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Racconti
Resta…
“Non partire! Ti prego…” Le parole di Luca e il tocco delle sue mani le risuonavano nelle orecchie come il reef di una canzone che ti è entrata in testa e non se ne vuole andare. L’aveva guardata dritta negli occhi Luca, con quei suoi occhi verde mare e lei aveva sentito qualcosa scioglersi all’altezza dello stomaco, il punto dove le si concentravano tutte le emozioni. “Non andare, davvero… resta!” Le aveva preso le mani, poi con le mani le aveva cinto la vinta. “Non te ne sei accorta ancora?” – le aveva sussurato mentre la stava attirando piano piano a sé. “Mi sono innamorato. Non era in programma. Non doveva succedere. Ma è successo. E se domani parti, io…” E dopo non c’erano state più le parole di Luca, perchè l’aveva baciata. Così, senza preavviso. Finalmente, ci era riuscito. Erano mesi che voleva farlo, ma non voleva rompere il patto di amicizia che avevano fatto dieci mesi prima, quando lui e Sara si erano conosciuti appena lei era arrivata sull’isola con in mano un contratto di lavoro di dieci mesi. Lei era fidanzata e non cercava storie. Lui era appena uscito da una convivenza e per un po’ aveva deciso di starsene per conto suo. Così avevano iniziato a frequentarsi. Sempre come amici. Per Sara era diventato lentamente un punto di riferimento importante, in quel posto dove non conosceva nessuno. Ed anche Roberto, il suo fidanzato, era contento di quell’amicizia. Aveva conosciuto Luca e dopo un’inziale diffidenza aveva deciso che era un bravo ragazzo ma soprattutto lo riteneva innoquo. E invece… si sentiva confusa. Si sentiva in colpa verso il Roberto che la aspettava l’indomani alle 6 del pomeriggio al suo sbarco dal traghetto. Lui che si fidava ciecamente di lei… cosa gli avrebbe detto? Gli avrebbe raccontato tutto in nome della sincerità ad ogni costo? O forse era meglio tacere? Ma se fosse stata veramente innamorata, avrebbe ricambiato il bacio di Luca? E soprattutto, la richiesta di Luca di rimanere, l’avrebbe messa così in crisi? Sicuramente no. L’ultima valigia era orami pronta. Il resto dei bagagli erano stati stipati nel bagagliaio della sua pandina vecchia e sbrindellata. Doveva andare. Sara dette un ultimo sguardo a quella casina affacciata sul mare, che per 10 mesi era stata sua, cercando di imprimersi nella mente ogni particolare. Spense le luci. Andò dalla padrona di casa che abitiava al piano di sotto a consegnarle le chiavi e a salutarla. Scese la scalinata esterna. Montò sulla sua macchina. E per l’ultima volta fece il viaggio verso il porto. Un groviglio di emozioni le attanagliavano lo stomaco. “E se restassi qui?” – pensò per un attimo. “No… non scherziamo. E che farò? Andrò a vivere da Luca? Iniziamo subito una convivenza? E se poi le cose non funzionano, che faccio? E poi, con Roberto? Come gli dico che ho conosciuto un altro e che lo mollo dopo 6 anni di fidanzamento e l’idea di sposarci il prossimo anno? E soprattutto che quest’altro è proprio Luca? Dopo mesi che gli dico che è solo un amico…” Questi erano solo una piccola parte dei pensieri che le si stavano aggrovigliolando nella testa. Intanto era arrivata al porto. Mancava circa mezz’ora alla partenza del traghetto, per cui avevano già iniziato le operazioni di imbarco dei passaggeri con un veicolo al seguito. Sara si incolonnò dietro ad un camion. Stava procedendo lentamente verso la stiva del traghetto, quando lo vide. Luca era lì, in piedi a circa 50 mentri da lei. La stava guardando andare via. In silenzio. Aveva detto che non sarebbe andato al traghetto. Aveva detto che se lei avesse deciso di restare lo poteva chiamare in qualcunque momento del giorno e della notte ma mai e poi mai sarebbe andato a salutarla alla nave qualora fosse voluta ripartire. Vedeva questo genere di cose adatte ai film d’amore o ai romanzi rosa e non facevano decisamente per lui. Di impulso, senza pensare Lidia mise la freccia. Si staccò dalla colonna di macchine e camion e motori che si era formata. Si staccò dai suoi pensieri in cui stava annegando senza arrivare ad una soluzione. E andò verso Luca. |
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Raccoglievamo i fiori e passeggiavamo lungo il viale guardandoci negli occhi come due bambini persi nei loro pensieri di splendida e ingenua incoerenza. Un po’ troppo cresciuti per tenersi per mano ma non troppo cresciuti per tenersi in una distanza che strazia e logora gli animi. Tu mi dicevi “Non lo sai” e io non lo sapevo davvero.
Il fatto del desiderare ardentemente di sentirmelo dire una volta per tutte faceva di me una ladra di confessioni. Sì a me può dirlo e poi scordare di avermelo detto. Così ci sedemmo e mentre accarezzavi i petali di (guarda un po’) un narciso, eri un uomo audace. Lo raccontasti così bene che desiderai essere quella donna per pochi minuti pur di potermi sentire amata. Da ladra quale sono ti rubai quell’istante in cui non mi guardasti e fissando il tenero fiore è probabile che la tua mente tornasse indietro a quei giorni con Lei, solo Lei, sempre Lei. La tua Diva gloriosa la tua Dea mistica, la tua Dama nera. Mentre ascoltavo le tue parole così soavi e fluttuanti nell’aria, osservavo con grande interesse anche i più sottili movimenti delle tue dita sui petali e le tue palpebre. Sei così bello ed è così banalmente banale dirlo e ne rido, mi derido e mi compiaccio. Chè anche se hai sofferto il tuo sorriso ha una punta di zucchero a velo mischiato al veleno. Ed io sono instupidita e me ne compiaccio. Lei è la tua eroina. Un sentimento così credo di averlo provato anch’io, forse, solo per un bambino, quand’ero bambina. Era il più carino della scuola materna – questo lo ricordo bene – e tutte le bambine lo volevano per sé. Io me ne stavo in disparte, tra le bambole di pezza e gli accessori di cucina. Quel giorno lui si avvicinò e mi chiese se volevo giocare con lui e il pongo. Io capii subito, in realtà mi stava chiedendo di sposarlo. Era l’uomo della mia vita, era lui senza alcun dubbio. Gli diedi un bacio sulla guancia e ci fidanzammo ufficialmente. Le nostre mamme ne ridevano ma noi volevamo stare insieme per sempre. Poi i tempi cambiarono di molto e ci cambiarono entrambi. Quel genere di sentimento però, di una purezza incontrastata, non l’ho mai più provato. Così come l’atmosfera, anch’esso si è inquinato. E tu tra quegli alberi e quei fiori avevi ancora voglia di starmi a parlare di amori perduti invece di tendermi le mani. |
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Non sempre la vita si presenta come è stata immaginata, anzi quasi mai!
