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Vecchio 20-05-10, 23:23   #1 (permalink)
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Smile ACDC a udine..

Semplicemente.. IMMENSI mai visto niente di simile in 30 anni di concerti non c'è niente che possa arrivare ai loro livelli nemmeno gli U2
Qualcuno era li?
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Vecchio 20-05-10, 23:28   #2 (permalink)
Bollino Argento
 
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Semplicemente.. IMMENSI mai visto niente di simile in 30 anni di concerti non c'è niente che possa arrivare ai loro livelli nemmeno gli U2
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Beh non sperare di cavartela così...

Fammi crepare d'invidia

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Vecchio 21-05-10, 10:38   #3 (permalink)
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Fammi crepare d'invidia

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"Let there be rock": la musica degli Ac/Dc
infiamma i 47mila dello stadio Friuli/ Foto

Concerto-evento dell'anno ieri sera a Udine. La band degli
ultracinquantenni di Young manda in delirio giovani e attempati


Peccato non esserci stato.


di Andrea Ioime
UDINE (20 maggio) - Non è solo un concerto, è molto di più. A scelta: un evento unico, un appuntamento con la storia, un sogno che si avvera, l’incontro con la band più selvaggia e longeva in circolazione. Il concerto dell’anno arriva prima dell’estate, a Udine, e porta oltre 47mila persone a sgolarsi, dimenarsi, cantare in coro e indossare cornetti rossi lampeggianti per i cinque diavoletti degli Ac/Dc, inossidabile rock-band che da quattro decenni propone il suo puro, semplice e irresistibile r&r ad alta tensione e altissimo volume.

Quando alle 21.30 gli schermi sul palco fanno partire un cartoon con i nostri in versione satanico-allupata, il pubblico è già pronto a salire sul treno del rock più duro: i 15enni con tutta la discografia nell’iPod, gli attempati professionisti che erano 15enni ai tempi di Bon Scott e passavano i pomeriggi a fare “air guitar“ seguendo Angus, i giovani metallari e i vecchi rockettari… Tutti pronti per il gigantesco karaoke rock che parte quando Angus Young sbuca da centrocampo, come i veri fuoriclasse, dalla parte terminale di una passerella lunga quasi 50 metri per attaccare con “Rock & roll train”, una delle tracce dell’ultimo album “Black Ice” che, non a caso, guadagna lo stesso spazio di “Back in black”, il disco più amato dai fan.

Non ci sono troppe sorprese nello show degli Ac/Dc, e il bello è proprio ritrovarsi nei riff duri e solidi come il cemento, nelle canzoni che per quasi metà dell’intera scaletta hanno più di 30 anni (ma sembrano scritte ieri), cantare all’infinito i pezzi diventati monumenti. A partire da “Hell ain’t a bad place to be”, introdotta da Brian Johnson – in divisa d’ordinanza, con camicia smanicata e cappello da working class britannica – con il saluto al pubblico in un volenteroso italiano: “Come stai Uuuuudine?” Mentre lo stadio è un mare rosso con le luci di decine di migliaia di corna rosse che fanno scenografia a sé, i piloni del “Friuli” tremano sotto l’ondata tellurica di “Back in black”, il pezzo da tre accordi più famoso della storia, inimitabile e devastante, accolto da un urlo che sovrasta i mega-watt. Che siano stati scritti nel 1975 o nel 2008, i pezzi spiegano perché una band di ultracinquantenni sia ancora migliore di tanti suoi epigoni odierni – per quanto validi – dai Wolfmother ai Jet, per non parlare dei “tentativi di imitazione” modello Airbourne o Darkness. Da “Big Jack” a “Dirty deeds done dirt cheap” è un’orgia di potenza, mentre in “Shot down in flames” un gruppetto di fan decide di prendere sul serio il testo e accende un piccolo falò sul prato.

