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Vecchio 18-05-11, 20:18   #1 (permalink)
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Storie.

"Mi avevi promesso di aspettare allo stesso balcone.E poi non ce l'hai fatta più.Non ce l'ho con te,neanche per un secondo.Avevi tutti i diritti di cercare la libertà in questo modo.Sappi solo che il pensiero della tua testa che va in pezzi al contatto col terreno,il tuo sorriso meraviglioso e tutte le cose che mi hai raccontato mi rendono forte e dura a morire ogni secondo che passa". (Azadeh Pourzand)



Siamak Pourzand aveva 80 anni e da almeno cinque conduceva un’esistenza da sepolto vivo. Da molti di più era diventato, nella lotta per la libertà di stampa e di espressione in Iran, un simbolo: infelice, tragico e solitario. Non poteva essere altrimenti sotto un regime, quello della Repubblica Islamica, che imprigiona i giornalisti, strappa la penna agli scrittori, tortura gli artisti, vieta ai registi indipendenti di girare film, chiude i giornali, reprime il dissenso.

Il 29 aprile scorso Siamak Pourzand ha aperto la finestra del balcone, al sesto piano della sua casa di Teheran, e si è gettato nel vuoto. Un gesto estremo di disperazione e di protesta contro un sistema tirannico e liberticida che gli ha avvelenato la vita e tolto la fiducia nel futuro.

Giornalista, intellettuale, critico cinematografico, Pourzand è morto in solitudine come era stato costretto a vivere nell’ultimo decennio: lontano dalla moglie, Merhangiz Kar, noto avvocato per i diritti umani e attivista per la parità delle donne - a sua volta perseguitata dalle autorità e costretta all’esilio - e lontano dalle amatissime figlie Banafsheh, Leily e Azadeh. L’una e le altre vivono infatti all’estero e a nessuna di loro il regime ha consentito di rientrare in patria per visitare Siamak Pourzand dopo il 2006, da quando cioè era detenuto agli arresti domiciliari.

Pourzand, la cui salute era stata minata in modo irreversibile dalle torture fisiche e psicologiche subite in carcere, avrebbe avuto bisogno di essere curato fuori dall’Iran, tanto più dopo essere stato colpito nel 2004 da un grave infarto. Ma nonostante i molti appelli in questo senso, il governo di Teheran si è sempre rifiutato di rilasciargli un passaporto.

La carriera di Siamak Pourzand ha attraversato mezzo secolo di storia dell’Iran. Negli anni ‘60 e ‘70 era stato corrispondente negli Stati Uniti del quotidiano “Kahyan“. Seguì i funerali di John F. Kennedy, conobbe e intervistò il presidente Nixon, si occupò di cinema a Hollywood. Divenne uno dei maggiori critici cinematografici iraniani e scrisse saggi per la celebre rivista francese Cahiers du Cinèma. La fortuna cominciò a girare dopo la Rivoluzione del 1979. Il laicismo di Pourzand mal si conciliava con la svolta islamica impressa al paese. Egli perse il suo posto a “Kayhan” e cominciò a lavorare per altri giornali indipendenti, prima di diventare il direttore di un importante centro culturale di Teheran per giornalisti, intellettuali ed artisti. Solo negli anni ‘90, durante i primi anni della presidenza Khatami, caratterizzati da una illusoria e assai breve apertura alle esigenze della libera stampa, Pourzand riconquistò uno spazio come commentatore culturale in vari giornali riformisti (in seguito regolarmente chiusi dal regime). La polizia segreta mise gli occhi su si lui quando, nel 1998, seguì in diretta telefonica per una radio di lingua persiana di Los Angeles, le esequie di Darius e Parvaneh Forouhar, due intellettuali dissidenti assassinati nell’ambito della cosiddetta “catena di omicidi” con cui, nella seconda metà degli anni ‘90, il regime si sbarazzò di molte decine di oppositori, tra cui scrittori, poeti, attivisti e semplici cittadini.

L’incubo per Siamak Pourzand cominciò il 24 novembre 2001. Fu prelevato illegalmente e scomparve nel nulla, detenuto “in incommunicado” per quattro mesi. Venne tenuto a lungo in isolamento e torturato perché confessasse in Tv colpe mai commesse. Il 3 maggio 2002, al termine di un processo farsa, fu condannato a 11 anni di prigione per “avere attentato alla sicurezza nazionale con i suoi legami con elementi monarchici e contro-rivoluzionari”. Rilasciato alla fine del 2002 per ragioni di salute, venne riarrestato nel marzo 2003. Le condizioni fisiche di Pourzand peggiorarono rapidamente, e nel volgere di pochi mesi una stenosi spinale e i problemi cardiaci lo resero pressoché invalido. Dopo l’infarto del 2004, e dopo ripetuti ricoveri in ospedale (dove venne tenuto incatenato mani e piedi), nonostante le pressioni della famiglia perché gli venisse permesso di lasciare l’Iran, le autorità gli consentirono semplicemente di uscire dalla prigione di Evin costringendolo però agli arresti domiciliari. Era il 2006.