Non sempre va tutto come è stato pianificato, anzi, c’è sempre un imprevisto che, seppur piccolo, manda tutto all’aria. E’ il destino, il fato, che interviene all’improvviso, inaspettato, che spazza via tutto come un uragano, lasciando dietro di sé tante macerie dalle quali ricominciare a costruire, ma pur sempre macerie rimangono! Non credo nel destino, ognuno il proprio destino se lo costruisce da sé, allora che cos’è quella cosa che interviene senza che nessuno ne abbia fatto richiesta, strapazza tutto in modo assoluto, senza aver il minimo rispetto per la vita? Ma in fondo, perché bisogna aver rispetto se poi l’uomo, per sua natura, non ha rispetto nemmeno lui stesso del suo simile. Coincidenze e situazioni determinate dall’azione di ogni singola persona, che si intrecciano, si aggrovigliano e creano altre situazioni che condizionano l’esistenza di qualunque individuo. Un po’ come l’amore, due vite che si incontrano, si intrecciano e creano una nuova vita… Ho quarantacinque anni e nessuna passione. Maturità classica con il massimo voto e quindici esami sostenuti alla facoltà di lettere moderne che dopo tanti anni non hanno più nessun valore. Poi il buio più completo! Due funerali alle spalle: orfano di padre da più di vent’anni e di madre da qualcuno in meno. Né fratelli né sorelle, né tanto meno parenti; li vedi solo quando hanno bisogno di te. Denaro? Nemmeno l’ombra, e meno male che i miei nonni mi hanno lasciato in eredità un misero monolocale, così almeno non devo pagare l’affitto! Lavoro? E’ estremamente complicato per un giovane trovare un lavoro soddisfacente al sud, figurarsi per un maturo quarantacinquenne, ma si deve pur campare ed io per farlo lavoro come guardiano notturno in un orribile cantiere. Aspetto in totale solitudine, seduto su una vetusta sedia posto in gelido corridoio di un prefabbricato dove sono posti gli uffici, e quando tutti sono andati via, sempre a notte fonda, chiudo le porte e spengo le luci. Ovviamente non lavoro tutte le notti, ce ne sono alcune in cui mi ordinano di non avvicinarmi assolutamente al cantiere, e in altre, quasi sempre il fine settimana, dove resto anche di giorno, rigorosamente tutto in nero. Questo non mi permette di vivere ma di sopravvivere sì! Certo, sono sempre in cerca di un lavoro più remunerativo, ma ahimé non riesco proprio a trovarlo, sarà tutta colpa mia? E da qui nasce e cresce la mia consapevolezza, che in poco tempo si sono frantumati tutti i miei desideri, le mie aspirazioni e i miei sogni, questa consapevolezza io la chiamo “insoddisfazione”. Quando mi capita vedo la tv, soprattutto la mattina nel mio lettino; ricordo che amavo guardare le love story, i film d’amore, ma ora davanti a un bel film riesco a vederne solo l’inizio, mi addormento subito. E finalmente giunge il momento più bello della mia giornata, l’agognato e sospirato riposo, il sonno ristoratore, dove recupero tutto ciò che ormai non ho più: i miei sogni. “Il treno delle 20.30 è partito da pochi minuti. Domani mattina presto sarò a Milano. Sono tornato a casa dai miei genitori per vedere come stavano, e anche per respirare un pizzico di sana aria del mio paese natìo e delle mie origini. Da più di quattro anni insegno letteratura in un liceo dell’hinterland milanese e, ad essere sincero, trovo che i miei studenti sono molto bravi, insolitamente si appassionano alla letteratura. Ho ricaricato le batterie, e sono pronto a riprendere il mio lavoro con più entusiasmo di prima; a me piace tantissimo insegnare. Il vagone di seconda classe é praticamente vuoto e nel mio scompartimento ci sono solo io. Sedutomi nella poltroncina vicino al finestrino, stendo le gambe sul sedile di fronte, senza togliermi le scarpe in pelle nera, classiche, che si intonano perfettamente con il mio gessato blu. Erano passati poco più di dieci minuti che l’accesso allo scompartimento si apre ed entra una ragazza che senza nemmeno salutare, posiziona i suoi bagagli nello scomparto in alto. Io immediatamente tiro indietro le gambe e mi rannicchio nel mio sedile, imbarazzato dall’essere stato sorpreso in atteggiamento scomposto, occupando due posti. Lei, senza nemmeno degnarmi del minimo sguardo, si posiziona nel posto di fronte al mio, prende dalla tasca della giacca un lettore mp3, si sistema le cuffie nelle orecchie e, incrociate le gambe, fissa lo sguardo verso il finestrino buio. Io la osservo attentamente per qualche minuto. Indossa una giacca scura, aperta, che contrasta con la deliziosa maglietta bianca con pagliuzze argentee che formano il marchio di una famosa griffe d’abbigliamento. Scarpe nere, da donna ma molto sobrie, che si perdono nelle pieghe nere di un jeans abbastanza attillato. Un bel viso, pulito, dal quale risplendono due occhi scuri e due labbra delicate. Capelli lunghi e neri, ben tenuti, che sovrastano gli occhiali con una montatura un tantino retrò ma che le danno una fine aria da intellettuale. Non è magrissima e ha tutte le forme giuste al posto giusto. Ora osservo con attenzione le mani, che tiene piegate sull’addome, con la destra che copre l’altra, sono ben curate ma non riesco a vedere se all’anulare sinistro porti qualche anello. Dovrà prima o poi stancarsi di quella posizione e mostrare quella benedetta mano coperta! Ma il primo a stancarsi sono io e mi perdo nel decidere cosa fare per far passare il tempo. La prima idea è quella di continuare il mio libro di poesie, ma subito l’abbandono poiché la lettura a quest’ora mi fa venir sonno. Allora penso di prendere il mio portatile