Giuseppe Uncini - Pagina 41
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  1. #401

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    Citazione Originariamente Scritto da Loryred Visualizza Messaggio
    Nemmeno io lo sapevo ma sono naturalmente curiosa e mi piace andare alla ricerca di info distinguendo tra fatti ed impressioni e la voce dell'artista arriva per me prima di tutto il resto, oltretutto si ha un bello spaccato su quegli anni... poi ho tempo, ostaggio dell'influenza! Quindi continuo...

    ... Tutto questo avvenne intorno al 1954. Roma era, o per lo meno mi pareva che fosse, ungran centro anche se manteneva molti aspetti di provincialità; a Roma passavano gliamericani e era molto eccitante per tutti noi averequesti contatti. Cominciai subito a dipingere e Mannucci (scultore suo conterraneo che U. raggiunse a Roma) mi fece subito una grande obiezione: io era abituato all'incisione (era litografo) e quindi a una tecnica e a un modo di pensare e di operare attraverso il dettaglio, piccolo, insistente.

    Mi disse di smettere di fare quelle cose e di ricominciare completamente da capo, il che un po’ mi offese pure perché mi ritenevo bravo e lui mi diceva di smettere,che non andava e che dovevo farlo in modo differente....

    Presi dei vecchi giornali quindi e li misi per terra e cominciai a pitturarci sopra con una scopa: proprio la reazione contraria a quello che facevo! Fino ad allora avevo pensato di essere e di voler fare il pittore. Poi questa convinzione a poco a poco mi cadde sotto le mani. In seguito sono diventato, mi dicono, scultore. Io ancora non ci credo e mi sento tra la scultura e la pittura e mi va benissimo.

    Poi, tornando a quegli anni, incontrai a una mostra Emilio Villa che ci organizzò unamostra alla Galleria Appia Antica a Roma, c’incontrammo e m’invitò allamostra che era fatta da Manzoni, Lo Savio, Schifanoe me. Lì cominciò veramente la mia avventura artistica: Esposi dei lavori fatti con le terre che mentre montavo la mostra mi parevano già superati, scaduti, insomma non mi piaceva più niente. E’ facile dirlo ora ma è sempre un dramma! Perché buttare il lavoro di annie cercare da solo una via... e poi fare cosa?


    Così cominciammo a parlare tra noi artisti. Eravamo stanchi, non ne potevamo più del cosiddetto Informale che ormai ci sembrava superato, e ci domandavamo l’utilità di fare ancora della pittura. Parlavamo di azzeramento, di partire di nuovo dalla tavola bianca. Fu allora che conobbi Schifano che poi mi fece conoscere Lo Savio ea sua volta Festa e Angeli. Si formò un gruppetto e le idee cominciavano a ingranare! Ognuno di noi cominciò a fare qualcosa; dopo ci confrontavamo e parlavamo eparlavamo... questa è stata la verascuola!...


    E fu allora che io cominciai a fare delle cose con il cemento e con il ferro. Dalle terre ai cementi. Passai, e questo passaggio è più concettuale, da una materia a un materiale. Voglio dire: La terra ea quasi un naturale tramite per dipingere e invece il cemento armato mi arrestò sui contenuti. Il cemento è una materia ostica che necessita del rispetto di sue regoletecnologiche e di un suo particolare uso. Questo modo, questo aspetto m’interessò e mi soffermai a ragionare e ne appresi le leggi tecniche ma anche estetiche. Era una materia con la quale trasferire un contenuto ma mi accorsi che era il contenuto stesso. Quindi da una materia a unmateriale, un materiale industriale, non canonico, non “consumato”. Fui anche spaventato tant’è vero che ci furono anche dei salti indietro perché non era tutto così liscio, così bello. C’era una gran paura ma insistetti e i miei compagni fecero più o meno la stessa strada, alcuni sbarcando nella Pop Art invece io e Lo Saviocontinuammo con le nostre idee un po’ più tignose, un po’ più severe, poco attenti a quello che succedeva, a certe avvisaglie di alcune mode...

    Per fare una mostra bisognava inventarsion so cosa e avere molta fortuna. Non vi dico cosa fosse sbarcare il lunario...Io e Schifano andavamo al negozio di materiali artistici a via del Babuino e vedevamo le tele che aveva ordinato Guttuso. Lui le ordinava a rotoli e noi non avevamo le tele e andavamo a vedere queste magnifiche telecon scritto sopra il nome di Guttuso.

    Bravissima!!!

  2. #402
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    Continuo, almeno per mantenere un pò questo 3d almeno al livello di artisti in decrescita e Televendite , dopo aver lasciato il Nostro con Schifano a guardar tele come i bambini davanti ai vetri di una pasticceria. E veniamo alla parte per me più interessante su tecnica e materiali.

    Prima definisce la loro visione di "azzeramento" come qualcosa di violento e radicale e alla ricerca di un proprio percorso di originalità, anche se forse mancavano la consapevolezza e la cultura per potersi staccare completamente dal passato, oggi riconosce l'impossibilità di farlo del tutto.

