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Vecchio 27-01-12, 03:01   #1 (permalink)
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OGGI 27 gennaio, ricorre il giorno della Memoria

Choc in Germania, a un giorno dal ricordo della Shoah pubblicate parti del Mein Kampf

L’iniziativa dell’editore inglese Peter McGee arriva un giorno dalla giornata delle memoria. Domani alcune decine di pagine dell’opera usciranno in Zeitungszeugen, un settimanale specializzato nella letteratura nazista degli anni 1933-45




La copertina del Mein Kampf


Ci siamo quasi: il 27 gennaio, il giorno della memoria. Il ricordo della Shoah: per non dimenticare. Ebbene, domani, proprio il giorno che lo precede (strana coincidenza), sarà pubblicata in Germania, per la prima volta dal Dopoguerra, una serie di brani di Mein Kampf, la «bibbia» hitleriana (ai tempi l’edizione del libro aveva lo stesso formato del testo sacro). L’iniziativa, criticatissima, è dell’editore inglese Peter McGee. Ma il dibattito sul progetto, che rompe un tabù in terra teutonica, si estende anche a una scadenza non così lontana. E che riguarda il mondo intero: dal 2016 Mein Kampf sarà libero di diritti. Potrà essere utilizzato liberamente nell’era di Internet. Come procedere? Imporre solo edizioni critiche e ampiamente commentate? Introdurre limiti e autorizzazioni?

Polemiche in Germania: giusto pubblicarlo? Domani alcune decine di pagine dell’opera usciranno su Zeitungszeugen, un settimanale specializzato nella letteratura nazista degli anni 1933-45, riproposta a destinazione di ricercatori e storici. Una rivista di nicchia, ma che questa volta esce con oltre 100mila copie. McGee, l’editore, ha detto di voler mostrare che, «dietro alla bibbia diabolica, che in realtà nessuno ha letto, si nasconde un’opera di infima qualità e confusa». Da parte sua il Land della Baviera, che detiene i diritti d’autore su Mein Kampf e che ne ha sempre impedito la pubblicazione, pure di stralci, in Germania, starebbe per procedere per vie legali contro McGee.

«La mia battaglia»? Un vero best-seller – Non è, comunque, per niente sicuro che, almeno fuori dai confini tedeschi, il libro-manifesto di Hitler sia così sconosciuto. Mentre il Fuhrer era ancora vivo, del suo libro (scritto fra il 1924 e il ’25) si vendettero più di dieci milioni di copie, soprattutto in Germania e a partire dal 1933, dopo l’ascesa al potere di Hitler. Che rinunciò al suo stipendio di cancelliere, potendo vivere agiatamente con i diritti intascati grazie a «La mia battaglia». Ma il successo del libro è continuato a livello mondiale anche dopo: secondo lo storico Ian Kershaw, ne sono stati venduti almeno 70 milioni di esemplari, in sedici lingue, dalla caduta del nazismo. E per Bernard Bruneteau, professore di scienze politiche all’università di Rennes, ci sarebbe un rinnovato interesse da una ventina d’anni. «Nel libro si trattano temi come lo schock fra le civiltà e i conflitti etnici – ha sottolineato al settimanale francese Le Point -: i fantasmi di questo tipo, con il ritorno degli estremismi in Europa e le tensioni nel Medio Oriente, hanno favorito un nuovo interesse nei confronti di Mein Kampf».

Le regole di pubblicazione nel mondo in realtà variano da Paese a Paese. In Francia è autorizzata dal 1979, ma per fini storici e con una premessa esplicativa obbligatoria. In Olanda la vendita è illegale, ma non il possesso. Entrambi, invece, sono proibiti in Austria e in Israele. Il libro è liberamente venduto nel Regno Unito e negli Usa. In Italia, nel Dopoguerra, Mein Kampf è stato a lungo stampato solo dalla Kaos, mentre nel 2009 le Edizioni di Ar (di Franco Freda) lo hanno ripubblicato, commentato da Giorgio Galli. La prima edizione risale al 1934, quando la Bompiani pubblicò il testo su pressioni di Mussolini. Hitler, in un passaggio, portava ad esempio l’anti-bolscevismo del Duce. Che più tardi definì il libro «un mattone leggibile solo dalle persone più colte e intelligenti».

La scadenza del 2016: cosa fare di Mein Kampf? Al di là delle polemiche a Berlino per l’iniziativa dell’editore Peter McGee, resta un altro problema, la fine del copyright il 31 dicembre 2015, a 70 anni dalla morte dell’autore. Il testo diventerà di domino pubblico. A Parigi l’associazione Initiative de prévention de la haine chiede che si imponga, in Francia e, se possibile, anche altrove, una segnaletica particolare per il libro e l’obbligo che sia utilizzato solo se commentato e inserito nel suo contesto. Pure lo storico Marc Ferro ha sottolineato che «pubblicarlo liberamente, senza denunciarne i crimini che lì vengono istigati e senza riferimenti storici, sarebbe imprudente e molto pericoloso». In Mein Kampf Hitler polemizza, fra le altre cose, con il parlamentarismo e giustifica l’antisemitismo. Per lo studioso Bruneteau, però, «la lettura del testo mostra che Hitler è un uomo del Novecento e che il suo pensiero è estremamente datato. Timori eccessivi riguardo a Mein Kampf significherebbero sottostimare la maturità dei cittadini».

