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Riserve Indigene del 3° Millennio
Come già accennato nel 3D dedicato agli Indiani d'America apro questo 3D per cercare di trovare quanti soprusi, quante violenze dirette ed indirette, quanti confinamenti più o meno dichiarati, esistono ai nostri giorni in diverse zone del nostro mondo governati il più delle volte da un'unica legge: quella del dio denaro.
Inizio con una ditta a noi molto vicina che apparentemente, tramite le sue pubblicità, ha costruito il suo battage pubblicitario proprio sull'integrazione dei popoli, riunendo in un unico cartellone genti dal colore della pelle diverse. Ovviamente questo non vuole essere un atto di accusa verso nessuno. Solo uno spazio per cercare di sapere qualcosa in più di quello che sovente ci viene nascosto o semplicemente ignorato. Benetton verso i Mapuches Argentini. http://dailymotion.virgilio.it/video...uches_politics |
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#5 (permalink) | |
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Data registrazione: Dec 2005
Messaggi: 1,633
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![]() ![]() Alcun scritti trovati in giro. La vicenda Mapuche –Benetton, ultimamente, ha avuto fortunatamente un forte impatto mediatico, anche grazie agli appelli lanciati dal premio Nobel per la pace Adolfo Pèrez Esquivel. Credo sia molto esplicativo riportare lo scambio di lettere che c’è stato nel 2004 tra Esquivel e Luciano Benetton: "Riceva il mio saluto di Pace e Bene. Le scrivo questa lettera, che spero legga attentamente, tra lo stupore e il dolore di sapere che Lei, un imprenditore di fama internazionale, si è avvalso del denaro e della complicità di un giudice senza scrupoli per togliere la terra ai fratelli Mapuche, nella provincia di Chubut, nella Patagonia Argentina. Vorrei ricordarle che Mapuche significa Uomo della Terra e che esiste una comunione profonda tra la nostra Pachamama, " la Madre Terra", e i suoi figli. Tra le braccia di Pachamama ci sono le generazioni che vissero e che riposano nei tempi della memoria. Deve sapere che quando si toglie la terra ai popoli nativi li si condanna a morte, li si riduce alla miseria e all'oblio. Ma deve anche sapere che ci sono sempre dei ribelli che non zoppicano di fronte alle avversità e lottano per i loro diritti e la loro dignità come persone e come popolo. Continueranno a reclamare i loro diritti sulle terre perchè sono i legittimi proprietari, di generazione in generazione, sebbene non siano in possesso dei documenti necessari per un sistema ingiusto che li affida a coloro che hanno denaro. É difficile capire quello che dico, se non si sa ascoltare il silenzio, se non si è in grado di recepire la sua voce e l'armonia dell'universo che è una delle cose più semplici della vita. Qualcosa che il denaro non potrà mai comperare. Quando giunsero i conquistatori, gli "huincas" (i bianchi), massacrarono migliaia di popoli "con i loro pali di fuoco" perpetrando etnocidio per appropriarsi della loro ricchezza e rubando loro terra e vita. Purtroppo questo saccheggio continua fino a oggi. Signor Benetton, Lei ha comprato 90 mila ettari di terra in Patagonia per accrescere la sua ricchezza e potere e si muove con la stessa mentalità dei conquistatori; non ha bisogno di armi per raggiungere i suoi obiettivi ma uccide, con la stessa forma, usando il denaro. Vorrei ricordarle che non sempre ciò che è legale è giusto, e non sempre quello che è giusto è legale. Vorrei dirle che Lei ha tolto, con la complicità di un giudice ingiusto, 385 ettari di terra, con la armi del denaro, a un'umile famiglia Mapuche con una dignità, un cuore, una vita; loro sono Atilio Curiñanco e Rosa Nahuelquir proprietari