“Resterò nel mio paese fino a quando potrò testimoniare di fronte a una libera commissione quello che questo regime ci ha costretto a patire”, disse Pourzand a sua figlia Azadeh l’ultima volta che la vide. Quel giorno non è mai arrivato.

Un’altra strada, atroce, definitiva, ha permesso a Siamak Pourzand di sottrarsi ai suoi carnefici e di riprendersi infine la sua libertà.

Ultima modifica di cicomendez. : 04-06-11 alle ore 23:53
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Vecchio 19-05-11, 11:38   #2 (permalink)
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grazie, non conoscevo questa storia.

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Vecchio 19-05-11, 22:45   #3 (permalink)
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come dicevo ad un amico, ci appassioniamo per storie che non hanno nulla da insegnare, penso agli omicidi e tutte le speculazioni spesso fini a se stesse che si autoalimetano per riempire pagine di giornali o contenitori dei pomeriggi o delle notti insonni degli italiEni.
poi ci sono storie come queste, tragiche si, ma che nello stesso tempo ci danno una visione diversa del senso della vita.
al di la della bruttura della vicenda in se per se, c'è l'infinita bellezza umana, intellettiva e morale del protagonista della stessa.

storie così nessuno si prende la briga di raccontarcele.
semplicemente perchè non fanno audience.


Ultima modifica di cicomendez. : 19-05-11 alle ore 23:20
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Vecchio 20-05-11, 06:23   #4 (permalink)
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come dicevo ad un amico, ci appassioniamo per storie che non hanno nulla da insegnare, penso agli omicidi e tutte le speculazioni spesso fini a se stesse che si autoalimetano per riempire pagine di giornali o contenitori dei pomeriggi o delle notti insonni degli italiEni.
poi ci sono storie come queste, tragiche si, ma che nello stesso tempo ci danno una visione diversa del senso della vita.
al di la della bruttura della vicenda in se per se, c'è l'infinita bellezza umana, intellettiva e morale del protagonista della stessa.

storie così nessuno si prende la briga di raccontarcele.
semplicemente perchè non fanno audience.
o perchè rischiano di far pensare?
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Vecchio 20-05-11, 08:57   #5 (permalink)
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chissà cosa diranno di me quando morirò.
forse nessuno parlerà della mia storia per lo stesso motivo.
mi piace pensare che sia così.

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Vecchio 09-09-11, 14:53   #6 (permalink)
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Troy Davis



Il 6 settembre, un giudice della Georgia ha firmato l'ordine di esecuzione per Troy Davis, che autorizza lo stato ad eseguire la condanna nella settimana tra il 21 e il 28 settembre. Il Dipartimento delle prigioni della Georgia ha fissato la data dell'esecuzione il 21 settembre.
Persistono dubbi sulla colpevolezza di Troy Davis circa il reato per il quale è stato condannato a morte 20 anni fa.

Troy Davis è stato condannato a morte nel 1991 per l'omicidio del poliziotto Mark Allen MacPhail a Savannah, Georgia, nel 1989. Nessuna prova fisica collega direttamente Davis all'omicidio e l'arma del delitto non è mai stata trovata. Il caso Davis si basa soprattutto sulle testimonianze oculari. Dall'inizio del processo, sette dei nove testimoni chiave hanno ritrattato o cambiato la loro testimonianza, a causa delle coercizione da parte della polizia.

Il 28 marzo la Corte suprema degli Stati Uniti si è rifiutata di accogliere la richiesta del caso Davis, dando così la possibilità allo stato della Georgia di fissare la quarta data della sua esecuzione. Nel 2007, Troy Davis è arrivato a meno di 24 ore dall'esecuzione; in quest'occasione l'ufficio per la grazia e la libertà vigilata ha sospeso l'esecuzione dichiarando che non l'avrebbe autorizzata "a meno che e fino a quando i suoi membri non fossero stati convinti della colpevolezza, senza alcun dubbio, dell'imputato". Nel 2008 sono state fissate altre due date per la sua esecuzione, entrambe sospese.

Dal 2007, tre stati degli Stati Uniti hanno abolito la pena di morte. Al momento della firma delle proposte legislative per l'abolizione della pena capitale, i tre governatori hanno sottolineato, tra le motivazione della scelta di rinunciare alla pena di morte, il rischio di commettere un errore irrevocabile. Da quando Troy Davis è nel braccio della morte, più di 90 detenuti sono stati rilasciati perché innocenti. In ognuno dei primi processi relativi a questi casi, gli imputati erano stati giudicati colpevoli al di là di ogni ragionevole dubbio.


Gentili membri,

sono un sostenitore di Amnesty International, l'Organizzazione internazionale che dal 1961 agisce in difesa dei diritti umani, ovunque nel mondo vengano violati.

Riconosco la gravità del reato per il quale è stato condannato a morte Troy Davis, ma anche dopo l'udienza federale probatoria del 2010, i dubbi sul caso persistono.