e magari, col cellulare, di navigare in internet, ma anche questa idea viene scartata poiché in treno il cellulare perde campo e soprattutto perché non mi va di alzarmi e prendere il portatile nella borsa. Allora opto per la nintendo DS che ho in tasca. Comincio a giocare ad una corsa di auto ma mi rendo conto di sbattere ad ogni curva ed arrivo ultimo. Sono poco concentrato, infatti mi distolgo continuamente dal gioco per osservarla attraverso il riflesso del finestrino fino a quando nel riflesso incrocio il suo sguardo con il mio. Subito socchiudo gli occhi e faccio finta di essere preso dal gioco. Lei, adesso, mi osserva accuratamente. Si toglie le cuffie e le ripone con il lettore mp3 nella tasca da dove le aveva prese. Di colpo allunga la mano destra verso di me. - Piacere Emy - Rimasi interdetto per qualche attimo e poi con poca disinvoltura le strinsi la mano presentandomi anch’io. - Vai anche tu a Milano? – mi chiese. - Si! – risposi quasi intimorito. - Anch’io! Lavoro lì. Insegno lingua inglese in una scuola della provincia. - Anch’io, ma insegno letteratura – risposi stavolta con grande entusiasmo dovuto alla inaspettata coincidenza. - Ascoltavi musica? – aggiunsi frettolosamente. - Ascoltavo i Queen, Freddie Mecury, “ The show must go on ”, l’ultima sua canzone prima di morire. Sai è per me come un motto di vita. Lo show deve continuare… - - Io preferisco “Carpe Diem” sono più… – - Dal film con Robin Williams più che dalla propositiva filosofia oraziana – - Si proprio così! – - Stavi giocando con quella? – indicando la nintendo DS. - Si, ma a dire il vero volevo guardare un film che ho scaricato ieri, poi invece mi sono messo a giocare… - - Possiamo vederlo assieme se ti va? – - Certo che mi va! – Si alzò e si spostò nel posto centrale accanto al mio. Staccò le cuffie dal suo mp3, una se la mise all’orecchio e l’altra la porse a me. Come ha fatto a capire che voleva ascoltare l’audio del film con le cuffie? Man mano che le scene andavano avanti lei più si avvicinava a me ed io a lei. Ora il suo prosperoso seno era poggiato candidamente sul mio gomito. Ad un certo punto mi voltai verso di lei e mi accorsi che mi stava guardando. I nostri sguardi erano vicinissimi ed io mi persi nei suoi occhi scuri. Fui come attratto da un misterioso magnetismo e mi ritrovai senza rendermene conto a baciarla. Anche lei fu presa dallo stesso mistero e delicatamente corrispose al bacio. Terminato l’incantevole momento, ripose la testa sulla mia spalla e si addormentò. Dopo che il battito del mio cuore era finalmente rallentato e ritornato regolare, poggiai anche io la testa sulla sua e mi addormentai”. Un trillo di telefonino mi sveglia di colpo. Mi ritrovo nel mio lettino, nella mia casa, col mio pigiama addosso e col mio solito cuscino tra le braccia, segnato al centro dall’alone dell’ennesimo inconsapevole bacio. Prendo il cellulare e vedo il solito squillo in anonimo del mattino. Chi sarà mai? Qualche goliardico che mi vuol prendere in giro, oppure… La mia bocca è tutta impastata e un amaro sapore l’avvolge. E’ il quotidiano sapore dell’insoddisfazione. |
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Sei nervoso per dare un senso alla giornata, ti appoggi un istante su di una sedia e rifletti.
Parlare per metafore è il modo migliore e peggiore per sentirsi sempre meno vivi. Lo fai con perizia scientifica, non lasci niente al caso. Passeggiando lungo la strada che porta da lì a me, ripeti parole come gigli e farfalle, le lasci libere e non ci speri. Sono un’ape e ti ronzo intorno, tu mi scacci in malo modo e non mi vuoi vedere. Se ti pungessi ti farei male per poi pentirmene. Ora sono una coccinella. Mi tieni in palmo di mano e mi osservi. Cerchi di capire se potrò portarti fortuna o per te sarò solo un tormento. Potrò volare solo nel momento in cui mi lascerai andare e non ti volterai mai più indietro a guardare se sono ancora qui. Ora sono gatta e mi muovo sensuale, con un’aria importante, mi terrai in braccio ancora un po’ e poi dormiremo insieme mentre io farò le fusa. Ora sono serpente e mi nascondo nel tuo giardino, ti vedo uscire e tu non vedi me però ti piacerebbe essere morso perchè il mio veleno ti dà quello che cerchi e che non hai. Sotto la pietra resto immobile ad aspettare il tuo passaggio. Ora sono leonessa e fiera mi guardo intorno, mi lecco le ferite e non ho paura di domani, che il sole sorgerà lo stesso con o senza i tuoi occhi puntati sul mio corpo. Ora sono mantide e tu mi guardi affascinato. Ora sono Venere e posso far di te quello che mi va. Docile, perfida, baciami. Insegui il mio sguardo sul ciglio del mondo e sanguini voglia di perderti in me, reclinando la testa all’indietro mentre pensi che ora sia solo per te. Santo sudore e mani infuocate, sono la spia di un dolore più acceso che non vuole placarsi e sputa fuori lo strazio e la pena di non sapere di chi sei, dove sei, se mi vuoi, come vuoi, come vuoi, come vuoi. Mangi le ore e ti copri di sbagli, poi ti penti e non mi cerchi. Io saprei dirti che il giorno più bello è il più triste ed è opaco. Da queste ciglia pioveranno gocce di luce e i miei capelli sapranno di sale. E tu li potrai annusare e dormirci su tutte le notti che vorrai, anche in quelle notti che non sono proprio tali ma somigliano a giorni che non vogliono saperne di finire. Poi finiremo a sentirci persi o semplicemente ci perderemo. |
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Non era alta, poco magra, aveva anche un seno vigoroso, eppure era tanto giovane.