legittimi da sempre, per nascita e per diritto dei loro padri. Vorrei farle una domanda, signor Benetton: Chi ha comprato la terra a Dio? Lei sa che la sua fabbrica dagli abitanti del luogo è chiamata "la gabbia", cinta con fil di ferro, che ha rinchiuso i venti, le nubi, le stelle, il sole e la luna. E' scomparsa la vita perchè tutto si riduce al mero valore economico e non all'armonia con la Madre Terra. Lei si sta comportando come i signori feudali che alzavano muri di oppressione e di potere dei loro latifondi. A Treviso, quel bel paese nel nord Italia, dove Lei ha il centro delle sue attività, non so quello che pensano i cittadini e le cittadine riguardo alle sue azioni. Spero che reagiscano con senso critico e pretendano che Lei agisca con dignità e restituisca questi 385 ettari ai legittimi proprietari. Sarebbe un gesto di grandezza morale e le assicuro che riceverebbe molto di più che la Terra: la grande ricchezza dell'amicizia che il denaro non potrà mai comprare. Le chiedo, signor Benetton, che viaggi in Patagonia e che incontri i fratelli Mapuche e che divida con loro il silenzio, gli sguardi e le stelle. Credo che il luogo che con la sua presenza chiamano "La gabbia", verrebbe chiamata "L'amico" e la gente di Treviso sarebbe onorata di avere nel suo paese una persona con il cuore aperto alla comprensione e alla solidarietà. La decisione è sua. Se decide di restituire la terra ai fratelli Mapuche mi impegno ad accompagnarla e dividere con Lei e ascoltare la voce del silenzio e del cuore. Tutti siamo di passaggio nella vita, quando arriviamo siamo in realtà in partenza e non possiamo portare niente con noi. Possiamo, però, lasciare al nostro passare le mani piene di speranza per costruire un mondo più giusto e fraterno per tutti. Che la Pace e il Bene la illumini e le permettano di trovare il coraggio per correggere i suoi errori". Luciano Benetton risponde: "Gentile signor Pérez Esquivel, ringraziandola per la sua lettera, franca e diretta, le rispondo subito che sono disponibile a incontrarla per aprire un confronto sul tema delle terre in Patagonia. Confronto che dovremmo estendere anche agli altri proprietari terrieri e ai rappresentanti del governo argentino. Sono convinto che un civile dialogo tra le parti rappresenti l’unica strada per comporre le molteplici posizioni e le differenti opinioni. A maggior ragione se si tratta di un tema complesso come quello delle terre patagoniche, che presenta complicati risvolti storici, sociali ed economici. Che coinvolge i diritti spesso contrastanti di numerosi gruppi etnici diversi, oltre che due governi sudamericani. Che propone interrogativi morali e filosofici antichi quanto il mondo. Chiedendomi "Chi ha comprato la terra a Dio?", lei riapre un dibattito sul diritto di proprietà che, comunque la si pensi, rappresenta il fondamento stesso della società civile. Ma se si accetta il principio che la proprietà è necessaria, si può ben discutere se sia necessario o meno che resti sempre nelle stesse mani. Da parte mia credo che nel mondo terreno e ormai globalizzato la proprietà fisica, come quella intellettuale, sia di chi può costruirla con la competenza e il lavoro, favorendo anche la crescita e il miglioramento degli altri. A questo proposito mi permetta di riassumerle, al di là delle forzate interpretazioni ideologiche e delle implicazioni di immagine, qual è nel merito la posizione del nostro gruppo, che è una posizione di imprenditorialità e passione. La Compañia de Tierras Sud Argentino, attiva dal 1891, è stata acquistata da parte di Edizione Holding (la finanziaria della famiglia Benetton) da tre famiglie argentine nel 1991. La nostra era, ed è tuttora, una sfida di sviluppo: trasformare questa azienda