Lettura di un'opera
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  1. #1
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    Lettura di un'opera

    Prendendo spunto dal 3D
    Antologia
    di microalfa (che ringrazio)

    Vi propongo in questo di 3d, se si va, di leggere un’opera.

    Per non contraddirmi con quanto da me postato nel 3D di microalfa, ritorno su Giulio Paolini.

    _____________________________________________________________________________ ___

    Giovane che guarda Lorenzo Lotto riproduce nelle dimensioni originali il Ritratto di giovane di Lorenzo Lotto: è la “ricostruzione nello spazio e nel tempo del punto occupato dall’autore (1505) e (ora) dall’osservatore di questo quadro” .
    “Il quadro si fa specchio mentale di una situazione, perché dà allo spettatore in quel momento l’illusione di trovarsi nella posizione, e quindi nella persona, di Lorenzo Lotto.
    Non vive quindi come quadro, ma come dichiarazione astratta”
    . “Se nei primi anni Sessanta l’attenzione era deviata dalla superficie visibile del quadro verso il suo rovescio, qui è interamente concentrata su chi guarda: l’immagine del quadro è nascosta dietro il sipario della sua riproduzione e la sua ‘verità’ si sposta nel punto di vista dello spettatore. L’idea del quadro non è dunque l’immagine che ci mostra, ma il fatto stesso che noi siamo lì ad osservarlo.

    Il quadro non si esaurisce insomma nel piano orizzontale della sua superficie, ma è il teatro dell’asse ottico che lo attraversa” . “Teatro della visione” che istituisce la necessità del confronto con lo sguardo dello spettatore, Giovane che guarda Lorenzo Lotto approfondisce ulteriormente la riflessione sulla figura e sul ruolo dell’autore sviluppata da Paolini nel corso degli anni Sessanta.

    “Attraverso l’uso del mezzo fotografico, mi inoltro ancor più in quella che era la mia vocazione, più che di autore o di pittore, di spettatore in attesa: con la fotografia, in Giovane che guarda Lorenzo Lotto e in altri quadri che seguiranno, cambio identità: da spettatore travestito da pittore mi ritrovo autore travestito da spettatore” .

    La fotografia, introdotta nel 1965, è qui impiegata per la prima volta come strumento linguistico per “appropriarsi, attraverso il tempo, di una situazione che non si è vissuta nel reale, ma che si recupera attraverso il linguaggio” . Se nel 1965 Paolini aveva usato la fotografia come “certificato d’identità”, ossia come dispositivo oggettivo che accerta l’esistenza di un determinato momento, nel 1967-68 la adopera invece come strumento che consente di uscire dal tempo, di annullare la distanza, offrendo l’illusione di un eterno presente. E proprio questo “miracolo” reso possibile dalla fotografia permette a Paolini di utilizzare delle riproduzioni di opere di artisti del passato: in Giovane che guarda Lorenzo Lotto riprende per la prima volta l’immagine di un dipinto antico . La citazione mirata diventa un tema centrale nei lavori successivi, realizzati a cavallo fra il 1967 e il 1968, rappresentativi di un atteggiamento “concettuale” rispetto ai fermenti “poveristi” dell’epoca. Identificando il proprio “io” con quello del pittore di tutti i tempi, Paolini inscrive la propria identità nella discendenza della sua “dinastia”: “il problema è di sottrarre la mia identità al suo ruolo e di assumerla invece a un ruolo elettivo, storico ed ipotetico” .



    fonte : Fondazione Giulio e Anna Paolini
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  2. #2
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    a Voi la palla, ora

  3. #3
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    Gianni Piacentino ...

    Quello che colpisce del lavoro di Piacentino non è tanto il precoce minimalismo, quanto la forza di sintesi per cui la forma minimale è densissima. E se di minimalismo si può parlare è sicuramente più vicino a quello di John Mc Cracken che a quello di Donald Judd.

    Quelli di Gianni Piacentino sono oggetti non utilizzabili, ma fatti esattamente come se lo fossero.
    In questa aporia sta il senso di un’opera che resiste all’interpretazione e si pone come oggetto muto (per utilizzare i termini di Douglas Crimp).
    Scrive Tommaso Trini “le sculture di Piacentino scardinano la divisione, con il sospetto della loro immagine e funzione ambigua rimandano dall’arte all’estetica industriale e viceversa”.

    Saul Ostrow scrive: “Con il senno di poi, tagliando attraverso questa linea di demarcazione, Piacentino esplicitamente pone domande su funzionalità, paternità artistica e oggettualità in modi che gli artisti non useranno prima degli anni ‘90”.

