta è tratta dai suoi testi. Lo rivedremo seduto al caffé, ironico e un po' nostalgico, sferzare la spocchia di certi intellettuali modaioli, scherzare sulla toponomastica, tener botta al giovanilismo aggressivo, rispondere a un'intervista per le rime, alzare il vessillo dell'ecologia e della poesia per la luna inquinata dalle missioni spaziali». Forse col tempo, conoscendoci peggio... (dal 16 gennaio al Teatro Flaiano, telefono 06-6796496), per la regia di Rossana Patrizia Siclari, è una sorta di carosello comico amaro tratto da quella miniera inesauribile che sono gli scritti postumi, in particolare Il cavastivale, La valigia delle Indie, Diario degli errori, La solitudine del satiro,

L'occhiale indiscreto, testi che sembrano un'unica sorprendente performance, l'approdo di un teatro puramente mentale.
Flaiano, il «cinghialotto», come lo chiamava Fellini. Tanti capelli neri e un mezzo sigaro toscano fra le labbra. Seduto al Caffé Greco, o da Doney, o alla Fiaschetteria Beltramme, in via della Croce, a tirar tardi con gli amici intellettuali, pittori, poeti, giornalisti come Vincenzo Cardarelli, Mino Maccari, Ercole Patti, Sandro De Feo, Vitaliano Brancati, Carlo Mazzarella, Vincenzo Talarico, Amerigo Bartoli, Marino Mazzacurati.
«Un pugno d'uomini indecisi a tutto», registrava il pittore Maccari, anche illustratore del Mondo. Fu lui l'amico più caro di Ennio, insieme combinavano scherzi feroci. Una volta scrissero una lettera anonima a un conoscente che aveva una moglie bruttissima: «In guardia. Vostra moglie non vi tradisce. Un amico fidato».
Per ognuno degli amici che condividevano l'osservatorio romano Flajano usava un soprannome. Vincenzo Cardarelli era il più grande poeta morente, perché portava sempre il cappotto anche d'inverno, Maccari il supercortomaggiore, per l'esigua altezza, Moravia l'amaro Gambarotta, per la zoppia, Alberto Savinio il brutto addormentato nel basco, per il berretto, Guttuso il Pi***** delle contesse, perché s'ispirava a Picasso e amoreggiava con nobildonne.

«Aveva chiamato l'onorevole Lupis, che ogni tanto si affacciava alla redazione del Mondo, l'abominevole uomo delle nevi, perchè era veramente orrendo», ricorda Giovanni Russo. «Non amava frequentare i politici, neanche quelli più vicini al giornale, come La Malfa. Era un vero liberal, antifascista e anticomunista. Una volta che il gruppo del giornale fu invitato a pranzo al Quirinale dal presidente Einaudi accadde un curioso episodio. Un maggiordomo bolso e grosso, che sembrava Hitchcock, servì un vassoio di enormi pere. Il presidente chiese ai coomensali se qualcuno volesse dividere un frutto con lui. Flaiano accettò e, finito il settenato di Einaudi, scrisse che era ormai cominciata la repubblica delle pere indivise».





A Russo, diventato prestigioso inviato del Corriere della Sera Flaiano dedicò uno spassoso epigramma:


Alle cinque della sera
sulla piazza di Matera
da una milleccento lusso
scende Giovannino Russo
redattore viaggiante del Corriere della Sera
Coro di contadini:
«Che successo! Che carriera!».



La poesiola fece il giro del mondo, si fa per dire, tanto che Russo per un intervista allo Scià di Persia fu accolto a Teheran con le parole: alle cinque della sera...
Come ha fatto il giro del mondo colto la storia del litigio di Fellini e Flaiano su cui ancora intervengono a vario titolo, per puntualizzare, intellettuali di ogni calibro (ultimo in ordine di tempo, favorevole a Fellini, Tullio Kezich).





Flaiano, che aveva sceneggiato per il maestro riminese Lo sceicco bianco, Le notti di Cabiria, I vitelloni, La strada, La dolce vita, Otto e mezzo, si sentiva ridotto a semplice portatore d'acqua del genio accentratore, poco rispettato, persino derubato.
«Mi ha trattato come fossi una bottiglia di Coca Cola, lui tira dalla cannuccia e aspira» scrisse Flaiano, amareggiato.
Dopo il viaggio in America per l'Oscar a "Otto e mezzo" ruppero perché lo scrittore viaggiò in classe turistica e il regista in business. Flaiano se ne adombrò e a nulla valsero le scuse di Fellini che attribuì al produttore la gaffe.
«Flaiano era un uomo che capiva tutto e non approvava niente» sentenziò Cesare Zavattini. Era un solitario, melanconico e ombroso, un abbruzzese con un grande senso del decoro, un intellettuale veramente libero. All'ultimo intervistatore che venne a trovarlo, quando era già infartuato, e che celiava: « Maestro, che sta scrivendo ?», rispose: «Sto rivedendo la mia lapide».