storica, con più di 100 anni di tradizione ma ormai decaduta, formata in gran parte da terre desertiche e inospitali, in una impresa agricola dedicata in particolare all’allevamento delle pecore ed altre attività agricole. Senza entrare nel crudo dettaglio delle cifre, abbiamo investito per portare l’azienda a buoni livelli di produttività, ben consapevoli che questo avrebbe contribuito a produrre sviluppo e lavoro per il territorio e i suoi abitanti. I risultati fin qui ottenuti sono positivi, certo non dal punto di vista degli utili, ma sicuramente per il livello di qualità raggiunto nell’allevamento ovino e per la crescita occupazionale nell’area. Del resto, più in generale, non penso che scoraggiare gli investimenti degli imprenditori possa rappresentare una politica alla lunga redditizia, per l’Argentina come per qualsiasi altro Paese che voglia guardare a ragionevoli obiettivi di crescita, specie in un momento così delicato per l’economia internazionale. Per questa serie di motivi, mi creda, appare quanto meno ingeneroso descrivere le tenute argentine di Edizione Holding come latifondi medioevali improduttivi, e noi come signori feudali. Abbiamo semplicemente seguito le regole economiche in cui crediamo: fare impresa, innovare, operare per lo sviluppo, continuare a investire per il futuro. E, nel contempo, essere aperti a ciò che l’esperienza e il rapporto con il mondo possono insegnarci. Con la consapevolezza dolorosa ma realistica, da lei stesso ricordata, che niente possiamo portare con noi alla fine del viaggio. Ma nella ferma convinzione che sia il viaggio stesso - le cose viste e fatte, i rapporti umani, le strade percorse, gli obiettivi pensati e raggiunti - a rappresentare il nostro capitale più prezioso” (da Latinoamerica, rivista trimestrale, n.3 del 2004, GME Produzioni, Roma). Suggerire, come afferma Benetton, che "la proprietà fisica, come quella intellettuale, sia di chi può costruirla con la competenza e il lavoro" è un’offesa verso tutti quei popoli che hanno abitato le loro terre per generazioni. Ritenere che le popolazioni indigene non riescano a utilizzare le loro risorse, dimostra una totale mancanza di conoscenza del loro stile di vita, oltre ché presunzione e arroganza. Se la Patagonia riesce a far provare a Luciano Benetton quello "straordinario senso di libertà", certamente è anche perché per i Mapuche, "la terra non è un'eredità dei nostri padri, ma un prestito dei nostri figli", da proteggere e curare con sapienza. Benetton aggiunge anche che "il diritto di proprietà rappresenta il fondamento stesso della società civile". Dobbiamo forse intendere che siano "incivili" le società non fondate sulla proprietà? Ignorare i diritti collettivi dei Mapuche, o di qualunque popolo, esaltando l'importanza della proprietà privata o la necessità di promuovere il proprio modello di sviluppo, significa ricorrere agli stessi argomenti e alle stesse armi ideologiche, che le società coloniali hanno usato per centinaia di anni per privare quegli stessi popoli delle loro terre e dei loro diritti, condannandoli alla perdita della loro autosufficienza, della loro cultura e della loro identità. E a nulla vale regalare alla città di Leleque un museo "per raccontare la cultura e la storia di una terra mitica" come ha fatto Benetton, perché i popoli indigeni non sono reperti archeologici, residui del passato destinati all'estinzione, bensì, come loro stessi affermano, "uomini, donne e bambini in carne ed ossa, con una nostra dignità, una nostra lingua, religione, legge... determinati a scrivere e a organizzarci per difendere tutto ciò da chi vuole continuare a toglierci ciò che è nostro" [dal testo introduttivo di Unidad Indigena, un giornale indigeno indipendente fondato nel 1975 in Colombia]. Il problema, va ben oltre i confini della Patagonia. In un momento in cui tutta la comunità internazionale dibatte sulla necessità di promuovere uno sviluppo sostenibile per il futuro stesso del pianeta nel rispetto dei diritti umani, la United Colors dovrebbe riflettere sul fatto che fare impresa e produrre in un “altro modo” è possibile. |