Carnagione chiara con due deliziose guance rosee, viso tondo con due grandi occhi così e delle labbra rosse, fresche. I capelli erano di un biondo dorato, per questo era chiamata Dora. - Ehi scusa? Possiamo conoscerci? – aveva accennato Giorgio tentando un timido approccio. - No! Mi dispiace, devo andare! – rispose lei e attaccatasi al braccio della sua compagna continuò a camminare su e giù per il corso, sotto le colorate luci delle luminarie accese in occasione della festa. Dora era più splendente delle luci, non aveva mai visto prima Giorgio, ma sentiva il suo cuore palpitare animosamente come mai gli era successo. Giorgio continuava a seguirla, a braccetto del suo amico. Cercava di mettersi in mostra, saltava, urlava, rideva fragorosamente, si fermava con gli altri amici che incontrava nel corso e si dava delle arie da grande ma non la perdeva mai con lo sguardo. Voleva fare colpo su di lei e ostentava una sicurezza disarmante, ma era solo apparenza, nel suo animo temeva di non piacere alla ragazza che aveva adocchiato. Dopo tanti va e vieni, Dora si fermò davanti ad una bancarella e osservò un anellino fatto di pietre preziose, naturalmente finte. Questo fu, per lui, il momento propizio per un nuovo tentativo, comprò l’anellino e lo diede a lei. - Ma non dovevi andare? - Sì, ma sono rimasta un altro po’! Lasciati soli dai rispettivi amici, continuarono a parlare e a camminare su e giù per la festa. Fattosi tardi, si lasciarono dandosi appuntamento per la sera dopo. La notte e il giorno successivi passarono troppo lentamente per i ragazzi che ripassarono attentamente i lieti momenti trascorsi assieme e aspettarono ansiosi i lieti momenti che dovevano ancora passare assieme. Giunta finalmente la sera, Dora e Giorgio si rincontrarono nella villa comunale che si affacciava sul corso. Lì le luci delle luminarie giungevano più fioche e apparivano come colorate stelle del cielo, almeno per i loro occhi innamorati. Trascorsero tutta la serata a parlare di loro e degli altri, di tutto e di tutti, e nel parlare e tra il parlare si diedero un bacio. Il primo bacio, quello che è concesso solo ai grandi, ma che fa ritornare i grandi puri come i ragazzi. Un sogno da rincorrere, da desiderare, perché chi l’ha provato ha raccontato di una cosa meravigliosa, di un momento indescrivibile, questo è quello che i loro amici che lo avevano già saggiato, dicevano del bacio. E pure per loro fu magia. Dora, nel suo letto, non faceva altro che pensare a Giorgio, a quel bacio straordinario, a quando sarebbe accaduto di nuovo, forse domani… Pensò alla madre, che se l’avesse saputo, l’avrebbe rimproverata, punita. Lei che gli raccomandava sempre di non farsi convincere dai ragazzi, di stare attenta, che era troppo piccola. Pensò pure che con quel bacio sarebbe potuta rimanere incinta. Sapeva benissimo che non era possibile, con un bacio non si resta incinta ma quel pensiero la faceva essere felice, si sentiva legata per sempre a Giorgio. La terza sera della festa era anche l’ultima, era quella del concertino e dei fuochi a colori. Dora aspettava impaziente Giorgio, avrebbero assistito allo spettacolo canoro mano nella mano, cullati dalle dolci note di quel cantante neomelodico che piace tanto alle ragazzine, e anche a lei. Aspettò inutilmente. Il cantante iniziò il suo concerto, ma Giorgio non arrivò. Tra la gente cominciò a circolare una voce. - E’ stato ucciso un ragazzo! – dissero. Dora ebbe un tremito di terrore che non smise fin quando le voci non furono più precise. - E’ un ragazzo della masseria d’ò pecuriello! E’ stato sparato! - L’ha sparato Giorgio, il figlio di Nicola o’ malamente! Le voci divennero sempre più insistenti e dettagliate. Dora fece subito ritorno a casa, da sola, i genitori e i fratelli erano tutti alla festa. Si chiuse dentro e rinchiuse se stessa nel vuoto isolamento della sua stanzetta. Giorgio era un tipo bellicoso, era sempre al centro di litigi fra ragazzi. Gli amici lo chiamavano apposta quando c’era da menare le mani. Già nei giorni precedenti alla festa si era sfiorata la rissa con quelli della masseria d’ò pecuriello e si erano dati appuntamento per quella sera al campo delle giostre. Quelli della masseria d’ò pecuriello, portarono un ragazzo più grande, il loro campione, uno con delle mani enormi quanto due pale. Giorgio, invece, portò con se la pistola di suo padre, e la diede in custodia ad un suo amico fidato, non voleva che Dora la vedesse. Suo padre era un tipo poco raccomandabile, più di una volta si era trovato in qualche guaio. Era stato in prigione, perché litigando con un vicino, aveva dato fuoco al suo campo di grano. Giorgio già altre volte aveva preso la pistola del padre, senza mai usarla, prima d’ora. Il ragazzo grande della masseria d’ò pecuriello gli diede due schiaffi e lui non esitò a farsi dare l’arma, sparandogli in faccia a bruciapelo. Dora, sul suo letto, sobbalzò al primo colpo di mortaio che segnavano la fine della festa, si recò alla finestra e si mise a guardare i fuochi. Nel cielo scuro di quella notte brillarono luci e colori che si riflessero nelle lacrime sul volto scuro di Dora. Non si dimenticò mai di lui, gli scrisse tutti i giorni che passò in carcere, ma ricevette raramente qualche risposta. Aveva abbandonato la scuola ed era ingrassata tanto, il dolore l’aveva portata a non riuscire più ad aprire un libro e a darsi da fare con il cibo. Il suo volto, però era rimasto uguale, sempre carino e un sorriso sereno dal quale non trapelava il dolore che serbava in seno. Dopo cinque anni, Giorgio uscì di prigione, e si incontrarono di nuovo per continuare quello che era stato brutalmente interrotto in quella tragica notte di festa. Per continuare ciò che aveva avuto inizio con quel bacio. E continuarono, continuarono ancora… I genitori di lei, gente semplice, onesta e dedita al lavoro, erano ormai a conoscenza di quell’amore celato e cercarono in tutti i modi di contrastarlo. Volevano farle capire che con un ragazzo del genere non avrebbe avuto futuro, che era meglio dimenticarlo. Infatti, Giorgio non cambiò il suo stile di vita, in carcere si era garantito