Choc in Germania, a un giorno dal ricordo della Shoah pubblicate parti del Mein Kampf | Leonardo Martinelli | Il Fatto Quotidiano
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Vecchio 27-01-12, 09:57   #2 (permalink)
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Temo che la bestia ritornera', ci stiamo/stanno di nuovo imbottendo di egoismo e di indifferenza , concentrati solo sui propri problemi .
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Vecchio 27-01-12, 10:22   #3 (permalink)
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che novità
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Vecchio 27-01-12, 11:32   #4 (permalink)
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Se questo è un uomo



“Voi che vivete sicuri

Nelle vostre tiepide case,

Voi che trovate tornando a sera

Il cibo caldo e visi amici:



Considerate se questo è un uomo

Che lavora nel fango

Che non conosce pace

Che lotta per mezzo pane

Che muore per un sì o per un no.

Considerate se questa è una donna,

Senza capelli e senza nome

Senza più forza di ricordare

Vuoti gli occhi e freddo il grembo

Come una rana d’inverno.



Meditate che questo è stato:

Vi comando queste parole.

Scolpitele nel vostro cuore

Stando in casa andando per via,

Coricandovi alzandovi;

Ripetetele ai vostri figli.



O vi si sfaccia la casa,

La malattia vi impedisca,

I vostri nati torcano il viso da voi.”





(Primo Levi, Se questo è un uomo)
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Vecchio 27-01-12, 11:36   #5 (permalink)
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Auschwitz è fuori di noi, ma è intorno a noi, è nell'aria. La peste si è spenta, ma l'infezione serpeggia: sarebbe sciocco negarlo. In questo libro se ne descrivono i segni: il disconoscimento della solidarietà umana, l'indifferenza ottusa o cinica per il dolore altrui, l'abdicazione dell'intelletto e del senso morale davanti al principio d'autorità, e principalmente, alla radice di tutto, una marea di viltà, una viltà abissale, in maschera di virtù guerriera, di amor patrio e di fedeltà a un'idea.

Ogni tempo ha il suo fascismo: se ne notano i segni premonitori dovunque la concentrazione di potere nega al cittadino la possibilità e la capacità di esprimere ed attuare la sua volontà. A questo si arriva in molti modi, non necessariamente col terrore dell'intimidazione poliziesca, ma anche negando o distorcendo l'informazione, inquinando la giustizia, paralizzando la scuola, diffondendo in molti modi sottili la nostalgia per un mondo in cui regnava sovrano l'ordine, ed in cui la sicurezza dei pochi privilegiati riposava sul lavoro forzato e sul silenzio forzato dei molti.

A molti, individui o popoli, può accadere di ritenere, più o meno consapevolmente, che «ogni straniero è nemico». Per lo più questa convinzione giace in fondo agli animi come una infezione latente; si manifesta solo in atti saltuari e incoordinati, e non sta all'origine di un sistema di pensiero. Ma quando questo avviene, quando il dogma inespresso diventa premessa maggiore di un sillogismo, allora, al termine della catena, sta il Lager. Esso è il prodotto di una concezione del mondo portata alle sue conseguenze con rigorosa coerenza: finché la concezione sussiste, le conseguenze ci minacciano. La storia dei campi di distruzione dovrebbe venire intesa da tutti come un sinistro segnale di pericolo.

[Primo Levi]

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Vecchio 27-01-12, 12:13   #6 (permalink)
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Binario 21 - Wikipedia
Binario 21 è un luogo della memoria di Milano collegato alla Shoah e alle persecuzioni di cittadini italiani aderenti all'ebraismo perpetrate durante la seconda guerra mondiale per mano nazifascista in esecuzione delle leggi razziali fasciste.

Fu dal Binario 21 - un binario ferroviario situato nei sotterranei della Stazione di Milano Centrale, Memoriale dell'Olocausto ebraico - che il 30 gennaio 1944 circa 650 ebrei tenuti in prigionia nel carcere di San Vittore vennero avviati al campo di concentramento di Auschwitz, ovvero verso morte certa (solo una ventina riusciranno a tornare vivi dal lager).

I deportati vennero trasferiti su camion telati fino ai sotterranei della centrale, con accesso da via Ferrante Aporti. Tra di loro vi erano più di 40 bambini, tra cui Sissel Vogelman e Liliana Segre, sopravvissuta. La più anziana era Esmeralda Dina, di 88 anni.