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#6 (permalink) | |
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Whitby's cycle
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#10 (permalink) |
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Towanda
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INUIT
byGIAMPAOLO VISETTI10 01 2007 TASIILAQ (Groenlandia) - È appeso fuori dalla porta rossa, rigido come un mazzo di alisangà steso ad essiccare. Il pìterak polare, frustandolo, lo solleva verso il cielo nero. I cani da slitta mugolano da ore. Non possono assaggiarlo, così piegato dal vento. Anche Taqissimat, nell'indistinguibile notte artica, si è impiccato. Tre cacciatori di foche, al primo chiarore, lo adagiano in una baracca ghiacciata. Altri giovani corpi, ibernati, attendono il sole di giugno per essere sepolti sotto cumuli di pietre. Il popolo più felice del mondo ha deciso di morire. Giù al porticciolo paralizzato nel pack, i vecchi pescatori accusano Tornarak, il demone cattivo che sorvola le piste innevate sulle ali del corvo. Il dieci per cento dei figli della Groenlandia varca ormai volontariamente la soglia del mare eterno prima dei diciotto anni. Fino a quindici suicidi di adolescenti, ogni primavera, in villaggi di cento persone. Una taciuta, inarrestabile strage. Gli stessi Inuit nascondono la propria autocondanna all'estinzione. La vecchia Gudrun, la sciamana che interrogava i tupilaq in osso di narvalo, aveva visto tutto: il popolo del Grande Nord, mongoli polari scacciati dalle steppe siberiane, sterminato dall'incontro con l'uomo a cui cresce il pelo sulle guance. Le notizie dei suicidi, per fame o per onore, sono rimaste a lungo imprigionate tra gli iceberg. Fino a quando anche Nikapianguaq si è immersa nell'oceano con i suoi quattro bambini. Enok, il suo uomo, era scomparso nel fiordo. Travolto dalla slitta. Nessuno avrebbe più portato carne. Così lei è andata incontro alla regina che libera le foche grasse, nascoste nei suoi lunghi capelli bianchi. La tragedia degli Inuit, per la prima volta, ha conquistato i titoli dei giornali danesi. Davvero la gente del sorriso, l'eschimese che non conosce guerra, violenza e tristezza, ha scelto di sparire prima dell'ultimo scontro con la civiltà occidentale? La conferma, venerdì pomeriggio, è distesa davanti al magazzino di Tasiilaq. Decine di corpi giacciono tra i cristalli di neve. Come morti, tra lattine di birra e bottiglie di vodka. Ogni due settimane uomini e donne ritirano il sussidio danese e lo consumano per dimenticare. Qualcuno brucia tutto in shampoo e tintura arancione per capelli. L'80 per cento si ubriacano. Iniziano a dieci anni, assieme ai genitori. Avvelenati dall'alcol, a trent'anni sono vecchi. Smarriscono il sesto senso che salva dalla banchisa e suggerisce i passi dell'orso bianco. Indifesi nella natura che li ha sempre protetti. Le statistiche imputano la depressione sociale alla prolungata mancanza invernale di luce. Tobias Ignatiussen, il cacciatore più forte della Groenlandia orientale, strizza ancora di più le fessure degli occhi. No. 'Foche', dice. 