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Il resto è silenzio
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Amore nel ghetto
La signora Tenenbaum, infermiera dell'ospedale Bersohn e Bauman, era amica dell'avvocato Berenson. Tutti i giorni gli serviva il pranzo. Dopo il pasto il signor avvocato si appisolava, allora arrivava la figlia di lei, una diciassettenne garbata, ben pettinata e lisciata, con una camicetta bianca inamidata. Aiutava sua mamma a pulire. Era l'anno 1942, si concluse la Grande Operazione di sgombero, e 44 mila persone ricevettero "il numero della vita", il permesso rilasciato dai tedeschi di continuare a vivere, di non essere deportati verso le camere a gas (per ora). Tra loro c'era la signora Tenenbaum. Ma all'ospedale qualcuno si accorse che la signora Tenenbaum era nel letto, e sul suo tavolino c'erano delle bottigliette vuote di luminal, una lettera e il suo numero della vita. Nella lettera la signora Tenenbaum diceva che il suo permesso lo dava a sua figlia e che si toglieva la vita. Non starò a raccontare nei dettagli le divergenze tra i medici sulla scelta di salvare o meno la signora Tenenbaum. Alcuni erano dell'opinione che bisognasse salvarla, altri invece che no, perché tale era la sua volontà. È così è stato. Deda, era questo il nome della figlia, ebbe dunque il numero della vita. Una ragazzina timida rimase sola. E s'innamorò di un ragazzo. Si vede che aveva un po' di soldi, perché il ragazzo riuscì a trovare una casa per loro nella parte ariana della città. Lei sbocciò in quell'amore. Per tre mesi visse con quel ragazzo in grande felicità nell'appartamento della parte ariana. Solo quell'amore, nient'altro traspariva da lei. Chiunque, senza eccezione, la vide allora, diceva che irradiava felicità. A Marysia, una nostra compagna, che andava a trovarla, diceva che erano i mesi più felici della sua vita. Il calore che le dava il suo ragazzo le fece dimenticare il ghetto. Tre mesi durò quella felicità. Poi, forse erano finiti i soldi, i padroni di casa consegnarono lei e il suo ragazzo ai tedeschi.
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Il resto è silenzio
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Una ragazza. Sua mamma si ammalò. Lei non aveva che una sorella gemella. La notte, avevano paura di stare da sole a casa con la mamma malata. Prese a frequentarle un ragazzo, un conducente di risciò. Quando la mamma stava peggio, il ragazzo restava la notte, e la ragazza per paura che potesse succedere qualcosa si stringeva a lui. Dormiva con lui in camicia da notte di batista. Stretta fra le sue braccia si addormentava serena. Forse cominciarono a far l'amore. Non è certo che lo facessero, e nemmeno che sapessero come si fa, però, grazie alla presenza di lui, lei si tranquillizzava. La madre cominciò a riprendersi e la ragazza andò a lavorare. Un giorno in via Karmelicka ci fu una retata. Quando lo seppe corse a casa, ma la mamma non c'era più. Una folla, un paio di migliaia di persone, veniva trascinata all'Umschlagplatz. Spuntò il suo ragazzo col risciò, raggiunsero il corteo e, procedendo a lato di tutta quella moltitudine, si misero a cercare la madre di lei. La scorsero poco prima delPUmschlagplatz. La ragazza scese dal risciò, lui restò sul bordo del marciapiede. Gli disse: «Purtroppo dobbiamo separarci, la mamma non può partire da sola per un viaggio così». E seguì sua madre nel vagone.
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Il resto è silenzio
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Era la vigilia di Natale. Due nostre staffette abitavano in via Mio-dowa, nel palazzo in cui oggi ha sede la Scuola d'Arte Drammatica. Erano tornate a casa a sera inoltrata e si misero a scartare i pacchi della spesa. Stavano tirando fuori alimenti vari, quando qualcuno bussò alla porta. Era un signore anziano con una lunga barba. Un ebreo riuscito mezz'ora prima a evadere dal commissariato dove era agli arresti. Difficile dire se si conoscessero già. Forse sì, e per questa ragione si era presentato da loro. Rimase. Arrivarono altre amiche, per un ipotetico cenone di Natale, e così in quattro o cinque si fermarono per la notte. Dormirono per terra. Una delle nostre staffette fece l'amore con l'anziano ebreo la notte intera, sotto gli occhi di tutte. Può anche darsi che quella staffetta fosse una bisessuale: prima era stata amica di una dottoressa più anziana, presa in una retata nella parte ariana della città e deportata ad Auschwitz. E quel vecchio ebreo con la barba lunga incanutita rimase B. S'innamorò della nostra staffetta e così vissero insieme fino all'insurrezione di Varsavia, un anno dopo nel 1944. Tanto grande era il loro amore che abbandonarono ogni precauzione e insieme, tenendosi per mano, giravano per la città. Avevano l'aria così felice di poter camminare per le strade liberamente, mano nella mano, senza paura. Venne l'insurrezione di Varsavia a separarli. Lui disse allora: «Non ho più nessuno, sono solo e nessuno mi tenderà più la mano». Resistette per quattro settimane rintanato sulle scale nella Città Vecchia. Lei lavorava come infermiera in un ospedale, in un altro quartiere. S'incontrarono di nuovo in centro, e passarono insieme una settimana. Tornarono a vivere, di nuovo non provavano paura. Lui sopravvisse all'insurrezione, ma venne arrestato dai comunisti dopo la guerra, e non se ne seppe più niente. Lei rimase a Varsavia, da sola, e più tardi ebbe due bambini. Tutto ciò che provava per lui, lo riversò sui figli, così diceva. Non si sposò mai. Eppure era carina.