la protezione di persone potenti, adesso doveva ripagare prestando servigi. Un giorno, mentre era al bar, dei malintenzionati, mandati da persone a cui aveva dato fastidio, lo picchiarono a sangue, distrussero il bar, e attentarono all’incolumità del gestore e dei presenti. Gli sforzi dei genitori di Dora si moltiplicarono per far dimenticare alla propria cara figlia quel ragazzo che cresceva e sarebbe presto diventato “o’ malamente”. Inoltre, la madre di Giorgio, andava confidando a tutti l’amore tra i due ragazzi, di Dora che era perfetta per il figlio, la ragazza ideale. Tutto ciò infastidiva i genitori di lei, e li fece accanire ancor di più nel loro intento di tenerla lontana da lui. Chiesero aiuto anche ad una psicologa e portarono Dora da lei. - Ciao Dora, sono la dottoressa D’anobbio, però chiamami Tiziana. Allora, parlami della tua vita, anzi, parlami di Giorgio. E per mesi e mesi si andò avanti con continue sedute. - Ciao Dora, come va? Ti vedo più cicciotella, stai mangiando molto? - No Tiziana, è solo che in questo periodo sono più poltrona del solito, ho le mie cose… Sai, ho conosciuto un ragazzo da sogno, ha due occhi da cerbiatto, è il nipote di una mia parente, mi ha riempito di coccole e attenzioni. Erano passati come il vento altri due anni, e Dora questa volta sembrava avercela fatta a dimenticare Giorgio. Era giunto, come ogni anno, il periodo della festa e di nuovo le strade erano illuminate da vivaci colori. La madre di Dora, tornava a casa a braccetto col marito per la strada isolata, scambiandosi effusioni come avevano fatto da giovani. Erano ormai tranquilli per la figlia, che mostrava altri interessi, diversi da Giorgio. Entrati in cucina, trovarono una lettera sulla tavola. “Cara Mamma, caro Papà, So che nella mia vita vi ho dato tante delusioni, ma questa forse sarà la peggiore. Sono incinta, scappo via con Giorgio. Anche se non lo credete, vi voglio immensamente bene! La vostra Dora.” Passarono una notte e un giorno per riprendersi dall’accaduto, per quelle disgraziate persone che avevano speso tutto il loro amore per la figlia. Dora era in salotto a casa dei genitori di Giorgio, era riuscita a tener nascosta la sua gravidanza per quattro mesi grazie alla sua obesità variabile, ma ora cominciava ad essere evidente. Era riuscita ad ingannare tutti, i suoi genitori, i fratelli, gli amici, la psicologa e forse anche se stessa. Seduta sul divano a guardare la TV sentì suonare il campanello della porta. - Siamo i genitori di Dora, possiamo vederla? - Accomodatevi! Dora si alzò dal divano e rimase immobile, non ebbe più la forza di muoversi. Alla vista della madre e del padre cominciarono a brillarle gli occhi e ad erogare lacrime di contentezza. Tutto finì in un abbraccio infinito |
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Arrivò al parcheggio che il sole già cominciava a calare, tutto intorno distese di campi gialli, talmente gialli che sembravano ripassati con l’evidenziatore.
Spense il motore, aprì lo sportello e scese lentamente, richiudendo poi con decisione. Lui era in piedi di spalle, un sottile filo di fumo si alzava dalla sua sagoma in controluce sul cielo rosato. “Ti ho cercato…” disse piano lei quando lo raggiunse, avvicinando il viso alla sua spalla e guardando nella sua stessa direzione. “Sì, lo so.” Rimise la sigaretta in bocca e aspirò una lunga boccata, senza voltarsi. “Non mi hai risposto…” continuò lei con lo stesso tono di voce, dolce, e quasi rassegnato. “E’ vero.” Irritata dalla sua immobilità, lei fece due passi e si andò a mettere di fronte a lui, coprendogli il sole che tramontava, e cercando il suo sguardo azzurro che lui volutamente teneva fisso in un punto lontano. La luce rosata del tramonto sembrava mitigare tutto, come una sorta di anestetico che si potesse respirare senza rendersene conto ma apprezzandone comunque il beneficio. Lei alzò dolcemente la mano destra, la posò sulla sua guancia e disse: “Guardami, per favore”. Lui abbassò lo sguardo fino a guardarla, alzando un sopracciglio come a dire: “Sì? Parli con me?” Lei aveva ormai capito che non poteva fargli discorsi profondi, spiegargli quello che aveva dentro, parlargli delle sue aspettative, che lui stesso aveva generato, e delle delusioni che costantemente raccoglieva quando cercava di ritrovare le sensazioni dei primi tempi. Ci aveva semplicemente rinunciato, tanto lui non capiva, e lei soffriva solamente. Ma non voleva rinunciare a lui. Guardava i suoi splendidi occhi di ghiaccio e intanto, tranquillizzata dalla luce del tramonto, cercava di pensare a come comunicare con lui, a quali emozioni trasmettergli, a quante e quali possibilità aveva di raggiungere ancora il suo cuore, e di sentirlo vicino come era un tempo. Lui non sostenne il suo sguardo a lungo, approfittando della sigaretta lo distolse e, dopo alcuni minuti di silenzio, si rigirò di scatto verso di lei chiedendo: “Quindi?” Lei ebbe allora la precisa sensazione che nulla fosse trapelato della sua ennesima delusione, del suo senso di ingiusto abbandono, si sentì come qualcuno che scrive le sue ragioni in grande sul muro di un luogo deserto, dove nessuno le leggerà mai… Si avvicinò alle sue labbra, in un istintivo desiderio di baciarlo, ma un attimo prima del contatto alzò gli occhi, vide l’azzurro di quelle due stelle fredde rimanere senza luce, senza il calore e la passione che ci aveva letto in passato… e si fermò. Senza togliere la mano dalla guancia di lui distolse un attimo lo sguardo per ricacciare dentro una lacrima, e rigirandosi a guardarlo disse: “Quindi… ciao, ci vediamo…” Lui senza cambiare espressione, e senza accennare a muoversi le disse: “Ciao, ci vediamo”. Lei si girò, raggiunse la sua auto, si sedette al posto di guida. Attese qualche minuto prima di accendere il motore, poi, piangendo, fece inversione e scomparve contro il cielo ormai viola. |
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Portava gli stessi pantaloni sportivi con le scritte fosforescenti che portavano tutti e una felpa blu con cappuccio; non sorrideva mai, sembrava sempre arrabbiato con qualcuno e forse lo era.