    Penso che in ognuno di noi ci sia stata un’attitudine comune anche se ognuno ha scelto una propria via e un proprio materiale. Insisto sulla questione del materiale perché erano proprio queste scelte, queste intuizioni, che portavano inevitabilmente ad elaborare una propria disciplina.

    Quando lavoro parto da un embrione di progetto, non posso iniziare di getto a lavorare, è un fare che neanche mi appartiene, apparteneva all'informale, alla sua riflessione sul gesto, sul vuoto.

    ... Il mio materiale non permette una libertà gestuale perché ha un tempo che non è quello dell’immediatezza. Io organizzo il mio lavoro e poi faccio la gettata di cemento e devo aspettare almeno 48 ore che il cemento faccia presa. E sono ore di sofferenza. Ho rotto tanti lavori (lo scriveva anche Acci, più per l'insoddisfazione del risultato) per la smania di vederli prima del tempo. Poi il lavoro è pronto e allora lo vedo... E’ un lavoro di testa, l’intuizione immediata c’è ma passa attraverso un tempo diverso, come nel lavoro di Lo Savio o di Castellani dove inevitabilmente la disciplina è insita nel contenuto del lavoro.

  3. #403

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    Un vero grande Artista

  4. #404
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    La "disciplina". Molto interessante!
    Concetto del tutto ignoto alla maggior parte degli "artisti" dagli anni 60 in avanti e alla quasi totalità dagli anni 90 ad oggi...

  5. #405
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    Dalla monografia di Accame: “Uncini è riuscito a separare la costruttività dalla costruzione” che si riallaccia alla distinzione operata da Uncini tra materia e materiale.. Riflessione sul procedimento, il peso della costruttività sull’oggetto finito... il risultato verrà bene solo se il metodo è corretto.

    ... Io ho separato costruttività dal Costruttivismo storico, puntando molto di più sulla mia capacità individuale. Poi strada facendo si scopre "che animale sei"... guardando indietro fin da bambino disegnavo e scarabocchiavo, ma la cosa che più facevo con passione e frequenza era costruirmi i giocattoli. Al passare del tempo ho scoperto che la mia vera attitudine e mania era leggere il mondo interno delle cose e volerlo tradurre, la volontà di tradurre un pensiero con le mani.

    Devo vederlo questo pensiero e me lo costruisco: è un gran desiderio quotidiano di fare, di costruire, di pensare nel mentre costruisco e viceversa, Naturalmente mi sono sempre interessato all’architettura, la costruzione storica che passa attraverso i libri ma vado molto di più ai gesti primari dell’uomo: m’interessa molto la verticale, l’orizzontale, la diagonale, tutti gli elementi primari che oggi definiremmo “poveri”, ma così non sono perchè servono a creare un embrione di costruzione, perché questa si regga e abbia una legge propria.
    Cioè il desiderio dell’uomo di costruirsi la propria tana, la propria dimora, il proprio ambiente ed anche l’osservazione del paesaggio è dedicata a quello.

    E quindi come nell'agire del contadino ogni campo ha la sua forma e dentro ci sono delle leggi, straordinarie e inevitabili, che determinano anche un’estetica; e, se ci vogliamo proprio allargare, possiamo affermare che c’è dentro anche una propria poesia in questa regola.

    Nel tracciare una diagonale che segna il percorso più breve tra due vertici non si fa una geometria da architetto o da ingegnere, ma più legata alle esigenze primarie dell’uomo. L’architettura, una disciplina ampia che può contenere molte cose, dalla pittura alla scultura, viene dopo; a mie interessa tutto quello che c’è prima.

  6. #406
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    Tornando all’inizio la mostra dell’Appia Antica è stata seguita da altre come quella alla galleria La Salita, intitolata pare Roma ‘60, nella quale Restany definì il gruppo "cinque pittori" e nonostante i cementi avessero già fatto la loro apparizione era considerato ancora pittore perché "...erano ancora sul muro".

    In precedenza un episodio aveva configurato questo gruppo di artisti, la mostra organizzata da Villa a Via del Cancello a Bologna, di cui non ricorda il nome perché non poté andare di persona, era la galleria di un artista bolognese quasi cieco da cui si recarono gli amici e poi la mostra fu portata da Restany a Roma, con gli stessi cinque pittori che tali sono rimasti: Franco Angeli, Tano Festa e Mario Schifano...

    Lo Savio era duro definirlo pittore... e anch’io mi collocavo diversamente: anzi il nostro orgoglio era di non definirci né pittori né scultori, facevamo le cose per l’arte, parole grosse...

  7. #407
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    Ultima puntata per oggi! Sul rapporto con spazio e scultura.

    La serie di mostre dal ‘58 al ‘60 sono una palestra servita a mettere a punto il lavoro '60-‘61: Il traliccio.
    L’opera ha un organismo tripartito che le permette di autosostentarsi nello spazio. Mostra il suo corpo attraverso il cemento ma mostra anche le sue vertebre perché le altre due parti sono realizzate in tondino di ferro e fa pensare all’esigenza di liberazione totale dai tradizionali supporti, con una forte novità e diversità costruttiva.

