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Vecchio 10-05-04, 22:43   #1 (permalink)
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Una stanza tutta per sè

Immaginiamo, giacchè ci riesce così difficile conoscere la realtà, che cosa sarebbe successo se Shakespeare avesse avuto una sorella meravigliosamente dotata, chiamata Judith, diciamo. Molto probabilmente Shakespeare studiò - poiché sua madre era ricca - alla "grammar school"; gli avranno insegnato il latino - Ovidio, Virgilio e Orazio - e qualche elemento di grammatica e di logica. Era, come si sa, un ragazzo irrequieto, il quale cacciava di frodo i conigli, e forse anche i daini; e dovette anche, prima di quanto voluto, sposare una donna dei dintorni, che gli diede un figlio un po' più presto del solito. Questa avventura lo spinse a cercare fortuna a Londra. Si interessava, a quanto pare, di teatro; dicono che abbia cominciato facendo la guardia ai cavalli presso l'ingresso degli attori. Presto imparò a recitare, divenne un attore di successo, e si trovò al centro della società contemporanea; vedeva tutti, conosceva tutti, sfoggiava la sua arte sulla scena, il suo spirito per strada, e riuscì perfino ad essere ricevuto nel palazzo della regina. Intanto sua sorella, così dotata, supponiamo, rimaneva in casa. Ella non era meno avventurosa, immaginativa e desiderosa di conoscere il mondo di quanto non lo fosse suo fratello. Ma non aveva studiato. Non aveva potuto imparare la grammatica e la logica, e non diciamo leggere Orazio e Virgilio. A volte prendeva un libro, magari un libro di suo fratello, e leggeva qualche pagina. Ma poi arrivavano i suoi genitori e le dicevano di rammendare le calze o di fare attenzione all'umido in cucina, e di non perdere tempo tra libri e carte. Questi ammonimenti saranno stati netti, benché affettuosi, poiché si trattava di persone agiate, che sapevano come debbono vivere le donne, e amavano la loro figlia; anzi, è molto probabile che ella fosse la figlia diletta di suo padre. Forse riusciva a riempire di nascosto qualche pagina, su nell'attico; ma poi aveva cura di nasconderle o di bruciarle. A ogni modo, non appena arrivata alla pubertà, ella era stata promessa al figlio di un vicino mercante di lane. La ragazza protestò che il matrimonio era per lei una cosa abominevole; sicché suo padre la picchiò con violenza. Poi, cambiando tono, la pregò di non fargli questo danno, questa vergogna di rifiutare il matrimonio. Le avrebbe regalato una bella collana, oppure una bella gonna, diceva, con le lacrime agli occhi. Poteva forse disubbidirgli? Poteva forse spezzargli il cuore? Eppure la forza del suo talento la spinse al gesto inconsueto. Una sera d'estate Judith fece fagotto con le sue cose, scese dalla finestra e prese la strada di Londra. Non aveva ancora diciassette anni. Gli uccelli che cantavano sulle siepi non erano più musicali di lei. Ella possedeva, come suo fratello, la più viva fantasia, il più vivo senso della musica delle parole. Come lui, si sentiva attratta da teatro. Bussò alla porta degli attori; voleva recitare, disse. Gli uomini le risero in faccia. L'amministratore - un uomo grasso, dalle labbra spesse - proruppe in una gran risata. Disse qualcosa sui cani ballerini e sulle donne che volevano recitare; nessuna donna, disse, poteva essere attrice. Egli accennò invece... ve lo potete immaginare. Nessuno le avrebbe insegnato a recitare. D'altronde non poteva mangiare nelle taverne, né girare per le strade a mezzanotte. Eppure il genio di Judith la spingeva verso la letteratura; ella desiderava cibarsi abbondantemente della vita degli uomini e delle donne, studiare i loro costumi. Infine (poiché era molto giovane, e di viso somigliava molto a Shakespeare, con gli stessi occhi grigi e la fronte curva) Nick Greene, l'attore-regista, ebbe pietà di lei; Judith si trovò incinta di questo signore, e pertanto - chi può misurare il fervore e la violenza del cuore di un poeta quando questo si trova prigioniero e intrappolato nel corpo di una donna? - si uccise, una notte d'inverno, e venne sepolta a un incrocio, là dove ora si fermano gli autobus, presso Elephant and Castle.
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Vecchio 10-05-04, 22:49   #2 (permalink)
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Letto tutto d'un fiato..... che tristezza però.
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Vecchio 10-05-04, 22:55   #3 (permalink)
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Virginia Woolf è sicuramente stata una delle menti artistiche più imponenti nella storia della letteratura del secolo appena passato. Fatto non smentito dal saggio “Una stanza tutta per sé” ( Mondatori ed., 7,00 €, 2000), opera genuina e coinvolgente della scrittrice inglese.In modo quasi romanzesco la Woolf ci porta a riflettere sul tema della creatività femminile,sul ruolo subalterno che le intellettuali del suo tempo