    Fonte : Gianni Piacentino - Works and data 1965-2018


    Vi è un’idea di perfettibilità insita nella sua poetica, che lo spinge a non dare mai un risultato acquisito.
    Quello che lui riesce a realizzare non è solo una sintesi tra manualità e industria, ma soprattutto ha il valore del prototipo. E che cos’è un prototipo?
    Un prototipo è l’idea che diventa forma, che si sostanzia in qualcosa che ammette delle copie. Il modello però resta tale...

    L’arte assiomatica di Piacentino ha la bellezza e la crudezza di un teorema, si autogiustifica come una verità evidente che non necessità di dimostrazione, non ha bisogno della storia dell’arte per trovare una ragione ed esistere, figuriamoci della critica. Per questo si sospendono le parole e facciamo silenzio.
    Valerio Dehò
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  4. #4
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    Gerhard Richter
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    1982

    tanto vale utilizzare le sue stesse parole, no?

    “Sai cos’era fantastico? Scoprire che una cosa così stupida e ridicola come copiare cartoline, potesse invece portare alla creazione di una nuova immagine. E poi anche la libertà di dipingere ciò che si vuole, senza gerarchie di sorta: cervi, aerei, re, segretarie. Non dover inventare per forza qualcosa di nuovo, dimenticare il significato della pittura – colore, composizione, spazio – e tutto ciò che sapevi e pensavi. All’improvviso, niente di tutto questo è una priorità in arte”

    "Non cerco di imitare una fotografia, ma di farne una. Se dimentico il presupposto che la fotografia non è altro che un pezzo di carta esposto alla luce, allora pratico questa tecnica attraverso altri mezzi: non realizzo dipinti che ricordano delle foto, ma che lo sono."

    “immagini-pensiero non riflettono solamente il contenuto di un sistema teorico in modo mimetico, ma lo raffigurano”
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  5. #5
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    Ringrazio Carlo Vanoni per avermi dato stimolo e carica per proseguire su questo desolato 3D


    Proseguo con una terza “P”

    Claudio Parmiggiani
    Porta del 1968
    Titolo : Luce, luce, luce



    La complessità della sua arte deriva da una materia espressiva che assume in sé una forte concentrazione di significati, fermentando dalla sede concettuale (l'idea) a quella spaziale (la pittura). L'opera assurge dunque a itinerario mentale e Parmiggiani "è tra gli artisti contemporanei uno dei più decisi alle partenze, uno dei più pronti a doppiare la funzione di costruttore di forme in quella di viaggiatore mentale." Fonte Diacono, 1978, p.3

    La sua opera, tuttavia, è l'immagine plastica e astratta di un pensiero, di una figura mentale che non dà immediatamente un responso, che "non traduce subito la propria presenza in risposta." Fonte : Fossati, 1985, p.73.
    Essa mostra "ciò che ogni cosa virtualmente è: un enigma." Fonte Guidieri, 1985, p.92

    Al mistero e al silenzio corrispondente è però sottesa la possibilità di svelamento dell'ineffabile attraverso "quel sospetto che nell'occhio si carica di una puntigliosa quantità di riferimenti, di addizioni e sottrazioni, di spessori e densità." (sempre Fonte Fossati, 1985, p.73). E' come entrare in un labirinto di continui rimandi, contraddizioni, e conferire loro un assetto ordinato.

    Ecco allora l'emblematico lavoro denominato Daedalus (1977) collocarsi in quel progetto nel quale l'idea si fa tangibile, reale, ed il mito la possibilità di una pratica quotidiana. Si tratta di una porta in legno sopra la quale sono tracciati due labirinti in rilievo. Ai piedi della porta, simbolo di una soglia da varcare al fine di superare la prova del labirinto, la messa in posa di una grossa sfera, di marmo nera. E' come se all'ordine disorientante del labirinto fosse "da poco uscita la perfezione opaca della sfera", la ricomposizione di una totalità perduta, autentica: "immagino che dalla caverna e dal caos si sia appena formato il cosmo, con un evento che ha sì un'aria tragica, ma è anche un gioco, una probabilità, un divertimento d'abilità."
    Fonte Trini, 1985, p.79

    In ultima analisi c'è chi, come Schwarz, vede nella porta anche l'allegoria della solitudine dell'artista in generale e qui in particolare quella di Parmiggiani che ha sempre vissuto appartato. Solitudine che rimanderebbe a quella distanza tra l'artista e la società.