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Il resto è silenzio
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Cominciava a imbrunire. Mancava mezz'ora al coprifuoco. Lui però aveva ricevuto l'ordine di passare nel ghetto piccolo (il ghetto era diviso in due parti, ndr). Era giovane, sano, svelto. Andò di corsa, sbrigò la cosa. E quando prese la strada del ritorno, era già buio. Saltando di portone in portone, arrivò a casa. Nella scala buia c'era un'ombra. La toccò e sentì due trecce belle spesse. Si abbracciarono e salirono insieme al primo piano. E insieme rimasero per tutta la guerra. Insieme passarono tutto il peggio e il meglio durante l'occupazione. Dopo la guerra lei andò in America, da sola. Lui rimase. Si erano però conosciuti a fondo, avevano imparato a essere una cosa sola. Vent'anni dopo s'incontrarono di nuovo. Sebbene durante tutto quel tempo ognuno di loro avesse vissuto un'altra vita, continuavano a essere una cosa sola. Quando lei fu vicina a morire, la donna che l'accudiva telefonò a lui per chiedere se poteva sospendere le cure.
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Il resto è silenzio
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Durante la Grande Operazione di sgombero: la deportazione di quasi 300 mila abitanti del ghetto verso le camere a gas di Treblinka nel luglio '42, passando per caso per via Mylna, alla finestra di un seminterrato vidi la faccia di Hendusia Himelfarb. Era una mia compagna di scuola, figlia di un leader sindacale. Durante la guerra Hendusia lavorava al sanatorio Medem vicino a Varsavia. Venivano mandati laggiù i bambini del ghetto minacciati dalla tubercolosi e là, circondati da affetto e calore familiare, facevano la presunta cura. Hendusia aveva la carnagione chiara e folte trecce bionde. Di solito le raccoglieva a corona sul capo, ora invece le scendevano sulle spalle. «Hendusia, vieni», gridai verso di lei, «c'è una via di scampo per te, per quelli come te. Domani passerai nella parte ariana». Ci divideva il marciapiede e quello spiazzo verde recintato. «Ho qui centocinquanta bambini, non posso mica lasciarli. Non possono andare da soli nei vagoni e partire per quel viaggio da soli», mi gridò dalla finestra del seminterrato, attraverso il marciapiede. In quell'edificio c'era prima un ospedale evangelico. Adesso ci avevano messo i bambini del sanatorio. Hendusia sapeva dove portava la loro strada. Hendusia avrebbe potuto uscire, salvarsi, sopravvivere. Ma non voleva che i bambini avessero paura, che piangessero. E rimase con loro, pur sapendo che cosa sarebbe accaduto. Per senso del dovere o per amore dei bambini? All'epoca era la stessa cosa.
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Una capo infermiera, alta, bella, con una chioma di capelli rossi dorati. Abita nell'ex sala operatoria dell'ospedale pediatrico, dove la finestra occupa tutta la parete. Sta in vestaglia alla finestra e chiama un ragazzo. Gli apre la porta, si sfila la vestaglia e mostra il bellissimo corpo bianco latte. Il ragazzo entra. La capo infermiera gli inietta una dose di morfina e si stende nuda sul divano, e lui, smarrito, fugge. Poi arrivò la Grande Operazione di sgombero. S'innamorò di lei un medico, di remota origine tedesca e che i tedeschi avevano nominato commissario dell'ospedale. Quando sgomberano l'ospedale, la portano all'Umschlagplatz insieme coi bambini. Il commissario viene a saperlo la sera, esibisce la sua tessera tedesca e lo fanno entrare sulPUmschlagplatz. La trova tra la folla e la porta via. Al coprifuoco sono nel suo appartamento. Si amano follemente per rutta la notte, poi lui porta fuori dal ghetto lei e suo marito, malato di tubercolosi, e affitta per loro un appartamento fuori Varsavia. Va a trovarli tutti i giorni, porta da mangiare. Ogni volta i due se ne vanno insieme per mezz'ora nel bosco. Un giorno, arrivando, trova l'appartamento vuoto. I vicini dicono che poco prima i coniugi sono stati portati via e giacciono fucilati accanto alla ferrovia. Lui va laggiù, s'inginocchia e resta a lungo a pregare. Così si concluse quel folle amore.
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Aveva due bambini, due femmine gemelle. Una magra come un chiodino, l'altra simile alla madre, tonda e paffuta. Era insegnante. Il marito stava a Londra. Un militante. Ritenevamo fosse nostro dovere salvare la sua famiglia. Le trovammo un ottimo alloggio. Un giorno al crepuscolo venni a prendere le gemelle. Le accompagnai sotto il muro del ghetto e senza intoppi feci passare le bambine dall'altra parte. Si metteva una scala, si montava e poi bisognava saltare giù. Se dall'altra parte non c'era nessuno ad aiutare, ci si poteva slogare il piede. Ma ad aspettarle c'era un'amica che prelevò le gemelle. Un miracolo che proprio in quel momento e in quel posto non ci fossero coloro che denunciavano gii ebrei ai tedeschi. Venne il turno della madre. Ed ecco che lei dice che non intende uscire. Da un anno è legata a un uomo ed è stato l'anno più felice della sua vita. La incontrai ancora durante l'insurrezione del ghetto. Nel bunker di via Nalewki, mentre stavamo cercando la nostra compagna Celina che era caduta in uno scantinato, si aprì d'improvviso un cunicolo camuffato e vidi lei e quel signore per cui e con cui era rimasta. Un bell'uomo, slanciato, dai lineamenti morbidi, stava lì e le teneva la mano. «Ora non posso aiutarla in nessun modo», le dissi. Mi guardava calma, mentre sul suo viso si disegnava un vago sorriso. «Non voglio niente da te. E stato l'anno più felice della mia vita ».
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