'E televisione'. I ghiacci si sciolgono, la caccia è proibita: il piccolo popolo del Grande Nord si sta estinguendo in un'epidemia di suicidi. Il dieci per cento dei figli della Groenlandia decide di mettere fine alla propria vita prima dei diciotto anni. Altro sintomo della radicale perdita d'identità collettiva è l'alcolismo, che affligge l'80 per cento della comunità. All'origine di questo spaventoso malessere, la minaccia mortale a una cultura unica e fragilissima La caccia è proibita, ma 'nessuno di noi ha mai sterminato i cuccioli di foca'. Il primo bianco, nelle baie dell'Ammassalik, spuntò nel 1884. I marines americani, nella Seconda guerra mondiale. Il primo turista provò a sciare verso Ikateq nel 1982. Ghiaccio e correnti, bloccando i fiordi, avevano isolato per secoli gli Inuit. Anche dai vichinghi, che ne avvistavano il fumo. Un igluliak in blocchi di neve ogni quaranta chilometri, per ingannare l'olfatto delle foche. Un paio di incontri all'anno con un altro clan indigeno. Credevano che il ghiaccio, frantumandosi nella baia di Baffin, facesse rotta verso il nulla. Poi i loro kayak di cuoio si sono schiantati nelle baleniere d'acciaio norvegesi. Anni Cinquanta: uno spartiacque, per la loro esistenza. Dalla civiltà dell'avorio di tricheco a satellite, computer, elicottero e infine cellulare. Dalle pelli di foca alle corone danesi. Troppo, in vent'anni. I cacciatori sono stati soppiantati dai polli surgelati dello spaccio. I loro figli, analfabeti, non sostengono l'assiduità di una professione. Balbettano tre dialetti asintattici e polisillabici. Non possono più essere groenlandesi; non saranno mai protagonisti dell'Occidente. Anche Pàvia e suo figlio Simiujok, nell'iglu di torba, sonnecchiano ipnotizzati davanti ai film-spazzatura acquistati con i contributi statali. Trecento videoregistratori e quaranta tivù per 3100 persone. Vecchie epopee naziste, i fantasmi del passato proiettati nel presente. Si dileguano, se avvistano un baffuto qrattunàq, il colonizzatore bianco. Sono convinti che Hitler sia ancora vivo e che palleggi con il mondo nel Reichstag di Berlino. Le loro mute di indomabili husky, intanto, perdono la sensibilità che li riporta sulla via invisibile del villaggio. 'Li abbiamo narcotizzati e condannati ad una morte lenta', dice Otto Soerensen, per diciassette anni psicologo a Nuuk, 'ma loro preferiscono autodistruggersi subito'. Poi sono arrivati gli ecologisti. Greenpeace e Wwf, qui, sono sigle assimilate alla Gestapo: un nemico spietato. Vietato cacciare foche. Vietato cacciare orsi. Vietato cacciare balene. I prezzi sono crollati. Tobias traduce nella lingua degli iivi, gli uomini: vietato sopravvivere. 'In Groenlandia nessuno', dice, 'ha mai sterminato i cuccioli di foca con mazze e picconi. Il peso dell'animale, per noi, è valore. Una sera ci hanno comunicato che in Europa nessuno avrebbe più acquistato carne, pelli e ossa. In due mesi centinaia di cacciatori Inuit si sono sparati'. Sui fiordi di Kalaallit Nunaat, fino al nord dell'ultima Thule, il 40 per cento degli abitanti è morto di fame. Un colonialista eccidio colposo, dettato da ignoranza e arroganza culturale. Uno scandalo dimenticato del nuovo secolo. Nell'Artico un maschio che non caccia è inutile. Perde la sua autorità sul clan, la fiducia in se stesso. Si vergogna. Deve stendere la mano che impugnava l'arpione. 'Non può più andare a caccia', sussurra il villaggio. Come quando i colleghi della Borsa dicono di un amministratore delegato: 'Ha il cancro'. A Londra crolla un titolo. A Tinetiqilaq uno finisce diretto nella sfida del tamburo. Per tre giorni, al ritmo trasmesso dallo stomaco dell'orso, due condannati si provocano davanti al villaggio. Le risate di amici e parenti decretano chi è salvo e chi deve lasciare la famiglia. L'abbandonato non rivede i fiori gialli di giugno. Nell'incertezza, la guerra delle battute può essere ripetuta per anni. Fino a quando lo sconfitto si allontana, tra l'ilarità generale, per morire da solo. 