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Vecchio 02-07-09, 12:22   #1 (permalink)
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21 luglio 1899 - 2 luglio 1961

Vediamo un po’. Fiesta l’ho iniziato a Valencia, il 21 luglio, il giorno del mio compleanno. Hadley, mia moglie, ed io eravamo andati a Valencia per tempo, perché volevamo trovare i biglietti per la feria che sarebbe cominciata il 24. Tutti, alla mia età, avevano già scritto un romanzo, mentre io non riuscivo neanche a scrivere un paragrafo. Così cominciai il libro il giorno del mio compleanno, continuai a scrivere per tutta la feria, lavorando a letto, la mattina, poi quando andammo a Madrid continuai lì. A Madrid, non essendoci la feria, riuscimmo a trovare una bella camera con un tavolino su cui io potevo scrivere comodamente, poi vicino all’albergo, in Pasaje Alvarez, c’era un bar dove faceva sempre fresco. Di lì a poco scoppiò il caldo, allora decidemmo di spostarci a Hendaye, e laggiù, su quella spiaggia meravigliosa, sconfinata, trovammo un alberghetto dove lavorai benissimo. Poi andammo a Parigi e terminai la prima stesura del romanzo nell’appartamento sopra la segheria, al 113 di rue Notre Dame des Champs. Dal giorno che avevo cominciato erano trascorsi sei settimane.
Feci vedere quella prima stesura a Nathan Asch, lo scrittore, che allora aveva ancora un fortissimo accento straniero, e mi disse: “Hem, cosa intente dicendo che ha scritto un romanzo? Un romanzo. Hem, lei ha scritto un libro ti fiaggi”. Ma non mi feci scoraggiare e una volta all’hotel Taube di Schruns, nel Voralberg, cominciai a riscriverlo, mantenendo la parte del viaggio (ossia la parte battuta di pesca e Pamplona).
I racconti di cui parlava, invece, li scrissi tutti lo stesso giorno, a Madrid. Era il 16 maggio, c’era la corrida di San Isidro, eppure nevicava. Prima scrissi Gli uccisori, sul quale avevo provato a lavorare anche in precedenza ma senza riuscirci. Poi, dopo pranzo, andai a letto per scaldarmi, e scrissi Oggi è venerdì. Avevo così tante cose che bollivano in pentola che pensavo di impazzire, avrei potuto scrivere altri sei racconti. Allora mi vestii e andai da Fornos, il bar dei matadores, e mi feci portare un caffè, poi tornai in albergo e scrissi Dieci indiani. Ma quel racconto mi fece intristire molto, così bevvi un po’ di brandy e me ne andai a dormire.
Io mi ero dimenticato di cenare ma un cameriere mi portò del bacalao, una bistecca, patate fritte e una bottiglia di Valdepenas. La proprietaria della pensione, che aveva sempre paura non mangiassi abbastanza, mi aveva mandato su il cameriere. Ricordo che mi sedetti sul letto e cominciai a mangiare e bere il Valdepenas. Il cameriere disse che mi avrebbe portato un’altra bottiglia, e che la senora voleva sapere se avrei scritto tutta la notte. Io gli dissi di no, che mi sarei riposato un po’. Perché non prova a scriverne un altro? chiese il cameriere. Perché ne scrivo solo uno al giorno, risposi. Che stupidaggine, disse lui. Potrebbe scriverne anche sei. Magar domani, risposi io. Perché non prova stasera, fece lui. Perchè pensa che la signora le abbia mandato su da mangiare? Sono stanco, gli dissi. Sciocchezze, disse lui (anche se questa non fu esattamente la parola che usò). E’ stanco solo per aver scritto tre stupide storielle? Me ne traduca una. Mi lasci in pace, dissi. Come faccio a scrivere se non si toglie dai piedi? Così mi sedetti sul letto e bevendo Valdepenas pensai che se la prima storia era davvero bella come speravo, allora sì che ero lo scrittore che volevo.
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Vecchio 02-07-09, 12:32   #2 (permalink)
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2 luglio 1961... non ero ancora nato...

Tu sì?
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Vecchio 02-07-09, 12:39   #3 (permalink)
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2 luglio 1961... non ero ancora nato...