hanno dovuto subire nei confronti dei privilegi maschili. Un argomento per certi versi oggi superato, anche se forse non del tutto, e tuttavia interessante non tanto per l’oggetto della discussione, quanto per il modo di procedere della scrittrice: per il suo attento disaminare e rendere conto di ogni passaggio mentale al lettore, quasi lo prendesse per mano e lo conducesse nel proprio intricato, ma non meno acuto, mondo intellettuale. In questo modo egli sente di giungere alle medesime conclusioni della scrittrice nello stesso attimo in cui lei, con entusiasmo, giunge alle proprie.

I toni del saggio sono a volte amari, risentiti, talvolta arrabbiati, comprensivi, pieni di slancio o anche titubanti, a seconda dello stato d’animo nel quale la scrittrice versa nel momento della sua analisi. Graziosi ed esplicativi sono i suoi aneddoti, le digressioni, veri voli pindarici alla fine dei quali, se proprio non ci si sente d’accordo con l’autrice, almeno la si sente vicina. Per tutto questo è impossibile annoiarsi leggendo “Una stanza tutta per sé”.

“Perché gli uomini bevevano vino e le donne acqua? Perché un sesso era tanto prospero e l’altro tanto povero? Qual è l’effetto della povertà sulla narrativa? Quali sono le condizioni necessarie alla nascita dei capolavori?”. Queste sono alcune delle domande che si pone la Woolf. E se non a tutte è possibile dare vera risposta, comunque alla fine la scrittrice giunge a una conclusione: al fatto che una donna, ma noi potremmo aggiungere chiunque, non possa essere liberamente creativo a meno che non possegga “una stanza tutta per sé”, ovvero una rendita fissa, grazie alla quale non sia necessario sottostare ai ricatti - morali, politici o ideologici – di nessuno. Che l’artista abbia il diritto di dire di no e di trovare la propria calma e la propria dimensione chiudendosi nella propria stanza, al riparo da sguardi e giudizi altrui. Fatto che, com’è possibile immaginare, era, ai tempi di Virginia Woolf, privilegio soprattutto maschile, mentre il ruolo della donna era per lo più ridotto a quello di madre, sorella o figlia.

La società inglese di inizio Novecento era di certo governata da un regime patriarcale, in cui uomini illustri, o come li chiama ironicamente la scrittrice i professori, dominavano ogni argomento, quasi come se “a eccezione della nebbia […] egli controllasse ogni cosa”. Gli stessi professori che tanto si curavano di dimostrare, attraverso molteplici opere, l’inferiorità mentale, morale e fisica del sesso femminile. Ma anche a questo fatto la Woolf trova una spiegazione e la espone in maniera comprensiva e quasi compassionevole:


“Poteva darsi che quando il professore insisteva un po’ troppo enfaticamente sulla inferiorità delle donne, egli non fosse preoccupato tanto della loro inferiorità, quanto della propria superiorità. […] La vita, per ambedue i sessi […] più di ogni altra cosa forse […] richiede fiducia in se stessi. Privi di fiducia in noi stessi siamo come neonati in una culla. E allora come possiamo fare a generare, nel più breve tempo possibile, questa qualità imponderabile e al tempo stesso così inestimabile? Sentendo di possedere qualche forma innata di superiorità – che si tratti di ricchezza o di rango sociale, di un naso dritto o del ritratto di un nonno a firma di Romney – perché non c’è fine ai patetici stratagemmi della fantasia umana. Da qui deriva, per un patriarca che è costretto a conquistare, che è costretto a governare, l’enorme importanza di sentire che moltissime persone, addirittura la metà della razza umana, sono per natura inferiori a lui. […]

Per secoli le donne hanno avuto la funzione di specchi dal potere magico e delizioso di riflettere la figura dell’uomo ingrandita fino a due volte le sue dimensioni normali.”.
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Vecchio 10-05-04, 22:57   #4 (permalink)
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Scritto da watson
ma non è successo davvero,però.
E' lo stesso...... storia bella ma triste.
Come per i film, ce ne sono di bellissimi e tristi.