La parte centrale dello show alza ancora più il volume, da “Thunderstruck” – unico pezzo dal repertorio anni ’90 – alla title track del nuovo album. Poi, prima di “The Jack”, Angus fa una piccola lezione di blues, facendo capire da dove è venuto, quel metro e 57 di potenza a sei corde, coi suoi lunghi capelli sempre più radi, vestito ancora come uno scolaretto, che batte il piede destro e si agita come un ossesso sulla Gibson Sg nera a stravolgere e incattivire i suoi maestri Chuck Berry, Freddie King, B.B. King. Terminato lo strip di Angus, da sempre il condimento del brano, sul palco arriva una campana ad annunciare la funerea “Hell’s bells”, seguita da un altro killer da “Back in black”, “Shoot to thrill”: ormai a fare headbanging non c’è solo la band, ma l’intero stadio, con il pubblico tutto in piedi, in delirio.

La grande festa hard&heavy prosegue tra tuffi nel passato remoto e ritorni (sporadici) al presente, da “War machine” a “High voltage”, dalle luci rosse di “You shook me all night long” a “T.N.T”. Ma la dinamite non è finita: c’è ancora “Whole lotta Rosie”, c’è la biblica “Let there be rock” a chiudere lo show, prima dei bis scolpiti nella roccia, “Highway to hell” e “For those about to rock (we salute you)” a incendiare il palco. È solo rock a volume spaccatimpani, certo. E senza troppe differenze, come dicono gli ipercritici, tra un pezzo e l’altro. Ma ce ne fossero, in giro, di band così!
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Vecchio 21-05-10, 10:39   #4 (permalink)
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Ti passo un commento che rende benissimo quello che è successo comunque ho provato delle emozioni incredibili ero FELICE avrei voluto che il concerto non finisse mai non c'è stato un secondo di calo di tensione un orgasmo che non finiva mai una potenza irresistibile e magnetica che non dava tregua.
n.b. ho 49 anni......buona lettura ciao