Tu sì?
Sì, io ero già nata. Ma qui si parla di un grande: Ernest Hemingway, ma sono certa che lo sapevi
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Vecchio 02-07-09, 12:54   #4 (permalink)
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Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo di nome Manolo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio era decisamente e definitivamente salao , che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo aveva ubbidito andando in un'altra barca dove prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all'albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand'era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne

Ne riconosco la grandezza, ma è uno scrittore che non mi ha mai catturato la fantasia... sorry...
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Vecchio 02-07-09, 12:59   #5 (permalink)
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Era un vecchio che pescava da solo su una barca a vela nella Corrente del Golfo ed erano ottantaquattro giorni ormai che non prendeva un pesce. Nei primi quaranta giorni lo aveva accompagnato un ragazzo di nome Manolo, ma dopo quaranta giorni passati senza che prendesse neanche un pesce, i genitori del ragazzo gli avevano detto che il vecchio era decisamente e definitivamente salao , che è la peggior forma di sfortuna, e il ragazzo aveva ubbidito andando in un'altra barca dove prese tre bei pesci nella prima settimana. Era triste per il ragazzo veder arrivare ogni giorno il vecchio con la barca vuota e scendeva sempre ad aiutarlo a trasportare o le lenze addugliate o la gaffa e la fiocina e la vela serrata all'albero. La vela era rattoppata con sacchi da farina e quand'era serrata pareva la bandiera di una sconfitta perenne