L'importante, a mio parere, è provare emozioni
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Vecchio 10-05-04, 23:00   #5 (permalink)
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Scritto da ti.ka
E' lo stesso...... storia bella ma triste.
Come per i film, ce ne sono di bellissimi e tristi.

L'importante, a mio parere, è provare emozioni
hai ragione, anche se no è successo realmente è comunque verosimile.per questo avevo tolto il post.
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Vecchio 15-05-04, 10:38   #6 (permalink)
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Artemisia Gentileschi

Più o meno negli stessi anni in cui Galileo Galilei avviava la sua battaglia contro i pregiudizi che ostacolavano i progressi della scienza, una giovane dotata di un grande talento conduceva una battaglia altrettanto dura per difendere i suoi diritti di donna. I due si conoscevano: Galileo era amico del padre di Artemisia, Orazio Gentileschi, pittore alla corte papale, che si trasferì poi in Toscana, aiutato anche da una raccomandazione dello scienziato. Due casi molto diversi fra di loro, accomunati però da un aspetto che sicuramente sfuggiva ai protagonisti: l’uno e l’altra contribuirono a chiudere definitivamente il capitolo dell’oscurantismo medievale, che aveva trovato nuovo spazio nel clima intollerante della Controriforma.

Artemisia fu una artista di indubbia qualità, e anche questo finiva per essere un ostacolo in un’epoca nella quale le donne erano condannate a occuparsi unicamente del marito e dei figli, non potevano nutrire ambizioni, erano considerate virtuose quanto più si rivelavano anonime e prive di personalità. Qualche deroga era concessa a chi godeva di privilegi dinastici o aristocratici. Nessuno, logicamente, s’azzardava a criticare la vitalità e l’intelligenza di Elisabetta I, regina d’Inghilterra, o di sua cugina Maria Stuarda, regina di Scozia. Lo stesso valeva per Isabella d’Este, signora di Ferrara, che s’era guadagnata l’ammirazione di artisti e uomini di cultura. Poteva permetterselo, per via del cognome che portava e dei sudditi che governava. Non valevano gli stessi criteri per una ragazza che fosse soltanto la figlia di un pittore, anche se precocemente avesse mostrato di poter superare il padre quanto a capacità di raccontare il mondo con la forza del pennello.

Aveva appena diciassette anni (quattordici, secondo altre versioni) quando dipinse il suo primo capolavoro: Susanna e i vecchioni. La figura centrale sarebbe quella della stessa pittrice, che appare come una donna opulenta e sensuale, nonostante fosse ancora un’adolescente.

Il processo per stupro intentato contro Agostino Tassi, suo maestro, pittore e amico del padre, creò un clima di diffidenza dei contemporanei intorno ad Artemisia, ma ha fatto di lei un simbolo dell’emancipazione femminile. Germain Greer, leader femminista degli anni Sessanta e Settanta, la idealizzò come «grande pittrice della guerra fra i sessi». A Berlino, in quegli stessi anni, veniva inaugurato un albergo riservato esclusivamente alla clientela femminile: si chiamava Artemisia, ed era un omaggio esplicito alla pittrice e al suo (per usare un linguaggio corrente) impegno civile. Che non si esaurì nel processo. A metà del XVII secolo, reclamava con un cliente per i compensi dei suoi quadri: si sentiva sottovalutata solo perché «il nome di donna fa star in dubbio finché non si è vista l’opera».
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Vecchio 15-05-04, 11:03   #7 (permalink)
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Roberto Longhi, uno dei più autorevoli critici d’arte del Novecento, scrisse che Artemisia è «l’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia la pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità». Erano doti che i contemporanei le riconoscevano. Nel 1614 fu la prima donna ad essere ammessa all’Accademia del Disegno di Firenze. Qualche anno più tardi entrò a far parte dell’Accademia dei Desiosi (a Roma) dove fu definita «prodigio della pittura, più facile da invidiare che da imitare». Un letterato del tempo scrisse che Artemisia «dipingeva stupori». Opere della pittrice furono commissionate per le quadrerie del re di Spagna, dell’imperatrice d’Austria, del viceré di Napoli, del granduca di Toscana, del re d’Inghilterra, del duca di Guisa e del duca d’Este. I collezionisti erano affascinati dal realismo di cui erano impregnate le sue tele: corpi vivi di gente viva, sia che si trattasse di un soggetto religioso, epico o mitologico, o che lo sguardo della pittrice si fosse fermato su una suonatrice di liuto.