'I filmati canadesi sulla caccia', dice il sindaco di Tasiilaq, Maro Mikkaelsen, 'sono stati devastanti. La verità ora è stata ristabilita, gli animalisti hanno mandato le scuse via fax: ma era troppo tardi'. Quest'anno i 2.556 Inuit affacciati sull'Islanda, sparsi su una superficie ghiacciata più lunga dell'Europa, hanno catturato 160 mila foche, 568 beluga, 794 narvali, 35 orsi bianchi e 3 balene. Niente, rispetto alla popolazione selvatica. Consiglio artico e Ue stanno per contingentare la cattura di foche e orsi. L'esportazione è di nuovo vietata. Un cacciatore poteva guadagnare mille euro al mese: sfamava la famiglia, era forte, poteva generare dieci figli, che gli procurassero carne anche da vecchio. Un disoccupato riceve 300 euro dal governo di Copenhagen: mangia due volte alla settimana, vale meno dello sterco di bue muschiato, i suoi bambini spariscono nelle raffiche dolci e umide del femminile Naqaiaq. A cacciare, nel sud dell'isola più grande del mondo, sono rimasti in 250. Meno del doppio in tutta la Groenlandia. Un cortocircuito biologico ed esistenziale. L'umanità vittoriosa ha stabilito che questa minoranza non conta nulla. Non riesce a tutelarla, non la capisce. Chiacchiera sul clima, ignora la povertà che non fa notizia, la fame che uccide anche nel nord del pianeta. Ora si accorge della propria sconfitta. Non ha protetto gli eredi estremi di migrazioni millenarie. Una perdita irreparabile e incalcolabile. Gli anziani groenlandesi rinunciano a mettere il fucile nelle mani dei nipotini di cinque anni. Poco dopo, gonfi di whisky e abbracciati nel chiarore elettrico dell'aurora boreale, bussano alla 'Red House'. Sono le tre di notte. Anche Nasunguaq e Uiuat barcollano tra altri corpi rannicchiati al caldo dell'unico centro sociale eretto sul Circolo polare artico. Hanno vent'anni, indossano Levi's e calzano All Star. Sono fidanzati e disperati. Anni di serial tv hanno insegnato come fingono di vivere i loro coetanei di Parigi e New York. Non accettano più la polvere di neve spruzzata tra le fessure della truna, la solitudine, la puzza di foca fritta e interiora di bue muschiato impregnata nella pelle. Ora sanno che c'è un altro mondo e un'altra vita. Irraggiungibili. Si battono sul cuore. 'Ho freddo qui dentro', dice la ragazza. 'Abbiamo paura'. Smaltiscono la sbronza quotidiana tra una massa di miserabili compaesani alcolizzati. A rivestirli, riscaldarli, sfamarli ed ascoltarli, solo l'italo-tedesco Robert Peroni. Gli Inuit, piuttosto che lamentarsi, preferiscono crepare. 'Sono un popolo romantico. Vivono di sogni, fieri e indifesi come i bambini. Nel 1980 mi hanno chiesto di restare qui', dice Peroni. 'Ho scelto di essere uno di loro e di non abbandonarli più'. Dietro il dramma di quelli che alla fine del Novecento erano gli individui più felici e longevi del pianeta e che oggi muoiono in media a cinquant'anni, emerge una figura straordinaria. Alpinista, scopritore solitario degli immensi deserti africani ed esploratore, Peroni è l'unico essere umano ad aver attraversato la Groenlandia del nord da solo e senza assistenza: 1400 chilometri, 88 giorni a piedi sul ghiaccio. Scalava gli iceberg alla deriva e le vette inviolate che emergono dal mare con pareti ghiacciate di tremila metri. Conteso da sponsor e donne affascinanti, in Europa guidava una Porsche. Era 'mister No Limits', il re del Polo. Una notte ha risposto al richiamo degli inascolati poveri dell'ignorato nord del mondo. Animista, sposo spirituale di una sciamana, padre adottivo di molti Inuit, è evaso per sempre dalla prigione della fama. Ha accettato di comprare e aprire a tutti la Red House. Giorno e notte, sempre. Chi si salva dall'alcol viene assunto per riscattare gli altri. Chi