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#81 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Oct 2002
Messaggi: 930
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voleste andare al cine in questi gg., oltre al già citato "bowling a Columbine", potreste -volendo- andare a vedere "il figlio", o "la locanda della felicità". Se aspettate, poi, dopodomani esce "dolls" di Kitano, non perdetevelo...
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#82 (permalink) |
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Member
Data registrazione: May 2000
Messaggi: 263
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Bowling a Columbine
8 direi un film (documentario) necessario. Non guardatelo sotto una luce politica. Troppo facile catalogarlo come scontato con la battuta "va be! si sa!". Divertentissime le animazioni. |
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#83 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Jul 2002
Messaggi: 1,151
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SIGNS visto sul volo di ritorno
Se qualcuno mi dovesse dire che questo è CINEMA lo farei ricoverare subito... FILM PESSIMO La recitazione di mr Gibson è IMBARAZZANTE... ..comicità involontaria... REGISTA SOPRAVVALUTATO non esiste nulla... credo poche volte ho visto un tale spreco di tempo... trama? ****** attori? da recita di natale prodotto...... INUTILE... Sono molto preoccupato che NESSUN CRITICO abbia gridato allo scandalo... ....stravince la legge del MERCATO su tutto! |
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#84 (permalink) |
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Indipendent
Data registrazione: Jun 2000
Messaggi: 38,696
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IL PIANISTA
che dire? un film del genere è difficile giudicarlo solo cinematograficamente.
Bello... sì, direi bello.... anche se mentre lo guardi e come esci non pensi certo a quello ![]() Nessun indulgere al patetico o pietistico: molto freddo e [/i]crudo[/i] nella sua narrazione; paradossalmente il fatto che non sia ambientato in un lager bensì in una città dove si viveva comunque una vita quotidiana lo rende ancor più aggiacciante. Ci sarebbe da dire per non dimenticare... ma guardandomi attorno mi pare che la memoria sia già sfumata. Bravo l'attore protagonista. |
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#85 (permalink) |
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Data registrazione: Sep 2002
Messaggi: 387
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Quest'amore è una specie di mostro, bello, bellissimo ma mostruoso per la sua tragica ironia. Due persone che si attraggono a tradire: la sofferenza per l'amore perduto ad avvicinarli. E poi tragedia di un amore che non avrebbe dovuto essere ma che invece è stato; e sovverte, rompe, ferisce, allontana, sgretola, porta via. Immaginate tutto questo rivissuto, rivisto da dietro un vetro polveroso, come racconta una voce fuori campo alla fine di tutto.
Una serie di sguardi brevi, rapidi e contorti, filtrati, distorti, rotti e poi ricomposti da tanti riflessi che li riconducono a noi spezzati, malconci, fugaci e bellissimi, finti come deve essere il cinema, meravigliosamente plastici, scolpiti sulla pellicola come deve essere il grande cinema. Un incastro di glaciali fotografie che si agitano, rallentano, scompaiono e ricompaiono in un altro momento, sotto una luce diversa, o sotto la pioggia. Allora vetri polverosi, specchi. Kar Wai reinquadra tutto, pone una serie di ostacoli allo sguardo frammentandolo all'interno di inquadrature che rimbalzano da uno specchio all'altro, che incastrano volti e corpi, a volte brandelli di corpi, oggetti all'interno di figure erose che decostruiscono spazi e tempi fino alla dispersione, in un continuo e infinito spostarsi di ogni punto di riferimento, muovendosi dentro spazi angusti, riesplorati ogni volta dietro l'opacità di un ricordo doloroso, attraverso lo smuoversi lento di due corpi incastrati nell'incertezza di una situazione delicata e fragile, a tratti ostile, pericolosa. Incontri fugaci, come amanti colpevoli, per le strade piovose di una Hong Kong fragile e politicamente inquieta, senza che mai la luce del sole appaia a rischiarare, sempre soffocati da muri, corridoi, stanze, scale, uffici, notti, fumo che scorre lento e disperato, come il corpo sinuoso di Maggie Cheung che sfila e rallenta, sottolineato dalla musica liquescente di Galasso. Un melodramma terribilmente scarno, costruito intorno a due personaggi drammaticamente condannati all'isolamento, alla perdita, che si incontrano solo nel momento in cui si manifesta l'assenza dei propri compagni, presenze invisibili e nascoste ma pur sempre forze motrici dell'azione. Due personaggi che si inseguono e si respingono impauriti, che non si scoprono mai davvero del tutto, giungendo a una separazione inevitabile che culminerà nell'unica sequenza girata in esterni, nella quale Tony Leung confida i suoi segreti a un albero secolare, rinchiusi dentro a un buco che forse li soffocherà ma che li conserverà davvero per sempre. La separazione sembra provvisoria, intaccata dagli ultimi timidi e disperati tentativi di rovesciare il destino, tentativi fatti di tracce di rossetto, telefonate mute, incontri mancati, indizi incerti e una porta chiusa che rimarrà tale. Tony Leung (miglior attore allo scorso Festival di Cannes) e Maggie Cheung sono strepitosi, bellissimi e di ghiaccio. I lineamenti austeri di Leung sono perennemente offuscati dal fumo delle tante sigarette mentre i magnifici vestiti di Maggie Cheung oltre a fasciarne il corpo meraviglioso sembrano scandire i tempi del racconto più dell'orologio che viene inquadrato di tanto in tanto: quando il vestito cambia da un'inquadratura all'altra ci accorgiamo che forse (forse) è passato un altro giorno. Il talento visivo di Kar Wai sembra oggi paragonabile soltanto a quello di Sokurov, mentre la sua abilità registica sembra quasi inarrivabile. Una sequenza: Li-zhen interroga un uomo di spalle sul suo presunto tradimento. Lui dopo qualche esitazione ammette e lei lo colpisce, piano. La macchina da presa svela l'identità dell'uomo. Non può essere che Chow; è soltanto una prova in attesa del confronto con i coniugi "veri". Riprovano la stessa scena da capo, ancora una volta, fino a che Li-zhen piange, si spaventa, nel momento in cui la finzione rischia di assumere i contorni tragici della realtà. Chow interviene per consolarla: <Non è niente, ricordati che stiamo solo fingendo>. Ecco, il cinema. |
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#87 (permalink) | |
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Inoublieusement...