Caterina lo guardava correre verso il traguardo, era sicura che avrebbe vinto, ma il suo cuore impazziva, per l’emozione della gara, certo, ma anche per il timore che qualcuno o qualcosa, magari nell’ultimo metro, potesse fermarlo e impedirgli di trionfare, come sempre. Era sempre così: quando interrogavano lui, anche lei entrava in agitazione e sentiva un fuoco inarrestabile che le saliva alle guance e la pervadeva tutta, proprio lei che aveva sempre freddo e che spesso veniva derisa perché portava sempre due maglie e l’immancabile piumino anche quando si giocava nel grande cortile e quasi tutti, addirittura, si ritrovavano in maniche corte. Era soprattutto lui a deriderla, per qualsiasi cosa, anzi, soprattutto senza ragione. L’aveva presa di mira, forse non sopportava che a scuola fosse brava quasi quanto lui: accidenti, quella scema si faceva sempre ripetere tutto dai professori, diceva “Non ho capito” con quella vocina insopportabile e i professori a rispiegare, a fare nuovi esempi, e lei sempre con quella faccia da ebete stampata sulla faccia…. E poi nelle verifiche fioccavano i 9! Dodo proprio non lo sopportava: ma come? Se non aveva capito niente! Ha preso in giro tutti? Che stronza! Voleva fare quella che non ha paura di dire che non capisce, per far contenti i professori, che dicono sempre che è un segno di maturità. Ma che matura, è un’impedita, goffa, non sa nemmeno correre, sempre agitata, sempre a farsi notare. Dodo non aveva bisogno di farsi notare, era un leader nato, brillante, sicuro, anche nella cattiveria più spietata. Quel nome proprio non era adatto a lui, un anatroccolo dondolante e ormai estinto poteva essere il simbolo di tutto ciò che lui non era, ma d’altra parte come si poteva aggiustare in un altro modo un nome improbabile come Aleardo? Gli avevano detto che si chiamava così un antico poeta bellissimo, e poi c’era uno zio da ricordare che portava quel nome, ma lui quando gli chiedevano come si chiamava diceva sempre “Dodo” “Come Dodo?” “Dodo e basta, che ti frega?” Così soprattutto i più deboli, inevitabilmente, subivano il suo fascino, Caterina per prima. Si perdeva a guardarlo, attenta, ma non troppo, a non farsi scoprire. Le piacevano soprattutto i suoi occhi, neri come la pece, come diceva la mamma, ma cos’è la pece? Boh, dev’essere qualcosa di molto scuro e molto bello, forse una pietra preziosa, no quella era l’onice. Caterina non ne sapeva di similitudini, sono i grandi che cercano i paragoni, qualcuno le aveva detto che gli occhi di Dodo avevano ciglia lunghissime, ma lei a dire il vero non avrebbe nemmeno saputo dire se fossero marroni, o azzurri o neri, prima che glielo spiegassero, le piacevano e basta, come i suoi capelli, lunghi, sempre appiccicati, chissà se era gel, sudore, o se li lavava poco. Dicono che i ragazzini a 12 anni odiano lavarsi, i maschi naturalmente, Caterina si lavava e profumava continuamente, nel tentativo di risultare finalmente un po’ più femminile, un po’ più carina. Solo i grandi dicevano che era carina e un po’ anche lei, a volte, magari subito dopo essersi piastrata i capelli, oppure quando metteva qual dolcevita rosso, si vedeva un po’ carina, ma solo qualche volta. “Magari se mi crescessero un po’ le tette, Dodo mi guarderebbe” E allora aspettava, sperando che una trasformazione nel suo corpo potesse determinare una trasformazione anche nel cuore del suo amore, perché lei lo chiamava così, fra sé e sé. Ma in attesa che crescessero le tette, Dodo non perdeva occasione per passarle vicino e apostrofarla con frasi tipo “Togliti dai piedi, mongola”, “Se ti trovo in classe con me anche alle superiori, mi suicido”, “Che strazio, oggi poi sei perfino più brutta del solito”. Lei ne soffriva certo, a volte addirittura si offendeva e per qualche giorno si riprometteva di non pensare più a quel ********, come lo chiamava la Fra, la sua amica, che cercava, senza riuscirci, di proteggerla, e le diceva sempre di innamorarsi di qualcun altro, accidenti! Ma poi se abbassava la guardia e ricominciava a guardarlo di nascosto mentre scriveva, mentre magari un ricciolo gli cadeva su un occhio, ma lui era troppo intento a svolgere il tema per accorgersene, e anche le guance di lui si arrossavano, non per amore, ma per la foga e la fatica, allora Caterina sentiva che qualcosa dentro di lei si scioglieva, come un pezzo di burro nella padella, che se lo lasci lì troppo, frigge e diventa nero e poi non è più buono, fa male. E allora capiva che era proprio vero quello che dicevano sull’amore, “non si comanda al cuore”, e non poteva farci niente, lo amava e basta. Aggrappato a un palo per sorreggersi e sballottato dal flusso inesorabile delle persone salite alla fermata di Piazza Duomo, Dodo malediceva la metropolitana e tutti i milanesi, ma soprattutto se stesso, per aver scelto di studiare in quella città, solo per togliersi da casa con una scusa plausibile; forse sarebbe bastato avere ancora un po’ di pazienza, o un po’ più di coraggio, per prendersi la sua libertà senza essere costretto a sopportare quel caos per non dover più sopportare il gelo di casa sua. All’improvviso una spinta più potente delle altre gli fece perdere l’equilibrio e i libri che teneva stretti al petto gli sfuggirono e certo si sarebbero rovesciati a terra se il vagone non fosse stato talmente stipato da impedir loro di toccare il pavimento prima che lui riuscisse a riprenderseli. Mentre cercava di risistemarli alla meglio, sentì le solite scuse: “Oh mi scusi, accidenti, mi scusi tanto” Con indifferenza si voltò borbottando “Di nulla…. ciao”. “Oh ciao, come stai? Sono la solita imbranata” e sorrideva come per scusarsi, ma era un sorrisetto furbo e per niente contrito. “Sei cresciuta! Che ci fai a Milano?” “Sono