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l'aviere giannola giuseppe
L’aeroporto di Santo Pietro era presidiato da una guarnigione di avieri comandati dal Capitano Mario Talante, un battaglione di artiglieri al comando del Maggiore Quinti ed un reparto di truppe tedesche. Dopo intensi bombardamenti l’aeroporto fu accerchiato all’alba del 14 luglio 1943. Gli avieri, la sera prima, furono divisi in due gruppi. Con certezza un gruppo, armato con i moschetti 91, fu lasciato in una casamatta nel tentativo di contenere l’avanzata degli americani. Furono presto presi prigionieri ed uscirono dal rifugio con le mani alzate, mentre qualcuno sventolava un fazzoletto bianco in segno di resa. Gli furono tolti vestiti, scarpe, oggetti di valore e subito messi in fila per due per essere condotti nelle retrovie ed interrogati dagli uomini dell’intelligence. Ad occuparsi della scorta, in direzione Piano Stella, fu messo il Sergente H. West con 7 militari. Durante il tragitto si aggiunsero altri prigionieri italiani per un totale di 38 uomini (di cui 2 tedeschi). Dopo circa un chilometro di marcia furono obbligati a fermarsi e disporsi su due file parallele mentre West, imbracciato un fucile mitragliatore, aprì il fuoco compiendo il massacro. Al centro della prima fila c’era l’Aviere GIANNOLA GIUSEPPE (classe 1917) che fu raggiunto al polso destro. Cadde a terra fingendosi morto e coperto dai copri dei commilitoni uccisi. Rimase immobile anche quando sentì che i feriti e gli agonizzanti venivano finiti con il colpo di grazia alla testa. Quando fu certo che gli americani fossero andati via, alzò la testa nel tentativo di allontanarsi, ma da lontano qualcuno gli sparò con un fucile colpendolo di striscio alla testa. Cadde e si finse di nuovo morto. Restò immobile per circa mezz’ora fin quando, strisciando carponi, raggiunse un grosso albero. Vide degli americani con la croce rossa al braccio e si avvicinò. Gli fu tamponata la ferita al polso e alla testa e gli fu fatto capire che da li a poco sarebbe sopraggiunta un’autoambulanza che l’avrebbe trasportato al vicino ospedale da campo. Poco dopo vide avvicinarsi una jeep e fece segno di fermarsi. Scesero due soldati, uno con un fucile che gli chiese se fosse italiano. Alla risposta gli sparò colpendolo al collo con foro d’uscita alla regione cervicale destra, risalì in macchina e si allontanò. Poco dopo sopraggiunse l’autoambulanza che lo raccolse trasportandolo all’ospedale da campo di Scoglitti. Due giorni dopo fu imbarcato su una nave e portato all’ospedale inglese di Biserta ed altri del Nord Africa. Rientrò in Italia il 18 marzo del 1944 e ricoverato all’ospedale militare di Giovinazzo. Al termine del conflitto, in data 4 marzo 1947, presentò al Comando Aeronautica della Sicilia un resoconto di quanto accaduto, ma rimase inascoltato. Negli anni che seguirono continuò inutilmente a far sentire la sua voce, fino a quando, assistito dal figlio Riccardo, raccontò tutto al procuratore militare di Padova il quale aveva aperto un fascicolo per la storia di un altro sopravvissuto al crimine di guerra consumato negli stessi luoghi per mano del Capitano Compton. La storia dell’aviere GIANNOLA fu raccontata da Gianluca Di Feo nelle pagine del Corriere della Sera il 3 marzo 2005 e dal Senatore Andrea Augello nel libro Uccidi gli Italiani (Ed. Mursia). Nel settembre 2009 fu ricevuto al Quirinale dal Generale Mosca Moschini, Consigliere Militare del Presidente Napolitano, al quale Giannola consegnò una lettera appello, rivolta al Presidente della Repubblica, in cui chiedeva che si facesse di tutto per individuare il luogo ove furono seppelliti i suoi commilitoni, per restituire l’onore a chi fu spenta la vita quella mattina del 14 luglio 1943, cancellando quei nomi dall’elenco dei dispersi e/o dei disertori.
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