Dipingeva come Caravaggio, con i modelli e le modelle in studio (in una lettera si lamentò anche di quanto le costassero le modelle, che passavano il tempo a chiacchierare), non ispirandosi ai classici. In molte occasioni raffigurava se stessa, e questo – sebbene non ve ne fosse davvero bisogno – aggiungeva scandalo a scandalo, confermando agli occhi dei “benpensanti” l’idea che fosse una “donna lasciva”. Forse lo era – secondo il metro di giudizio del tempo – per ragioni assolutamente naturali: perché era cresciuta in una casa affollata di modelli e modelle, nella quale una certa promiscuità finiva per apparire normale. Ma tutto questo non autorizza a ritenere fondati i pettegolezzi del tempo che le attribuivano un gran numero di amanti.

In realtà, Artemisia era una donna molto forte (come tutte le primedonne), con un carattere complesso e non facilmente decifrabile. Anna Banti, grande scrittrice italiana del XX secolo, le dedicò un romanzo storico (o una biografia romanzata, dipende dai punti di vista) che si conclude lasciando intatti dubbi e supposizioni sul personaggio. «Non si può, riconosco, richiamare in vita e penetrare un gesto scoccato da trecento anni: e figuriamoci un sentimento, e quel che allora fosse tristezza o letizia, improvviso rimorso e tormento, patto di bene e di male. Mi ravvedo: e dopo un anno che le rovine sono rovine, né mostrano di poter essere di più o di meno di tante altre antiche, mi restringo alla mia memoria corta per condannare l’arbitrio presuntuoso di dividere con una morta di tre secoli i terrori del mio tempo».
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Vecchio 15-05-04, 11:09   #8 (permalink)
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Vecchio 15-05-04, 11:17   #9 (permalink)
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Vecchio 15-05-04, 11:23   #10 (permalink)
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Se anche non fosse stata (come invece fu) una grande pittrice, Artemisia avrebbe meritato un posto fra le primedonne di ogni tempo per la sordida vicenda che la vide protagonista (e, soprattutto, vittima), insieme con Agostino Tassi, pittore, collega del padre e insegnante di disegno della stessa Artemisia.

Nei primi mesi dell’anno 1612, Orazio Gentileschi indirizzò una petizione al pontefice, Paolo V, accusando Tassi di aver violentato la figlia: «Una figliola dell’oratore è stata forzatamente sverginata e carnalmente conosciuta più et più volte da Agostino Tasso pittore et intrinseco amico et compagno del oratore, essendosi anco intromesso in questo negotio osceno Cosimo Quorli suo furiere; intendendo oltre allo sverginamento che il medesimo Cosimo furiere con sue chimere abbia cavato dalle mani della medema zittella alcuni quadri di pitture di suo padre et in specie una Juditta di capace grandezza. Et perché, Beatissimo Padre, questo è un fatto così brutto et commesso in così grave et enorme lesione et danno del povero oratore et massime sotto fede di amicitia che del tutto si rende assassinamento».

Al di là della prosa, il ricorso di Orazio appare oggi piuttosto sorprendente per le gerarchie di valori che sembra proporre: il furto di un quadro (sottratto con l’inganno) è posto più o meno sullo stesso piano dell’oltraggio recato alla figlia. L’onore di una ragazza non veniva dunque tenuto in gran conto. Ma proprio questo aspetto finisce per enfatizzare l’importanza del gesto compiuto da Orazio e da sua figlia (che sapeva bene a che genere di commenti e di mortificazioni si sarebbe esposta trascinando in tribunale il violentatore). Per questo è legittimo individuare in Artemisia una campionessa del femminismo ante litteram, una suffragetta in anticipo di tre secoli, una coraggiosa combattente per l’emancipazione femminile.

Le cose – per come è possibile ricostruirle attraverso le carte processuali – erano andate così. Agostino Tassi aveva preso Artemisia con la forza, in casa di lei (in via della Croce), nel maggio del 1611. Davanti alla disperazione di lei, aveva promesso di sposarla. Facendo affidamento su tale impegno, Artemisia aveva acconsentito a diventare l’amante del pittore (che era anche il suo insegnante). Al processo, la giovane sostenne che il mancato matrimonio fosse da imputare al comportamento di Cosimo Quorli (citato anche lui in giudizio) che aveva tentato a sua volta di abusare di lei, disgustando l’amico.

