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W il Philipponnat
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solo per spam the age of adz
meglio della scoperta di cresa de ma e avevo 16 anni
Di The Age of the Adz, l’album d’inediti di Sufjan Stevens uscito il 12 scorso, non s’è parlato abbastanza: il numero di ottobre del Rolling Stone nostrano, ad esempio, non ne fa neanche un minimo cenno, nonostante si tratti di un’uscita fortemente attesa da più fronti. Il polistrumentista americano, dopo essersi imbarcato in progetti di varia natura, torna con un album propriamente detto dopo ben cinque anni (l’ultimo era l’acclamato Illinois). Il grande talento di Sufjan viene fuori anche in questo lavoro: la sua è una creatività quasi incontenibile, viva, che rende estremamente difficile l’assegnazione di etichette. Una bella lezioncina a tutti gli artisti e band più osannati del momento, secondo i quali sembra quasi che basti saper suonare bene uno strumento e condire il tutto con citazioni colte per fare qualcosa di buono. E invece, gira che ti rigira, è sempre la solita solfa “indie”. Sufjan invece va oltre tutto questo: porta una ventata d’aria fresca, che non significa novità a tutti i costi, ma ricchezza di contenuti che recentemente scarseggia. Dentro The Age of the Adz c’è tutto: gli svolazzi di fiati, l’essenzialità di un pianoforte e di un banjo mai abbandonata, ma anche gli sbuffi di elettronica, in certi momenti addirittura dal sapore vintage (già però sperimentata anni addietro nello strumentale Enjoy your rabbit). Insomma, il punto forte, come in ogni produzione marchiata Stevens, sono gli arrangiamenti. Ma nulla è mai lasciato al caso: egli è cantautore, i suoi testi sono spesso narrazioni, e al contempo è eccellente musicista capace di comporre gradevoli melodie dagli accenti ormai personalissimi. Tra le diverse sfumature che animano questo ultimo lavoro, colpisce in particolare l’espressività di un Sufjan mai stato così sincero: si ascolti, in questo senso, la scoppiettante I want to be well, in cui, dopo un tormentato crescendo, si lascia andare ad un lamentoso «I’m not fuckin around!» (e lui, solitamente, lo si immagina un ragazzotto tranquillo), o ancora Vesuvius, accorato dialogo con se stesso: «Sufjan, follow your heart». Questa musica non si presta affatto agli ascolti frettolosi dei consultatori di brani su Youtube (orrore! la qualità dell’audio ne risente e non poco, e con arrangiamenti così variegati come questi è davvero un crimine): un pezzo epico come la finale Impossible soul, dalla durata di più di venticinque minuti, rende ancor più ardua l’impresa. La lunghezza della traccia non è, come spesso accade, un inutile espediente di “allungamento del brodo”: il brano ha una propria struttura che, seppure piena di slanci e/o improvvisi rallentamenti, è ben definita, quasi come se fosse una piccola opera a sé. I limiti del tempo non contano. Per scoprire Sufjan Stevens fino al punto di poterselo finalmente godere dal vivo nel Bel Paese è forse necessaria un’esigenza di senso della meraviglia che, è triste constatarlo, sembra mancare alla spocchiosa e sonnecchiante critica italiana, ancora presa a rimpiangere miti del passato e impomatare, quando rimane tempo, fenomeni da baraccone del presente. The Age of the Adz, pronunciato “odds” (“strani”, NdR), sembra rimandare proprio a questo… |
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