Sosteneva Hofmannsthal che la profondità va accuratamente nascosta alla superficie. Flaiano, facendo suo il suggerimento, cela nel brillio estemporaneo, epidermico delle fuggevoli battute un tesoro di pensiero critico. «Ci resta il dubbio», annotò, già malato, in uno dei suoi tanti foglietti volanti, «di essere soltanto una muffa spontanea del pianeta terra».


FLAIANITE


Sono troppo serio per essere un dilettante, ma non abbastanza per essere un professionista.


L'insuccesso mi ha dato alla testa.


Non posso prendere impegni superiori alle mie debolezze.


È afflitto da un complesso di parità, non si sente inferiore a nessuno.


Alla morte ogni fesso ci arriva.


Si arriva a una certa età nella vita e ci si accorge che i momenti migliori li abbiamo avuti per sbaglio. Non erano diretti a noi.


La vecchiaia è una realtà che deve esserti comunicata, da solo non si riesce mai a intenderla.


Quando la vanità si placa, l'uomo è pronto per morire e comincia a pensarci.


La serietà è apprezzabile soltanto nei fanciulli. Negli uomini saggi è il riflesso della rinuncia.


Condannato alla pena di vivere. La grazia respinta.


Chi rinuncia al sogno si masturba con la realtà.


Conosci te stesso. Dopodiché non ti sarà più possibile vivere insieme con te stesso.


L'avarizia è la forma più sensuale di castità.


La prostituzione ci interessa perché è la nostra condizione. Il delitto perché è la nostra aspirazione.


Gli uomini cambiano. Da spietati diventano ragionevoli proprio quando la ragione li ha abbandonati.


Il prossimo è troppo occupato coi propri delitti per accorgersi dei nostri.


La vita di società ha questo di buffo, che ognuno crede di recitarvi la parte principale.


A 20 anni si tenta la poesia. A 50 si pensa che bisogna insistere.


Oggi anche gli ultimi ********* impiegano il tempo libero.


Uno scrittore professionista fa ribrezzo, perché tutto quello che mangia lo trasforma in carta.


Chi apre un periodo lo chiuda.


Leggere è niente, il difficile è dimenticare ciò che si è letto.


Il mio gatto fa quello che io vorrei fare con meno letteratura.


Il peggio che può capitare a un genio è di essere compreso.


Oggi il ******* è specializzato.


Chi mi ama mi preceda.


In amore gli scritti volano e le parole restano.


Non è il matrimonio la tomba dell'amore, ma è l'amore la tomba del matrimonio.


Gli uomini credono di sposare la propria fidanzata, poi si accorgono di aver sposato la moglie.


Chi non lascia la moglie oggigiorno? Soltanto quelli che ne hanno due.


Il traffico ha reso impossibile l'adulterio nelle ore di punta.


In amore bisogna essere senza scrupoli, non rispettare nessuno. All'occorrenza essere capaci di andare a letto con la propria moglie.


L'unico modo di trattare una donna alla pari è di desiderarla come uomo.


Se temete la solitudine non sposatevi.


Se non si è di sinistra a 20 anni e di destra a 50, non si è capito nulla della vita.


Io comunista? Non posso permettermelo. Non ho i mezzi.


Lei è comunista, io aristocratico, tutte e due odiamo il popolo: la differenza è che lei riesce a farlo lavorare.


L'italiano ha un solo vero nemico: l'arbitro delle partite di calcio, perché emette un giudizio.


L'italiano è mosso da un bisogno sfrenato d'ingiustizia.


In Italia non esiste la verità. La linea più breve tra due punti è l'arabesco. Viviamo in una rete di arabeschi.


Gli italiani corrono sempre in soccorso del vincitore.


Fra 30 anni l'Italia sarà non come l'avranno fatta i governi, ma come l'avrà fatta la televisione.


Può darsi che mi abbia creato Dio. Ma Dio ha creato anche il ministro Mattarella e il ministro Andreotti, e questo spegne un poco il mio entusiamo.


Se avessi ancora mezzora di vita, la impiegherei a credere almeno nell'immortalità dell'anima.


Dagospia.com 21 Gennaio 2002
watson non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 22-05-04, 13:57   #9 (permalink)
Member
 
L'avatar di watson
 
Data registrazione: Apr 2000
Messaggi: 20,160
Popolarità: 8891819
watson ha disabilitato la reputazione


Sono nato a Pescara in un 1910 così lontano e pulito che mi sembra di un altro mondo. Mio padre commerciante, io l’ultimo dei sette figli della sua seconda moglie, Francesca, una donna angelica che le vicende familiari mi fecero conoscere troppo poco e tardi. A cinque anni fui mandato nelle Marche, a Camerino, presso una famiglia amica, che si sarebbe presa cura di me. Vi restai due anni. A sette anni sapevo fare un telegramma. Ho fatto poi anni di pensionato e di collegio in altre città, Fermo, Chieti, Senigallia, persino Brescia, nel 1922. Il 27 ottobre dello stesso anno partivo per Roma, collegiale, in un treno pieno di fascisti che "facevano la Marcia". Io avevo dodici anni ed ero socialista. A Roma divenni un pessimo studente e arrivai a stento alla facoltà di architettura, senza terminarla, preso dal servizio militare e dalle guerre alle quali fui chiamato a partecipare, senza colpo ferire.