venuta a trovare degli amici per il fine settimana, e tu?” Chissà perché non gli aveva detto che stava andando dal fidanzato. “Be’ io studio alla Cattolica, faccio Lettere” Caterina doveva scendere e Dodo, senza avere il tempo di capire o di sceglierlo, si trovò a scendere con lei e a incamminarsi per una via che non conosceva, lasciandosi trasportare dalle chiacchiere di quella ragazza che conosceva così bene, e che pure si ritrovava a scoprire. Certo non aveva perso la parlantina, era molto meno timida però, lui di sicuro non la avrebbe trattata con così tanta affabilità se fosse stato nei suoi panni, dopo tutte le cattiverie che le aveva fatto. “Io faccio Lingue, però a Parma” Ha tagliato i capelli e che bella voce gli è venuta. “Lo sai che la tua amica Fra viene alla Cattolica pure lei?” Ha lo stesso modo di inclinare la testa che aveva allora. Potrei chiederle di prendere un caffè. “Davvero? Ci siamo perse di vista, è un peccato” Sono un po’ in ritardo, ma tanto Luciano mi aspetta, se mi chiedesse di rivederci gli direi di sì. Che scema, non lo farà mai, mi ha sempre odiata. Ora non mi odia perché siamo grandi e non ha senso, tutto qui. “Anch’io ho perso tanti amici di allora. Però con Paolo ci vediamo sempre quando sono a casa” Potrei almeno chiederle il cellulare, non c’è niente di strano, mica è una dichiarazione, almeno saprei come trovarla in caso volessi, ma lei magari non vorrebbe, la metterei in imbarazzo, è una vita che non ci frequentiamo. A dire il vero non ci siamo mai frequentati, eravamo solo in classe insieme. Infondo però chiedo il numero a ragazze conosciute per strada o per caso in un locale, con lei sarebbe anche più normale. “Be’, io devo prendere questa strada ora, sono quasi arrivata” “Ok, mi ha fatto piacere rivederti. Davvero” “Anche a me Dodo. Mi piacevi da morire alle medie, ma sei carino anche adesso. Ciao” Era diventata rossa come il fuoco, ma quelle parole le erano uscite da sole e non era riuscita a trattenersi, come quando aveva 12 anni e non si controllava. Poi infondo era passato un sacco di tempo, mica aveva detto chissà che, poi ormai non aveva più paura di rendersi ridicola, aveva imparato che molti ragazzi apprezzavano la sua spontaneità e non si nascondeva più. “Anche tu mi piacevi da morire Cate, mi piacevi talmente tanto che non lo sopportavo tutto quel tumulto. Eri così diversa, così naturale, così vulnerabile, io ti invidiavo e avrei voluto che mi insegnassi a non pensare sempre agli altri, come facevi? Alla fine della terza non ti ho neanche salutata, perché sapevo che mi avrebbe fatto male e tutti se ne sarebbero accorti e non potevo mostrarmi debole, poi con te, figuriamoci: eri buffa, non eri di quelle da corteggiare. Alcuni dei ragazzi ti trovavano magari simpatica, divertente, anche affidabile, ma mi avrebbero crocifisso se avessi detto che per me era straordinario tutto quello che dicevi e che ti vedevo bellissima. E adesso lo sei ancora di più”. Questo pensava Dodo mentre la guardava allontanarsi per quella viuzza del centro, dondolando sui tacchi in modo un po’ buffo; certo non era riuscita ad acquisire un’andatura molto elegante, ma per lui era deliziosa, e non era riuscito a dirle niente. Avrebbe continuato a pensarla e sognarla per altri dieci anni, e a cercarla in cento altre ragazze, senza successo naturalmente. Però , magari, un giorno, avrebbe potuto incontrarla ancora, per sbaglio, per caso, chissà. |
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“Cosa ti piace di me?” chiese lei, senza distogliere lo sguardo dalla pozzanghera che si allargava vicino alle punte delle loro scarpe, lucida e ferma come uno specchio dal momento che aveva appena smesso di piovere.
“Quanto tempo ho?” sorrise lui guardandola con la coda dell’occhio, mentre le loro spalle si sfioravano. Erano seduti su un alto gradino in una strada di periferia, in mezzo a casermoni alti e austeri, resi ancora piu scuri dal grigiore del cielo che accennava appena a schiarirsi dopo il temporale. Davanti a loro le nubi si riflettevano in una pozza d’acqua, e la luce radente all’ora del tramonto, dava alla superficie di quel piccolo laghetto urbano un aspetto quasi romantico. “Mi piace il suono della tua voce, mi piacciono i tuoi silenzi, mi piace quando mi capisci senza bisogno che io parli…” Visibilmente imbarazzato lui parlava senza guardarla negli occhi, ma con lo sguardo rivolto verso il basso. Apparentemente soddisfatta dalla risposta, lei gli si fece più vicina, quasi a cercare un contatto col calore del suo corpo; entrambi erano bagnati dalla recente pioggia, e ogni tanto un brivido le attraversava la pelle come una scossa elettrica. Mentre fissavano la superficie della pozzanghera assorti ognuno nelle proprie riflessioni, lei si riscosse e eccitata disse “Guarda!!” Lui riportato a terra dal suono della sua voce non capì subito dove guardare, ma seguendo gli occhi di lei alla fine lo vide: un bellissimo arcobaleno si rifletteva nell’acqua, un tocco di colore in mezzo al grigio dell’asfalto bagnato che sembrava un piccolo miracolo, messo lì apposta per loro. Non pensarono nemmeno ad alzare lo sguardo per vedere l’originale di quel magnifico riflesso, in quel momento quello era il loro lago in miniatura, e il piccolo arcobaleno che vi campeggiava brillante era lì solo per loro e per nessun altro. Dopo averlo fissato per un po’, come ad un tacito segnale entrambi girarono il capo e si guardarono negli occhi, vedendovi riflessi multicolori, e nella luce ormai scarsa del crepuscolo si abbandonarono l’una sulle labbra dell’altro, in un abbraccio senza fine. |
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Sono alla scrivania che mi preparo una canna. Seduto sulla sedia con solo i boxer addosso.