Nell’era delle trasmissioncine tipo Amici e X Factor, cinque giovanotti di età media 58 anni (62 Brian Johnson, il più vecchio, 55, Angus Young, il più giovane) hanno messo a serio rischio la stabilità dell’arco dello Stadio Friuli con i decibel della loro musica e con l’energia trasmessa a spettatori in visibilio.
Innumerevoli le corna lampeggianti con luce rossa presenti in ogni settore dello stadio, tribuna stampa e vip inclusa.
La band terribile dei fratelli Young, unici punti fermi incrollabili della formazione (anche se Brian Johnson in questi ultimi… trent’anni si è ritagliato spazi di protagonismo notevoli grazie al suo fare simpaticamente carismatico) ha iniziato lo show alle 21.30 in punto. Taciturno e ombroso Malcom, a pulsare ritmo con la sua chitarra con la medesima espressione di trance musicale per tutto il set, letteralmente scatenato Angus, un’autentica forza della natura, folletto della chitarra elettrica. Stavolta Angus ha sfoggiato il solito completino da scolaretto in versione in vellutino blu. Si scommetteva infatti se si sarebbe presentato nell’alternativa versione bordeaux.
Vien da porsi una semplicissima domanda: se personaggi come questi reggono la scena da 37 anni con un successo pazzesco (al Friuli c’era di tutto, dai giovanissimi agli attempati, anche se qualche disinformato ha osato dire ai propri genitori, che viaggiano verso la cinquantina: ‘Patetico, vai al concerto degli AC/DC, ma non ti vergogni?’, beccandosi un vaffa di ritorno con tanto di ‘Ma se sono più vecchi di me…?’), qualcosa di autentico, energetico, qualitativamente e quantitativamente parlando dal punto di vista musicale dovrà ben esserci…
E c’è.
Abbiamo assistito a uno show semplicemente pazzesco, che fa impallidire non solo gli scialbi Coldplay, la modaiola Madonna, ma anche quel sanguigno e simpaticissimo operaio del rock di altissima qualità, generoso come pochi, che è Bruce Springsteen. Ieri allo stadio Friuli è stato raggiunto semplicemente il top dei top dal punto di vista della qualità dello show. Il capolavoro compiuto dall’Azalea rischia di essere una pesante ipoteca. Esattamente come per Mourinho, qualora sabato riuscisse nell’impresa di vincere il terzo titulo in un anno con l’Inter nella finale di Champions. Dopo aver fatto una cosa simile, se riesce, cosa resta da fare? Niente. Meglio andare.
Ma per l’amor di Dio tutti gli appassionati del rock devono invece sperare che Azalea resti e continui a sfornare show da capogiro, anche se per i set che seguiranno quello degli AC/DC prepariamoci a sentire il ritornello: “Sì, bello, ma gli AC/DC…”
21.30 in punto. Due minuti prima Angus e soci sono scesi da un minivan con vetri bruniti e hanno percorso i pochi metri che li separano dal palco, già vestiti in tenuta da concerto. Imbracciano gli strumenti e… via. Il maxischermo diffonde un divertente cartone animato che raffigura un treno in corsa. Figuriamoci se l’indiavolato macchinista non aveva le fattezze di Angus il quale però viene legato da due procaci fanciulle. Il treno sta per schiantarsi, proseguendo la sua folle corsa, ma all’ultimo momento Angus riesce a liberarsi e salta dal treno insieme ai componenti della band. Esplosione di fuochi d’artificio, lo schermo si apre e compare una locomotiva deragliata sul palco.
Si parte con ROCK N’ ROLL TRAIN e le prime note vergate da Angus con la sua chitarra scatenano il delirio. Ecco Brian Johnson alla voce, stridente e soffiata come nei dischi, semplicemente incredibile! Seguono HELL AIN’T A BAD PLACE TO BE e il riff eccezionale di BACK IN BLACK. Il pubblico, già caldo, acquista temperature vicine a quella di ebollizione. Ed ecco BIG JACK, dall’ultimo album, la sabbatica DIRTY DEEDS DONE DIRT CHEAP e SHOT DOWN IN FLAMES.
Arriva il momento di THUNDERSTRUCK, semplicemente fantastica, con Angus che ha ormai ipnotizzato completamente il suo pubblico e ormai potrebbe ottenere dallo stesso qualsiasi cosa. Ma lo show non si ferma, se non per una trentina di secondi tra ogni brano utili a fare rifiatare un minimo la band. Anche loro, pare, sono esseri umani…!
Seguono BLACK ICE, la title track dell’ultimo album ed eccoci a THE JACK dove Angus si esibisce nel consueto, rituale e divertentissimo spogliarello, rimanendo in braghette da scolaretto e a torso nudo ed esibendo, rivolto verso il pubblico, splendidi boxer con, sulle… chiappe la scontatissima scritta AC DC con tanto di fulmine a mo’ di separazione. Il tutto imperdibile. Delirio dopo delirio arriviamo a HELLS BELLS, composta – com’è noto – per la morte di Bon Scott, il primo cantante, mai troppo celebrato.