Tuttavia, Roma è la mia vera città. Talvolta posso odiarla, soprattutto da quando è diventata l’enorme garage del ceto più medio d’Italia. Ma Roma è inconoscibile, si rivela col tempo e non del tutto. Ha una estrema riserva di mistero e ancora qualche oasi. A Roma, da giovane, ho trascorso anni in giro, la notte, col poeta Cardarelli e Guglielmo Santangelo, due maestri di indignazione e di vita. A Roma ho conosciuto i primi scrittori, i primi artisti, i giovani che facevano la fame le donne che ci facevano compagnia.

Ho cominciato scrivere molto tardi, satire e note critiche, pensare alla narrativa. Nell’inverno del ‘46, trovandomi solo a Milano, ho scritto il mio primo e unico romanzo. Era la "mia Africa", adattata ai miei panni, un apologo: Tempo di uccidere.

Il libro vinse un premio, la critica lo accolse le, tiepidamente. Un critico scrisse che mi aspettava alla seconda prova. Sta ancora aspettando. Un altro che ero troppo "leggibile". La vecchia Italia dei capitoletti e della "pagina" mi respingeva. Nel ‘49 Pannunzio mi chiamò redattore al "Mondo", vi tenni una rubrica che poi raccolsi in volume, Diario notturno, assieme ad altri scritti. Il cinema mi offrì in quegli anni una vita economica meno aspra. Ho collaborato con Fellini ad otto dei suoi film, ho scritto altre storie, per altri registi. Infine, tutto tempo perso, idee e pagine buttate al vento. Nel ‘59 un altro volume di racconti, e poi una commedia, Un marziano a Roma, la sola cosa che mi piace e che andò male [...]
watson non  è collegato   Rispondi citando
Vecchio 25-05-04, 20:36   #10 (permalink)
Member
 
L'avatar di watson
 
Data registrazione: Apr 2000
Messaggi: 20,160
Popolarità: 8891819
watson ha disabilitato la reputazione





S.Y. AGNON
"Una storia comune"
Ed. Adelphi - € 15,50

"Guai a un mondo in cui le creature vanno dietro al proprio cuore" dice la madre di Hershl Hurvitz. E' bene allora che Hershl cancelli dalla sua mente la donna che ama, Blume, e accetti "ciò che è conveniente per lui". E cosa c'è di più conveniente per lui di uno 'shiddukh', un matrimonio combinato, con la figlia di un facoltoso amministratore? D'altra parte a Shibush, 'shtetl' dell'Europa orientale votato al commercio e al culto della prosperità economica, stupirebbe il contrario. Hershl piega il capo. Che altro potrebbe fare? "Un uomo non è padrone di se stesso". Ma una via di fuga c'è, c'è sempre: la follia. Ed è un nuovo Hershl quello che torna dalla clinica, abbronzato e in carne. Ora si dedica al negozio anima e corpo. E' socievole. La vita con la moglie sembra il giardino di Eden. Tutto a questo mondo cambia. Proprio un nuovo Hershl: finalmente guarito. 0 questa volta davvero folle? Non c'è niente di più comune di una storia d'amore infelice, e Agnon ha saputo raccontarla con il suo passo tranquillo - il passo dell'antico narratore intriso della tradizione ebraica, tramutandola in implacabile, beffarda requisitoria.
watson non  è collegato   Rispondi citando
Rispondi

Segnalibri
Annunci 4wnet

Strumenti discussione
Modalità visualizzazione Valuta questa discussione
Valuta questa discussione:

Regole messaggi
Tu non puoi inviare nuove discussioni
Tu non puoi replicare
Tu non puoi inviare allegati
Tu non puoi modificare i tuoi messaggi

Il codice BB è Attivato
Le faccine sono Attivato
Il codice [IMG] è Attivato
Il codice HTML è Disattivato
Trackbacks are Disattivato
Pingbacks are Disattivato
Refbacks are Disattivato

Vai al forum


Tutti gli orari sono GMT +2. Adesso sono le 17:42.

Powered by vBulletin® versione 3.8.7
Copyright ©2000 - 2012, Jelsoft Enterprises Ltd.
Search Engine Optimization by vBSEO 3.6.0

Chi siamo- Pubblicità- Contatti- Disclaimer- Mappa- Credits
© 2000-2012 Browneditore S.p.A. - Tutti i diritti riservati. Prima di utilizzare anche parzialmente i contenuti di questo sito, vogliate cortesemente consultare il disclaimer.