Un precedente trasferimento di circa 250 ebrei verso il campo di concentramento si era avuto il 6 dicembre 1943; un ulteriore invio si sarebbe poi avuto nel maggio del 1944.[1]

Il restauro dell'area sotterranea del binario 21 e l'adattamento a museo-memoriale, lanciato nel gennaio 2010[2], è fermo per mancanza di fondi. Il Comune di Milano non ha versato i contributi promessi.[3]

Nella cultura contemporanea [modifica]

Al Binario 21 sono stati dedicati diversi lavori documentaristici e letterari, fra cui il film documentario Fratelli d'Italia? e l'omonimo lavoro teatrale di Moni Ovadia Binario 21. Il canto del popolo ebraico massacrato, realizzato con Felice Cappa e liberamente tratto dall'omonimo poema di Yitzhak Katzenelson, uno dei sopravvissuti ad Auschwitz.

Note [modifica]
1.^ Fonte: 02blog.it
2.^ Vedi: Articolo21.org
3.^ La Repubblica, 15 gennaio 2011
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Vecchio 27-01-12, 14:47   #7 (permalink)
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Al Binario 21 la prima targa per ricordare la partenza dei deportati per Auschwitz - Milano

Citazione:
MILANO - E' stata posata venerdì la prima targa commemorativa dei convogli partiti dal binario 21 della Stazione Centrale di Milano in direzione del campo di concentramento: «30-1-1944, Milano-Auschwitz». La lapide è stata collocata su una delle banchine del Memoriale della Shoah del capoluogo lombardo, di fronte a dove sorgerà il Muro dei Nomi. E' la prima di 20 targhe che ricorderanno tutti i convogli di deportati partiti dalla Stazione di cui si hanno finora notizie.* La posa ha dato quindi il via a un reading di brani letterari sulla deportazione e sul genocidio a cui ha partecipato anche Liliana Segre, l'ultima superstite di coloro che furono deportati su quel treno il 30 gennaio 1944
* Di certo, nelle memorie di Suor Enrichetta (superiora delle suore di san Vittore) del Cardinale Schuster che tanto si adoperò per evitarle la deportazione e che quindi era ben a conoscenza di cosa succedeva, si troverebbero maggiori dettagli ...
Citazione:
Il 23 settembre 1944, pregata da una detenuta di origine armena, si lascia convincere a far recapitare un biglietto ai famigliari di questa al fine di salvare i fratelli ricercati. Il biglietto, però, viene intercettato: viene arrestata e con lei le due collaboratrici. L'accusa è di spionaggio con il rischio e quasi la certezza della condanna alla fucilazione o alla deportazione in Germania. Diventa la matricola n. 3209. E' messa in isolamento. Dopo 11 giorni di detenzione, grazie al Cardinal Schustere a un amico di Mussolini, il pericolo della deportazione in Germania viene scongiurato
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Vecchio 27-01-12, 14:49   #8 (permalink)
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Vecchio 27-01-12, 17:00   #9 (permalink)
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E se mai doveste andare a Berlino, vi consiglio di ritagliarvi qualche ora e fare un giro qui...



MUSEO EBRAICO DI BERLINO
un Esempio di “architettura emozionale”
di Alessia Alasso