Lei è sdraiata a pancia in giù sul letto, che litiga con le stazioni radio che gracchiano sempre. Gira la manopola e salta di frequenza in frequenza ma alla fine, esausta, rinuncia e spegne l’apparecchio. Mischio il tabacco con l’erba sopra la Rizla aperta, poggiata sul ripiano in formica bianca del tavolo comprato una settimana fa all’Ikea, che è l’unico oggetto in condizioni passabili, in questo buco dove abito. «Ti sei mai innamorato veramente?» mi domanda. Comincio ad arrotolare la cartina e infilo un filtro ad una delle estremità. Mi volto lentamente. Ora è seduta sul materasso coperta a malapena dal lenzuolo dall’ombelico in giù. Ai piedi gli immancabili calzini colorati, si passa le mani fra i capelli per ravvivarli. Seni piccoli e grandi occhi scuri. «Veramente?». «Si, veramente. Sul serio. Davvero». Chiudo la canna per il suo lato lungo e lecco il bordo per farlo aderire a quello sottostante. «Si, credo di si» rispondo. Lei inarca le sopracciglia in un’espressione di sorpresa. Ma dietro c’è dell’altro: piacere o forse delusione. «Chi era?» chiede a voce bassa sorridendo. «Una ragazza che ho conosciuto una volta in treno». Prendo la candela che brucia sul tavolo – l’unica lampadina della stanza è fulminata – e l’avvicino all’estremità dello spinello. Si accende quasi subito. Tiro una lunga boccata assaporandone il gusto e lo passo a lei. «Continua». «Tornavo dall’università verso sera, quasi al tramonto, e lei era seduta di fronte a me. Ci sorridiamo ma senza dirci una parola. Era bellissima, di quella bellezza che basta a se stessa, e la luce del tramonto che rifrangeva dal vetro sul suo viso la rendeva tanto intensa che spesso dovevo abbassare lo sguardo. Restiamo così a guardarci, fino a che lei si alza per scendere alla sua stazione, mi accarezza piano il ginocchio e mi dice semplicemente “ciao”. Fine.» «Come fine? E basta? Ma tu non l’hai seguita? Non sei sceso dal treno correndole dietro? Non hai fatto nulla?» «Niente». Lei aspira un’altra boccata e mi ripassa la canna. «Ma perché?». |
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Valeriè infilò la chiave nella toppa e aprì la porta con una botta d’anca. Si girò verso Libero che la seguiva senza capire, gli sorrise e lo tirò dentro prendendogli un braccio dal polso. Non passò molto tempo da quando la porta pesantemente li chiuse dentro al bilocale della francese a quando si ritrovarono dentro un letto, nudi e con Libero sempre più inebetito. Ma le cose non andarono poi tanto bene. Libero si tirò su con la schiena appoggiandosi alla testiera del letto, sistemò il cuscino e si rimboccò il piumone. Guardava in basso in silenzio. Muto. Valeriè guardava il soffitto in silenzio. Muta. L’imbarazzo si tagliava col coltello ora che la sbornia stava passando e che la passione aveva lasciato il posto alla consapevolezza. Si ritrovarono come Adamo ed Eva. Nudi. Consapevoli ora di esserlo.
“Mi dispiace”, con voce incerta ruppe il silenzio. Valeriè si mosse appena scuotendo il capo per dire no. “Non ti preoccupare… capita”, disse dopo qualche secondo. Libero non riusciva nemmeno a pensare. Non capiva cosa ci faceva lì, come poteva essere successo. Libero non afferrava i pensieri perché questi erano troppo veloci. Da quell’ottobre non gli era più capitato di fare l’amore e nemmeno di provarci. Sentiva ancora il suo odore, sentiva la sua pelle, sentiva il suo calore. Era difficile abituarsi ad un altro corpo. Forse era questo il motivo della sua defaillance… Valeriè gli prese una mano e Libero se la fece stringere senza guardarla. “Hai una sigaretta, Valeriè?” “Si…”, s’allungo verso la borsa che giaceva accanto al letto e sfilò un pacchetto di Gauloises blue e un accendino rosa. “Grazie, scusami ancora…” Dandole le spalle scese dal letto e si coprì con la sua giacca imbottita andando verso la finestra. La aprì e la scostò leggermente per fare uscire quel filo azzurrino di sigaretta. Fuori la pioggia era diventata neve. Fiocchi grandi e soffici cadevano evidenziati dalle luci dei lampioni. Nevicava di brutto e già si posava un leggero strato immacolato di neve sull’asfalto della strada deserta a quell’ora della notte. Nevicava fuori e dentro di lui si posava in fondo al cuore una tristezza lieve e gelata. Avrebbe pianto volentieri ma si trattenne. Valeriè lo guardava assorto nei suoi pensieri. Poi uscì fuori dal letto e s’avvicinò a lui. Gli lasciò scivolare la giacca per terra. Libero sentiva il calore del suo corpo che quasi lo sfiorava, sentiva il suo respiro tra i suoi capelli, sentì il suo odore buono di lavanda provenzale e le sue mani sfiorargli il ventre. S’irrigidì di sorpresa. Poi sentì le sue labbra sfiorargli il collo proprio dietro l’orecchio destro. Tirò la testa all’indietro e socchiuse gli occhi rilassando gli addominali. Valeriè gli tolse il mozzicone di mano e lo lasciò cadere oltre la finestra, poi tirò a sé Libero stringendo forte, più forte che potè. Libero sentiva i suoi seni premere contro la schiena, il suoi peli pubici solleticargli i glutei. Si rilassò completamente, l’odore di Marianna svanì coperto da quello della lavanda provenzale. La tristezza si sciolse e rimase il momento, rimase la vita da vivere, rimase il presente. Rimase il corpo di Valeriè, la sua passione bruciante e quelle parole in francese che sospirava baciandogli il collo. I fantasmi svanivano, svaniva la paura, il blocco. Fecero l’amore come due affamati, aggrappandosi l’uno alla solitudine dell’altra, bramosi ed affamati di vita. Quel giorno, come ormai non gli accadeva da tempo immemore, si sarebbe addormentato esausto e contento, senza pensare “è finita un’altra giornata di *****!”. Aveva perso l’abitudine di parlare al futuro, di fare progetti. Da quando era finita con Marianna era rimasto come immobile nel tempo a guardarsi alle spalle il passato mentre tutt’intorno continuava a correre la vita incurante di Libero e di nessuno. Parlava e pensava al passato senza godersi il presente. Sapeva che tutti ci sbattiamo per cose del tutto superflue e che passiamo le giornate a raccontarci bugie ma l’unica cosa di cui abbiamo bisogno alla fine è amore. Non sapeva come uscire da quel limbo che s’era costruito e nel quale sguazzava indeciso. Ma quella notte mentre fuori nevicava s’addormentò leggero stringendo a sè Valeriè e respirando attraverso i suoi capelli qualcosa che profumava come la felicità e tutto il resto non contava |
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