rinuncia al suicidio impara a guidare gli scialpinisti lungo i pendii più emozionanti della Terra. Chi non beve cucina per gli altri e mangia gratis. I cacciatori eskimesi riprendono a penetrare nelle antiche valli da preda assieme agli ospiti. La sera i risorti dell'Ammassalik giocano a carte, intagliano denti di orca, spolpano merluzzo e alibut, ballano. Possono tornare a battere il tamburo per raggiungere la sublimazione che li mette in contatto con le anime dei defunti. Gli abbandonati del paradiso artico stanno raccogliendo le firme infantili di chi non sa scrivere. La voce solca le baie sui veloci umiak in pelle di foca. Condannati all'estinzione culturale, gli Inuit vogliono fare l'ultimo regalo al loro adàda: chiedono che al 'padre' italiano venga assegnato il premio Nobel per la pace. Mai una denuncia, un contributo, una richiesta di elemosina. Ha restituito loro la dignità, lotta per soffocare l'odio etnico contro i danesi, dimostra che anche un eskimese può lavorare nella dittatura del consumo. 'C'è un solo modo', dice Peroni, 'per comprendere questa cultura. Viverla. Trasferirsi in essa, pregare di essere sopportato come ospite discreto, imparare la lingua. Ma nell'istante in cui si inizia a capire, si perde il bisogno di spiegare. Chiarire un fenomeno significa allontanarsi da esso'. Pure adesso, gravemente ammalato, il 'Hghobert' degli Inuit è tornato. È al lavoro con gli ultimi, per rallentarne l'estinzione. Il 2007 sarà l'Anno internazionale polare. 'Invece che bruciare milioni in inutili convegni', dice lo scultore di avorio Gideon Qeqe, 'si potrebbe risarcirci riconoscendo la grandezza del missionario laico che ci ha amato e compreso, rinunciando a giudicarci'. Un'idea folle, che scuote il Nord, spaventa, ma raccoglie consenso. Anche il suo figlio adottivo, Asser, tre anni fa si è tolto la vita. Aveva 27 anni. Sognava di essere un grande cacciatore, di avere una famiglia numerosa e di vivere libero nella natura. Invece era solo uno dei tanti auto-isolati. In settembre ha atteso che il suo adàda lasciasse Tasiilaq per qualche giorno. 'Sapevo che non poteva sopravvivere ', dice Peroni, 'ma è stata la mia sconfitta. Certe cose non puoi esprimerle: devi accettare ciò che vedi e quello che senti'. Un riconoscimento mondiale a Peroni sarebbe un atto di giustizia per gli Inuit, ma pure un impegno a rispettare tutti i popoli minacciati e le minoranze della Terra. Il primo segnale d'attenzione verso l'ambiente più fragile e incantato che si possa guardare. Il cielo è viola quando Ululiq infila le dita nella manopola di pelliccia. La baia è silenziosa. La banchisa è rotta da strisce gialle, da cui tracima una gelatinosa acqua verde. Dietro i crinali, del ghiaccio si spezza e sembra che l'inverno tuoni contro il vento. Il cacciatore di Sermiligaq, anni fa, ha accompagnato Peroni sulle Alpi. Non credeva che nei masi alti, al sommo dei pascoli scoscesi, potesse vivere qualcuno. 'Impossibile', sentenziò. 'Come farebbero a trascinare i trecento chili di una foca fino lassù?'. I due amici, per Capodanno, cercano un animale da arrostire insieme. Forse è l'ultima occasione offerta dalla sorte. Ululiq racconta per la millesima volta la leggenda dell'uomo - aquila che fuggì dai bianchi cattivi volando verso il Sole. Poi la storia del tamburo che seguitava ad essere percosso dopo che lo sciamano se ne era andato. Nei miti è racchiusa l'anima del loro popolo. Sognano e sparano. La foca si irrigidisce sul bordo del foro aperto nel pack. Un rivo bruno s'impregna nel giaccio azzurro. Armonia con la natura, sul fiordo, significa uccidere. Ancora un giorno, liberi. Gli Inuit hanno deciso di morire. Ma non rinunciano a vivere |
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