Ne riconosco la grandezza, ma è uno scrittore che non mi ha mai catturato la fantasia... sorry...
a me piace, trovo che dipinga con le parole con molta precisione.
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Vecchio 02-07-09, 13:02   #6 (permalink)
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a me piace, trovo che dipinga con le parole con molta precisione.
C'è chi ama Michelangelo, ma anche chi adora Van Gogh...
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Vecchio 02-07-09, 13:03   #7 (permalink)
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certo anche chi li ama entrambi
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Vecchio 02-07-09, 15:12   #8 (permalink)
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La casa di San Francisco de Paula, nei dintorni dell’Havana, il luogo in cui Ernest Hemingway lavora è la camera da letto. Sebbene nell’ala sud-ovest dell’edificio, in cima a una torre rettangolare, abbia uno studio, preferisce scrivere in camera, e salire in studio solo quando sono i “personaggi” a portarcelo. […]La stanza è divisa in due vani da uno paio di librerie appoggiate ad angolo retto contro pareti opposte. Da una parte troneggia un gran letto matrimoniale con accanto alla tastiera due comodini sommersi di libri e, al fondo, un paio di pantofole e di mocassini sformati sistemati con ordine. Nell’altro vano della stanza un’imponente scrivania con due sedie ai lati ha il piabo d’appoggio invaso da un ordinato ammasso di scartoffie e promemoria. Più oltre, all’altro capo della camera, c’è un armadio con una pelle di leopardo drappeggiata in cima. Le altre pareti della stanza sono tappezzate di scaffali dipinti di bianco da cui i libri, franando sul pavimento, finiscono per accatastarsi su vecchi giornali, riviste di corride e fasci di lettere tenuti insieme da elastici.
Il “tavolo di lavoro” di Hemingway si trova in una di queste librerie ingombre – quella a circa tre metri dal letto, vicino alla finestra esposta a est – un metro quadro scarso, assediato su un lato dai libri e sull’altro da manoscritti, opuscoli e pile di fogli copeti da giornali. C’è appena lo spazio per la macchina da scrivere, per un asse di legno che sormonta e che serve ad appoggiarsi durante la lettura, per cinque o sei matite e un minerale di rame usato come fermacarte quando dalla finestra entra troppa aria.
E’ un’abitudine che Hemingway ha avuto fin dall’inizio, quella di lavorare in piedi: se ne sta lì, su una pelle di cudù tutta consunta, con ai piedi i mocassini sfondati, e di fronte, all’altezza del petto, la macchina da scrivere e il piano d’appoggio.[…]
Da abitudinario qual è, Hemingway non usa mai la scrivania che si trova nell’altro vano della stanza. Pur essendo più spaziosa del piano d’appoggio, è anch’essa ingombra di tutta una serie di cianfrusaglie: pile di lettere, un leone di peluche tipo quelli che vendono a Broadway, un sacchettino di tela pieno di denti di animali carnivori, un certo numero di cartucce, un calzascarpe, leoni rinoceronti zebre e cinghiali in legno – questi ultimi ben in fila sul piano del tavolo – e ovviamente libri. I libri di quella stanza proprio non li si dimentica.
./.
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Vecchio 02-07-09, 15:56   #9 (permalink)
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Sono accatastati sulla scrivania e sui comodini, si ammassano sulle librerie secondo un criterio imperscrutabile: romanzi, volumi di storia, raccolta di poesie, testi teatrali, saggi. Una sola occhiata all’altezza delle ginocchia di Hemingway, quando sta al “tavolo di lavoro”, troviamo Il lettore comune di Virginia Wolf, House Divided di Ben Ames Williams, “The Partisan Reader”, The republic di Charles A.Beard, Napoleone di Tarale, How Young You Look di una certa Peggy Wood, Shakespeare and the Dyer’s Hand di Alden Brook, African Hunting di Baldwin, le Poesie di T.S.Eliot e due volumi sulla sconfitta del generale Custer nella battaglia di Little Big Horn.
Sebbene a prima vista sembri che nella stanza regni un disordine infernale, a uno sguardo più attento si capisce che chi la abita è abbastanza preciso ma non riesce a buttare via neanche uno spillo, specie se ha un valore affettivo. In cima a uno scaffale c’è una curiosa accozzaglia di ricordi: una giraffa costruita con palline di legno, una piccola tartaruga di ferro, i modellini di una locomotiva, di una jeep e di una gondola, un orsacchiotto a molla con la chiavetta sulla schiena, una scimmiotta con un paio di pattini tra le zampe, una chitarra in miniatura, e un piccolo biplano di piombo della marina americana (senza una ruota) atterrato tutto sbilenco su una tovaglietta di paglia – il tipo di collezione che un ragazzino conserva in una scatola da scrpe in fondo all’armadio. Ognuno di questi oggetti ha il suo valore, e le tre corna di bufalo che Hemingway si tiene in camera sono importanti non tanto per le dimensioni considerevoli, quanto perché provengono da una battuta di caccia che era iniziata male ma che poi si è risolta per il meglio: “Mi fa piacere vederle lì”, dice.
Hemingway ammette di essere un po’ superstizioso ma preferisce non parlarne, per paura che con le chiacchiere il valore degli oggetti si disperda. A più riprese, infatti, ha ribadito che non si dovrebbe violare la scrittura esaminandola troppo minuziosamente :”perché sebbene una parte di scrittura sia solida e resistente ai discorsi, un’altra parte è fragile, e parlandone la si può incrinare o anche infrangere.[…]
Una simile consacrazione alla propria arte potrebbe suggerire una personalità nettamente in contrasto con l’immagine popolare di un Hemingway giramondo, turbolento, incurante. Ma la verità è che Hemingway, amando la vita, si dedica a qualunque cosa con lo stesso trasporto: un atteggiamento di grande serietà, nemico dell’approssimazione, della disonestà, delle cose rabberciate.
In nessun luogo la sua consacrazione all’arte potrebbe essere più evidente che in quella stanza da letto dalle piastrelle ocra – con lui che di buon mattino raccoglie la concentrazione e prende posto davanti al piano di lavoro, e da lì non si muove più se non per spostare il peso del corpo da una gamba all’altra; coperto di sudore, eccitato come un ragazzino quando il lavoro procede bene, oppure scontroso, depresso, se la vena ispiratrice momentaneamente si perse – schiavo di una disciplina che si autoimpone fino a mezzogiorno, ora in cui, afferrato quel suo nodoso bastone da passeggio, si dirige verso la piscina per il mezzo miglio di nuoto quotidiano.
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Vecchio 02-07-09, 16:02   #10 (permalink)
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La casa di San Francisco de Paula, nei dintorni dell’Havana, il luogo in cui Ernest Hemingway lavora è la camera da letto. Sebbene nell’ala sud-ovest dell’edificio, in cima a una torre rettangolare, abbia uno studio, preferisce scrivere in camera, e salire in studio solo quando sono i “personaggi” a portarcelo. […]La stanza è divisa in due vani da uno paio di librerie appoggiate ad angolo retto contro pareti opposte. Da una parte troneggia un gran letto matrimoniale con accanto alla tastiera due comodini sommersi di libri e, al fondo, un paio di pantofole e di mocassini sformati sistemati con ordine. Nell’altro vano della stanza un’imponente scrivania con due sedie ai lati ha il piabo d’appoggio invaso da un ordinato ammasso di scartoffie e promemoria. Più oltre, all’altro capo della camera, c’è un armadio con una pelle di leopardo drappeggiata in cima. Le altre pareti della stanza sono tappezzate di scaffali dipinti di bianco da cui i libri, franando sul pavimento, finiscono per accatastarsi su vecchi giornali, riviste di corride e fasci di lettere tenuti insieme da elastici.
Il “tavolo di lavoro” di Hemingway si trova in una di queste librerie ingombre – quella a circa tre metri dal letto, vicino alla finestra esposta a est – un metro quadro scarso, assediato su un lato dai libri e sull’altro da manoscritti, opuscoli e pile di fogli copeti da giornali. C’è appena lo spazio per la macchina da scrivere, per un asse di legno che sormonta e che serve ad appoggiarsi durante la lettura, per cinque o sei matite e un minerale di rame usato come fermacarte quando dalla finestra entra troppa aria.
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Da abitudinario qual è, Hemingway non usa mai la scrivania che si trova nell’altro vano della stanza. Pur essendo più spaziosa del piano d’appoggio, è anch’essa ingombra di tutta una serie di cianfrusaglie: pile di lettere, un leone di peluche tipo quelli che vendono a Broadway, un sacchettino di tela pieno di denti di animali carnivori, un certo numero di cartucce, un calzascarpe, leoni rinoceronti zebre e cinghiali in legno – questi ultimi ben in fila sul piano del tavolo – e ovviamente libri. I libri di quella stanza proprio non li si dimentica.
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In quella a Key West, in Florida, aveva una sorta di casa sull'albero in cui si ritirava per scrivere e a cui accedeva tramite una passerella dalla casa principale.
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