La testimonianza del notaio Giovanni Battista Stiattesi (che aveva aiutato Orazio a stendere la petizione al papa), funzionario pontificio, cugino del Quorli e futuro cognato di Artemisia, risultò decisiva: riferì che Tassi gli aveva confessato lo stupro, sostenendo di essere stato istigato da Quorli, che gli aveva fatto credere che Artemisia avesse già perduto la verginità. Non solo: sarebbe stato ancora Quorli a proibirgli di sposare la ragazza, ricattandolo. Pare infatti che Cosimo avesse salvato Tassi dalla galera in precedenza, quando era sospettato di aver ucciso la propria moglie, Maria Cannodoli, e di aver poi fornicato con la sorella di lei.

Agostino Tassi non era, dunque, uno stinco di santo. Ma il tribunale pontificio non si mostrò incline a prendere per buona la versione dei fatti esposta da Artemisia, che fu anche sottoposta a torture, con cordicelle strette alle dita, che le schiacciavano i pollici (fu in quell’occasione che ella gridò rivolta al Tassi: «Questo è l’anello che tu mi dai, e queste sono le promesse!»). Secondo i codici del tempo, avendo lei perso la verginità, non era giudicata una testimone attendibile. E tuttavia, il fatto che insistesse nelle sue accuse anche sotto tortura, fu interpretato favorevolmente dalla corte.

Tassi, da vecchio furfante, fece di tutto per mostrarsi innocente. Quando fu chiamato a deporre, fece finta di cascare dalle nuvole: «Io mi trovo in prigione da venerdì fan otto giorni in qua, che fui preso sulla strada della Lungara e non posso immaginar la causa». Interrogato sul suo passato, ammise di essere stato in carcere già altre volte, e spiegò di aver viaggiato «per conoscere il mondo, anche sulle galee del gran Duca, di suo ordine», una frase ambigua, che cercava di nascondere di essere stato in galera anche in Toscana. Dichiarò che Orazio Gentileschi e Giovanni Battista Stiattesi erano stati i suoi amici migliori, ma gli si erano rivoltati contro perché gli dovevano del denaro. Accusò Stiattesi di aver stuprato Artemisia e sostenne di aver picchiato un altro pittore, un certo Gironimo, modenese, che aveva a sua volta abusato della ragazza.

Malgrado apparisse chiaro che Tassi era un poco di buono, un violento, rissoso, ricercato da altri tribunali per reati piuttosto gravi (altre accuse di stupro, di sodomia, di incesto, di omicidio), il tribunale rimase fino all’ultimo incerto nel riconoscere le sue responsabilità. Alla fine del mese di novembre la corte condannò Agostino Tassi a cinque anni di esilio da Roma. Il processo suscitò molto scalpore e l’opinione pubblica si divise. Artemisia non era ben considerata: la professione di pittrice la metteva in cattiva luce. Il fatto che avesse dipinto nudi maschili e, persino, che si fosse ritratta nuda essa stessa (nel dipinto di Susanna e i vecchioni) non deponeva a favore della sua moralità, secondo la mentalità dell’epoca. E poi quello strano intreccio fra cugini, cognati, colleghi di lavoro, appariva sospetto, e comunque compromettente, al popolino romano. Il coraggio civile e il desiderio di ottenere giustizia, espressi da Artemisia, venivano interpretati come sfrontatezza.

Per Tassi era diverso: Tassi era un uomo, e agli uomini tutto (o quasi) veniva concesso e perdonato. Una volta rientrato a Roma, non faticò ad ottenere nuove commissioni: lavorò per Scipione Borghese, cardinale e nipote del papa; decorò il palazzo del cardinale Pamphili (futuro papa Innocenzo X) che giudicò “onorato” il pittore. Ma quel che è più sorprendente, in tutta questa vicenda, è che la collaborazione artistica fra Orazio Gentileschi e Agostino Tassi riprese qualche anno dopo, come se nulla fosse accaduto.

Nel 1998, un film di Agnès Merlet (Artemisia, passione estrema) ha rievocato la tenebrosa e scabrosa vicenda. Il ruolo della pittrice era interpretato da Valentina Cervi, affiancata da Michel Serrault e Luca Zingaretti.
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