    Pur non pensando mai di fare veramente la scultura invece, nella tridimensione, nello spazio, inevitabilmente è scultura. Poi, strada facendo, mi sono accorto che non c’è nessuna differenza tra una cosa che sta al muro e una cosa che sta in tridimensione perché concettualmente quello che sta al muro è la tridimensione e viceversa... Lo spazio probabilmente è la mia vera materia, non il cemento. Lo spazio è inevitabile, anche se non lo si vuol pensare è lì che esiste. Ci stiamo dentro, attorno, sopra e sotto, è finito e infinito e dobbiamo farci i conti. Poi ognuno se lo cucina come vuole, ma lo spazio, con la luce e l’ombra, è inevitabile. La bidimensione, la tridimensione, Tano festa mi chiamava “il poeta della strada della 5° dimensione”. Parliamo tanto di questo spazio, è inevitabile, però è una cosa concreta, vera, come il cemento, come il colore. Non sono uno scultore in senso accademico. Lo spazio deve essere come il nostro materiale, deve coincidere con quello che noi manipoliamo.

    "Un esigenza che si potrebbe chiamare "autosostentamento" muove Uncini a realizzare alcuni Cementarmati che, anziché prevedere la loro collocazione a parete, sono concepiti per stare in verticale, sul pavimento, liberi da vincoli. (...) Il terzo [di tali lavori] è un vero e proprio Traliccio (1960-1961) in cemento armato assai più svettante e decisamente differente da ogni altro precedente lavoro del ciclo dei Cementarmati.
    Quelle forme inedite per concezione ed elaborazione rispetto alla produzione precedente di Uncini si distinguono per il loro ergersi libere dal pavimento, con una decisa volontà volumetrica e soprattutto con una fragranza spaziale che dichiara senza riserve o equivoci di volersi offrire allo sguardo quale organismo plastico in cui vuoti e pieni, cemento e ferro, geometria piana e solida, dritto e rovescio convergono su un'unica identità monocromatica, inequivocabilmente distanziatasi dalla bidimensionalità pittorica e, più che mai, anche dalla iniziale esigenza paleoggettuale." (Bruno Corà, in Giuseppe Uncini. Catalogo generale, Milano 2007, pag. 24)

  8. #408

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    grazie grazie lory... leggerò con calma i tuoi contributi!!

  9. #409
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    Nell’osservare i lavori della fine degli anni '50 anche di altri artisti si nota un passaggio tra bidimensionalità pittorica e tridimensionalità più scultorea. Sul rapporto tra lavoro e spazio Uncini ribadisce che lo spazio è sempre quello suo.

    "Sono sempre così egoista che penso solo al mio lavoro in quel momento e basta... Non faccio il lavoro per la società, non ci credo, forse qualcuno che o fa, fa bene a farlo."


    Differenze tra esperienza “proto-minimalista” e minimalismo statunitense.

    Il lavoro di Lo Savio, forse anche Castellani e Mario Schifano soprattutto nella serie dei Monocromi, del ‘59-’60 ha dischiuso un interesse verso la primarietà, l'elementarità degli elementi da mettere in gioco, una posizione “minimalista ante litteram”, anche perché il minimalismo americano data di qualche anno più tardi.

    Oggi ci chiamiamo anche noi minimalisti...ma la verità è che noi facevamo già del minimalismo senza saperlo, perché adoperavamo materie prima di tutto molto semplici, industriali. Non siamo mai andati a comprare i colori al negozio di artistica, non c’erano i soldi e forse questo, senza retorica, è stata una fortuna. Era una condizione, una realtà, e quindi abbiamo badato più alla struttura mettendo in luce i tempi e i modi del lavoro, con la struttura allo scoperto; si vede come è fatto! Tutto questo non ha un’esigenza estetica ma un contenuto profondo e basta. Il nostro minimalismo era quasi nel cuore del problema, era nell’intimo.

    Il minimalismo americano è una specie di scatola vuota, un’esigenza estetica del gigantismo e del materiale. Non si sa perché quella cosa è di ferro o di legno o di cartone. E’ importante è dare un volume semplice, elementare, estetizzante e forse per questo sconcertante, un’operazione opposta a quella che facevamo noi e che io tuttora faccio.
    Lo Savio non c’è più ma Castellani continua nel suo lavoro. Se si gira il quadro, se così ancora lo possiamo chiamare, se si gira il telaio si scopre come è fatto! Si scopre la la storia e il procedimento del lavoro che inevitabilmente è realizzato con le mani. Ne ho ragionato spesso anche con lui, la stessa operazione oggi potrebbe essere fatta in un attimo da un computer ma non avrebbe, non dico l’impronta dell’artista, ma quell’imperfezione della mano, che è tutto, che ti riporta all’artista che la mattina si alza e pensa di fare quella cosa indipendentemente da tutto il mondo che gira intorno. Altrimenti è solo un prodotto consumabile buttato sulla società e non il frutto di un atteggiamento, di un pensiero, di un intimo mentale di un uomo-artista.
    Ultima modifica di Loryred; 18-01-18 alle 09:56

  10. #410
    L'avatar di Alessandro Celli
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    qualcosa mi dà da pensare che Lory si comprerà un'opera di Uncini


    scherzo, dai: brava

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