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La lingua di plastica
... o la peste del linguaggio.
Italo Calvino, nelle “Lezioni americane”, parla di “peste del linguaggio”: “... mi sembra che il linguaggio venga sempre più usato in modo approssimativo, casuale, sbadato, e ne provo un fastidio intollerabile [...] Alle volte mi sembra che un’epidemia pestilenziale abbia colpito l’umanità nella facoltà che più la caratterizza, cioè l’uso della parola, una peste del linguaggio che si manifesta come perdita di forza conoscitiva e di immediatezza, come automatismo che tende a livellare l’espressione nelle formule più generiche, anonime, astratte, a diluire i significati, a smussare le punte espressive, a spegnere ogni scintilla che sprizzi dallo scontro delle parole con nuove circostanze”. L’uso orale dell’italiano contemporaneo è sempre più soggetto a genericità, approssimazione, sbadataggine, stereotipia, conformismo (si pensi, per citare un solo esempio, all’aggettivo “intrigante”, uno dei più stucchevoli di moda, per cui si va dall’avere conosciuto un “tipo intrigante” all’aver visto una trasmissione “intrigante” all’aver letto un libro “intrigante” e via di questo passo). Queste manifestazioni della “lingua di plastica” sottraggono linfa e flessibilità alla lingua stessa, rendendola disponibile ad un uso stereotipo, generico e automatico. Wittgenstein pensava che i limiti della lingua segnino anche quelli del nostro mondo: è chiaro dunque che più la nostra lingua è povera e rudimentale, più è angusto e soffocante il nostro mondo. |
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Re: La lingua di plastica
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Re: La lingua di plastica
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Secondo De Saussure le parole sono "perimetri concettuali" che danno forma alla "nebulosa" delle nostre percezioni e dei nostri pensieri, e farne economia significa porre limiti alla nostra capacità concettuale e indebolire la nostra forza conoscitiva. Ciao, adolar, , Giosuè non faceva economia di parole, invece.
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![]() nemmeno il gabriele. E certamente non gli mancavano le parole per spiegarsi ![]() Usciamo. Mastichiamo la nebbia. La città è piena di fantasmi. Gli uomini camminano senza rumore, fasciati di caligene. I canali fumigano. De i ponti non si vede se non l'orlo di pietra bianca per ciascun gradino. Qualche canto d'ubriaco, qualche vocio, qualche schiamazzo. I fanali azzurri nella fumea. Il grido delle vedette aeree arrochhito dalla nebbia. Una città di sogno, una città d'oltre mondo, una città bagnata dal Lete o dall'Averno. I fantasmi passano, sfiorano, si dileguano. Non so se io abbia più sete d'acqua o più sete di musica o più sete di libertà. Sento il sole dietro le imposte. Sento che c'è un'afa di marzo chiara e languida sul canale. Sento che è bassa marea. La primavera entra in me come un nuovo tossico. Ho le reni dolenti, in una sonnnolenza rotta di sussulti e di tremori. Ascolto. Lo sciacquio alla riva del battello che passa. I colpi sordi dell'onda contro pietre grommose. Le grida rauche dei gabbiani, i loro scrosci chiocci, le loro risa stridenti, le loro pause galleggianti. Il battito di un motore marino. Il chiocciolìo sciocco del merlo. Il ronzio lugubre d'una mosca che si leva e si posa. Il ticchettio del pendolo che lega tutti gli intervalli. La gocciola che cade nella vasca da bagno. Il gemito del remo nello scalmo. Le voci umane nel traghetto. Il rastrello su la ghiaia del giardino. Il pianto d'un bimbo non racconsolato. La voce di donna che parla e non s'intende. Un'altra voce che dice: "A che ora? a che ora?" |
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Data registrazione: Apr 2000
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Citazione:
....ma parla come magni! |
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