Data registrazione: Feb 2002
Messaggi: 11,346
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#89 (permalink) |
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MEMber
Data registrazione: Mar 2000
Messaggi: 7,058
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Hollywood Ending
Solito film commedia di W.Allen: comico,esilarante, paradossale, con sempre in primo piano una storia d'amore finita ma che in un certo verso continua, con qualche allusione alla sua vera situzione (regista snobbato e poco amato in patria ma che riscuote ancora un discreto successo in Europa). Per gli amanti del genere e del regista-attore VOTO 6 |
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#90 (permalink) |
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Member
Data registrazione: Sep 2002
Messaggi: 387
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Torna una New York notturna e strangolata dalla disperazione, tornano l’allucinazione dei corpi e la follia visionaria di Scorsese, che attraverso gli occhi di Frank Pierce, paramedico, ci racconta la città dannata, nera, sporca, torbida della periferia, una Grande Mela bacata, popolata di morti e di vivi, delle ombre delle persone che non è riuscito a salvare, tutti incarnati dal volto di Rose, una ragazza morta per un suo errore, che rivive ogni notte lungo i marciapiedi sudici di Hell's Kitchen confusa tra le prostitute.
Il mondo è perduto e nessun agnello di Dio riuscirà a redimerlo. Resta la compassione, la Pietà. Non importa se non riuscirà a salvare le anime che invocano il suo aiuto, basterà essere lì nell’ora della fine e avere pietà di loro, traghettarle dolcemente nel mondo dei morti o addirittura “ucciderle”, se è questo che vogliono. La soluzione è una disperata ammissione di inadeguatezza che si chiude sull’immagine di una pietà michelangiolesca, investita da una luce che non può che essere divina. La rappresentazione visiva è debordante: tutte le possibilità offerte da una macchina da presa vengono sfruttate nel modo più straripante: carrelli vorticosi in avanti, all'indietro, circolari, inquadrature sghembe, dall'alto, dal basso, rallenty alla Peckinpah alternati ad accelerazioni vorticose come il Wong-Kar-Wai di Happy Together. Scorsese spinge il trio fedele (Richardson, Ferretti e Schoonmaker) dove non si era mai spinto; difficile poter dimenticare certe sequenze: le luci delle insegne dei negozi newyorkesi e quelle dei fari delle macchine che percorrono la strada in senso inverso a quello dell'ambulanza impazzita, producono effetti stroboscopici deliranti riflettendosi sui vetri e rinfrangendosi deformando i volti angosciati dei paramedici; case come buchi neri, dove c'è un'entrata ma non necessariamente un'uscita, dalle infinite scale "escheriane" e dagli appartamenti accecanti e distorti; bugigattoli melmosi che si aprono improvvisamente in mezzo a strade deserte, l'atrio abbagliante al neon del Pronto Soccorso, dove un Cerbero con gli occhiali neri seleziona le anime dannate che lottano nella calca per poter entrare e salvarsi in un altro inferno. Visioni eccessive da diventare quasi insostenibili, in particolar modo nei momenti in cui la rappresentazione diventa soggettiva del protagonista sotto effetto di allucinogeni. Il "citazionismo" di Scorsese è innegabilmente fine, fascinoso, un'autentica delizia per i cinefili. Cristo dispensatore di morte, ma in realtà di salvezza e liberazione, ha il volto di Nicolas Cage mai così in parte con il suo volto disperato e la sua andatura caracollante in linea con il tono desolato della voce off dell'"io narrante" mentre Patricia Arquette fornisce un'interpretazione troppo ambiguamente lynchiana, tanto che si rimane spiazzati quando si scopre che non c'è niente "dietro", che è una vittima come gli altri. Eccellenti le interpretazioni dei tre comprimari di Pierce (Goodman, Rhames, Sizemore) che si gli si affiancano periodicamente nelle sue corse notturne. Colonna sonora straordinaria nel contrappuntare i ciclici spostamenti dei paramedici nell'ambulanza in giro per l'inferno, con R.E.M., Clash, UB40, ma soprattutto con la favolosa T.B.Sheets di Van Morrison. Al punto. Il più impressionante film mai realizzato da Scorsese (insieme all'Ultima Tentazione di Cristo, anch'esso imperfetto), di un pessimismo immane: un ritratto insieme lucido e allucinante dell'irreversibile decadenza della specie umana, la cui condanna è vivere, la cui salvezza è morire. |
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