“Architecture is a language” è questo il concept che nutre l’architettura di Daniel Libeskind e che viene concretizzato attraverso una delle sue più importanti opere: il Jüdisches Museum (inaugurato nel 2001).
Originariamente, il progetto nasce per ampliare il preesistente edificio storico del Museo di Berlino, inserendosi nel quartiere barocco, il Friedrichstadt sud, distrutto dalla guerra.
Ma Libeskind non si lascia influenzare dall’architettura che avvolge il “vuoto” che andrà a colmare con la sua opera, negando il tessuto urbano esistente; l’originaria idea di ampliamento e di integrazione al Museo preesistente viene stravolta da un progetto che riassume la storia degli ebrei in Germania.
L’architetto ha definito il suo progetto “between the lines” perché è proprio tra una serie di intersezioni di linee che dà vita a un corpo edilizio scultoreo, dal profilo drammaticamente spezzato, che riprende la forma geometrica di una saetta; da qui il soprannome blitz, che in tedesco significa fulmine.
Un taglio, una ferita che scolpisce, graffia il disegno urbano della città; un segno forte percepibile dall’osservatore esclusivamente attraverso una vista aerea, che si materializza anche tramite il rivestimento esterno in zinco, anch’esso “squarciato” da aperture oblique di diverse dimensioni.
Il museo è un volume che si chiude in se stesso, privo di qualsiasi contatto con la città; non ha un accesso diretto dall’esterno e per poter accedere bisogna passare dal vecchio edificio.
L'entrata al museo è stata intenzionalmente resa difficile e lunga, per far rivivere al visitatore il difficile cammino della storia ebraica.
L’ingresso è costituito da uno squarcio su una parete bianca e conduce a degli spazi caratterizzati da un gioco di muri bianchi, neri, spigolosi, inclinati che, grazie anche alla luce fredda emessa dai neon, accentuano la sensazione di tensione, di angoscia e di dolore.
Una rampa di scale che collega i due edifici conduce a un sotterraneo scomposto in tre assi, una sorta di tridente, che simboleggia i diversi destini del popolo ebraico: l’asse dell’Olocausto confluisce a una torre denominata la Torre dell'Olocausto; l’asse dell’Esilio conduce a un giardino quadrato esterno, denominato Giardino dell’Esilio; l’asse della continuità, collegato agli altri due corridoi, rappresenta il permanere degli ebrei in Germania nonostante l’Olocausto e l’Esilio.
Il percorso che conduce alla torre dell'Olocausto, parte da un muro nero. Il nero diventa il simbolo della tragica assenza di razionalità e amore, il simbolo del “sonno della ragione”.
Al termine della strada ci si trova di fronte a un portone imponente, ad li là del quale si apre la torre: una struttura completamente vuota, buia, circondata da alte pareti in cemento. Non c’è nessuna finestra da cui guardare, ma soltanto una stretta feritoia posta in alto, dalla quale riesce a filtrare la luce diurna.
È impossibile vedere fuori e capire dove si è, così come accadeva agli Ebrei nei campi di concentramento. L’aria entra attraverso piccoli fori praticati su una parete, che richiamano quelli attraverso cui veniva immesso il gas nelle camere di morte.
Simbolica diventa anche una scala metallica a circa due metri e mezzo dal pavimento; mezzo di salvezza e di speranza che ha nutrito gli animi degli ebrei, ma qui è irraggiungibile, così come la salvezza di molti di essi.
Durante il percorso a un tratto la materia si “smaterializza”, il pieno viene svuotato per condurre il visitatore a meditare; sono pause di raccoglimento e silenzio.
Il vuoto, tema dominante del museo, assume un grande significato: l’impossibilità di colmare secoli di sofferenze e di dolore. Ma a tratti questo silenzio viene interrotto dal suono freddo del metallo: sono i visitatori che addentrandosi nel grande vuoto calpestano una fitta e assordante distesa di piccole facce di ferro dalla bocca sbarrata in un urlo.
Proseguendo si incontra il secondo asse che conduce al Giardino dell’Esilio; attraverso una porta vetrata si entra in contatto apparente con l’esterno. Un alto muro di cemento avvolge la superficie quadrata del giardino in modo tale che dall’esterno non si possa vedere nulla.
Dentro il giardino, quarantanove colonne quadrate in cemento armato svettano in cielo, recando in sommità degli alberi, definendo una sorta di labirinto che reca anch’esso la sensazione di disagio. Il numero delle colonne serve a ricordare la data di nascita dello Stato di Israele (1948) e la colonna in più, centrale, rappresenta la città di Berlino. Gli alberi, gli olivagni,
simbolo di pace, collocati in contenitori stretti (che ne rendono difficile la crescita) rappresentano invece la forza e il coraggio degli ebrei esiliati.
L’uso di un piano di calpestio inclinato di sei gradi è stata una tecnica voluta da Libeskind affinché il visitatore provasse la stessa sensazione di straniamento e disagio che hanno provato gli ebrei: camminando tra i pilastri si prova, infatti, una straniante mancanza di equilibrio.
Infine, la terza strada è rappresentata da una lunga scala che, col suo moto ascensionale, accompagna il visitatore alle sale espositive disposte su tre piani. Questo è un percorso illuminato attraverso lucernari e finestre laterali.
La sua linearità simboleggia la continuità della storia e la consapevolezza del fatto che la vita va avanti, che esiste una speranza di salvezza. Ma, percorrendo la scala, lo sguardo viene drammaticamente “attaccato” da intrecci di travi strutturali inclinate che, come schegge, penetrano nei muri che camminano parallelamente alla scala rendendo lo spazio, ancora una volta, teso ed emozionante. Loro funzione è inoltre quella di ricordare l’imprevedibilità della storia.
Il Museo Ebraico di Berlino testimonia dunque la forza espressiva di un’architettura capace di essere “compresa” senza bisogno di intermediazioni.
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Vecchio 27-01-12, 17:25   #10 (permalink)
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un ricordo anche per tutti i genocidi dimenticati e non ricordati da nessuna giornata:
Boeri e Zulu, Armeni, Curdi, Tedeschi della Prussia orientale, Nativi americani, Tutsi, bosniaci, kulaki ucraini, cambogiani, africani del Darfur, Bosniaci e tutti quelli che neanche conosco.

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