    La porta, che non è né aperta né chiusa, "ha anche un valore simbolico androgino, così come ce l'hanno tutti gli altri elementi della composizione. Il labirinto superiore rimanda al principio maschile uranico, ma l'apertura per raggiungere il cuore è situata in basso, come a dire che la via per arrivare passa dal principio ctonio femminile. Identica situazione, ma ovviamente rovesciata, nel labirinto inferiore, dove l'apertura è situata in alto. La sfera sta per la perfezione della totalità androgina, e, nella tradizione alchemica, per la Pietra filosofica, il Rebis. Coerentemente con il suo valore simbolico, e dato che la Pietra è raggiungibile uscendo dal labirinto, la sfera qui è posta proprio davanti e fuori dei due labirinti, mentre nell'iconografia esoterica tradizionale la sfera (o più frequentemente l'albero, il cui simbolismo si sovrappone a quello della sfera) è situata nel cuore del labirinto. Questo allontanamento dall'iconografia tradizionale", prosegue Schwarz, "ci permette di verificare come Parmiggiani, anche se si accosta a un tema archetipo, riesca a reinventare il mito."
    Fonte, beh, ovvio : Schwarz, 1985, pp.154-155

    Infine, ultima lettura:
    “Quella porta, che si apre su una parete bianca e introduce a un paesaggio astratto immerso in una tinta dorata (Luce, Luce, Luce è il titolo di quest’opera del 1968), “rimerebbe”, nelle immagini di Un paese, con un portone li¬gneo semiaperto, lungo il muro di quello che parrebbe un edificio ecclesiastico, che lascia intravedere lo scorcio, per¬fettamente quotidiano, di panni stesi ad asciugare: immer¬si però in una luminosità folgorante. Oppure l’immagine fra tutte più complessa, fra quelle raccolte nel volume, ri¬sultante com’è dall’accostamento di due diverse opere (Pit¬tura pura luce, sempre del ’68, e Salita della memoria, del ’76 – esposte insieme a una mostra del ’98 alla Promotrice delle Belle Arti di Torino): con una successione lineare di contenitori metallici riempiti di pigmenti, disposti in una fuga prospettica che conduce a una scala di pietra, la quale a sua volta introduce a un ulteriore ambiente: dove una scala fatta di pane si appoggia a una tela a forma di dode¬caedro sulla quale si vede un firmamento stellato. Questa costruzione complessa, stando all’incipit proposto dall’arti¬sta, rinvierebbe a un’immagine invece semplicissima, quasi umiliata nella sua sostanza feriale: di una scala dai gradini mal sbozzati, all’interno di un’abitazione modesta, accanto alla quale è stata abbandonata una bicicletta arrugginita.

    Allo stesso modo, la Porta dinnanzi alla quale si ar¬resta il cammino di Parmiggiani – e col suo il nostro – è simile forse, anziché a quella dell’Empireo, e se non a quella sarcasticamente sempre aperta e insieme chiusa della famigerata 11, Rue Larrey, a quella su cui si conclude una certa, tormentosa poesia (che proprio a quest’opera di Duchamp s’ispira, forse) d’un altro cultore di Dante, Samuel Beckett:

    je suis ce cours de sable qui glisse
    entre le galet et la dune
    la pluie d’été pleut sur ma vie
    sur moi ma vie qui me fuit me poursuit
    et finira le jour de son commencement

    cher instant je te vois
    dans ce rideau de brume qui recule
    où je n’aurai plus à fouler ces longs seuils mouvants
    et vivrai le temps d’une porte
    qui s’ouvre et se referme1

    Perché – lo sa chi appartiene alla razza di chi rimane a terra – ogni Porta non può che dare accesso a un’altra Porta.

    Fonte : Andrea Cortellessa


    On n’éclaire pas sans brûler1. Con queste parole, riferite a Nicolas de Staël, Andrè Chastel esprimeva la consapevolezza, che fu dell’artista, che ogni conquista d’illuminazione non consegue che dal suo necessario momento notturno. In un simile stringente rapporto di discendenza sembrano stare l’ustorio sentimento del tragico e la poesia luminosa che abitano le opere di Claudio Parmiggiani per il quale si può dire con più proprietà, parafrasando lo stesso motto di Chastel, che nulla brucia senza illuminare.

    Fonte : FlashArt
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  6. #6
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    Luciano Fabro, Lo spirato.