Cala sul palco una campana del peso di una tonnellata e mezzo (dicono) con marchiato sopra il simbolo degli AC/DC e qui è Brian Johnson, per un attimo, a rubare la scena ad Angus. Corre velocissimo, si aggrappa alla campana che comincia a diffondere i propri rintocchi. In realtà i rintocchi non sono quelli della campana, ma l’effetto è notevole. Sono le campane dell’Inferno a suonare e la canzone, magica e ipnotica, ha inizio. Segue un mix di vecchi pezzi e nuovi: SHOOT TO THRILL (da sola vale il prezzo del biglietto), WAR MACHINE (nuovo cartone animato in cui compare un simpaticissimo aereo dotato di corna rosse AC/DC che invece di scaricare bombe, lancia a terra strumenti musicali), HIGH VOLTAGE.
Dedicata al pubblico femminile è YOU SHOOK ME ALL NIGHT LONG, una canzone con corale da stadio e il regista dello show non perde l’occasione di immortalare alcune presenze femminili collocate nelle prime file del prato, issate sulle spalle di qualche boyfriend che si spera ricompensato a fine serata per lo sforzo.
Energia pura è T.N.T., datata 1975, ma terrificante come impatto e si scivola verso la conclusione del set. WHOLE LOTTA ROSIE è l’occasione per far comparire una bambolona bionda piuttosto maggiorata (ovviamente gonfiabile) a cavallo della locomotiva, ma il gioiello finale è LET THERE BE ROCK con interminabile assolo dello scatenato Angus Young che coccola il proprio pubblico, si issa su due piattaforme, una a centro stadio e l’altra sul palco, rotola a terra, si contorce, suona la chitarra sopra la propria testa, con una mano sola (un suo classico). Sembra inumano, inesauribile, irreale. E’ un chitarrista semplicemente pazzesco anche perché vorremmo sfidare chiunque, anche i più ‘tecnici’ e celebrati di lui, a correre sgambettando per il palco dall’inizio alla fine, sfoggiando anche l’eccezionale passo dell’anatra zoppa (peraltro ripreso dal grande Chuck Berry). L’assolo dura una decina di minuti. Durante tutto questo pandemonio il bassista Cliff Williams e il batterista Phil Rudd se ne stanno immobili, plastici, ieratici. Pulsano ritmo e lasciano la scena allo scatenato Angus e a Brian. Di Malcom Young abbiamo già detto. Le sue smorfie e il suo sguardo quasi ipnotizzato dicono tutto.
Brian Johnson finge di salutare tutti e la band se ne va, per ricomparire per gli encore, i nostri bis. L’accoppiata è da urlo, si parte con HIGHWAY TO HELL con tutto lo stadio, letteralmente a cantare, per chiudere con la immaginifica FOR THOSE ABOUT TO ROCK (WE SALUTE YOU) che riprende il famoso detto latino ‘Morituri te salutant’, pronunciato dai gladiatori nell’arena rivolti all’imperatore. In questa versione è ‘I rocchettari ti salutano’ o qualcosa di simile ed ecco i cannoni, di cui alla copertina del disco (datato 1981) comparire sul palco. Ad ogni ‘fire’ pronunciato da Brian Johnson ecco una salva di cannone e sono colpi mica da ridere. Facendo un calcolo crediamo li abbiano sentiti fino in centro a Udine e oltre. Apoteosi finale con fuochi d’artificio, ma prima è Brian a salutare sfoggiando la maglia azzurra della nazionale campione d’Italia. Un modo per ingraziarsi il pubblico? A dire il vero questi monumentali AC/DC non ne hanno certo bisogno. Ma una spiegazione c’è: forse non tutti sanno che nelle vene di Brian scorre sangue italiano. Papà era sergente maggiore dell’esercito britannico, mamma (Ester De Luca) è italiana di Frascati. Bello vero?
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Vecchio 21-05-10, 11:58   #5 (permalink)
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E' la conferma che uno può metterci tutta la tecnologia sonica 3d o tutta la scenografia piezosuperLCD ma se non hai un contenuto ma sopratutto l'anima tutto scompare...

Gli AC/DC gli ho sempre considerati degli stura-timpani, ma è un mio limite... de gustibus

L'anno scorso ho visto del boss a roma, con la band considerata da tutti i rochettari la migliore macchina in circolazione, 3 ore e oltre di rock scivolati via come un sogno... e lui ha dato tutto e di più..

Non sono un fan fan di Bruce ma tanto di cappello...

Quel concerto l'ho inserito tra i miei 10 della mia vita di concerti... oltretutto fatta di Bob Marley a Milano, due Pink Floyd a Torino e Venezia, Led Zeppelin a Milano, Rolling Stones a Milano, ecc, ecc...

Ci vuole anima e talento...

Se tu, fan degli AC/DC, hai colto questo ti capisco benissimo....

Oramai sono le ultime gocce....
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