Vi ricordo che occorre agire con certezza assoluta, contro un errore irreversibile, e vi ricordo la vostra dichiarazione del 2007, secondo la quale, non avreste mai acconsentito a un'esecuzione se ci fosse un qualche dubbio sulla colpevolezza del detenuto.

Ci sono prove sostanziali sulla fallibilità del sistema di giustizia capitale ed è per questo che vi invito a concedere la clemenza e a commutare la condanna a morte di Troy Davis.

FIRMA LA PETIZIONE
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Vecchio 09-09-11, 15:08   #7 (permalink)
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Ok, prof... niente certezza assoluta della colpevolezza,
niente pena capitale...

L'ignobile esecuzione di Sacco e Vanzetti non ha insegnato nulla agli yankee...
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Vecchio 09-09-11, 15:14   #8 (permalink)
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Ok, prof... niente certezza assoluta della colpevolezza,
niente pena capitale...

L'ignobile esecuzione di Sacco e Vanzetti non ha insegnato nulla agli yankee...
Niente pena capitale a prescindere, Sir.
Non riesco a reputare l'uccisione di un individuo una forma di giustizia: è e rimane un omicidio.
Gli yankee hanno molto da imparare in materia di umanità, a iniziare da casa loro per arrivare a quello che esportano spacciandolo per democrazia.

E' sempre un piacere leggerti, Sir...
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Vecchio 17-09-11, 00:22   #9 (permalink)
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Duane Buck è stato condannato per due omicidi.
Accolto il ricorso per «pregiudizi razziali»

Nel carcere di Huntsville, in Texas
Rinviata un'esecuzione all'ultimo minuto
Duane Buck è stato condannato per due omicidi.
Accolto il ricorso per «pregiudizi razziali»



Duane Buck, detenuto in Texas e condannato a morte per due omicidi

MILANO - La Corte suprema degli Stati Uniti ha rinviato all'ultimo minuto l'esecuzione di una condanna a morte nel carcere di Huntsville, in Texas, nei confronti di un nero, Duane Buck, 48 anni, condannato alla pena capitale per due omicidi compiuti nel 1995 a Houston. La Suprema corte ha accolto il ricorso degli avvocati della difesa secondo i quali il processo contro Buck era stato viziato da pregiudizi razziali.

«MOLTO FELICE» - «L'avvocato di Buck, Kate Black, si è detta «molto felice che la Corte suprema abbia riconosciuto l'ingiustizia razziale in questa vicenda». Ha «riconosciuto l'importanza della questione», ha dichiarato il legale, sottolineando che la più alta giurisdizione del paese non ha precisato la durata del rinvio. Uno dei procuratori che avevano ottenuto la condanna nel 1997 di Duane Buck per un duplice omicidio (della sua ex fidanzata e di un amico della donna compiuti nel 1995 a Huston), Linda Geffin, aveva chiesto lunedì un rinvio temporaneo al governatore Rick Perry spiegando che «nessun individuo deve essere condannato senza avere beneficiato di un processo giusto, non falsato da considerazioni razziali».
Redazione Online
16 settembre 2011 11:26

Rinviata un'esecuzione all'ultimo minuto - Corriere della Sera

_____________________


Da non credere... a quasi 150 anni dalla sanguinosa secessione dei sudisti-schiavisti, i Texani sono ancora impregnati di «pregiudizi razziali»...

L'Ominide, macchina complessa...
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Vecchio 17-09-11, 15:24   #10 (permalink)
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MILANO - La Corte suprema degli Stati Uniti ha rinviato all'ultimo minuto l'esecuzione di una condanna a morte nel carcere di Huntsville, in Texas, nei confronti di un nero, Duane Buck, 48 anni, condannato alla pena capitale per due omicidi compiuti nel 1995 a Houston. La Suprema corte ha accolto il ricorso degli avvocati della difesa secondo i quali il processo contro Buck era stato viziato da pregiudizi razziali.

«MOLTO FELICE» - «L'avvocato di Buck, Kate Black, si è detta «molto felice che la Corte suprema abbia riconosciuto l'ingiustizia razziale in questa vicenda». Ha «riconosciuto l'importanza della questione», ha dichiarato il legale, sottolineando che la più alta giurisdizione del paese non ha precisato la durata del rinvio. Uno dei procuratori che avevano ottenuto la condanna nel 1997 di Duane Buck per un duplice omicidio (della sua ex fidanzata e di un amico della donna compiuti nel 1995 a Huston), Linda Geffin, aveva chiesto lunedì un rinvio temporaneo al governatore Rick Perry spiegando che «nessun individuo deve essere condannato senza avere beneficiato di un processo giusto, non falsato da considerazioni razziali».
Redazione Online
16 settembre 2011 11:26

Rinviata un'esecuzione all'ultimo minuto - Corriere della Sera

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Da non credere... a quasi 150 anni dalla sanguinosa secessione dei sudisti-schiavisti, i Texani sono ancora impregnati di «pregiudizi razziali»...

L'Ominide, macchina complessa...
Forse in America stanno un po rivedendo in fatto di giustizia?

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