    “Io rappresento l’ingombro dell’oggetto nella vanità dell’ideologia. Dal pieno al vuoto senza soluzione di continuità. “

    = Sappiamo che l’autore iniziò a lavorarvi nel 1968. Una serie di fotografie lo ritraggono steso a terra, il corpo adagiato su un giaciglio, semicoperto da un lenzuolo e con la testa poggiata sul cuscino. Da quella posa venne tratto il calco in gesso e dal gesso il pregiato e costoso marmo.
    Per finanziarlo, Fabro emise cento cedole e ne vendette cinquanta facendo de Lo spirato una proprietà collettiva della quale era il maggiore azionista. L’opera, sottratta in questo modo alla speculazione del mercato, è anche espressione di un’altra significativa sottrazione: dalla realtà alla sua trasposizione in arte, il corpo si è volatizzato, ne rimane solo la forma trattenuta dal panneggio del lenzuolo e dall’impronta lasciata sul cuscino.
    Anno cruciale, per Fabro, il 1968, quando passò dalla tautologia all’ontologico (l’espressione è sua).

    Rinunciò a lavorare sul dato di fatto abbandonando la prassi che le avanguardie dell’epoca impiegavano come antidoto all’idealismo e che lui stesso aveva adottato per «scansare ridicole interpretazioni e fare cose di facile lettura».

    Si dedicò, di contro, alla cosa in sé, il cui valore non doveva essere particolare (legato al singolo oggetto), ma esemplare (valido per tutti).=
    Immagini Allegate Immagini Allegate Lettura di un'opera-1c.jpg Lettura di un'opera-1d.jpg Lettura di un'opera-1e.jpg Lettura di un'opera-1f.jpg 

  7. #7
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    Ora cambio lettera.
    E tanto vale utilizzare la prima, la A.

    Vincenzo Agnetti.

    Progetto per un Amleto politico

    "Se uno di noi usa un linguaggio, una disciplina qualsiasi per fare arte presto si troverà costretto ad azzerare, cioè a riportare sul punto di partenza, la disciplina stessa. Sarà quello il momento di strumentalizzare la disciplina usata fino a cancellarne la struttura. Allora i concetti si ridurranno a pure e semplici segnalazioni: le segnalazioni nel loro insieme formeranno una composizione, in un certo senso l’equivalente dei segni e dei colori nei quadri ad olio."

    "Questo mio Progetto per un Amleto politico è cominciato così:
    a) Amleto non è uomo del dubbio
    b) Amleto non è uomo del calcolo
    c) Amleto ricorda soltanto il monologo
    d) Amleto dimentica il teatro e il personaggio
    e) Amleto non è più l’Amleto inventato ma uno qualsiasi che arringa la folla con il monologo
    f) Il monologo diventa un comizio senza significati
    g) L’affermazione sostituisce l’introspezione mentre i numeri sostituiscono le
    parole e diventano semplici supporti di informazione."
    Anteprime Allegate Anteprime Allegate Lettura di un'opera-1b.jpg   Lettura di un'opera-1d.jpg  
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  8. #8

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    Se elimini gli aggettivi (qualificativi), il succo è questo: Porta, 1968
    Parmiggiani costruisce forme partendo da un’idea e arrivando alla pittura. Descrive il mistero delle cose. Il mistero si svela all’occhio attraverso riferimenti e rimandi.
    Mi sa che erano pagati per numero di parole :-)
    Leggere un’opera senza usare aggettivi, altrimenti è troppo facile.

  9. #9

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    Citazione Originariamente Scritto da artebrixia Visualizza Messaggio
    Ora cambio lettera.
    E tanto vale utilizzare la prima, la A.

    Vincenzo Agnetti.

    Progetto per un Amleto politico

    "Se uno di noi usa un linguaggio, una disciplina qualsiasi per fare arte presto si troverà costretto ad azzerare, cioè a riportare sul punto di partenza, la disciplina stessa. Sarà quello il momento di strumentalizzare la disciplina usata fino a cancellarne la struttura. Allora i concetti si ridurranno a pure e semplici segnalazioni: le segnalazioni nel loro insieme formeranno una composizione, in un certo senso l’equivalente dei segni e dei colori nei quadri ad olio."

    "Questo mio Progetto per un Amleto politico è cominciato così:
    a) Amleto non è uomo del dubbio
    b) Amleto non è uomo del calcolo
    c) Amleto ricorda soltanto il monologo
    d) Amleto dimentica il teatro e il personaggio
    e) Amleto non è più l’Amleto inventato ma uno qualsiasi che arringa la folla con il monologo
    f) Il monologo diventa un comizio senza significati
    g) L’affermazione sostituisce l’introspezione mentre i numeri sostituiscono le
    parole e diventano semplici supporti di informazione."
    Agnetti usa pochi aggettivi, va bene.

  10. #10
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    su coraggio
    che dopo la A potete procedere fino alla Z


    sennò Carlo vi tira le orecchie, giustamente

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